Tra responsabilità e cura

La storia in cui si riconosce l’occidente racconta l’origine della politica come contratto tra maschi liberi e autoctoni che hanno sedimentato da qualche secolo, per eredità di generazione, il diritto di proprietà e si misurano tra loro dentro un modello di Stato che governa, attraverso un sistema di patti regole e leggi, scritte e non, la personale e reciproca utilità.
La guerra e la sopraffazione sono incluse come legittimi mezzi di alternanza e/o condivisa sospensione delle regole civili a favore del militare, perché nel patto è implicito che le “utilità” legittimamente riconosciute non riguardano la conservazione delle vite umane individuali e certamente non quelle dei soggetti che non partecipano del patto stesso, più o meno variamente nei secoli: stranieri, schiavi, lavoratori, proletari, non possidenti, handicappati, neri gialli rossi, indigeni e, ovviamente, donne, cioè straniere, schiave, lavoratrici, proletarie, povere, handicappate, nere gialle rosse, indigene, ma anche possidenti, ereditiere, principesse.
Le donne, di tutte le classi e condizioni, sono escluse, relegate in un gineceo di cui sappiamo poco, comunque si chiami e qualsiasi sia il suo confine, delegate a quel compito di fare e allevare figli e figlie che a lungo è stato ridotto a puro accadimento biologico o enfatizzato in uno stereotipo di ruolo, sempre e comunque ambito di una ‘natura’ immobile ciclica ripetitiva, tanto che ancora oggi non è a disposizione del pensiero femminile l’elaborazione della maternità, che oscilla tra i tecnicismi invasivi della scienza medica e i miti melensi e subdoli di una pubblicità interamente venduta all’ideologia più sessista e conservatrice.[1]
La politica è il luogo in cui si definisce il significato della collettività in relazione alla gestione di ciò che viene definito come risorsa.
In questo senso il materno, come luogo materiale e immaginario in cui le donne portano a compimento la generazione e ne curano la crescita, è l’altra faccia della politica, il luogo che la rende possibile e per questo non a caso oggi come un tempo lasciato nell’oscurità e considerato come risorsa gratuitamente a disposizione.
Nell’attribuzione apparentemente neutra del termine ‘cura’ all’ambito del materno e di ‘decisione’ a quello della politica c’è tutta l’elaborazione dell’agire umano che trova nella divisione sessista quella gerarchia del fare che garantisce il dominio dell’uno sul molteplice.
Non è un caso che, contro ogni evidenza, venga lungamente negata la potenza generatrice delle donne la cui partecipazione al concepimento è stata rappresentata dalla medicina come quella pura passività che diventerà poi, soprattutto a partire dall’Ottocento anche norma di comportamento morale come esclusione dal piacere sessuale.
Lo sguardo scientifico che impara a leggere e dominare il mondo fisico ancora fino al settecento continuerà a vedere nel grembo materno poco più che un contenitore, la materia offerta al maschio perché agisca la sua capacità di determinare il processo di trasformazione, che bene esprime la fantasia di superiorità maschile di autogenerazione, per cui l’uno, il maschio, rappresenta l’esito positivo della procreazione e la nascita della femmina semplicemente il risultato minore del cattivo funzionamento del grembo stesso.
Analogamente tutto il lavoro della riproduzione: biologica, fare e allevare bambini e bambine, domestica, rendere vivibili gli ambienti e prendersi cura dei corpi, e buona parte di quella sociale, curare malati, accompagnare morenti, conservare sani, fornire le istruzioni primarie per occupare agevolmente un posto nel consesso sociale, allargato a tutte le minute pratiche di “manutenzione” dell’ambiente e delle relazioni umane, è stato escluso da ogni considerazione e valorizzazione economica e totalmente svalutato nella complessità delle sue pratiche.
Ancora oggi si parla di ‘lavoro di cura’ relegando nella genericità della definizione un insieme di mansioni, pratiche, abilità, consuetudini che richiedono insieme specializzazione e flessibilità, senza le quali non potremmo vivere.[2]
Eppure la politica, se si occupasse davvero del bene comune, potrebbe trovare proprio nelle pratiche della cura e nei lavori del casalingato le caratteristiche di un fare capace di misurare il progetto, la previsione, con le risorse, l’ambiente, le persone e l’imprevisto.
Il materno è di fatto diventato, e interpretato come un diffuso maternage attraverso il quale le donne (prevalentemente) erogano, nel modo della cura, un surplus di lavoro non riconosciuto sul piano economico che rappresenta un’enorme quota di ‘ricchezza delle nazioni’ la cui rappresentazione nei bilanci pubblici risulta inesistente o completamente distorta e segnala la persistenza di un’antica sopraffazione anche nelle più avanzate democrazie.
Non si tratta certo di pensare ad un salario per il lavoro domestico, fantasia arcaica per quanto nata da una giusta e nobile necessità, quanto alla risemantizzazione delle basi materiali, e quindi economiche, su cui si costruisce il sistema delle scelte politiche; iscrivere questo lavoro nel bilancio dello Stato consentirebbe di cominciare a discutere delle tipologie e qualità degli investimenti pensando ad una redistribuzione delle risorse meno iniqua dell’attuale che continua a fondarsi sulla preminenza degli interessi maschili.
Basta banalmente, e nel piccolo, guardare la quantità di denaro erogato anche nei bilanci comunali per il gioco del calcio che continua ad avere partecipazione e fruizione ad ampia prevalenza maschile ed alimenta logiche conflittuali distruttive, violente e costose per la collettività.
Attualmente la “contrattazione”, rispetto al maternage erogato dalle donne, avviene quasi unicamente nelle cosiddette relazioni private e il matrimonio ne rappresenta la forma più standardizzata e diffusa.
L’enfatizzazione attuale della famiglia che, come tutti i miti, pesca nell’irrazionalità di desideri e paure abilmente mescolati, rappresenta le istanze di una precisa politica delle risorse che cancella i singoli soggetti e la specificità dei bisogni nell’indistinto di un’istituzione in cui il vantaggio maschile è ben mascherato dietro le forme di un buonismo paternalista, pronto ad esplodere in violenza non appena moglie e figli avanzano istanze d’identità impreviste.
La nota frase indirizzata dalle madri alle figlie “cercati un marito ricco” che rappresenta la traduzione nella cultura popolare delle politiche matrimoniali praticate da sempre dalla nobiltà prima e dalla borghesia poi, è tornata di moda dopo un periodo di breve e felice censura negli anni del femminismo e poco oltre, utile a segnalare che dietro la nuvola bianca degli abiti da sposa e il gossip dei romanzetti rosa tra calciatori e veline, nonché principesse e principini, la concretezza del matrimonio risiede nello scambio tra la potenza generativa materna, ormai ipercontrollata da medici e media, e il potere economico-politico maschile, non importa se reale o solo immaginario.
L’accesso delle donne allo spazio politico attraverso l’allargamento della cittadinanza è così recente che ancora si fatica a rendere visibili buone idee e pratiche, che pure ci sono state e ci sono, ed attualmente la visibilità è tutta per quell’emancipazione imitativa con cui poche e selezionate donne s’illudono, in buona o cattiva fede, a seconda della tipologia e origine dei privilegi goduti, di aprire qualche spazio di partecipazione alla metà della specie attraverso il tradizionale servizio di maternage, portato (e magari poi mal sopportato), come mogli o direttamente in proprio, nei luoghi della politica in forme persino più avvilenti che nel privato.
Non voglio essere fraintesa, non vorrei che le poche donne arrivate nei luoghi delle scelte politiche se ne andassero in nome di una malintesa purezza d’intenti e nebulosa solidarietà di genere, vista l’ampia rappresentazione di mediocrità maschile anche nelle più alte istituzioni dello Stato, ma la scarsa consapevolezza di sé, di quella complessa e lunga storia di costruzione sociale dei generi di cui sono intrise pelle e pensieri, che molte purtroppo esibiscono, non favorirà un più largo e davvero democratico accesso di tutte.
Anche sulla scena politica come alla TV i corpi femminili sembrano diventare un mero significante che funziona da supporto a significati interamente e tradizionalmente maschili, come le tante statue femminili simboleggiano i valori di libertà e giustizia proprio nei luoghi di maggiore esclusione delle donne reali.  
Quando Olympe De Gouges nel 1791 scrive la dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, non si limita a fare una semplice operazione inclusiva, speculare alla dichiarazione esistente, ma entra direttamente nel merito di quella nuova definizione della politica aperta dall’enunciazione dell’uguaglianza e la ridisegna completamente, proprio rendendo visibili i legami che genera il corpo femminile con la procreazione, quell’originaria sessuazione della specie che fa del due e non dell’uno il fondamento delle relazioni sociali.[3]
Dietro l’apparente neutralità dell’uomo come soggetto di diritto si nasconde in realtà l’antico e noto pater familias il cui potere autoritario e gerarchico fonda la politica come perenne guerra di appropriazione e sopraffazione; la pluralità di soggetti insita nel principio democratico non può che rifarsi alla concreta condizione, cui tutti partecipiamo, dell’essere figli e figlie e quindi fratelli e sorelle ai quali giustamente si appella De Gouges nell’appassionato incipit del suo scritto.
Non a caso a lungo una delle richieste più importanti delle femministe emancipazioniste, la cui storia accompagna e feconda con l’originalità del pensiero e l’innovazione delle pratiche tutto il dibattito interno ai movimenti democratico e socialista, sarà l’equiparazione dei diritti tra figli e figlie nati dentro e fuori dal matrimonio, turpe legge che bollava bambini e bambine con l’epiteto infamante di bastardo, che in Italia verrà cancellata solo nel 1975 dal nuovo diritto di famiglia, grazie anche all’inedita alleanza tra un vasto e diffuso movimento femminile e femminista e la presenza in parlamento di donne con una cultura politica di solido e solidale emancipazionismo.
Se utilizziamo la distinzione proposta dal sociologo Thomas H. Marshall nel 1949 tra diritti civili, diritti politici e diritti sociali, rivendicati e acquisiti in successione (in particolare nella società inglese) tra Seicento e Ottocento, scopriamo che in realtà si tratta di uno schema che vale solo per gli uomini, per le donne la strada comincia con i diritti sociali, istruzione e sanità in ordine soprattutto alla procreazione (tutela della lavoratrice madre), seguono i diritti politici, eleggere ed essere eletta, e si conclude con l’acquisizione dei diritti civili, almeno in Italia, solo dopo l’approvazione della legge sul divorzio, il riconoscimento dell’autodeterminazione in ordine alla procreazione attraverso la legge 194 e soprattutto lo spostamento della violenza sessuale da reato contro la morale (meno grave del furto di una mela) a reato contro la persona.
A metà degli anni ’80 il percorso dell’emancipazione si può definire concluso. Le donne hanno vinto e grazie alla saldatura, sul piano politico, tra la generazione uscita dalla seconda guerra mondiale e le giovani cresciute nell’humus del neofemminismo. Una vittoria che non è solo l’esito di un lungo e complesso patteggiamento politico a vari livelli, ma il punto d’arrivo di una larga maturazione di autocoscienza femminile che determina enormi cambiamenti in tutte le relazioni umane della società.
E’ ancora in buona parte da studiare la successiva sconfitta politica delle donne alla fine degli anni ’80, diventata oggi un fenomeno che potremmo definire perfino imbarazzante se non fosse uno dei motivi del grave degrado del dibattito politico ed ancora più grave riduzione del livello di civiltà della società. Alla recrudescenza del sessismo, con perdita di potere sociale da parte delle donne in tutti i luoghi e relazioni, si accompagna oggi la xenofobia e il razzismo con una sequenza che si ripete puntualmente nella storia e per la seconda volta nel novecento. Una sconfitta che è stata certamente l’esito di una precisa vendetta sociale del sistema patriarcale perseguita attraverso tutti gli strumenti di potere, da quello economico a quello mediatico e che oggi si esprime anche nell’innalzamento del tasso di violenza nei confronti di donne prima di tutti, ma poi anche di bambini e bambine, uomini miti e soggetti considerati socialmente più deboli (e quindi femminilizzati).
Le riflessioni sulla maternità sono state convogliate sull’immagine virtuale del feto, ingigantito e prematuramente sottratto al grembo materno che non appartiene più al “sentire” della madre ma a minacciose elucubrazioni scientifiche e alle giovani viene proposto il modello di un corpo mascolinizzato e accessoriato secondo le più arcaiche fantasie erotiche maschili.
Complice in questo anche la scuola, soprattutto medie superiori e università, rimasta legata ai caratteri originari di istituzione per soli maschi nelle forme organizzative e più ancora nei contenuti trasmessi, nonostante la progressiva femminilizzazione del corpo docente e l’ingresso massiccio delle ragazze con risultati di gran lunga superiori a quelli maschili, a sfatare quel pregiudizio che distingueva ancora alla fine degli anni ‘60, a parità di risultati, tra i maschi intelligenti e le ragazze semplicemente diligenti.
La politica  avrebbe dovuto essere il luogo di elaborazione del patto tra individui differenti, anche attraverso l’esplicito impegno a rimuovere ogni ostacolo alla piena espressione della cittadinanza, secondo la lungimirante stesura della Costituzione, e invece ha favorito le pratiche più meschine di interpretazione riduttiva dell’emancipazione e certo l’assenza della soggettività politica femminile non è estranea al degrado attuale delle istituzioni e alla mediocrità del dibattito o alla volgarità dei comportamenti.
Nei conflitti sociali della contemporaneità, come nelle vere e proprie guerre, le donne non hanno ancora saputo/potuto esprimere una soggettività politica capace di portare la sfida di Lisistrata[4]al potere. Impegnate nella costante cucitura dei tanti frammenti in cui si sbriciola la quotidianità, le donne non sanno produrre un’istanza politica che possa rompere le ambiguità di quel patto d’amore stretto con gli uomini nei mille e mille nodi dei legami cosiddetti privati.
L’impraticabilità del terreno politico, interamente occupato da spinte corporative e interessi di casta o classe o semplicemente individuali, ha ricostruito l’immaginario di un privato che se da un lato è davvero costituito da bisogni alla cui soddisfazione ancora provvedono prevalentemente le donne, dall’altro contribuisce a sbriciolare le identità nelle rappresentazioni rozze di appartenenze definite dai confini rigidi di religioni, etnie, famiglie.
Quando il movimento delle donne affermava che il privato è politico portava l’intera vita umana, nelle infinite sfaccettature individuali, nel limite temporale delle generazioni, nel suo presentarsi molteplice, nel suo costante divenire, nel suo radicamento materiale, nella storicità dei suoi caratteri, dentro il cuore della cittadinanza, la cui definizione astratta avrebbe finalmente dovuto misurarsi con la realtà.
Oggi l’intuizione di un percorso di liberazione per sé che diventasse terreno di crescita della libertà di tutti si è oscurata, persa nei mille rivoli delle vite individuali, delle fatiche quotidiane, che non riconoscono più un possibile luogo di rappresentazione collettiva.
Una perdita che non è solo delle donne  perché alla miseria di una politica avvertita come estranea si accompagna quello smarrimento dell’identità che porta ad inventarsi appartenenze e somiglianze riduttive ed escludenti, nell’illusione di poter perseguire il fine della propria sopravvivenza individuale contro e non con gli altri.
Quando poi i luoghi della politica sono devastati e i soggetti ridotti ad un obbediente mutismo a ogni donna allora si ripresenta il dilemma di Antigone, l’eroina di Sofocle che sceglie di seppellire il fratello, considerato traditore, opponendosi alla “legge del Padre”, il re Creonte, che definisce confini appartenenze legittimità fedeltà, in ordine alla conservazione e trasmissione del potere e del patrimonio.
Incapaci di sottrarsi alle molte complicità e dettare come soggetto politico le condizioni della pace, le donne sono comunque costrette a scegliere da che parte stare, nella solitudine che condanna spesso all’insignificanza.
Tra le tante riletture e interpretazioni che il mito greco ha suscitato io sento che vale per me quella di Maria Zambrano, la ragazza Antigone che non si suicida, non si sottrae: ferma, oltre la soglia della tomba a cui è stata condannata dal racconto maschile, pone a tutti domande fondamentali chiedendo conto della propria sorte.
Il corpo di Antigone drammaticamente esibito nel gesto, quello della compassione per il fratello come della condanna di sé, viene sottratto simbolicamente alla scena dal testo di Zambiano e sigillato nella tomba che la città ha costruito a protezione della propria legge radicata nel privilegio.
Dall’oscurità della tomba, di una morte decretata ma non accettata, Antigone riaccende la luce della vita facendosi parola.
Sottratto il corpo all’inutile testimonianza dell’eroismo individuale, Antigone si propone nella concretezza storica della rete di relazioni famigliari che esprimono la complessità del suo essere figlia, sorella, nipote, amata, e chiama gli altri al dialogo.
“[…] Tra gli uomini, vittima degna di sacrificio è chi non ne è andato in cerca, chi non ha disposto del proprio essere e della propria vita in funzione di quella ricerca di sacrificio tanto frequente nei tempi moderni […] Questo tempo ancora palpitante, ancora popolato di vittime in cerca di sacrificio per non saper che fare dell’essere e della vita, per vertigine del tempo […]”.[5]
Nelle parole di Zambrano, dolenti e commosse, non c’è accusa ma solo domande perché la colpa più grave è la cecità della madre in quella sudditanza al padre che espone figli e figlie all’insignificanza o alla morte.
Se c’è una legge a fondamento della polis, non c’è legge giusta se non ha radici nel dialogo tra ognuno e tutti, sistema di regole che consente la tessitura di tutti i fili, l’intreccio di tutte le mani, non la costruzione piramidale che rende gli uni gradino di altri.
In quell’inestricabile groviglio che spesso lega al silenzio e all’omertà i membri di una famiglia, condannati alla gerarchia dei ruoli che tutelano le successioni legittimate ad ereditare poteri e risorse, Antigone di Zambrano trova la strada che può condurci fuori dall’oscurità del labirinto, la parola che ci mette nella possibilità della vita come continua creativa nascita nella libera costruzione dell’identità.
Lì dove ci si riconosce fratelli e sorelle nasce la politica come responsabilità e cura.
Lontana sia dal dono che evoca l’ambiguità di un gratuito troppo spesso estorto alle donne con la manipolazione dei sentimenti e l’oppressione nel vivere quotidiano, sia dal servizio che evoca una posizione di subalterna funzionalità con il rischio della degenerazione servile,  o l’aggettivazione del militare, la responsabilità è la parola dell’autonomia adulta che nella cura trova il modo pacifico di agire il progetto senza prescindere dallo sguardo dell’altro. Azione e gesto di un essere non eroicamente impegnato a dare, ma serenamente consapevole che il proprio limite umano fonda lo spazio di libertà che consente a tutti e tutte di muoversi verso il futuro.
Nel riconoscerci fratelli e sorelle, quindi pari, assumiamo la responsabilità della nostra singolare vicenda storica, liberando la madre e il padre dai ruoli, consentendo loro di pensarsi figli dei propri stessi figli, come di fatto avviene nella realtà del procedere della vita, nel succedersi delle generazioni.
Al potere del patriarca non serve opporre la potenza del materno perché ne è da sempre il sostegno occulto, forse a noi serve oggi cominciare a pensarci come figli e figlie cresciuti, adulti e adulte che si muovono autonomamente in quello spazio della politica costruito proprio dal riconoscimento dell’essere differenti e consentire ad ognuno e ognuna di uscire dagli stereotipi di genere e pensarsi in un percorso d’identità che è continua nascita e scoperta di sé.
La madre che riconosce come propri solo i suoi figli e ne cerca il bene contro i figli di un’altra madre non diventa solo un agente di disgregazione sociale, ma nega ai suoi stessi figli e figlie di avere il mondo come orizzonte, relegandoli nella gabbia, magari dorata, di quell’appartenenza famigliare che da sempre fonda, insieme alle gerarchie sociali, la possibilità stessa della guerra di tutti contro tutti.
Togliere i propri figli dalla classe con troppi bimbi stranieri poveri non è un gesto di protezione materna, ma l’esercizio di un illegittimo diritto di proprietà che apre la strada a conseguenze dolorose per tutti.
Imporre un modello duale di genere, infarcito di stereotipi e rigidi ruoli istituzionali, contro l’evidenza di esperienze e biografie ben più varie e ricche di possibilità, significa dimenticare che la sopravvivenza della specie è frutto delle differenze.
Il discorso è qui solo avviato, ma oggi in questo paese noi donne adulte, che godiamo pienamente dei diritti politici, abbiamo il dovere di riaprire la riflessione su questi temi, perché il momento è adesso e non si può rimandare.
Con la concretezza, che ci viene proprio da quell’esercizio del materno che tutte abbiamo imparato a tradurre nella capacità di prendersi cura del pezzetto di mondo che ci sta intorno e del piccolo collettivo di abitanti con cui lo condividiamo, possiamo guardare interamente l’orizzonte e cominciare a decidere se e quali passi ci portano davvero insieme verso il futuro.
 

[1]Cfr.: Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico, Bollati Boringhieri, 1991 e Barbara Duden, I geni in testa e il feto nel grembo, Bollati Boringhieri, 2006
[2]Cfr.: Lidia Menapace, Economia politica della differenza sessuale, Felina libri, Roma 1987
[3]Cfr.: Judith Lorber, Sesso e genere, Il Saggiatore, Milano 1995
[4]Cfr.: Lisistrata di Rosangela Pesenti in Donne Disarmanti, a cura di Monica Lanfranco e Maria Di Rienzo, Intra Moenia 2003
[5]Maria Zambrano, La tomba di Antigone, La Tartaruga, Milano 1995, p. 58

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