A proposito di scuola politica

Da alcuni anni, non ricordo quanti, proliferano le scuole di politica per le donne.

Ho sempre letto gli annunci con simpatia pensando che sono occasioni d’incontro preziose, sia quando a proporle sono istituzioni, perché significa che è in atto un’azione di empowerment femminile e certamente presente una rete di donne attive (lo immagino ovviamente), sia quando a proporle sono associazioni femminile, perché penso che sia l’occasione di trasmissione di un sapere insieme alle pratiche che l’hanno generato e di conservare la memoria delle donne in “carne ed ossa” e pensiero, ancora così spesso cancellate dalla cultura relazionale corrente, non solo tra uomini e dagli uomini.

Per anni però il termine scuola, che ovviamente non è neutro, risuonava come una nota lievemente stonata, un fastidio quasi impercettibile, per questo ho cominciato a pormi alcune domande che qui espongo in forma sintetica e che fanno parte di una riflessione politica più articolata sulle forme e procedure della politica di cui ho avuto modo di parlare spesso in una stagione politica in cui eravamo tutte più interessate agli scambi che alle docenze.

Ricordo a premessa che tutte le forme sociali e politiche che ci appaiono come naturali rappresentano solo il deposito consolidato di una cultura e dal consolidamento memoria elaborazione della cultura e delle forme della trasmissione le donne sono state quasi sempre escluse cancellate o, quando non si poteva farne a meno, incluse con modalità deformanti o mistificanti o in forma asservita.

Dunque intanto perché scuola e per chi ?

La scuola presuppone, nella forma consolidata, docenti e discenti e un sapere da trasmettere.

A chi riconosciamo la docenza e perché?

Chi ha voglia di imparare e che cosa?

Quale modello di scuola?

E soprattutto con quale finalità?

La sinistra sparisce dalle istituzioni, ma donne e uomini moltiplicano associazioni e luoghi di confronto e dibattito. Si tratta di urgenza delle questioni da pensare o prevale la necessità di visibilità personale, di avere un posto dove continuare a esibire e legittimare il proprio pezzetto di storia?

Si costruiscono luoghi per assicurarsi una docenza? Forse non c’è niente di male se si ha qualcosa da dire, ma la forma mi lascia comunque perplessa (e posso documentare la perplessità).

Vi è molta confusione sull’eredità del femminismo, la storia concreta delle femministe, le varie forme assunte dal movimento delle donne, l’intreccio di culture, eventi occasioni biografie, pensieri, e soprattutto la costruzione delle vite segnata dal femminismo in un tempo che forse è concluso ma non del tutto cancellato e soprattutto rimescolato in forme inedite nei percorsi delle nuove generazioni di donne.

Si dice che i partiti sono in crisi mentre nella politica della società civile il  proliferare di associazioni e iniziative  testimonierebbe la vitalità del tessuto democratico.

Anche su questo ho qualche perplessità e mi sembra che perfino la parola democrazia sia diventata un’etichetta messa su qualsiasi vasetto.

Forse sono strabica, ma vedo ovunque logiche di arroccamento per la difesa del proprio piccolo territorio e poca circolazione delle persone e delle idee. Ogni luogo, associazione o altro che sia, espone i suoi “prodotti” con le più avanzate tecniche del marketing, ma rende opaca la struttura reale del luogo stesso, le pratiche di costruzione del potere e soprattutto le condizioni di accesso.

Come, quando, con quali risorse, in quale tempo della propria vita si può partecipare, essere parte attiva, condividere responsabilità, diventare “dirigenti”?

Ad esempio ovunque, e ormai nel senso comune, viene usata la presenza di giovani quale indicatore di vitalità e rinnovamento di un’associazione o di un partito, a sinistra come a destra, ma anch’io sono stata giovane nel P.C.I. e poi a lungo nell’Udi e so bene come giovani, uomini e donne, possono essere cooptati e utilizzati nella battaglia politica tra “pari” e diventare determinanti in un “rinnovamento” politico che è semplicemente la vittoria di una parte, spesso con  l’esito di una violenta cancellazione simbolica della parte sconfitta (anche il berlusconismo è per certi versi un simile fenomeno).

Parlo di violenza, e non considero esenti le donne da queste pratiche, perché la cancellazione simbolica e la rimozione della memoria (quella che genera mostri appunto), oltre ad essere una violenza in sé, favorisce la violenza reale sui corpi vivi.

Per concludere sui giovani: al mio paese una ragazza e un ragazzo sono entrati nella lista per le comunali promossa dal P.D.

Sono contenta che la lista abbia vinto e loro, che conosco fin da piccoli e stimo, siedano in Consiglio comunale. Questi due giovani però fanno parte di un gruppo, se non direttamente politico certamente politicizzato, perciò mi chiedo se il P.D. e il candidato sindaco (ora eletto) abbiano considerato la possibilità di coinvolgere tutto il gruppo nella proposta e perché non l’hanno fatto.

L’esito non sarebbe stato diverso coinvolgendo il gruppo, con la differenza che la cooptazione mortifica le relazioni orizzontali e non aiuta la limpidezza delle altre, mentre la circolarità dell’informazione, e l’apertura del dibattito su una scelta, promuove la competenza delle procedure democratiche, favorisce la crescita dell’intelligenza collettiva ed è implicitamente protettiva delle relazioni in modo direttamente proporzionale alla possibilità di far esprimere idee e personalità.

Non depone a favore della novità che porterebbero i giovani il fatto che i due non abbiano sentito il bisogno di confrontarsi col gruppo prima di accettare, come se si trattasse di un fatto privato, di una forma di “promozione” personale. Probabilmente non hanno pensato di farlo, ma in questa piccola forma di ingenuità c’è tutta la regressione della nostra democrazia perché proprio nei piccoli gesti quotidiani possiamo vedere gli strappi irrimediabili al tessuto della convivenza.

Non penso che le scelte debbano sottostare al condizionamento di un gruppo ma ogni gesto trova senso dentro la collettività e tanto più il gesto che riguarda le istituzioni collettive.

Quando abbiamo detto che il privato è politico intendevamo l’esatto contrario di questa pratica di riesumazione di sentimenti e relazioni assolutamente private nel campo politico.

Mi ha colpito anche il fatto che nessuno del gruppo abbia avanzato queste osservazioni per timore di essere considerato invidioso.

L’accusa d’invidia è quella tradizionalmente attribuita dai ricchi ai poveri, dai sovrani ai sudditi, dalla borghesia al proletariato, dagli uomini alle donne, per giustificare la “meritocrazia” del potere.

Esistono ancora luoghi in cui crescono collettività democratiche? Ne siamo ancora capaci? Come per tutte le cose del vivere per apprenderle bisogna praticarle: esistono comunità di pratica in questo senso? Possono esserlo le scuole? Non so. Per esperienza so che nel caso delle scuole dipende molto dai docenti e molto dal modello organizzativo, quasi nulla dagli allievi.

Ho vissuto negli anni ’70 la grande diffusione dei luoghi del fare e del pensare sul territorio, prima la disseminazione delle sezioni di partito, soprattutto P.C.I.,  nel nostro paese, che ha costruito la democrazia della cosiddetta prima repubblica e poi la miriade di gruppi, collettivi femministi, circoli Udi nella stagione del movimento delle donne.

E’ stato un grande sogno che abbiamo alimentato con la nostra creativa presenza, ma mai questo tessuto è riuscito ad intaccare le logiche del potere, che l’hanno utilizzato, controllato, e poi via via eroso attraverso le pratiche più tradizionali di costruzione delle rappresentanze, delle responsabilità, delle “autorità”.

La cosiddetta gente si è allontanata dalla politica perché dietro al sogno sono continuate le pratiche feudali del passaggio di potere e oggi sappiamo che non conta l’essere, ma l’apparire, come sempre nel rapporto tra sovranità e sudditi.

Considero la stagione più straordinaria dell’Udi quella che dall’XI al XIV Congresso (1982-2003) ha sperimentato procedure e forme della politica che hanno consentito la convivenza di grandi differenze di pensieri e vite, inventando pratiche di composizione dei conflitti e di gestione del quotidiano. La società complessa non sopporta riduzionismi o semplificazioni, così come la democrazia richiede l’articolazione degli istituti e non la loro riduzione a sceneggiata plebiscitaria.

Oggi qualsiasi iniziativa ha bisogno di nomi che richiamano al senso di essere ascoltatori, spettatori, discenti, passivi insomma (almeno nella forma). Le docenze vengono ormai sempre più dall’università, dall’accademia, da una carriera nelle “libere” professioni o se vengono, ormai più raramente, dai partiti, si tratta di carriere tradizionalmente interne secondo consolidate logiche di scrematura (nei casi migliori) o, ormai più spesso nel nostro desolante panorama, personaggi in vendita disposti a recitare qualsiasi copione.

Al di là della volgarità umana, morale e politica dell’attuale governo di destra, poco si distinguono le pratiche politiche, ma soprattutto lo stile di vita, della sinistra e non si vede un progetto politico alternativo davvero radicato nelle coscienze perché  sentito come necessario per sé, per la propria vita.

La fine della sinistra si legge anche nel passaggio generazionale, nell’insieme di pensieri e pratiche che appunto viene trasmesso dalla scuola in questa deriva vetero liberista cominciata con il ministero Berlinguer e sempre più distruttivamente applicata fino all’attuale Gelmini.

Ma su questo spero ci sarà occasione di confronto

Resto dell’idea che nella politica la parola laboratorio è più adeguata, anche per invitare giovani, soprattutto per invitare giovani donne, anche e soprattutto se si pensa che ci sia qualcosa da trasmettere (più che insegnare) perché proprio per la politica non si può parlare di teoria e storia (che certamente va fatto) se non si è disposti a costruire procedure di una condivisione che può diventare esperienza e talvolta perfino evento.

Rosangela Pesenti

Vichy, 07 luglio 2009

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