A proposito di storia

Insegnare la storia: intanto invidio le maestre che sanno liberare se stesse, e i cuccioli che sono loro affidati, dal sussidiario. Come tutto il sapere anche il passato è lì, un labirinto aperto ad ogni domanda (e non è detto che la meta sia trovare una risposta) che si può percorrere scegliendo direzioni più o meno impervie, guidati dal buon senso di chi si accerta prima di tutto che ognuna/o abbia le scarpe giuste.
Alla scuola superiore libri che mi sembrano incommensurabili con le ore a disposizione appesantiscono gli zaini e i pensieri con un concentrato di nozioni che moltiplica in modo esponenziale le già numerose pagine a disposizione.
“La storia non serve a niente” afferma convinta Sabrina, la più studiosa dei miei bru-bru lisciando i capelli fino allo sguardo vagamente disgustato che si posa sul libro, “servono di più le discussioni”.
Per chi non lo sapesse (cioè tutti tranne gli intimi) i bru-bru sono le mie diciassette alunne e due alunni di prima, così chiamati in una storia inventata per loro (per sopravvivere al nostro “corpo a corpo”) perché sono un po’ bruchi e un po’ gru, animaletti incerti che non hanno ancora deciso per l’addomesticamento e aspettano che un piccolo principe faccia capolino, spuntando magari dagli anfratti remoti dell’infanzia di qualche insegnante.
Se la storia è un processo di ricostruzione del passato bisogna prima di tutto imparare a metterci le mani, misurarsi con la rappresentazione del tempo, dello spazio, con la reticenza delle fonti quando l’interlocutore è indifferente, leggere la storiografia vera, in cui il soggetto che scrive si dichiara attraverso frammenti della propria storia, le proprie emozioni di ricercatore, ci emoziona attraverso lo stile, la scrittura, le domande.
Se io per prima posso stare l’intera notte a leggere Storia notturna di Ginzburg, Donne in oggetto di De Luna, mentre se devo preparare una lezione su un manuale mi addormento alla terza pagina, posso pure pensare che la mia soggettiva sensibilità non sia il paradigma dell’insegnamento della storia, ma capisco la noia dei miei alunni.
Da vent’anni non insegnavo in una prima superiore (Liceo psicopedagogico) e il manuale che mi sono ritrovata in dotazione non è né migliore né peggiore di tanti altri: liquida la preistoria in un capitolo 0 e poi prosegue con la sequenza consueta, Mesopotamia, Egitto, Grecia, Roma (con qualche contorno di Fenici, Ebrei, un paragrafo a testa per Cina e India), l’America ovviamente tra due anni, quando la scopriremo noi.
Lavorando con i ragazzi sull’indice, all’inizio dell’anno, saltava all’occhio come spazio e tempo fossero inversamente proporzionali al numero delle pagine. “Ma ci crediamo l’ombelico del mondo?” chiede uno sveglio che non ha mai sentito parlare di eurocentrismo.
Le grandi questioni alle quali io sono arrivata in età adulta per loro sono il brodo originario in cui stanno a galla anche senza saper nuotare.
Per il resto sono aggrappati al loro presente perché lì accadono gli eventi che toccano pelle e pensieri, accompagnarli a guardare nell’infinito tempo che si estende prima di loro non sarà un’impresa facile e mi ritrovo a pensare che in fondo noi, con il nostro manuale, facciamo la stessa operazione: ci aggrappiamo ai cinquemila anni più vicini di cui cataloghiamo i reperti per poter ammobiliare il nostro immaginario e renderlo abitabile, liquidando i settantamila anni precedenti con quattro scoperte senza firma che ci sono diventate naturali nell’uso come l’ago o la scodella.
Non mi dilungo sulla rappresentazione dell’Homo sapiens armato, unica immagine che sopravvive di quel lontano tempo senza donne e bambini, che continua a colonizzare il presente.
Dopo tanti anni di insegnamento della storia conservo la convinzione che non si possano migliorare i manuali e spesso i migliori, quelli più utili, sono proprio i peggiori, perché si prestano ad uno straordinario lavoro di smontaggio.
Quelli più aggiornati, che forniscono già pronte le lineee del tempo, i grafici, le mappe, le fonti analizzate, i percorsi, i moduli, ci lasciano impotenti. Che cosa resta da fare? Solo leggere e ripetere, noiosamente, e poi dimenticare.
Restano negli anni gli stereotipi di apprendimenti non espliciti, l’inevitabilità della guerra, il casalingato delle donne e poco altro.
L’irruzione della contemporaneità con la visibilità di nuovi soggetti e la dimensione planetaria dei fenomeni, quando emerge nella consapevolezza delle loro giovani vite, può avvicinare alla storia ma non al manuale.
L’anno scorso, per la prima volta,  ho insegnato storia in due classi quinte che non avevo avuto gli anni precedenti. L’inimicizia con la disciplina era un dato diffuso e acquisito e non potevo certo pormi l’obiettivo, troppo elevato, di modificarlo.
Sono semplicemente entrata in classe con la mia passione per quel tempo che mi precede, in cui sono dispersi i semi che vedo crescere nel presente, la mia di storia, radicata nelle cellule dei miei genitori, due giovani usciti frastornati dalla seconda guerra mondiale, lui dai campi di concentramento, lei dal lavoro in fabbrica a Milano sotto le bombe, ma anche in quelle dei più lontani progenitori per i quali mi capita di avvertire la tenerezza profusa da Wislawa Szymborskain una bellissima poesia.
Alla festa di fine anno queste ragazze, in minigonna e lustrini, mi hanno stanata dall’angolo in cui mi mimetizzavo per comunicarmi, emozionate, che avevano scoperto con me il piacere della storia e l’orgoglio di essere donne.
L’alunna più distratta e meno studiosa, minigonna in similpelle nera e labbra rosse fiammanti, mi ha sciorinato con le lacrime agli occhi l’elenco dei paesi portati alla ribalta della nostra storia dal processo di decolonizzazione, dal Vietnam alla Cambogia, dall’Algeria al Chiapas, dicendo “Perché vede, per me adesso contano, sono importanti”, e io lì a bocca aperta come un’allocca e finalmente, come hanno notato ridendo, senza parole.
Se la costruzione di “senso storico” ci appare una meta ancora ragionevole per una scuola che si misuri con l’orizzonte della cittadinanza, sappiamo che non dipende dal manuale l’orientamento che prenderanno le giovani generazioni, se saranno razzisti/e o cittadine/i del mondo, pacifisti/e o guerrafondai/ie, perché nello spazio dell’aula resta centrale la relazione che si costruisce tra soggetti, tra insegnante e allievi/e, e se l’insegnante è subalterno al manuale l’amore per la storia sarà assente o arriverà per qualcuno da quelle strade casuali che per fortuna sono sempre aperte per gli occhi curiosi, se l’insegnante cerca il senso prima di tutto per sé della disciplina che insegna, il manuale sarà poco più di una traccia, la cui utilità comunque non mi sembra ancora del tutto dimostrata.
Da anni desidero, e visti i tempi temo che non cambierà la situazione, un’aula attrezzata, con gli atlanti storici, una biblioteca minima ma significativa di “facile consumo”, repertori di fonti e materiali storiografici, carta a sufficienza, un grande tavolo per lavorare sui grafici, le linee del tempo, un posto per archiviare i lavori, un tappeto per le discussioni migliori … e continuo a pensare che questa sarebbe la direzione da seguire, e non il miglioramento dei manuali.
Desideri inevasi che per fortuna non cancellano ma semmai acuiscono la mia passione, moltiplicano le mie domande, e le borse traboccanti di libri e materiali con cui entro in classe sono solo la scarna metafora che tenta di rappresentarle.
 
Rosangela Pesenti

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