Parole da casa: scuola fuoritempo

Il tempo scolastico è una delle strutture portanti dentro cui siamo cresciute/i, a cui si assoggettano i sistemi famigliari e perfino, in parte, quelli produttivi, perché diventa una forma interiorizzata, una scansione dei giorni e delle stagioni, un ritmo dell’agire umano.
La necessità di lottare contro il coronavirus non ha soltanto, e certamente, sottratto il diritto all’istruzione ma, chiudendo la scuola, ci consente di vedere con chiarezza le strutture riproduttive della nostra società, tra le quali la scuola, insieme a sanità e pubblica amministrazione, è la più importante e pervasiva.
Scuola, nel senso originario greco di Skholé, significa tempo libero e in questa direzione è stato pensato e conquistato il diritto allo studio, come tempo liberato dal lavoro, e quindi dal lavoro minorile, dalle incombenze domestiche, dagli obblighi della condizione sociale e familiare, dalle limitazioni della condizione personale.
Il diritto a un tempo in cui crescere, personalmente e insieme, per trovare la propria strada nel mondo e dato che il nostro mondo, quello conquistato nella seconda metà del Novecento, contro il progetto di una società gerarchica, schiavista, razzista, sessista, classista che fascismo e nazismo pretendevano di sedimentare in Italia e in Europa, è una democrazia, la scuola è il luogo in cui imparare la cooperazione, la gestione nonviolenta dei conflitti, il dibattito delle idee, le relazioni paritarie e rispettose, la cura e manutenzione dell’ambiente, la responsabilità del proprio agire e il rispetto per il lavoro di servizio.
Ho usato il presente e non il condizionale perché questo è il dettato costituzionale, invece le piccole riforme hanno avvicinato lentamente la scuola al dettato costituzionale nei primi trent’anni della repubblica e poi le generazioni cresciute a partire dagli anni ’90 hanno vissuto la ferocia dello slittamento da diritto allo studio a successo formativo camuffato sotto l’imperativo di efficacia ed efficienza, costrette/i dentro misurazioni di livelli, educate/i alla competizione, in corsa per quella selezione che la vita già di per sé impone con la sua onesta ferocia e che una civiltà democratica dovrebbe, appunto, correggere.
I genitori, quindi le madri soprattutto, sono state trasformate in guardiane dei percorsi, misuratrici di livelli, padrone e responsabili di una prole da mettere dentro la competizione del libero mercato, addestratrici di figlie e figli in perenne quotidiana (e sfiancante) simbiosi produttiva: di compiti, voti, esami, successi appunto, premi, eccellenze, fino a carriere prestigiose e acclamate.
Non tutte per fortuna, loro e della prole, ma le molte che non si sono piegate a questo addestramento sono rimaste invisibili.
La scolarizzazione diffusa e di massa non ha significato capacità di riflessione, di visione, si può dire che all’insegnamento è mancata la dimensione filosofica, che non significa necessariamente lo studio dei filosofi o di quella produzione astratta che è la storia della filosofia, ma l’atteggiamento critico, la conoscenza di più metodi, la libertà di errare perché proprio l’errore ci rende erranti, ricercatrici e ricercatori in ogni aspetto, momento e lavoro.
Le nostre verità sono temporanee e limitate perché sono l’insieme dei racconti della realtà in un dato tempo, costruite attraverso convergenze e divergenze delle parole.
Abbiamo persone ad altissima specializzazione in tutti i campi, ma nella scuola, così come negli altri lavori della riproduzione sociale, che sono sanità e pubblica amministrazione, abbiamo visto una diffusa rappresentazione di incapacità politica costruita con misure di controllo via via più gerarchiche che a me sono sembrate spesso pervicacemente finalizzate alla mortificazione delle competenze e censura dei saperi. Non voglio entrare nel merito dei contenuti, diversi ad ogni età e ordine scolastico, per fare un solo esempio mi chiedo quante/i delle/dei diplomate/i conoscano la storia sindacale di questo paese.
Per fortuna nostra esistono sempre quote di persone che sfuggono agli imperativi insensati e proprio durante la pandemia abbiamo visto in azione capacità diffuse di operare con competenza e buon senso con scelte che sostengono non il sistema ma la vita reale nella sua complessità.
Ero ancora un’insegnante quando Brunetta ci definiva fannulloni e non mi capacito del fatto che sia ancora lì in parlamento, democraticamente votato da persone che evidentemente lo considerano un lavoratore politico di grande utilità e competenza, elementi che non riesco a vedere, forse per mia cecità.
La scuola in cui è cresciuto anche il nostro ceto politico è stata via via infantilizzata, nel significato letterale del termine infanzia, che significa senza parola.
Non avere parola non significa però che manchino capacità di guardare e vedere, di percepire, di capire, di pensare. L’infanzia non ha parole perché le sta imparando, chi è ridotto alla condizione infantile è invece costretto in una condizione che diventa deformazione dei pensieri, asservimento dei comportamenti, deresponsabilizzazione mortificante dell’agire.
Insegnare non è mai applicare protocolli e procedure, che possono al massimo rappresentare guide per chi fa i primi passi in un mestiere ma non gabbie costrittive.
L’eccellenza socialmente utile non è quella esposta nelle vetrine dell’open day. Mentre la cultura diventava rappresentazione, a scapito della vita vera, alla scuola è stata impressa un’accelerazione insostenibile e quindi spesso incompatibile con la crescita personale: a scuola si parla di tempo guadagnato con l’anticipo della prima, di anno perduto per chi viene bocciato, e poi c’è il tempo perso, il tempo pieno, il tempo prolungato, il tempo compresso nell’ora di cinquanta minuti.
Dentro il tempo compresso e accelerato i contenuti sono diventati quantità incompatibili con il pensiero e basta guardare la mole di libri, che ha indotto l’abitudine a studiare in modo più o meno mnemonico asettici riassunti. Intanto la riduzione a una perenne infanzia ha visto un curioso capovolgimento: la scansione oraria, tipica di scuola superiore e università, si è riversata anche su scuola elementare e perfino dell’infanzia insieme a forme e metodi totalmente incongruenti con l’età dei soggetti e contemporaneamente la dipendenza infantile dai genitori si prolunga fino all’università dove ragazze e ragazzi arrivano il primo giorno accompagnati dalla mamma per non parlare dell’aiuto costante per esami e tesi di laurea.
Il successo è performance certificata non autonomia del percorso. “Queste generazioni sanno tutto e non capiscono niente, è triste” commentò una volta Lidia Menapace, osservando la tendenza di emerite relatrici e relatori a enfatizzare informazioni e dettagli senza riuscire a dare una visione, una lettura della complessità sociale che un tempo era la coscienza politica, accessibile a chiunque.
 
Come abbiamo vissuto in una società descolarizzata?
Certo l’insegnamento è continuato e così, bene o male, ha proceduto l’apprendimento, ma la chiusura dei luoghi e la destrutturazione degli orari ha inciso in modo inedito sulle vite delle generazioni in crescita come del personale addetto, perché spazio e tempo sono le coordinate imprescindibili del nostro vivere e perfino qualsiasi piccolo ritocco determina grandi cambiamenti.
Questi due mesi hanno liberato il tempo di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, dalle scansioni costrittive, dall’oppressione di lunghe ore a corpo fermo nei banchi, hanno liberato creatività, desiderio di conoscenza, perfino voglia di studiare e capire, creatività e iniziativa.
La costrizione in casa forse ha perfino messo in luce l’eccesso di dipendenza e generato insofferenze positive, spero anche gesti liberatori e inviti all’autonomia, che è prima di tutto capacità di cura del proprio contesto di vita.
Se per le generazioni adulte la dipendenza da sostanze e dal gioco, la compulsione al chiacchiericcio sui social e alla continua autorappresentazione segnalano anche il fallimento della scuola, forse la casa per figlie e figli può essere diventata luogo di scoperta e conoscenza di sé, esperienza che sembra far paura ed è passaggio necessario ad ogni fase della vita.
In molte testimonianze la segregazione ha liberato i sentimenti: vengono nominate le relazioni che mancano, compagne e compagni di classe, insegnanti, esperienze vissute insieme, esperienze che sono mancate come le gite scolastiche.
La chiusura ha temporaneamente liberato la scuola dalle storture della sua riduzione ad azienda e reso visibile la scuola reale, quella costruita da insegnanti e dirigenti, ma anche da tutto il personale compreso quello più invisibile, che fa le pulizie sempre e oggi sanifica, persone attente a ciò che sfugge in classe e vive nei corridoi.
Ricordo le bidelle della mia scuola come collaboratrici preziose e quando mi capita di incontrarle ci abbracciamo perché i nostri corpi ricordano il lavoro fatto insieme e fatto bene, per il bene, quello che non ha bisogno di voti, esibizioni, esaltazioni.
La chiusura ha reso visibile quanto nelle scuole ha resistito come “casa”, come modo di abitare rispettoso delle differenze, delle emozioni, delle diverse socialità, della realtà territoriale.
La scuola, una casa non una caserma, scrivevo più di trent’anni fa, invitando a ripensare la forma delle istituzioni in modo che anche la casa, ogni casa, stabilisse poi un diverso legame nella collocazione urbanistica.
Come molte e molti insegnanti oggi in pensione mi trovo ad aver molte competenze e molte idee completamente inutili.
La segregazione delle età, funzionale alla forma di produzione capitalista, è anche un modo per selezionare e buttare nella spazzatura ciò che viene considerato superfluo, compresa l’esperienza e l’intelligenza che non siano immediatamente sfruttabili anche attraverso l’appropriazione di tutto il tempo di vita.
Non si impara ad insegnare mettendo crocette a un test pensato all’università: come tutti i mestieri si impara da chi lo sa già fare, ma certo questo è un pensiero da anziana reclusa a cu si chiede, al massimo, di non pesare su ciò che resta di quel poco di stato sociale che ha contribuito a conquistare.
La didattica a distanza è quasi un ossimoro: si è trattato di didattica d’emergenza e se il virus costringerà a modifiche in direzione opposta rispetto al modello aziendale che ha mortificato la scuola negli ultimi venticinque anni, avrà fatto la sua piccola buona azione.
Scuole più piccole e diffuse sul territorio, dirigenti che ridiventano presidi, con competenze didattiche invece che manageriali, classi di quindici alunni o anche meno (con massicce assunzioni e stipendi dignitosi), coordinamento non verticistico ma diffuso con responsabilità elettive e a rotazione, valutazione che tiene conto del percorso e delle condizioni di partenza, non solo di standard, valutazione che non genera graduatorie ma confronto continuo e generativo. In ogni ordine di scuola insegnanti competenti praticano già una scuola invisibile a qualsiasi decreto.
Se dalla scuola gerarchica fondata su fantomatici meriti torniamo al diritto allo studio sancito dalla Costituzione riusciremo a vedere e valorizzare tutta quella straordinaria creativa capacità di insegnamento che in questi mesi ha comunque conservato la vicinanza anche a distanza.
Nella scuola, come nella sanità e in tutto il paese, abbiamo visto la capacità di seguire le direttive anche a prescindere dalla confusione delle direttive.
Gli strumenti non sono un metodo, possono facilitare e supportare metodi di lavoro, ma a scuola la relazione tra contenuti, metodi e strumenti è sempre una relazione complessa e in divenire perché ha tempi diversi, e non sempre congruenti, di elaborazione e sedimentazione.
Computer, piattaforme, web sono strumenti, come lavagna e scrittura su carta, ma la qualità umana fa la differenza e l’abbiamo visto. Il personale scolastico, compresi allieve e allievi, è la scuola; il Ministero dovrebbe raccogliere e avere una visione, che per ora sembra assente e, al di là dei proclami (perfino quelli un po’ sgangherati), la questione risorse è centrale e segnala la scelta politica.
Ho compresso in poche frasi tutto quello che penso della scuola con la consapevolezza che scrivo inutilmente (e sempre troppo) perché sono fuori da qualsiasi circuito di possibile azione o almeno condivisione e sono un soggetto espulso tanto tempo fa dai circuiti decisori: faccio parte di un’area minoritaria sconfitta, e da tempo. Scrivo quindi nonostante, perché vivere è anche cercare strade per l’affermazione del proprio pensiero, per la riproduzione di forme e modi magari attualmente espulsi dalla storia che potrebbero tornare ad essere di cogente necessità di fronte a ciò che la storia presenta come realtà imprevista, esattamente come oggi.
Tra le novità del presente segnalo che è entrata nell’uso la locuzione “lavoro di riproduzione”, ma come se fossimo ancora all’idea iniziale, a una sorta di balbettio impreciso.
Quale mondo sto riproducendo? Che cosa contribuisco a conservare e riprodurre? La riproduzione umana è sempre anche intrinsecamente culturale e quindi non avviene mai per clonazione, per ripetizione dell’identico. Quanto ne è consapevole la scuola come istituzione?
La scuola è il luogo più importante della riproduzione sociale perciò viene disegnata da chi ha il potere secondo un fine riproduttivo che non è sempre quello dichiarato.
Nel rapporto tra il dettato costituzionale e la realtà scolastica possiamo leggere tutta la storia politica dei settantacinque anni della Repubblica democratica, compresa l’eredità dello stato unitario nella versione moderatamente liberale e drammaticamente fascista, insieme alla storia istituzionale con la storia sociale e il loro intreccio.
Nella scuola possiamo leggere le relazioni tra i sessi nella distribuzione del potere e di come il potere decide l’opportunità riproduttiva.
Se perfino il manifesto per una scuola inclusiva prescinde dall’esistenza del femminile (che non è solo vezzo linguistico ma realtà costitutiva della specie e quindi dell’umanità come tale) capisco che sul terreno della riproduzione una maggioranza lavorativa femminile consente a un nuovo patto con alcuni aspetti del dominio patriarcale.
Con quale guadagno? Con quale guadagno personale e di categoria, o di impiego dentro la categoria generica del personale scolastico?
C’è un guadagno per il genere femminile?
Forse sono vecchia e obsoleta ma mi sembra che ci siamo adattate troppo presto all’asterisco come segnale inclusivo che equipara tutt* in un indistinto che nella realtà dei fatti, compresa l’attribuzione del sesso alla nascita oltre che alcune altre differenze fisiche non riducibili, persiste nella cancellazione del femminile con tutto ciò che l’ha definito e ridefinito nei secoli e millenni e quindi l’intera storia politica di donne e uomini, di donne con gli uomini e uomini con le donne, dentro la quale forse potremmo leggere con maggiore intelligenza quella che ci appare come la complessità del presente.
L’ho presa alla larga anche se il motivo della decisione di rendere pubblici in miei pensieri è proprio il “manifesto per una scuola inclusiva”, scritto rigorosamente al maschile con i pedagogisti, gli psicologi e tutta l’eccellenza cattedratica, alla quale non sono indifferente e che seguo con attenzione e rispetto.
Immagino che sia stato scritto anche da donne che sanno benissimo quali sono le questioni importanti e in tempo di pandemia, suvvia, non è il caso di usare fronzoli nel linguaggio, il maschile comprende anche il femminile e punto. Con tutti i problemi che ci sono figuriamoci se possiamo occuparci del simbolico.
Cancellate di colpo le lotte cominciate nella Resistenza al nazifascismo, le ricerche, le argomentazioni, le tante sperimentazioni.
Per le donne che aspirano ad essere come gli uomini l’inclusione è quasi un dato di beneficenza elargita, che quindi si rivolge a tutti, e il femminile viene omesso perché non ha bisogno di esistere nella lingua, è un’ovvietà esistenziale dove ha già il suo posto, perfino paritario, di cui loro stesse, e le loro insigni carriere costellate di meriti, documentati come le lasagne sulle divise, con stipendi certi e decorosi, sono la prova provata. O non è così? Sono ironica, lo dichiaro perché non è detto si capisca.
Nella scuola poi le donne sono maggioranza e a loro quindi, più che agli uomini, è affidata la riproduzione sociale nella quale possono dimostrare il proprio valore, perfino nell’essere più realiste del re perché le donne, lo sappiamo, sono in grado di fare qualsiasi cosa e perfino molto meglio degli uomini, perché hanno le competenze di una lunga storia, perfino quando la negano e disprezzano come robetta, femminile appunto.
È certamente un’invenzione delle solite femministe ormai anzianotte che l’utilizzo delle donne nell’insegnamento fin dalla prima riforma dello stato unitario sia stata legata alla scarsità di investimenti e a un progetto politico di sfruttamento della parte femminile della popolazione mantenuta nella minorità politica.
E lo stesso vale per tutti i lavori invisibili e subalterni come fare l’infermiera o la commessa al supermercato, l’assistente di disabili o di anziani ecc. ecc.
Se nei processi riproduttivi le donne sono fondamentali la domanda resta aperta: quale società stiamo riproducendo?
Quali sono le vite, gli interessi, le forme e relazioni sociali di cui assicuriamo la riproduzione?
Nella frammentazione dei mille mugugni, legittime o illegittime proteste, oneste resistenze e furberie meschine, questa è la domanda politica centrale.
E quando la scuola cambia molte cose possono cambiare, in meglio o in peggio, e questo dipende dal punto di vista, sempre situato, da cui si guarda e dalle scelte conseguenti.
 

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