Pensierini di inizio anno

Bru bru: nel mio lessico famigliare e il termine che indica gli incolti (vale per maschi e femmine) che non sanno di esserlo e anzi sono convinti di essere la specie superiore sulla terra e di questa specie il meglio; l’orizzonte mentale ha un raggio massimo di 15 Km e la visione è selettiva, ad esempio vedono le malefatte degli albanesi e trovano naturale l’evasione fiscale degli indigeni ricchi, sono convinti di essere brave persone e di saper distinguere con certezza il bene e il male, ma non conoscono assolutamente i testi sacri di riferimento; sono una specie in aumento e per tale caratteristica si spera che possano anche diminuire, non è facile però individuare i fattori che favoriscono l’accrescimento o la diminuzione e, quando individuati, operare in modo opportuno in relazione alla propria finalità.

Al colmo della disperazione di fronte alla mia prima superiore, che a novembre dell’anno scorso ancora mi guardava con occhi vuoti senza che io riuscissi a stabilire un contatto verbale sensato, ho sbottato “Ma siete proprio dei bru bru”. E’ stata la prima parola che ha destato il loro interesse. Vergognandomi di rivelare il significato perché l’insulto non mi sembra un buon metodo educativo ho lasciato che lavorasse la loro libera intuizione ed è cominciata così una nobile gara a superare lo stadio di bru bru.

(A me basta che diventino “belve”, quelle che cita Foscolo prima che “nozze, tribunali ed are” li riducano alla nostra discutibile civiltà e che io immagino come esseri dotati di qualche curiosità e voglia di sperimentazione).

Alla fine dell’anno ho regalato a ogni bru bru (18 femmine e due maschi) una nuova elaborazione del termine coniata a loro misura (la definizione in apertura non è mai stata diffusa).

All’inizio dell’anno c’erano (una volta) i Bru-bru.

Animali o esseri un po’ particolari, difficili da capire perché sono un po’ bruchi e un po’ gru.

A guardarli sembrano ragazzine e ragazzini normali, usciti dalla scuola media con il loro bel timbro, ufficiale come un passaporto, in mano.

(Qualcuno per la verità ha provato a tornare indietro, forse aveva dimenticato di allacciarsi le scarpe e si sa che quella è una faccenda lunga, può durare un intero anno scolastico).

Se li guardi sembrano piccole lady e piccoli lord usciti da un romanzo dell’Ottocento: parlano a voce bassa, rispondono a monosillabi, abbassano gli occhi, balbettano, arrossiscono, sospirano.

Li hanno messi in fila nei banchi e loro stanno lì fermi, sull’orlo della sedia, guardinghi, diffidenti come se l’aula fosse una gabbietta sconosciuta con oscure minacce nascoste chissà dove.

Quando non li guardiamo si impegnano immediatamente nella reciproca conoscenza e non sanno nemmeno loro che tipi sono: saltano sui banchi come le scimmiette, gracchiano come le cornacchie, ululano come iene, spostano i banchi con la potenza degli ippopotami, scalciano come gli asini, starnazzano come le oche, belano come agnelli, qualcuna sembra più una capretta, si sgolano come i galli all’alba con il loro chicchirichì, sgroppano via come i puledri e si provano perfino a fare la ruota come i pavoni.

I Bru-bru vorrebbero essere qualcun altro perché non sanno ancora quale belva speciale possono diventare.

Molti li temono o li guardano sospettosi e ingrugnati.

In effetti bisogna osservare bene per vedere che sono tenerissimi, spaventati Bru-bru, morbidi e informi come bruchi quando sollevano la testolina curiosi e scambiano un filo d’erba per una bandiera svettante dietro un enorme sassolino, misteriosamente eleganti e sottili come gru, con gli occhietti acuti che guardano lontano, i becchi lunghi e forti che sanno già catturare e ferire, le piume morbide da accarezzare, pronti a spiccare il volo verso paesi di cui seguono la traccia lungo ogni nuova stagione, in cerca di sogni.

Un po’ schifiltosi come i bruchi che si avvolgono nel bozzolo in attesa di tempi migliori e un po’ snob come le gru che possono guardare il mondo dall’alto in basso e decidere a quale altezza sostare.

A me non resta che aspettare perché la storia è appena cominciata e ogni Bru-bru la dovrà poi continuare.

Chi legge consideri le parole precedenti come la sintetica esemplificazione di una delle tante strategie di resistenza/sopravvivenza che metto in atto contro l’instupidito degrado che si è impadronito della scuola come una malattia contagiosa alla quale ci si rassegna come un tempo alla peste.

All’inizio dell’anno i bru-bru sono diminuiti per un paio di bocciature a carico di ragazzine che desideravano ardentemente fare la parrucchiera e la defezione di un’altra, promossa con tutti otto, che pure è andata a fare la parrucchiera.

Non commento perché non basterebbero volumi per raccontare cosa è accaduto qui nel passaggio dalla povertà contadina egemonizzata, come si diceva un tempo, dalla cultura cattolica controriformista, al greve benessere teleguidato dalle lustrinate icone dell’impero TV che conosciamo.

Il peggio però non ha mai fine e i bru-bru quest’anno sono stati collocati insieme a me e a tutto il resto della scuola nell’edificio nuovo, varato in clima pre-elettorale.

Dalla bella villa del tenore Rubini, un po’ acciaccata dalla nostra permanenza, siamo passati ad un’inqualificabile costruzione incastrata ad L nello spazio di un altro edificio scolastico per cui il cortile è un budello grigio che ricorda l’ora d’aria del carcere. L’interno è costituito da tre piani su cui si snodano due lunghissimi corridoi che in queste prime settimane percorriamo su e giù come nevrotici ossessivi alla ricerca delle aule perché confondiamo i piani (adesso hanno scritto un cartello mi sembra, proprio di fronte alle scale).

A parte il fatto che mancano ancora sei aule e due trienni sono collocati come prima nell’ex caserma dei vigili del fuoco, (e sono fortunati perché si tratta di un bel cortile ad archi, ristrutturato con discrezione), questa scuola non ha nemmeno la palestra e non c’è uno spazio neppure per contenere il Collegio docenti, non parliamo di un’assemblea studentesca, ma ciò che più offende l’intelligenza e il cuore è la bruttezza con cui siamo costretti a convivere ormai senza possibilità d’appello.

Le aule si aprono sui corridoi come stanze d’ospedale e i ragazzi non hanno mai la possibilità di vedersi tutti insieme (e magari di scoprirsi come “soggetto collettivo”), ma la forma stabile del loro incontro è quella del gruppetto che favorisce le divisioni e i ruoli predefiniti.

Per ora la mia rabbia si alimenta ogni mattina dell’assurdità di nuovi particolari che non avevo notato al primo disgustato colpo d’occhio, ma so già che presto si trasformerà in una piatta tristezza e smetterò anche di commentare con i colleghi.

Mi adeguerò, così come mi sono adeguata a compilare il registro tutti i giorni, io che un tempo non lo portavo nemmeno in classe perché lo consideravo un simbolo che non doveva dominare la relazione con i ragazzi e lo compilavo una volta al mese insieme a loro che mi aiutavano a non sbagliare caselle, perché nel nuovo modello scolastico le procedure sono il nuovo ordine cosmologico da cui non si può prescindere.

Questo modello si è insinuato ed ora domina con prepotenza e con la complicità di tutti perché, come in un sistema totalitario, l’opposizione è sospetta e perseguitata.

In questo ordine tutti vogliono solo sbrigarsi velocemente e tornarsene a casa, la chiacchiera è un’attività bandita, il sentimento prevalente è la diffidenza.

Del resto oggi non sono le tante sconfitte che mi trattengono dal ricominciare a discutere, a pensare, ad agire attivamente il conflitto, ma la solitudine: allieve/i e docenti nel migliore dei casi mugugnano, sospirano e poi si adattano.

Qualcuno mi dice che sono pessimista, vedo tutto nero, ma non credo. Sono allenata alle mille forme di resistenza costruite in questi anni, dal sorriso, all’ironia, dall’intervento in Collegio docenti (dove nessuno parla più) a tutta la gamma di collaborazione/solidarietà che bisogna conservare per evitare quell’abbrutimento del guardarsi sempre in cagnesco, proprio di chi è costretta/o in gabbia.

Faccio il mio piccolo lavoro quotidiano, ma scivolando un po’ lungo i muri e più con il silenzio che con la parola e questo non mi sembra il modo tipico di un luogo in cui crescere la cultura, la cittadinanza e i giovani.

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