ESPERIENZE FEMMINILI E ANIMAZIONE CULTURALE

ESPERIENZE FEMMINILI E ANIMAZIONE CULTURALE

OPERATRICI NELLA SCUOLA E SUL TERRITORIO

Intervento al Convegno del 15 MARZO 1997

In Altrimenti il silenzio, appunti sulla scena al femminile (a cura di Alessandra Ghiglione e Pier Cesare Rivoltella), EuresisEdizioni, Milano 1998

Non è semplice parlare di “operatrici culturali nella scuola e sul territorio”, perché si tratta di una definizione nuova per realtà femminili che non si sono mai riconosciute in questi termini.

Nei mestieri e nelle attività, le donne si sono sempre collocate col nome proprio del mestiere e dell’attività stessa, mentre il titolo fa riferimento ad una consapevolezza politica del proprio operare che accomuna culture femminili anche diverse trovando una cifra comune.

Per molti anni mi sono occupata di problemi femminili, o meglio, mi sono occupata anche di problemi ma certamente non sono stati il centro del mio interesse e non rappresentano la chiave di lettura per il mio costante interesse per la parte femminile della specie umana.

Sono cresciuta nel movimento delle donne e resto certamente una femminista non pentita nel senso che appartengo al mutamento avvenuto in questi anni nel movimento stesso, ma considero il nostro passato recente e meno recente un patrimonio ineludibile.

Mi sono occupata però prevalentemente delle culture delle donne a partire da alcune domande che ritengo significative dal punto di vista storico, ma che lo sono state prima di tutto per la mia storia personale, domande che hanno rappresentato una bussola per camminare la mia vita.

Quando ero piccola e giovane la subalternità delle donne era ancora un dato diffuso, non solo nella mentalità ma anche in alcuni aspetti della legislazione.

Quali sono gli elementi della subalternità delle donne? E quali sono gli elementi della complicità dentro la subalternità? E quali sono le risorse che nella subalternità hanno comunque consentito alle donne di esprimere le proprie capacità? E come sono riuscite ad elaborare comunque un tessuto culturale della sopravvivenza che ha rappresentato una risorsa per l’intera specie? Per esempio abbiamo visto tutti che in presenza di una calamità, terremoto o guerra, la più stupida delle casalinghe è in grado di organizzare una minima sopravvivenza con risorse scarse mentre i grandi eserciti brancolano nel buio.

Definire però la cultura delle donne non è semplice perché non ha quelle caratteristiche di strutturazione con cui si presenta la cultura maschile, ma il discorso si farebbe lungo e non vorrei banalizzarlo in una dicotomia che mortifica la realtà.

Preferisco fare il punto su alcuni elementi, magari piccoli, su cui ha riflettuto il movimento delle donne, che tendono ad essere dimenticati forse proprio perché non si propongono in forma solenne.

I valori ad esempio. Si parla tanto di crisi dei valori: nel movimento delle donne non abbiamo mai definito dei valori comuni, nel senso tradizionale del termine, ma abbiamo discusso molto delle pratiche.

Le pratiche sono meno solenni dei valori, appartengono al tessuto relazionale quotidiano, ma consentono un confronto sulla concretezza della vita e questo è certamente più utile.

La cultura, nella forma con cui ci è stata presentata, a scuola e dai libri che abbiamo scoperto da sole, ha un grande fascino e io credo di essere stata affascinata a lungo dalle parole degli uomini, parole con le quali mi identificavo, che mi consentivano di leggere la mia vita.

Poi ad un certo punto ho cominciato a sentirmi a disagio, in quelle parole la mia vita di donna entrava solo con qualche forzatura, una parte di me era muta e allora ho capito che in questa cultura c’erano delle trappole per me, per la mia personalità, per la mia crescita.

Una cultura che parlava in modo universale, ma nel tessuto della lingua, nella struttura delle metafore, nell’esemplificazione delle esperienze era la storia di un solo genere e il silenzio dell’altro.

La prima trappola era nella parola ‘persona’ che mi viene sempre riproposta quando comincio a parlare di ‘donne e uomini’. Mi si chiede “ma perché non ci definiamo come persone e basta?”.

Tralascio le argomentazioni filosofiche [1] per un piccolo esercizio linguistico: provate a sostituire la parola persona nelle occasioni di vita quotidiana e constatate l’esito.

Pensate ai genitori che dicono “mi è nata una bella persona”! Il caso si commenta da sé. Persona significa maschera e noi invece le persone le vogliamo conoscere nella loro identità completa e certamente la connotazione di sesso è la prima che rileviamo quando incontriamo qualcuno.

Inoltre mi sembra curioso il fatto che nel momento in cui ci rendiamo conto che la parola ‘uomo’ non comprende anche le donne, proponiamo di passare ad un neutro che maschera completamente la sessuazione della specie umana.

Quando qualcuno sostiene che la parola ‘uomo’ comprende anche le donne perché è sinonimo di umanità, propongo sempre un gioco che facevo, quando insegnavo storia alle superiori, all’inizio del lavoro sui soggetti: pensate all’uomo primitivo e descrivetelo con pochi aggettivi o visualizzatelo in un’immagine.

Sono certa che, come sempre accade in classe, raccoglierei, dagli aggettivi e dalle immagini, una figura inequivocabilmente maschile. In genere lo stereotipo che ci portiamo dei primordi dell’umanità è quella di un maschio rozzo, violento, armato.

Alle parole corrispondono immagini che ne rappresentano il contenuto emotivo e narrativo e i nomi declinati al maschile non portano con sé immagini femminili.

Se diciamo “i garibaldini” non ci viene in mente che con Garibaldi c’erano anche donne e viene più facilmente cancellato il fatto che Garibaldi era vicino al movimento femminista internazionale e che Mameli morì tra le braccia di Margaret Fuller, la femminista americana accorsa a sostenere la Repubblica romana con aiuti concreti, ottenuti in parte anche dal suo governo. [2]


Nominare le donne non significa aggiungere alla storia qualche capitolo o qualche medaglione di donna illustre, ma guardare il passato con occhi diversi, significa aggiungere e modificare categorie interpretative applicando griglie di analisi ben più complesse che finiscono col rompere molti degli stereotipi correnti. [3]

Prendiamo, ad esempio, la categoria ‘reti di relazioni’: si tratta di una categoria fondamentale per leggere la vita di una donna.

Quando si è cercato di scrivere le biografie delle donne illustri, così come si scrivevano quelle degli uomini illustri, ci si è accorte che non era possibile, proprio perché la vita di una donna non poteva identificarsi completamente con una vocazione principale, [4] era sempre importante il tessuto delle relazioni in cui era inserita, intanto perché era spesso il tessuto che casualmente le aveva consentito di superare i vincoli di esclusione sociale e poi perché la trama affettiva era vissuta e si intrecciava strettamente con le altre passioni, per cui l’eccezionalità investiva l’intera vita.

Una donna non è mai solo o principalmente il suo mestiere e se nel mestiere porta le sfide della sua vita, le stesse sfide sono portate nel vissuto relazionale ed affettivo e la creatività è investita in quello che Mary Catherine Bateson chiama “comporre una vita”. [5]

Questa deliziosa scrittrice, figlia di Gregory Bateson e di Margaret Mead, ha provato ad analizzare la vita di alcune donne amiche di sua madre e ne ha scritto un libro in cui alla parte narrativa si affianca una lettura molto interessante dei criteri con i quali una donna costruisce la sua vita.

La vita delle donne, dice Mary, è un patchwork creativo in cui esiste, come elemento costante, una “riserva cronologica” nascosta.

Le donne usano il tempo in modo diverso rispetto alla linearità socialmente proposta che si configura nella scansione del ritmo degli studi e dell’avvio al lavoro e alla carriera.

Le donne fanno alcune cose molto velocemente, poi si fermano per farne altre totalmente diverse e agli occhi altrui questa sembra una perdita di tempo, un rallentare per incapacità, un segno di debolezza, un sintomo di immaturità.

In queste ‘fermate’ invece le donne spesso acquisiscono una serie di informazioni, dati, su di sé e sul mondo, si sperimentano in nuove capacità, competenze, curano i rapporti affettivi, costruiscono reti di relazioni che consentono loro maggiore autonomia e sicurezza nei movimenti successivi.

Una riserva cronologica può quindi diventare una risorsa preziosa per la propria vita e certamente è una categoria utile con cui rileggere il tempo sociale che oggi appare sempre più stretto.

La banca del tempo è un modo sociale per usare le nostre “riserve cronologiche”. Un tempo che, da consumo affannoso degli anni, si trasforma in ricchezza sociale da devolvere per il miglioramento di quella qualità della vita di cui tanto si parla.

Il tempo perso di cui accusiamo i giovani è spesso quello dedicato alla costruzione della propria identità; un tempo totalmente e precocemente finalizzato è una gabbia che deforma i desideri e le coscienze. [6]


Un altro elemento proprio delle biografie femminili, che può diventare risorsa sociale, è la necessità di rapporti a bassa gerarchia.

L’esperienza del crescere i piccoli pone le donne in un rapporto di ‘superiorità’ che lavora per il proprio annullamento. I figlie e le figlie, ai quali devi insegnare la vita, diventeranno ad un certo punto la tua guida perché il loro futuro oltrepassa la possibilità del tuo sguardo.

Quando si parla del teatro come luogo a lungo vietato alle donne, mi sono chiesta, da profana, che cosa c’è di così inquietante in un corpo femminile da doverlo nascondere, censurare o da renderlo visibile solo ridotto a puro significante, segno, guscio vuoto, puro veicolo di significati altri e prevalentemente astratti (la giustizia, la libertà, la patria…).

Il corpo di una donna evoca la possibilità della nascita, è un corpo potenzialmente gravido, un corpo che mette al mondo e in questo mettere al mondo mette nella vita e nella morte. Si nasce mortali, fragili, finiti, in parte determinati dalle caratteristiche genetiche, potenzialmente condizionati dal luogo-tempo storico in cui si viene al mondo.

Il corpo delle donne ricorda la nascita e la morte, l’esperienza del limite propria di ogni vita, la moltiplicazione e diversificazione infinita dell’esperienza del limite contro cui si è costruita tutta la cultura occidentale nella ricerca dell’assoluto, dell’unico, dell’eterno.

La potenza della maternità è l’esperienza del limite e della fragilità umana: esperienza dello sgomento che ti prende, e che ognuna vive in modo diverso e analogo, quando il figlio esce dalla sicurezza del tuo corpo e diventa ‘esposto’ ad ogni difficoltà, la/lo vedi inerme e speri che diventi forte, capace di ‘stare al mondo’ e mentre lo/la guardi pensi alla tua morte e questo evento, che spaventa quasi sempre, lo leghi per la prima volta ad una speranza, speri di morire prima di questo figlio o figlia e vuoi che il mondo continui per loro anche quando non ci sarai più.

L’esperienza della maternità è la confusione e la separazione, dei corpi e dei sentimenti: gioia e malinconia insieme, dipendenza e differenza, speranza di vita e certezza della morte. [7]

Quando guardo i figli, gli alunni e le alunne l’unica certezza è che non voglio vedere la loro morte e invece oggi la morte dei giovani è sempre più presente.

Gli adulti costruiscono un mondo al quale viene immolata una quota fissa di giovani.

A scuola la morte è presente: muoiono ragazzi e ragazze, prevalentemente in incidenti e muoiono genitori ancora giovani, prevalentemente di cancro, ma della morte non si parla come non si parla della nascita. Così si trasmette una cultura depauperata delle riflessioni sulle esperienze fondamentali della vita: la nascita e la morte ma anche il tempo, lo spazio, le relazioni.

Nella cura dei corpi inermi si coltiva un grande sapere che riguarda i corpi ma anche le relazioni e i sentimenti, si tratta di un sapere che per lungo tempo è stato prodotto dalle donne, dalle mani delle donne mi verrebbe da dire.

Prendersi cura dei corpi, saperli accompagnare dalla nascita alla morte è un sapere sociale che dobbiamo ripescare dentro di noi prima che sia troppo tardi, un sapere sociale che ha valore proprio in quanto è una pratica e non una mera elaborazione astratta.

Se penso alla mia morte, mi vorrei accompagnata e accudita da mani amiche.

Rivalutare i saperi concreti nella loro dimensione storica, di trasmissione tra le generazioni, e nella dimensione sociale di risorsa utile per cambiare la rotta suicida che pare abbiamo intrapreso. [8]

Mi piace ricordare l’idea di infinito che ci propone le filosofa Adriana Cavarero, non una definizione astratta di immensità in cui perdersi, ma la traccia concreta della catena delle madri, non un contenitore vuoto, ma una certezza di corpi gravidi, di volti, di storie che si prolungano nel tempo dietro di noi. [9]


Un altro elemento utile che mi sembra di poter recuperare dall’esperienza di subalternità delle donne è la sobrietà nell’uso delle risorse. Non l’austerità che è un concetto triste, che evoca sacrifici, ma la capacità di gestire risorse limitate per rispondere ai bisogni della quotidianità.

Le donne sono da sempre più povere, non avendo avuto accesso ai patrimoni familiari e sociali a causa della discriminazione politica e hanno dovuto imparare a gestire risorse spesso insufficienti, ma in questa difficile gestione ci hanno sempre saputo fornire “il pane e le rose” [10] ed è questa lezione di sobrietà che oggi possiamo rielaborare a vantaggio di tutti e tutte, nel momento in cui abbiamo scoperto che tutte le risorse sono limitate e il nostro modello di sviluppo non funziona più.


Il recupero della storia delle donne può quindi essere una risorsa preziosa ed ai fini del nostro tema lo è certamente il recupero della storia politica delle donne, che conosciamo prevalentemente per frammenti o per stereotipi.

Come si ricostruisce una storia coperta dai pregiudizi e dagli stereotipi e che ci troviamo dispersa in frammenti spesso irriconoscibili?

Mi sono accorta che ho cominciato facendo attenzione alle narrazioni, alla struttura narrativa, al tessuto linguistico, alla trama delle metafore e i frammenti sono spesso parole che sono state importanti nella nostra vita e che non sappiamo più ricollocare nella confusione dell’oggi.

Pensiamo ad esempio al rapporto col territorio che qui è messo a tema.

Le più antiche simbolizzazioni della città raffiguravano una madre con la cinta delle mura ad incoronare la testa e il mannello di spighe in mano. Questo significa che le donne sono a fondamento della città perché rappresentano la fecondità del grembo e della terra eppure in seguito il loro territorio è stato ridotto alla casa.

Il movimento femminista degli anni settanta, quando si è dato delle sedi, le ha chiamate ‘casa’. La casa da luogo del privato, dell’esclusione sociale e politica è stata rielaborata come luogo dell’accoglienza, della cura di sé e degli altri, che rappresentano il fondamento della politica: la condivisione.

Nella pratica, perciò, nei vissuti politici concreti, si è rielaborata un’esperienza della subalternità trasferendola come risorsa nella società, facendo di questa risorsa una precisa indicazione politica con la quale possiamo ancora fare i conti.

La casa non è solo un luogo, ma anche un modo di vivere il territorio che valorizza i soggetti. Nella casa ognuno ha il proprio spazio e contemporaneamente vive spazi condivisi, non c’è il posto in ordine, in fila, non prevede l’uniforme, la serialità, ma l’individualità, l’espressione di sé.

Ma la ‘cultura della casa’ non è immediatamente trasferibile perché il rischio che corriamo è quello di trasferire nel sociale i peggiori atteggiamenti del casalingato subalterno: il servilismo, l’atteggiamento ancillare, la cresta sulla spesa, il corpo come merce di scambio…[11]

Non basta quindi essere donne per destino biologico, come dicevamo un tempo ‘donne si diventa’ per scelta culturale.

Non è in quanto donne che siamo portatrici di risorse culturali indispensabili, ma in quanto donne che cominciano a pensarsi come tali nel tessuto storico della nostra società.

Per questo motivo ritengo che un elemento significativo sia rappresentato dall’interrogarsi sulla trasmissione tra donne e soprattutto sulla trasmissione politica da una generazione all’altra.

Personalmente diffido molto delle donne che si presentano sulla scena della politica o di qualsiasi altra carriera sociale attribuendo il proprio successo, così come le proprie idee, solo a se stesse.

Certamente ognuna e ognuno di noi è anche un po’ figlio/a di se stessa/o, ma questo particolare atteggiamento di alcune donne mi sembra frutto di snobismo ingeneroso nei confronti delle donne del passato e mi pare proporre un modello pericoloso di emancipazione tutto sommato imitativa.


Le culture delle donne negli aspetti che attengono alla valorizzazione dei soggetti, alla costruzione di reti di relazioni, alla coscienza del limite, alla sobrietà nell’uso delle risorse non attraversano la scuola, sono estranee quindi al luogo storicamente deputato dal patto sociale alla trasmissione della cultura eppure una qualche trasmissione sopravvive, perfino della passione politica.

Si tratta evidentemente di un modello della trasmissione diverso da quello verticale gerarchico che pure le giovani generazioni contestano da anni, un modello di trasmissione che si avvale della vicinanza dei corpi, della sintonia delle emozioni, della riscoperta delle parole, un modello di trasmissione per osmosi, se vogliamo utilizzare una metafora non estranea all’esperienza delle donne.

Se certamente esiste una qualche forma di trasmissione culturale tra donne, non possiamo dimenticare che nel novecento si è interrotta per ben tre volte la trasmissione politica; tre generazioni di donne hanno ricominciato da capo nella richiesta della cittadinanza ignorando il percorso di coscienza già patrimonio della generazione precedente. [12]

Le donne uscite dalla prima guerra mondiale ignoravano il grande movimento sviluppatosi alla fine dell’ottocento, le cui radici si intrecciavano con quelle del movimento risorgimentale; le donne protagoniste della resistenza nella seconda guerra mondiale ignoravano le lotte e le sconfitte della generazione femminile ridotta al silenzio dal fascismo; la generazione degli anni settanta era convinta di portare per la prima volta sulla scena della storia il protagonismo femminile e guardava in modo riduttivo all’esperienza delle madri e ad un’associazione come l’Unione Donne Italiane [13], nata nell’immediato dopoguerra dall’esperienza della Resistenza.

Vorrei ricordare queste donne che ci hanno precedute perché i nostri passi hanno camminato su strade che comunque loro ci avevano aperte. Vorrei ricordare la coscienza lucida di Annamaria Mozzoni [14], femminista milanese della fine ottocento, che non è scesa a compromessi, pur consapevole del rischio di essere cancellata nella memoria delle generazioni successive.

Si tratta di togliere la censura che grava sulla storia politica delle donne che ancora oggi consente deformazioni ingiuste.

Il femminismo non è il piccolo rivendicazionismo di quattro balorde su cui si può ironizzare, ma una cultura politica che si è costruita nell’arco degli ultimi duecento anni: un patrimonio di riflessioni che non si può sottrarre alle nuove generazioni di donne e di uomini.

La ridicolizzazione del suffragismo e del femminismo è stata l’arma più potente per impedire la trasmissione politica tra donne, per costringere ogni generazione, direi quasi ogni donna, alla solitudine della ricerca.

Oggi, di fronte alla possibilità che molti elementi, pur così censurati, della cultura politica delle donne, passino alle giovani generazioni formando coscienze femminili più libere viene riproposto il mito delle complementarità, viene proiettata sul sociale una soluzione che diventa già impraticabile nella relazione a due.

L’emergere dell’individualità femminile costringe a misurarsi con un’alterità reale e non più sognata o disegnata a propria misura e questa novità, che investe interamente la relazione tra i sessi, non può lasciare inalterata l’intera struttura della società, compreso l’assetto economico e l’organizzazione del potere.

Un processo di mutamento che spaventa, che si tenta di esorcizzare richiamando ad una complementarità che disegni per i due sessi spazi di movimento predefiniti e rassicuranti, ma si tratta di un mito appunto ed ha già fatto il suo tempo, dividendo la società e la cultura in dicotomie che hanno ingabbiato uomini e donne negli stereotipi sessisti che conosciamo.

Vorrei ricordare una frase degli anni settanta che ha rappresentato l’espressione dei nostri desideri e la fondazione della nostra identità: “io sono mia” [15]. Non “penso, dunque sono” ma l’appartenenza a sé di ogni essere umano, il diritto all’integrità del proprio corpo, all’espressione dei propri pensieri.

L’amore come scelta, passione, scoperta, non come mestiere, destino, servitù, la maternità come gioia e non come dovere, la responsabilità di sé come fondamento dei diritti di cittadinanza, lo studio e il lavoro come espressione dei propri talenti e non come ripiego temporaneo.

Potrei continuare a lungo, ma spero che cominci la scuola a svolgere, come proprio compito, quello che poche donne, tenacemente, hanno continuato a fare in spazi angusti e con risorse limitate: proporre la storia e la cultura delle donne come risorsa per il futuro di maschi e femmine.


1 – Adriana Cavarero Tu che mi guardi, tu che mi racconti Feltrinelli Milano, marzo 1997

2 – Anna Rossi Doria (a cura di) La libertà delle donne Rosemberg & Sellier Torino 1990

3 – Catalogo della mostra Esistere come donna Comune di Milano 1983

4 – Carolyn Heilbrun Scrivere la vita di una donna La Tartaruga 1990; Writing a woman’s

life 1988

5 – Mary Catherine Bateson Comporre una vita Feltrinelli 1992; Composing life The

Atlantic Monthly Press, New York 1989
6 – Linda Laura Sabbadini e Rossella Palomba Tempi diversi Presidenza del Consiglio dei

Ministri Roma 1994

– Chiedere Tempo Fondazione Serughetti – La Porta Bergamo 1992

7 – Silvia Vegetti Finzi Il bambino della notte Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990.

– Barbara Duden Il corpo della donna come luogo pubblico Bollati Boringhieri, Torino

1994; Luchterhand Literaturverlag GmbH, Hamburg – Zurich 1991

– Page DuBois Il corpo come metafora Laterza 1990; Sowing the body University of

Chicago Press, London 1988

– Judith Lorber L’invenzione dei sessi Il Saggiatore Milano 1995; Paradoxes of gender

Yale University 1994
8 – Elisabetta Donini La nube e il limite Rosemberg & Sellier Torino 1990

9 – A. Cavarero op. cit.

10 – Titolo di una rivista nata nel 1972 e poi di una collana della casa editrice Savelli, da una

frase di Rosa Luxemburg

11 – Lidia Menapace Economia politica della differenza sessuale 1^ ed. Felina 1987

12 – Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina (a cura di) La resistenza taciuta La Pietra 1976

13 – Maria Michetti, Margherita Repetto, Luciana Viviani Udi, laboratorio di politica delle

donne Cooperativa Libera Stampa 1984

14 – Anna maria Mozzoni, a cura di Franca Pieroni Bortolotti La liberazione della donna

Mazzotta 1975
– Rina Macrelli L’indegna schiavitù Editori Riuniti 1980

15 – Rosa Rossi Le parole delle donne Editori Riuniti, Roma 1978

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