Quale festa per la Repubblica?

La stanchezza mi tiene a letto più del solito e mi vedo tutta la parata militare per la festa della Repubblica.

Che tristezza!

Se la rappresentazione simbolica della Stato resta ferma all’esaltazione dell’esercito, come nell’Ancien Régime, le istituzioni  democratiche non possono che uscirne mortificate e la società di conseguenza non può che arretrare sul piano della convivenza civile.

A scuola insegno che il sistema fiscale, l’amministrazione della giustizia e l’organizzazione dell’esercito fondano lo Stato formato dai sudditi, mentre la scuola, la sanità, la pubblica amministrazione sono le istituzioni che consentono di avviare il processo di passaggio alla cittadinanza. Lo Stato non come luogo difeso ai confini, ma come territorio sul quale abitiamo governato da un patto solidale fondato sull’esercizio dei diritti e tra questi il lavoro, l’istruzione e la salute sono quelli che caratterizzano meglio la vita della democrazia.

Per ricordare e festeggiare la nascita della nostra Repubblica, fondata sul lavoro, uscita faticosamente dalla diffusa resistenza alla barbarie della guerra, scelta democraticamente senza decapitare nessun re, nata anche grazie alla capacità della maggioranza del nostro esercito di non agire militarmente ma secondo coscienza, come nel caso di tutti i nostri Internati militari in Germania, vorrei una vera festa in tutto il Paese.

Per un passaggio graduale, e dato che una buona tradizione non si crea dall’oggi al domani, vorrei che intanto insieme all’esercito partecipassero alla manifestazione (non potrebbe più essere solo “parata”) gli addetti alla scuola e alla sanità, insegnanti e bidelli, medici e infermieri, per rappresentare simbolicamente l’inalienabile diritto alla salute e all’istruzione e riconoscere valore sociale a chi se ne occupa; e poi, perché no, sindacati e confindustria perché il valore del lavoro è davvero condiviso se le parti sociali si riconoscono tra loro secondo le buone regole del conflitto, e poi pensionati e disoccupati e magari l’associazionismo e tutte quelle istanze democratiche in cui cresce la vita civile.

A godere lo spettacolo del corteo inviterei giovani e bambini, classi sorteggiate in tutta Italia per guardare come gli adulti che rappresentano l’essere collettività, per imparare da un evento i famosi valori di giustizia e legalità dei quali gli stessi adulti amano riempirsi la bocca (magari senza praticarli come da tradizionale ipocrisia).

Insomma, butto lì qualche idea perché io come cittadina vorrei esserci, non fisicamente, ma riconoscendomi nelle persone che incarnano anche la parte di società a cui appartengo.

Non so quanto questa Repubblica debba all’esercito, ma so che deve molto agli insegnanti, perfino a quell’infima minoranza, di cui ci si riempie la bocca per giustificare l’atteggiamento ormai persecutorio dell’opinione pubblica, che pur svolgendo il proprio lavoro al minimo assolve comunque ad una indispensabile funzione di babysitteraggio sociale e che resta comunque malpagata per l’utilità del lavoro che svolge.

Pensate a come sarebbe visivamente creativo introdurre tra un reparto dei carabinieri e uno della marina le insegnanti di scuola dell’infanzia con i palloncini colorati e dietro i granatieri i licei con trolley di libri e insieme ai Generali i Rettori dell’università.

Perché la patria repubblicana e democratica si impara a difenderla cominciando a dire No ad ogni dittatura, imposta con la violenza o con la corruzione e la manipolazione, dalla dabbenaggine di un re o dagli ammiccamenti di un illusionista, e se non si comincia a difendere la libertà e la democrazia a scuola e nelle istituzioni pubbliche non c’è esercito che ci possa salvare, e la storia l’ha ampiamente dimostrato.

la stanchezza era dovuta alle radioterapie

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