Dallo Spirito Santo all’asterisco

Dallo Spirito Santo all’asterisco, ciò che conta è oscurare il femminile?
 
Premessa
Le donne mettono al mondo i bambini e le bambine: li sentiamo crescere dentro di noi e trasformarsi da un grumo di cellule in potenzialità umana, l’abbiamo definito miracolo della vita e la scienza ci dice come accade, anche se siamo solo agli inizi, ma non spiega il perché accade e questo perché è dentro la storia profonda dei millenni che portiamo scritti nel Dna, in quell’impasto che si fa immediata storicità e di cui non abbiamo ricordo consapevole ma conserviamo memoria vitale.
Noi donne partoriamo anche gli uomini, li cresciamo, li accudiamo, li amiamo.
Le donne sono, ovunque e in generale sul pianeta, portatrici della potenzialità riproduttiva, anche senza diventare madri, attraverso la capacità di manutenzione, riparazione, rimedio, riciclo, cura di e in ogni contesto, dai servizi domestici alla gestione di team scientifici, dal volontariato alla direzione di aziende.
Le donne sanno essere fantastiche zie, reali o acquisite, sanno essere sorelle, compagne, figlie, collaboratrici, maestre, sanno fare famiglie di prossimità e costruire legami dentro i contesti più disparati.
Anche molti uomini lo sanno fare, perennemente cancellati o ignorati nella visibilità storica e politica proprio perché divergenti rispetto al modello dominante.
Essere femministe non significa odiare gli uomini, una palese stupidaggine inventata da menti ristrette, ma significa non cedere alle lusinghe degli uomini, non cedere al sistema di dominio costruito dal patriarcato che può riprodursi solo con il consenso, l’asservimento, l’assuefazione, la distrazione, la sottovalutazione, la superficialità, il cedimento, il silenzio e la complicità delle donne.
Le donne raramente cedono all’odio, anche quando le circostanze lo giustificherebbero, sono generalmente inclini a comprendere l’altro perfino a proprio danno: si tratta di un’attitudine positiva quando non si trasforma in incapacità di affermare la propria autodeterminazione, quando diventa ottusità nei confronti di altre donne, negazione della realtà, silenzio complice del peggio, proiezione di fantasie deleterie e potenzialmente autolesive della dignità propria o altrui.
In questi casi le donne diventano complici dell’ingiustizia che dilaga.
Il sistema del dominio maschile è gabbia anche per gli uomini, con una contropartita in privilegi che rappresentano vere o finte sicurezze la cui dismissione è ancora lontana, nonostante sia visibilmente lesiva della possibilità di essere felici.
Queste gabbie si costruiscono insieme, nell’intreccio delle relazioni famigliari, sociali e politiche agite e raramente indagate o comunicate. Sono costruite sui pilastri di una diffusa e perfino inconscia solidarietà maschile, dentro la quale le donne agiscono con le mille capacità riproduttive di un’attitudine alla salvaguardia della vita acquisita nei millenni.
Un’attitudine ignorata nelle sue mille competenze, nella molteplicità delle storie, nella costante diffusione planetaria, oggi a rischio perfino di cancellazione in questo nostro piccolo Paese dove le lotte della cosiddetta prima repubblica vengono tradotte in dispositivi paritari che si conformano al modello maschile, dentro il quale le donne possono avere successo personale e perfino riconoscimenti prestigiosi, senza intervenire in modo significativo a spostare risorse e istituzioni a favore della vita e della pace, e della giustizia distributiva della ricchezza.
Il femminismo non è la richiesta di parità, è l’affermazione di un diverso paradigma con cui leggere il mondo che decostruisce ogni pensiero e lo fa in corso d’opera perché le donne non smettono mai di conservare e riprodurre la vita.
Uso il termine donne nell’accezione sociologica che vede il multiforme esistere femminile nel muoversi delle generazioni a cui viene ancora sottratta la cultura e il sapere storico che consente di assumere la consapevolezza politica del proprio esistere nel mondo.
La miriade di biografie femminili, dissepolte dalla ricerca ormai secolare, dovrebbe rendere visibile la complessità della storia di cui siamo figlie, che non ha un andamento progressivamente lineare ma è costruita sul continuo succedersi delle cancellazioni con l’esito di fornirci una visione falsa del passato e costringendo ogni nuova generazione di donne a ricominciare da capo, spesso da una condizione perfino peggiorata in molti aspetti.
La pandemia ha svelato la realtà che invano abbiamo cercato di rendere visibile in tutti i momenti di crisi e ha costretto gli uomini al potere a misurarsi con i bisogni reali che sono, prima di tutti e in cima a tutti, l’esistenza umana dignitosa.
Abbiamo visto la moltitudine delle donne e il lavoro che si svolge in tutti i lavori della riproduzione umana: sanità, scuola, spazio domestico, servizi, distribuzione, cultura.
Perché non sono visibili le grandi mobilitazioni femminili, almeno di questo decennio, e le tante proposte elaborate?
Ora, da quando si parla di investimenti per la ripartenza, assisto al saccheggio delle parole inventate, scelte, discusse, elaborate dal femminismo nella sua lunga e articolata storia, da parte di molti uomini, anche autorevoli: sono quelli che definisco patriarchi gentili, uomini che rispettano fisicamente le donne, che amano le donne, ma non hanno alcun rispetto per la cultura politica elaborata dalle donne nella forma autonoma dei movimenti che hanno percorso nel passato l’intero pianeta e continuano a farlo oggi.
Si parla di cura, di compassione, di accoglienza, di vicinanza, le parole della lunghissima storia del genere femminile, una storia ambigua perché fatta anche di costrizione, discriminazione, violenza ma dentro questa storia le donne sono state agenti di vita, instancabili costruttrici di possibilità, tessitrici di relazioni, accompagnatrici del dolore e della malattia, cuoche di cibo e tavole apparecchiate, cucitrici di memoria, non sono state solo vittime, hanno mostrato forza tenacia, creatività genialità e responsabilità: hanno elaborato e trasmesso nei millenni quella che negli anni ’90 Lidia Menapace ha definito, con una locuzione felice, “Scienza della vita quotidiana”.
La scienza del vivere che non si può interrompere, non si dedica solo a grandi monumenti o grandi opere ma consente la sopravvivenza di quella che definiamo base sociale, ed è la riproduzione umana e delle umane capacità, che è sempre, come ogni azione quotidiana, insieme di conservazione e trasformazione, permanenza e mutamento, dissipazione e rigenerazione.
 
Parole e immagini nella potenza dell’immaginario
La complessa storia del femminile, materiale e simbolica, nella costante e articolata relazione con il maschile, dentro la realtà dei rapporti oggettivi di forza e nell’agire politico, è depositata nella concretezza materiale del territorio umanizzato e urbanizzato come nella lingua parlata, nella ormai vastissima produzione di cultura scritta come in tutte le forme artistiche espresse con tutti gli strumenti e le tecnologie in continuo (ed economicamente ambiguo) sviluppo.
La cancellazione del femminile è un accadere spesso subdolo, depositato nell’apparente neutralità di indizi che non andrebbero sottovalutati, per questo l’introduzione dell’asterisco nelle desinenze mi ha fatto pensare all’apparente neutralità dello Spirito Santo nel credo trinitario e lo considero comunque un indizio, a cui prestare attenzione, di quella lunghissima storia che per la nostra cultura ha le sue radici anche in un antichissimo testo scritto come la Bibbia.
In un modo che si presenta oggi come politicamente corretto l’asterisco viene usato anche da femministe libertarie che sono dichiaratamente per la tutela di tutte le differenze.
Il punto è che la differenza più stabile, oltre che fondamentale nella specie umana, resta la differenza sessuale in relazione alla procreazione, che non è robetta ma la possibilità di sopravvivenza della specie stessa.
Ho lottato e considero una conquista l’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo e quindi soprattutto rispetto alla decisione se e quando avere figli/e.
Chi ci costringe a difendere ancora oggi la libera scelta di abortire impedisce, di fatto, di cominciare davvero a parlare di gravidanza, maternità, figlie e figli, madri e padri, famiglie e villaggi come contesti di libera crescita delle piccole e dei piccoli umani.
Conoscere ed esprimere liberamente il proprio corpo, sperimentandosi nelle relazioni come nelle rappresentazioni di sé, disegna uno spazio libertario di crescente responsabilità della propria esistenza come del proprio mondo: questo spazio è stato aperto dal femminismo per tutte e tutti e io mi auguro che sia liberamente percorribile senza riduzioni, omissioni o cancellazioni.
Invece l’asterisco cancella il gesto di aggiungere una lettera, fingendo una sintesi che diventa omissiva proprio perché si tratta di un indicatore grafico senza possibilità vocale.
Come deve pronunciare l’asterisco chi legge i testi per donne e uomini con cecità? E non prendo in considerazione l’uso della U finale per la quale penso valga il proverbio: la toppa è peggio del buco.
La lingua è un sistema che recepisce le relazioni tra parlanti nella forma più utile ed economica perciò la strada è aperta a tutte le invenzioni e innovazioni purché non si salti il fondamentale passaggio della ricezione di tutta la storia ed esistenza femminile, condizione ancora ben lontana nella nostra contemporaneità in cui aggiungere il femminile appare un vezzo inutile anche a molte donne e resta ignorato il legame, complesso ma tenace e del tutto dimostrabile, con la cancellazione delle vite reali, con l’aumento dei femminicidi a cui si accompagna la pratica del figlicidio come vendetta nei confronti della donna madre e del suo innegabile potere generativo.
Che cosa nasconde l’asterisco?
Ciò che fa problema è la desinenza in A, la parola donna che apre alla conoscenza storica dell’esistenza femminile in tutte le sfaccettature, nell’inestricabile relazione col maschile ma, soprattutto, l’omissione sancisce la varia e quasi infinita negazione del corpo fertile, mestruato, gravido, partoriente e poi accudente, curante, intelligente, creativo, tenace: un corpo femminile che in italiano si chiama donna e diventare donna è un percorso fatto di interrogativi e variabili, identificazioni, scelte, scarti, ribellioni, processi di conservazione, invenzione e accettazione.
Una storia negata, cancellata, omessa e rimossa sempre con violenza. Violenza fisica, culturale, istituzionale, violenza normalizzata e normalizzante, prevalentemente subdola e omessa, proprio come la lettera A.
Il movimento delle donne sempre e ovunque ha aperto la strada al riconoscimento di tutte le diversità, di quella singolarità umana che nasce cresce e muore cercando di esistere nel meglio delle proprie possibilità, riconoscimento dell’esistere come nate e nati, quindi mortali, assoggettate/i al tempo e allo spazio, dentro le relazioni che ogni storia ridisegna.
In ogni movimento per la libertà e giustizia le donne sono sempre state in prima fila come attiviste e pensatrici, e forse per questo cancellate.
Noi siamo corpo e le definizioni possono cancellarci ingabbiarci deformarci intristirci e perfino ucciderci proprio perché siamo corpi pensanti.
Non sappiamo come si definiranno le differenze nel prossimo millennio ma il passaggio può essere solo il riconoscimento dell’esistenza fisica, storica, politica, dell’esistere come donna senza cancellazioni, senza rimozioni, senza facili agiografie ma senza deformazione dei dati di realtà, e da questo siamo ancora molto molto distanti.
Rendere giustizia della cancellazione simbolica, e quindi linguistica, del femminile, della persecuzione delle donne nella loro esistenza, della rimozione dalla storia sociale e politica, è un atto dovuto che può passare solo dal riconoscimento  che alla parte femminile della specie umana è stata affidata la conservazione e la cura della vita.
Una generazione che non riconosce la sua lunga complessa ricca ordinaria e straordinaria storia rischia sempre di cadere nella stessa smemoratezza, alimentata perfino con le migliori intenzioni.
 
Che cosa nasconde lo Spirito Santo?
Quand’ero piccola ero sempre perplessa rispetto alla trinità: nella rappresentazione iconografica c’era il padre con la barba lunga, il figlio nella versione risorta, che mi tranquillizzava rispetto al tormento del crocefisso, e poi c’era la colomba che, nei miei ragionamenti infantili, simboleggiava la Madonna perché lei era certamente la mamma del figlio.
Le spiegazioni successive hanno ovviamente incrinato il mio ragionamento rigoroso aprendo i miei pensieri alla confusione e quindi anche alla ricerca. Se il figlio era stato generato dallo spirito, la colomba appunto, qual era il ruolo dell’arcangelo? E perché Maria non era nella trinità trasformando il triangolo in quadrato? Un gran guazzabuglio che solo oggi ho le parole per raccontare ma che certamente è stato all’origine della mia inclinazione filosofica.
Nella primissima adolescenza la mia devozione andava al figlio, in particolare al corpo deposto con tutta la sofferenza di una morte atroce raffigurato nella scultura lignea del Fantoni che stava in una grande teca di vetro in chiesa e veniva portato in processione il Venerdì santo.
Le mie domande avevano già preso un’altra strada, uscendo dalla cosiddetta comunità dei credenti con l’abiura della fede cattolica alla fine del primo anno di università, quando ho incontrato le teologhe femministe e scoperto che la traduzione maschile dello Spirito è impropria, maschilista appunto, perché il termine originario è Ruah, quindi il femminile di Dio: qui, dunque, andrebbe tolta la lettera O e forse davvero starebbe bene l’asterisco a segnalare l’inconoscibilità del mistero per i limiti dell’intelligenza umana.
Perché in questo caso non viene messo l’asterisco o perfino una dieresi innovativa AO?
Forse perché in un momento storico di rinnovata invasione delle immagini, non per carenza linguistica ma per potenza delle nuove tecnologie, il maschile può rinnovare il proprio dominio dentro un’avara parità delle leggi, una crescente ingiustizia delle condizioni di lavoro e di vita,  un’apparente visibilità delle donne.
La parola donna infatti, come segnalano le linguiste, viene utilizzata nelle notizie per omettere il nome, utilizzandola al contempo per sottolineare l’eccezionalità della presenza femminile in un ruolo, senza spiegare i motivi storici dell’ingiustizia che lo rende eccezionale, e cancellare contemporaneamente l’individualità della donna in questione.
Mentre tra i fatti positivi del 2020 abbiamo segnalato qualche donna ai vertici della politica come della scienza (ricordo per tutte Kamala Harris e anche Ursula von der Leyen che chiede scusa all’Italia) ci dimentichiamo che le tante donne uccise, segnalate sui social con l’impotenza delle nostre parole ormai ripetitive, non trovano uno spazio simbolico centrale e adeguato alla tragedia reiterata, che è feroce morte individuale e insieme cancellazione collettiva.
Ci affanniamo ad elencare e condividere le tante straordinarie donne che andiamo scoprendo nel nostro passato, i successi delle contemporanee che rompono di fatto gli stereotipi discriminanti ma nello stesso tempo ci vediamo costrette ad elencare le tante morte per femminicidio per le quali molte usano ormai un’immagine simbolica, a segnalare la carenza di parole quando il fenomeno diventa di questa entità.
 
Immagini persistenti
Ci sono perfino i negazionisti della fila di bare portate via nella notte dal cimitero di Bergamo ma nessuno contesta la commozione per l’immagine del Papa che prega solo nella Piazza S. Pietro deserta.
Quella preghiera di un uomo vecchio e buono, raccolto in solitudine in una delle piazze più belle e simboliche del mondo, ha commosso anche me, per un attimo.
Per un attimo, perché so che quella solitudine era offerta alle telecamere per lo sguardo di tutto il mondo, perciò non era solitudine ma una fiction, probabilmente autentica e in buona fede ma sempre abilmente costruita per fare l’effetto che ha fatto, non a caso quindi una delle immagini più potenti di quest’anno strano e straniante.
Cosa c’è dietro, mi sono chiesta?
Avevo visto vescovi in prima fila all’apertura dell’anno giudiziario della Repubblica italiana e ovunque in qualsiasi occasione ufficiale: uomini perbene, così ci vengono presentati, che dicono parole buone ricordando i bisogni dei poveri, ripassando parole evangeliche, poco presenti negli imbrogli finanziari della Santa sede come nella copertura dei tanti misfatti a danno di persone, come i reati di pedofilia e non solo.
Mi sono commossa anch’io per e con quel vecchio solo, poi mi sono chiesta se per caso avesse proibito le riprese, e quindi la sua solitudine fosse stata violata, oppure se ci fosse un’attenta regia dell’immagine di una solitudine in cui tutti potevamo identificarci. Tutti poteva comprendere anche tutte?
Un vecchio sovrano di uno Stato assoluto, che non fa parte dell’Europa perché non risponde ai criteri democratici, alle prese con scandali finanziari malamente coperti per anni e scandali sessuali di prelati pedofili che scoppiano come bubboni uno dopo l’altro, e che cerca, certamente con onestà, di salvare la barca governandola al meglio delle proprie possibilità, ha rinnovato l’immagine di una cattolicità che in Italia occupa parte del territorio, delle istituzioni, della società civile. Occupa molta parte dello spazio dell’assistenza, domesticando il lavoro volontario e le istanze di giustizia di molte persone indirizzandole in uno spazio di beneficenza e carità che per definizione non s’interrogano sulla giustizia e sui meccanismi economici e politici di costituzione della condizione di povertà.
Chi sono i poveri e perché sono poveri? Le povere ovviamente sono meno evocative di storia e quindi diventando linguisticamente incluse nel maschile (quindi escluse).
Come si scivola, o si precipita nell’indigenza? O ci si nasce?
L’aggressione del virus alle nostre vite ed esistenze sociali ha solo svelato situazioni il cui aggravamento era progressivo non certo da quest’anno.
Abbiamo rilegittimato la parola Povero come se si trattasse di una condizione esistenziale e non il frutto di concomitanti e concordi processi di legittimazione dell’ingiustizia.
Intanto, mentre le associazioni confessionali si occupano dei poveri come nel medioevo, crescono le scuole paritarie confessionali finanziate dallo Stato e vengono assicurati i posti di lavoro degli insegnanti di religione, (non quelli di chi fa sostegno per disabili), la destra più volgare sventola il rosario, quella più perbene, che talvolta occasionalmente si fa ancora chiamare sinistra, si presenta accanto ai prelati e ostenta sobrie amichevoli devozioni.
La laicità, come condizione di credenti e non credenti oltre che luogo aperto al dibattito, è un lusso che la crisi non ci consente quindi tutti, e tutte, apprendiamo che il sangue di S. Gennaro non si è sciolto, e che sia mistero di fede o di scienza il carattere più misterioso è che diventi notizia da prima pagina.
Non provo diffidenza per la fede, il cui mistero è dentro ogni vita, anche senza professione religiosa, ma diffido del rilancio di immagini maschili: insieme alla sovrabbondanza di uomini che ancora occupano ruoli di potere vediamo apparire sempre più spesso uomini di chiesa, come una sorta di faccia mite e benevolente di un maschile paterno, di fatto casta politica patriarcale che, nell’autonomia della propria potenza, non solo simbolica, continua a oscurare le donne.
Se fossero davvero uomini perbene dovrebbero farsi da parte, chiedere scusa alle donne e renderne visibile il diffuso e minuto lavoro, presente e indispensabile anche nella chiesa cattolica, come per qualunque altra religione, non solo come servizio ma come pensiero attivo.
Ma cosa significa “per bene”? E qual è il Bene di cui vorremmo beneficiare?
Intanto, pur nella difficoltà di decifrare il presente, operazione sempre rischiosa  per il mio stesso posizionamento dell’esistere dentro questo stesso presente, registro che intorno a queste immagini sembra rinnovarsi un’acquiescenza quasi servile da parte di molte donne, quasi una rinnovata aspirazione ad essere riconosciute dal Padre, fonte di ogni valore, a trovare rifugio semplice alle troppe stanchezze e difficoltà, mentre continua l’esaltazione del successo come appannaggio di privilegi per chissà quali meriti e genialità personali.
I padri, padroni o/e affettivamente evanescenti, si fanno avanti nelle forme bonarie del paternalismo come in quelle violente del possesso vendicativo; del resto il patrimonio, nella parola stessa, è ancora del padre e trasmesso per via paterna, nel sistema dei valori se non più nelle leggi.
Come dicevamo un tempo: abbiamo appena cominciato! Sarebbe il caso di capire almeno a che punto siamo. Per noi donne sarebbe conveniente e per tutti giusto.
 
 
 
 

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