Ultima puntata di parole da casa: dedicata a Cortenuova

Parliamo continuamente di comunità: virtuali, identitarie, perfino ideologiche, nonostante sia stata dichiarata la morte delle ideologie, e non sappiamo più come vivere comunità fatte di prossimità fisica.
Superata, almeno in apparenza, la comunità che operava il controllo sui comportamenti e definiva condanne ingiuriose, ostracismi, solitudini, resta la comune fruizione di servizi a cui si accede singolarmente o nella singolitudine famigliare, chiusa come un fortilizio, e ci si ritrova come collettività in rare e sbiadite occasioni pubbliche o, al massimo, per protestare contro una minaccia.
Il coronavirus è una minaccia che ci ha chiusi in casa più di quanto non lo fossimo già e la casa, luogo fondamentale di sopravvivenza, quando è chiusa rischia sempre di diventare piccolo circuito di ossessioni, per la pulizia, per la sicurezza, per la ricchezza ostentata e mai goduta, per la dissimulazione dei problemi, luogo di reclusione agiata, di vuoto, di rituali insoddisfacenti.
Se la casa, ogni casa, non respira insieme al territorio in cui è insediata, finisce col diventare spazio confortevole e accogliente ma sterile, una protezione fisica e psichica, una gratificazione delle proprie scelte e gusti ma mortificata e solitaria.
La pandemia mi ha collocata di colpo in una posizione di piccolo privilegio mutando, nei fatti, perfino l’esperienza di tutto ciò che avevo vissuto come deprivazione.
Ho apprezzato, più di quanto l’abbia già fatto in passato, la mia casa, il piccolo quartiere in cui abito, il vicinato.
La limitazione è diventata condizione comune, cinema teatro conferenze che mi sono mancate in questi anni di ridotta e faticosa mobilità sono state comunque chiuse e si è allargato lo spazio di accesso web.
Vivo in questo paese da quarantadue anni, abito in un quartierino grazioso, l’unico con un grande parcheggio alberato che funge da piazzetta perché ogni casa ha garage e posto auto.
La prima generazione di bambini e bambine, ormai più o meno quarantenne, cresciuta qui, ha fruito di questo spazio per giocare liberamente costruendo casette sugli alberi con pezzi di legno che un padre compiacente portava dal lavoro edile. Per molte estati i miei due figli, non ancora adolescenti, tornati dal campo scout organizzavano per qualche giorno l’esperienza di dormire in tenda con un piccolo gruppo di bambini e bambine. Noi genitori li guardavamo dalla finestra ma loro si sentivano straordinariamente soli e autonomi.
Durante il lockdown i negozi hanno portato la spesa e la protezione civile ha portato mascherine, aiuti a chi aveva bisogno ma anche un uovo di Pasqua ad ogni famiglia che mi ha commossa.
Che cosa mi manca quindi?
Se mi limito alla mia condizione personale e al piccolo angolo in cui abito non mi manca nulla, i miei vicini di casa sono discreti e solidali, con il panettiere che mi porta la spesa faccio lunghe e appassionate chiacchiere, ho qualche amicizia, ho dipinto la mia casa, la prima di dodici villette a schiera, di azzurro Provenza e per tutta l’estate fioriscono nel mio fazzoletto di giardino due oleandri.
Eppure…
Mi manca la bellezza.
Questo paese non è soggetto ad abbandono anzi, al contrario, si ingrandisce piano piano perché c’è lavoro e ricchezza, la crisi non riduce nessuno alla fame anche se sono certa non mancano problemi, sono solo invisibili.
Le amministrazioni che si sono succedute sono in genere costituite da persone oneste, la criminalità è, o sembra, inesistente, quindi cosa diavolo vuole questa, si chiederà qualcuno.
La bellezza: un bene che non è solo decoro immobile e magari monumentale, ma funzione materiale che sostiene e favorisce circuiti vitali.
Cammino poco e le strade di questo paese non invogliano a farlo, ad ogni angolo c’è qualche bruttura, case non finite che aprono le occhiaie vuote di finestre disabitate da tempo immemorabile come rappresentazione urbanistica di una morte incombente che invece è contraddetta dall’economia locale, brutti oggetti di design che dovrebbero essere panchine ma, senza spalliera, risultano respingenti più che accoglienti, un monumento in un parcheggio brutto e spoglio che da chiunque lo veda viene definito attaccapanni, intorno al parcheggio ci sono l’edificio comunale, la vecchia scuola e la nuova, la palestra: stili diversi e modesti, pensati probabilmente solo per funzionalità come forma miope di un pensiero volto solo all’utile e l’utile definito solo dal denaro e dal suo investimento in-utile.
Cosa fanno i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze? Dove s’incontrano? E i vecchi? E le vecchie?
Nel mio quartierino, dove noi residenti abbiamo acquistato molti anni fa solide e comode panchine di pietra (con spalliera), arrivano talvolta gruppi di adolescenti e giovani, la sera le donne si riuniscono fino a ora tarda d’estate.
La sensazione, e spero di sbagliarmi, è che ci sia una certa diffusione di dipendenze, forse da sostanze, probabilmente da alcool, quasi certamente dal gioco d’azzardo alle macchinette, alle quali vedo presenti, le rare volte che mi affaccio a bar o all’unica tabaccheria, soprattutto donne.
L’isolamento che caratterizzava già il nostro modo di vivere ci ha preservati dalla diffusione del virus di altri luoghi bergamaschi, anche se non sono mancate le morti che ci addolorano e la paura per chi ha contratto la malattia e per fortuna è guarito.
Eppure …
Oggi si parla di rinascita ma ci si ferma alle incombenti necessità economiche senza pensare che qualsiasi rinascita ha bisogno di creatività, energia, passione, sorpresa.
Come reinventare un modo di essere comunità?
Il modo di esistere dei luoghi è fondamentale perché un disegno urbanistico ci parla, può essere accogliente o respingente, rispecchiare la storia collettiva e i bisogni del presente o indurre al mutismo, ad abbassare lo sguardo, al silenzio, alla diffidenza reciproca inducendo la reclusione negli stereotipi identitari che sono spesso di pelle, di provenienza, ma anche di età, professioni, condizioni.
La comunicazione è spesso solo interna alle famiglie e in funzione dell’utilità più che della libera circolazione del pensiero: le nonne e qualche nonno sopperiscono a servizi inesistenti o costosi, chi è in età adulta lavora e ha il suo microcircuito amicale, le/gli adolescenti sono socialmente invisibili, come bambine e bambini.
Non esiste un centro sociale, solo un centro anziani a indicare che la segregazione tra le età della vita è totale e i circuiti comunicativi sono conseguenti.
La solitudine si vive a tutte le età e a tutte le età è in gran parte esito sociale, non solo problema individuale.
Tanti anni fa ho pensato che ogni nuovo progetto, che fosse di singolo edificio o urbanistico, dovesse essere proposto ai bambini e alle bambine, con un coinvolgimento che partendo da loro si allargasse poi a tutta la popolazione perché confrontarsi con i sogni dell’infanzia è l’unico modo per alimentare un futuro di creatività.
Le esperienze in Italia non sono diffuse ma sono molte e hanno ormai una lunga storia benefica per i territori che le hanno praticate.
In questi mesi di lockdown mi sono sentita fortunata perché non mi sono ammalata e non mi è mancato nulla di essenziale. Quando la protezione civile mi ha portato l’uovo di Pasqua mi sono chiesta che cosa posso fare per questa comunità in cui vivo in forma strettamente privata.
So raccontare storia e storie, chiacchierare di filosofia e letteratura: niente che possa interessare o sia considerato utile.
Scrivo, libri e blog, ma non ho notizia che ci sia chi mi legge da queste parti (e anche altrove solo un piccolissimo numero di amiche amici conoscenti), perciò nell’avanzare la mia proposta non ho velleità di essere letta o ascoltata, comunque faccio la mia parte per ciò che mi sembra possa essere di utilità comune perché continuo a pensare che la cittadinanza non può essere solo il privilegio di avere la certezza di una carta d’identità, di un luogo in cui abitare, di servizi di cui fruire.
Penso che la cittadinanza attiva sia un dovere, che dobbiamo smettere di lamentarci e accompagnare le critiche, necessarie in democrazia, con proposte a beneficio collettivo.
Non si può rinascere o ripartire se non si guarda l’infanzia e quindi la scuola.
Oggi si torna a parlare di educazione civica nella scuola perfino con il rischio di aggiungere memorizzazioni noiose e ingiunzioni moraliste per un insegnamento fondamentale finalizzato alla crescita di quella cittadinanza attiva che può diventare responsabilità collettiva e sensibilità solidale.
Mi piacerebbe che in questo paese il corpo insegnante insieme a bambine e bambini diventasse protagonista di un progetto pubblico e civile di rilettura dello spazio in cui investire a favore di una diversa e più accogliente socialità.
Un progetto scolastico che diventa motore per il dibattito comune, che possa coinvolgere genitori, nonne e nonni, famiglie e istituzioni.
Il territorio che abitiamo non è solo luogo di proprietà private da usare e sfruttare ma anche ambiente che dà forma al dialogo collettivo, gli esterni delle case formano una collettività materiale che ci rimanda, come uno specchio, la nostra immagine.
Da anni sul muro anonimo di un’officina, lungo una delle vie d’ingresso al paese, campeggia la scritta, ormai sbiadita, “scusa stèla” (it. stella), un’implorazione dialettale su cui le fantasie possono sbizzarrirsi: segnala forse l’animo gentile di chi l’ha scritta e induce al sorriso chi la legge, è un segno grafico rozzo ma non brutale, sono parole buone, non insulti.
Sogno da anni che quella scritta venga valorizzata, circondata da colori e disegni, conservata al centro di un firmamento, di un paesaggio di volti, sorrisi, incontri, che diventi il segno di una rinascita della bellezza quotidiana, pacata, diffusa, in sintonia con la pianura e le sue risorse segrete, espressione di un’economia che non è solo accumulo e profitto ma anche piacere del mondo e dell’esistere umano in tutte le età e condizioni della vita.
Sogno molte trasformazioni per questo paese, interventi a basso costo e alto tasso di partecipazione: chi meglio di bambine e bambini può cominciare?

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