Quello che ho visto in America

Ho visto una vittoria delle donne, una vittoria costituita da presenze di donne protagoniste, non comparse, non ancelle, non vestali, non una sola, donne vive ed evocate, di cui è consapevole Kamala Harris che rinnova il ricordo delle donne, e delle lotte, citandole nelle tante appartenenze fissate dalla storia in parole che segnano i colori della pelle, la provenienza territoriale, l’origine plurietnica, il riconoscimento dei fatti per le native, sempre sconfitte ma non vinte.
Ricordandole insieme ha ripassato in poche parole le sfaccettature, anche politiche, del movimento, cresciuto e continuamente rinato negli ultimi trecento anni, che ha cambiato pacificamente il mondo nel Novecento, secolo di guerre, dittature feroci e stermini.
Citando le donne venute prima di lei ha reso visibile quel lunghissimo tenace lavoro, sempre invisibile, di cui è consapevole di rappresentare l’esito e, ci auguriamo, il punto di non ritorno.
Per tutto questo nelle sue parole ci riconosciamo in tante, in tutto il mondo e ci siamo godute il piacere di un rito democratico non monocromatico perché le donne allargano la rappresentanza e mutano la rappresentazione.
Abbiamo visto in scena donne felicemente colorate, infilate col proprio gusto e scelta in quella seconda pelle che è l’abito perché orgogliose della propria pelle e di ciò che racconta.
Kamala Harris in viola, colore amato dalle suffragiste, colore dinamico nell’equilibrio della mescolanza tra rosso e blu, colore del passaggio che trasforma il contrasto in armonia, la gravità del momento in vitalità, è quasi figlia politica degli Obama e Michelle è omaggiata come una regina madre, lei in bordeaux, colore che mescola al viola il marrone della terra e della pelle scura, origine della specie e oggi certamente speranza di futuro.
Il bianco, scelto da Jennifer Lopez, è lo stesso dei cortei suffragisti. Il bianco è l’assoluto silenzio ricco di tutte le potenzialità. “È la giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell’origine, prima della nascita. Forse la terra risuonava così, nel tempo bianco dell’era glaciale” scrive Kandinsky e lei porta un frammento di questa storia, il desiderio di ricominciare nella potenza della voce.
Jill Tracy Jacobs, sposata Biden, in verdazzurro, colore che sta bene alle bionde, quiete del verde e profondità dell’azzurro, colore mobile e vibrante che conosce burrasche ormai placate, un colore meno appariscente che non si lascia dimenticare perché lei non è, e non vuole essere, la comprimaria del presidente, è una vera lady che non ha bisogno di esibire, mostra il suo essere first lady ed evoca una tradizione di eccellenze femminili a fianco di presidenti, lei è la tradizione bianca delle donne emancipate, presenti anche alla Casa bianca, da Eleanor Roosevelt a Hilary Clinton. Cultura, intelligenza, senso della misura e capacità di interpretazione politica del proprio tempo: dovrà inventarsi in questo ruolo nuovo ma non le mancano storia competenze e sensibilità.
È stata lei a scegliere Amanda Gorman che ci emoziona con parole intense in cui troviamo perdita e luce, dolore e speranza, risate e responsabilità, potere e misericordia.
Giovane poeta in giallo, colore primario che illumina e richiama la terra riscaldata dal sole, (a me le fioriture campestri del tarassaco e del girasole), un colore che si allarga nella visione e la visione sostiene le sue parole come la torre dei capelli il diadema rosso, bandiera del sangue e del riscatto nel grazioso accessorio da festa: la sua immagine evoca le madri della città, fondatrici dell’abitare umano, con le torri e le spighe.
Rossa è la gonna regale di Lady Gaga sontuosa, e semplice nell’eccesso dei contrasti netti, porta colori e simboli intrisi nella storia, che la musica dell’inno nella sua voce evoca più delle stesse parole. Anche il suo abito è storia riconquistata, da noi, da tutte, una regalità che è del popolo sovrano e può diventare costume in una parte serissima e giocosa, dentro una festa che disegna un rito della democrazia solenne ma non marziale.
Il colore ha una forza psichica che fa emozionare l’anima, scrive sempre Kandinsky, ha l’effetto del suono dentro di noi e quella scena ha risuonato per me un momento di gioiosa speranza.
La democrazia nella rappresentazione famigliare, quelle famiglie a cui apparteniamo perché siamo figlie e figli e la festa è come tutte le nostre feste, con le donne al centro, gli uomini sereni e un po’ defilati, e poi tutte le età della vita, bambine e bambini che si vedranno nelle fotografie, ragazze e ragazzi che si misurano, curiose impacciati ridenti, con il proprio posto nel mondo
Su quel terrazzo ho visto donne e uomini in famiglia, non solo individui, e individue, prestati al ruolo ma dentro le connessioni famigliari e amicali.
Per anni sono stata critica verso la rappresentazione familista presidenziale degli Stati Uniti, mi sembrava un tardo retaggio monarchico, del resto già mutato nell’immaginario collettivo dal protagonismo femminile della monarchia inglese, e mi piacevano ancora meno le imitazioni europee, incerte nella forma anche quando interpretate da presenze femminili non subalterne.
Ho apprezzato Carla Voltolina, moglie di Pertini, che non ha traslocato al Quirinale e ha continuato la sua vita senza fare la consorte, anche se poi trovavo simpatica Clio Bittoni, moglie di Napolitano, presenza arguta in una monocromatica vita politica italiana.
Ma i tempi cambiano e, conquistata la cittadinanza, ora si tratta di inventare quella democrazia che ha bisogno di essere curata ogni giorno e ovunque.
Le donne non possono infilarsi nel già pensato, nel già detto, nelle forme che conservano pesanti tratti patriarcali ormai obsoleti anche per gli uomini.
Rappresentare la democrazia come realtà della vita e non separatezza delle istituzioni è un passo interessante e, se la famiglia è il primo appoggio della vita, su quel terrazzo, offerto come palcoscenico al mondo, ne abbiamo visto in scena una rappresentazione, con la visibilità di vicinanze affettuose più che rituali irrigiditi dentro la solennità istituzionale che resta solida cornice.
Donne e uomini, nonne e nonni, madri e padri, ragazze e ragazzi, bambini e bambine: faccio l’elenco perché in quest’immagine la riproduzione della specie, che avviene di parto in parto, appare come quello che dovrebbe essere sempre: un patto di reciprocità, meglio e più solido se fondato sull’amore.
(A mio avviso meglio che fondato sul mercato e lo sfruttamento: affitto il tuo utero, acquisto il tuo sperma, ti seduco per avere discendenza, ti sposo per la futura sicurezza della prole ecc. ecc.
So che sono temi sensibili, come tutto ciò che riguarda l’esistere umano e non voglio liquidarli in una battuta, ma intanto solo esternare un sentimento.)
L’umanità è anche invenzione e non so nulla di come nasceranno e si daranno nome crescendo le neonate e i neonati del futuro, ma intanto so che è meglio nascere da storie amorose, è un primo piccolo sostegno, non basta certo ma è già qualcosa se puoi raccontarti così la tua nascita e i tuoi primi anni di vita.
Famiglie di reciprocità consensuale che non significa uguaglianza astratta e astorica ma corpi reali che mettono in scena la storia.
Non l’immagine del “vissero tutti felici e contenti” ma del meglio che posso fare della mia vita, del ruolo come responsabilità, nella visibilità di quelle connessioni e sostegni di cui abbiamo bisogno sempre come esseri umani: le famiglie quindi, e i presidenti precedenti, e la musica.
Una scena insieme sobria e allegra dove i protagonisti condividono il giorno lieto senza inutili seriosità, senza la censura dei sentimenti, senza l’esibizione del successo.
Una storia che nell’esporsi dei corpi è sempre anche quella a cui si sceglie di appartenere.
So che quelle donne so ancora eccezioni nel mondo, che certamente hanno donne e uomini che si occupano delle loro case, dei figli, dei parenti anziani, dei grandi giardini, delle auto ma mi auguro che siano, le/i loro dipendenti, considerate/i professioniste/i delle pulizie, dell’educazione, dell’assistenza, della manutenzione e come tali svolgano un lavoro equo nel tempo richiesto e nella remunerazione, appagante nello svolgimento, libero nella scelta.
Non sono ingenua e il tempo che passa inesorabile mi ha insegnato che non vedrò la realizzazione piena dei sogni e degli intenti per i quali ho lottato da giovane e per i quali continuo a fare qual che posso. Forse non vedrò, ma intanto voglio segnare nella memoria quello che vedo e sul quel terrazzo ho visto il desiderio di riparare i danni, riconciliare i sentimenti, lavorare per un mondo più giusto e l’ho visto perché c’erano donne a testimoniare queste scelte, donne credibili, donne affidabili.
La strada indicata si può seguire ed è chiara: fare i conti con la propria storia e renderla visibile. Puoi diventare una prima donna se sai che non sei la prima.
Così, senza temere il buio, possiamo trovare luce.

… Per i colori, citazione e ispirazione da: Lo spirituale nell’arte di Wassily Kandinsky

Condividi l'articolo sui social