Stereotipi di genere e cultura: una lunga durata

Quando, intorno alla metà del X secolo, Adalberone di Laon[1]fissa l’immagine di un ordine sociale diviso tra coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano, semplificando la complessità del nascente mondo feudale nella teoria statica che mette ognuno al posto decretato da Dio, è evidente che le donne non ci sono.
Le donne sono le invisibili, in ognuno dei tre ordini, perché a loro è affidato il compito di riproduttrici, più vicine al mondo animale che a quello umano, di cui rappresentano l’imperfezione, per una convinzione che arriva dalla cultura greca, attraversa la storia romana e sopravvivrà intatta fino al Settecento.[2]
Adalberone registra e fissa un’assenza, traghettando nella nascente società europea, che si sta formando intorno a nuove e diverse centralità politiche, una diversa cultura religiosa, nuove lingue locali, un’idea dell’esistenza femminile come accessoria che arriva fino a noi.
L’invisibilità è il primo fondamento culturale degli stereotipi di genere e sessisti, perché l’invisibilità è la pagina bianca su cui si può scrivere senza tener conto della realtà.
Così come, per duemila anni, nella descrizione anatomica le femmine hanno organi sessuali maschili immaturi, cioè imperfetti, nel racconto della realtà sociale e politica le donne sono rimosse, generando una distorsione nella lettura dei documenti, una rimozione nella elaborazione dei criteri di lettura della società e una cecità selettiva nella visione di mutamenti e persistenze, governi e guerre, rivolte e persecuzioni, attività e invenzioni, lavoro e potere, vite salvate e vite soppresse.
Una cecità che s’insedia nelle vite di donne e uomini, nella lingua con cui ci raccontiamo, nelle immagini con cui ci pensiamo, riproducendo quei dispositivi identitari di cui parla Bourdieu, che scattano involontariamente perché inscritti nel corpo e nella mente da un lungo “lavoro incessante (quindi storico) di riproduzione cui contribuiscono agenti singoli (fra cui gli uomini, con armi come la violenza fisica e la violenza simbolica) e istituzioni, famiglie, chiesa, scuola, stato.”[3]
Paradossalmente sappiamo moltissimo dell’azione maschile di dominio e di come si costituisce in vari ambiti, mentre sappiamo pochissimo dell’azione femminile, sia per contrastare, sia per avallare, il sistema di dominio.
Anzi, l’emergere della storia dei movimenti femminili e femministi, occasionale e minoritaria negli studi accademici, inesistente in quelli scolastici e spesso circolante in forme sciatte e stereotipate, diventata però visibile e ineludibile grazie alla tenacia e creativa presenza di molte generazioni di donne, rischia di contribuire all’invisibilità dei dispositivi tipicamente femminili di complicità e sostegno al mondo del dominio maschile, da cui alcune ricavano qualche individuale privilegio, spesso più immaginario che reale, e con alcuni atteggiamenti tipici di chi è subalterna perfino quando avrebbe tutti gli strumenti per esistere nella pienezza della propria diversità, del proprio essere ciò che vuole essere come donna.
Ma il punto è proprio questo, complice la scuola e tutte le istituzioni culturali, alle ragazze, alle donne, mancano ancora “le parole per dirlo”.[4]
Avere o non avere le parole per dirlo, per dirsi, cambia la vita, e l’adozione inconsapevole dello stereotipo è anche un’assenza di cui non ci si accorge, un vuoto che non si vede, e in quel vuoto, invisibile, cadono le vite reali come in una voragine che si apre imprevista sulla strada, cadono le vite delle donne del passato, la cui memoria è, al massimo, occasionale o accessoria come un post-it, e quelle del presente che non hanno le parole per dirsi e perfino per difendersi, nelle relazioni più intime, dalla voragine della violenza che le costringe come sempre al mutismo delle proprie stesse percezioni.
Allo stesso modo sono invisibili gli uomini che si sentono prigionieri, loro malgrado, di ruoli e aspettative stereotipati e non hanno ancora accesso nemmeno a una narrazione collettiva, perché non riescono a mettere in atto azioni collettive oltre quelle di piccole sporadiche testimonianze.
Così sembra normale, e invece è paradossale, che alla domanda sul numero dei femminicidi in Italia dagli anni ‘60, “essenziale per capire l’andamento della società italiana, su un tema così centrale, come il diritto di vita o di morte sulle donne, cerchi di rispondere una sia pur brillante studentessa (di Psicologia, peraltro!) e non studiosi accreditati o Istituti di ricerca.”[5]
Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, tanto più eclatanti quanto più invisibili perché lo stereotipo è prima di tutto un modo di vedere o non vedere, una sensibilità percettiva che si acquisisce e oggi l’acquisizione è ostacolata e lasciata al caso.
L’invisibilità del genere femminile è invisibilità dei corpi reali perseguita nella forma paradossale della sovraesposizione di corpi piegati all’immaginario mercificante.
 
Una ricerca del 2008, su un vasto campionario di testi universitari negli USA e in Canada, ha analizzato più di 16mila immagini del corpo umano: quando si doveva rappresentare qualcosa di “neutro” come l’apparato cardiocircolatorio o i muscoli, le forme disegnate erano tre volte su quattro maschili.
Il sangue è uguale per tutti? Non proprio, in fatto di salute la differenza di genere conta, e molto.
Il sistema immunitario femminile è diverso, diversa la risposta ai vaccini e la reazione del metabolismo ai farmaci.[6]
 
Da tempo è stata denunciata l’espropriazione/espugnazione del corpo materno nel delirio di un’appropriazione non solo legale del frutto del concepimento, attraverso l’imposizione del cognome paterno, ma nella sperimentazione scientifica e nella riduzione delle donne a utero affittabile con una continuità che oltrepassa i secoli e ci riconnette al tempo in cui le donne erano considerate puro grembo ricettivo dell’autoproduzione umana maschile.
 
Il grembo materno è diventato una zona di operazioni: il modo in cui se ne parla, il modo in cui ne vengono programmati il controllo, la difesa e l’assistenza, il modo – e fa male a dirlo – in cui le donne ne parlano e lo vivono, ha fatto del formarsi di un qualcosa “sotto il cuore della donna” un processo pubblico. I secreta mulierum sono diventati un terreno su cui è possibile vedere, intervenire, decidere.
Il grembo materno è esposto senza pudore allo sguardo della ricerca, delle autorità e della strada; come se non bastasse, il Bundestag, gli anabattisti americani, il Papa e tutta la gente piena di “buone intenzioni” si spingono oltre, tentando di conferirgli uno status di sanità.[7]
 
Dietro lo stereotipo sessista della medicina c’è, quindi, la solita cecità di lunga permanenza e una progressiva distorsione dell’immaginario che produce nuove e più subdole forme di subalternità femminile al tempo della parità giuridica.
Una cecità culturale presente in tutti i campi, favorita anche dalla crescente parcellizzazione disciplinare che accompagna lo sviluppo scientifico degli ultimi secoli e persistente nonostante sia accompagnata dalla costante contestazione di autorevoli voci femminili, insieme ad alcune maschili, perfino nella storia di quel lungo dibattito su eguaglianza e differenza che in Europa è stato definito “querelle des femmes”.[8]
La cultura è complessivamente il nostro habitat: il mondo antropizzato (e anche qui il maschile!), il rapporto tra territorio e urbanizzazione, strutture del potere economico intrecciate a quello politico, luoghi e forme della trasmissione dei saperi anche attraverso le forme della rappresentazione, sono una complessità “biostorica” rispetto alla quale non è ininfluente ciò che viene registrato dai corpi nell’incessante transazione comunicativa tra umane e umani, come l’intonazione delle voci, la postura, la mimica, gli atteggiamenti, la prossemica, l’abito, la gestualità, l’espressione.
Le istituzioni stesse sono anche forme di comunicazione che determinano, inducono, separano, esaltano, mortificano, attraverso precisi dispositivi e sistemi distributivi del potere, i modi di esistere di donne e uomini, le rappresentazioni dell’esistenza e le relazioni che intercorrono tra i sessi, negli scambi del privato come sulla scena del pubblico.
I corpi, delle donne e degli uomini, vengono diversamente semantizzati a indicare la pienezza del vivere umano nel maschile e la sottrazione di senso storico e individualità nel femminile.
L’uomo vitruviano, forse uno dei disegni più famosi e conosciuti di Leonardo da Vinci, decontestualizzato dalla storia dentro cui è stato realizzato, viene utilizzato spesso come  espressione dell’essere umano tout court, che quindi nella sua esaltante espressione è maschio, bianco, sano, occidentale: esattamente i caratteri che hanno sancito e legittimato nei secoli sessismo e razzismo, colonialismo e imperialismo, soppressione e persecuzione di ogni differenza, prima ed oltre l’eugenetica propugnata dal nazismo.
L’inclusione di persone non conformi, per le quali non troviamo definizioni adeguate fuori da metafore o eufemismi come handicap e disabilità, registra il sessismo anche nella doverosa aggiunta di bagni adeguati nei luoghi pubblici e inventa il terzo sesso: F, M e H, consolidando lo stereotipo che preferisce pensare a chi è disabile come asessuato e, soprattutto, asessuata.
In questo modo il sessismo è la cultura che abitiamo inconsapevolmente e che altrettanto inconsapevolmente e silenziosamente riproduciamo.
Per le donne l’ostracismo dalla cultura e la condanna al silenzio vanno di pari passo con una violenta significazione del corpo muto, piegato ad accondiscendere al voyeristico immaginario maschile nelle performance oscene proposte dai media, ma anche, e da secoli, nella riduzione dei corpi femminili a puro significante nella statuaria, che esprime i valori di libertà, giustizia, fede, e tutte le virtù attribuite ai maschi, installata proprio negli edifici delle grandi istituzioni che hanno escluso le donne.
Non a caso Anna Rossi-Doria parte proprio dal silenzio nell’introduzione al suo libro scrivendo:
 
Il silenzio delle donne, malgrado i secolari stereotipi sul loro troppo parlare, è antico, profondo, tenace, per certi versi più ancora in età contemporanea che in età moderna, con una sola, grande eccezione: la letteratura. Esso è particolarmente pesante nella sfera politica, che fu a lungo, insieme al diritto, il luogo della massima esclusione delle donne.[9]
 
Un silenzio che permane nella presenza delle donne assoldate, loro malgrado, dall’emancipazione imitativa, che da sempre pratica la cooptazione del femminile al proprio servizio.
Da Aristotele a Lacan il corpo femminile è definito per metonimia, per mancanza, piegato nelle sue funzioni, deformato nella sua esistenza reale e sulla mancanza, come sull’assenza, vengono costruite immagini di lunga durata.
La rappresentazione femminile della madre terra viene ridotta a campo e solco da arare e seminare, forno in cui viene messo l’homunculus, tavoletta su cui l’uomo scrive la storia.
Così la donna è ridotta a natura, materia inerte e la filosofia si appropria delle metafore riproduttive riducendo a mera proprietà maschile la reale funzione riproduttiva femminile, cancellata nella complessità del divenire storico delle donne reali e delle madri.
La donna diventa così un significante, supporto materiale a qualsiasi significato, cariatide che sorregge tutta l’architettura culturale, vestale di un mondo che la nega nella sua originalità umana.[10]
Ancora oggi le donne vengono percepite ovunque come elemento accessorio, minoranza ininfluente nei processi sociali, presenza fissata a una parità modellata sulle forme maschili, al massimo abbellita da tratti identitari femminili, sempre definiti e caratterizzati nel corpo.
Mentre in tv il sangue è diventato protagonista, insieme a tutti gli umori del corpo, e all’onnipresente corpo femminile mercificato, resta censurato il sangue mestruale e la normalità del corpo femminile fecondo dal menarca alla menopausa.
Ha fatto scalpore l’impresa della musicista indo-americana Kiran Gandhi, nell’aprile 2015 alla maratona di Londra:
 
Perché Kiran Gandhi non si è limitata a correre per 42,195 chilometri: ha compiuto questa prodezza il primo giorno delle mestruazioni e, a differenza di Filippide, è arrivata fino al traguardo senza morire, in quattro ore, quarantanove minuti e undici secondi. E non soltanto ha corso durante il ciclo, ma ha deciso di non mettersi né un tampone interno né un assorbente. Le fotografie la mostrano esultante, dopo la competizione, con il cavallo della tuta macchiato di sangue, mentre decine di persone stavano già inviandole messaggi sui social per dirle che era disgustosa e unladylike, termine che non saprei tradurre se non con “inelegante”.
È stato per denunciare la stigmatizzazione di cui sono vittime le donne nel mondo che Kiran Gandhi ha raccolto quella sfida improvvisata. Non sapeva che avrebbe avuto le mestruazioni il giorno della maratona, ma invece di rinunciare ha preso una decisione deliberatamente provocatoria: correre e lasciar scorrere.[11]
 
Dalla fine degli anni Ottanta in Italia ci stanno provando in tutti i modi a ridurre lo spazio di libertà mentale delle donne, non potendo ridurre quello della cittadinanza giuridica, attraverso la manipolazione dei media e dei social e la tradizionale negazione delle istituzioni culturali, ma i giochi sono ancora e sempre più aperti in questo campo.
Se la scuola nega gli strumenti per svelare le falsificazioni storiche che sorreggono gli stereotipi, compresi quelli relativi all’uso del colore, all’abbigliamento, alla divisione del lavoro, alle forme delle relazioni tra i sessi, contribuendo all’impoverimento dell’immaginario sia femminile che maschile, diventa complice nel produrre i pericolosi esiti che registriamo nell’affacciarsi alla vita e alle relazioni di bambini, bambine, adolescenti, giovani.
Prima o poi la maggioranza femminile a cui è stata affidata, e non casualmente, la riproduzione dell’ordine patriarcale nelle istituzioni scolastiche, sfruttando antiche e sedimentate capacità di cura che ne mantengono la sopravvivenza, perché si tratta sempre e comunque di vita e tempo di nuove generazioni, saprà mutare impercettibilmente lo stato delle cose senza l’ambizione di prendere “il palazzo d’inverno” ma con la capacità di cambiare il mondo perfino senza prendere il potere, com’è accaduto, di fatto, nel secolo scorso.
“La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza” suggeriva Carla Lonzi[12], invitandoci alla diffidenza verso tutte le pratiche di inclusione paritaria e subalterna.
Le sue parole restano ancora valide oggi, visibili nelle strade aperte dalla ricerca di tante donne:
 
Chiediamo referenze di millenni di pensiero filosofico che ha teorizzato l’inferiorità della donna.
Della millenaria umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione della umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale; sfera privata e pietas. Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna.[13]
 
L’accesso alla scuola e all’università, i risultati delle ragazze sempre mediamente migliori di quelli maschili, il numero delle laureate, le vincitrici di concorsi in molte carriere, i dati di una diffusa e stabile emancipazione femminile si accompagnano ad una rinnovata e inedita negazione dei corpi reali femminili, con la riduzione dei diritti per gravidanza e maternità serene e la costrizione in modelli comportamentali già stressanti e negativi anche per i maschi.
Lo stereotipo della donna in carriera, oltre ad essere ferocemente classista, è subdolamente sessista perché impone un ordine del mondo che mostra, nei fatti quotidiani, il suo pieno fallimento, nel peggioramento della vita di donne e uomini come nel disastro ambientale, esiti diversi e successivi dell’onnivoro principio di mercificazione che dall’occupazione del territorio con un dissennato sfruttamento ora conquista e trasforma la stessa vita intima delle persone.
Le istituzioni sembrano piene di donne ma il sessismo è dilagante a segnalare l’inserimento delle donne dove e quando servono come mano d’opera e risorsa d’intelligenza a servizio della conservazione e riproduzione dell’esistente, allargando l’accesso ovunque siano utili le funzioni di vestale e velina, accomunate da un “casalingato” competente e necessario dove gli uomini ritengano utile fare un passo verso altre convenienti posizioni e professioni.
“Nel riciclare le regole maschili, i manuali moderni per donne asseriscono implicitamente che è ‘femminile’ mettere in secondo piano l’amore, rimandare il momento di innamorarsi e formare una famiglia a quando la posizione professionale sia solida”[14] proponendo un controllo dei sentimenti e una rimozione dei desideri, compreso quello di avere figli, che è la via maestra per perseguire l’assimilazione delle donne alle forme patriarcali dell’esistere.
Le conseguenze non sono né innocue né innocenti, e nemmeno indolori nelle singole vite, come dimostra l’ideale della magrezza che fa da concreto e persecutorio corollario alle varie modalità di controllo del corpo femminile.[15]
Regole maschili che impongono, insieme al controllo sul corpo, un rinnovato sfruttamento dei corpi, nell’invisibilità a cui sono ridotti i cosiddetti lavori femminili di cura e assistenza, appaltati a donne con minore possibilità contrattuale, donne migranti, le stesse che rappresentano l’ultimo gradino sociale nell’indispensabile e rimossa agricoltura.[16]
L’ingiunzione alle donne non è più “Stai zitta e va’ in cucina”[17]ma: parla come me, vivi come me, fatti uomo, tosta e con le palle, se sei femminile sei una femminuccia, una nullità.
Un’ingiunzione che ormai comincia nell’infanzia, con l’enfasi stucchevole e il sottile disprezzo per tutti i giochi definiti femminili, come bambole, casette e simili, assolutamente vietati ai maschi e il compiacimento per l’acquisizione di comportamenti “da maschiaccio” da parte delle bambine con il rinforzo del bullismo tradizionale maschile ormai valido per entrambi i sessi.
Dentro queste gabbie identitarie i giovani maschi non stanno meglio delle loro coetanee aspiranti anoressiche o disperatamente bulimiche, chiusi “in un immaginario sessuale di una povertà sconcertante”[18]
Percorsi emotivi attraverso i quali si strutturano relazioni di potere nefaste e quel mutismo sentimentale che assicura la riproduzione attualizzata degli stereotipi sessisti radicati intorno a noi, nella cultura materiale, nella cultura antropologica, nella cultura accademica.
 
Testo pubblicato in: Roberta De Pasquale (a cura di), Liberi da stereotipi. Educhiamo al rispetto, costruiamo parità, Bergamo University Press, Sestante Edizioni, Bergamo 2020
 
 
 


[1] Cfr. Georges Duby, L’anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva, Einaudi, Torino 1976
[2] Cfr. Thomas Laqueur, L’identità sessuale dai Greci a Freud, Editori Laterza, 1992
[3] Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano 1998, p. 45
[4] Cfr. Marie Cardinal, Le parole per dirlo, Bompiani, 1975
[5] Patrizia Romito, Presentazione, in Barbara Spinelli, Femminicidio, Franco Angeli, Milano 2008
[6] Lilli Gruber, Basta!, Solferino, Milano 2019, p. 160-161
[7] Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico, Bollati Boringhieri, Torino, 1994, p. 121
[8] Cfr. Gisela Bock, Le donne nella storia europea, Editori Laterza, Roma-Bari 2006
[9] Anna Rossi-Doria, Dare forma al silenzio, Viella, Roma 2007, p. IX
[10] Cfr. Page DuBois, Il corpo come metafora, Laterza, Bari 1990
[11] Élise Thiébaut, Questo è il mio sangue, Einaudi, Torino 2018 (éditions La Découverte, Paris, 2017) p. 71

 
[12] Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Scritti di Rivolta femminile 1, 2, 3, Milano, 1974, p. 21
[13] Carla Lonzi, cit., p. 16-17
[14] Arlie Russell Hochschild, Per amore o per denaro, Il Mulino, Bologna 2006, p. 39
[15] Cfr. Laurie Penny, Meat market. Carne femminili sul banco del capitalismo, Settenove, 2010
[16] Cfr. Stefania Prandi, Oro rosso, Settenove, 2018
[17] Cfr. Filippo Maria Battaglia, Stai zitta e va’ in cucina, Bollati Boringhieri, Torino, 2015
[18] Lorenzo Gasparrini, Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni, Settenove, 2016, p. 83

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