21 luglio 2021: benemerenza

Ci sono momenti in cui l’imprevisto accade, anche nella sequenza più prevedibile, in una regia stabilita, dentro significati già definiti.
Non ho mai pensato di poter ricevere un riconoscimento istituzionale e quando mi è stato comunicato ho provato più sorpresa che piacere.
Un velo di diffidenza e imbarazzo perfino per la gioia sincera delle amiche e compagne di strada.
Essere un’attivista femminista è stata per tutta la vita la condizione che ha messo il segno negativo accanto a qualsiasi esperienza o risultato, una perenne sottrazione di valore, di credibilità, di agio, una perenne necessità di spiegazione, giustificazione, impegno, revisione, autocoscienza.
Una perenne cancellazione.
Una perenne invisibilità.
Una sequenza di piccoli grandi disconoscimenti da elaborare, affrontare, superare.
Il costante pensiero di sbagliare, di essere sbagliata, di essere nata per sbaglio.
Sono grata al movimento Nonunadimeno per avermi proposta, alle tante donne e associazioni per aver appoggiato la candidatura, a Romina Russo per aver fatto la differenza.

Sono arrivata nel cortile del palazzo dove hanno sede la Provincia di Bergamo a la Prefettura, con un sentimento di stupore, perplessità, curiosità.
Mi piace arrivare in anticipo perché puoi vedere il contesto che si costituisce piano piano, le persone arrivano, si riconoscono, si siedono, si guardano intorno.
Il Presidente della Provincia ricorda che il palazzo ha 150 anni ed è come se convocasse sul palco una folla di immagini depositate nei miei anni d’insegnamento.
Poi comincia la sfilata di chi consegna e riceve la benemerenza.
Più uomini che donne ma mi godo il piacere di ascoltare la chiamata del sindaco e della sindaca con una correttezza grammaticale che a chi è più giovane risulterà perfino scontata e banale nella sua normalità ed è invece il frutto di lotte durate in Italia più di quarant’anni.
Peccato per la dott.ssa Prefetto ma ovviamente il simbolico delle posizioni apicali è più solido e potente soprattutto se si tratta di cariche non elettive.
Sono l’unica donna benemerita e il dato non risponde quindi alla realtà del merito, sempre, e per ora inutilmente, testimoniato dai dati ISTAT sulla presenza e attivismo sociale delle donne.
Qualche donna ritira la benemerenza per un’associazione.
Gli uomini prevalgono ancora ma per un attimo su quel palco scorrono come in un film le tante donne conosciute, vedo le donne del futuro che verrà, immagino donne di tutti i colori, la regalità di una vecchia nigeriana conosciuta qualche anno fa, la grazia di un’indiana, il viso antico di una peruviana, mi guardano gli occhi senza speranza della vecchia palestinese con una neonata in braccio incontrata in un insediamento raso al suolo nella valle del Giordano.
Cerco di non distrarmi, mi preoccupa l’idea di inciampare salendo o di far cadere la medaglia.
L’elenco dei miei cosiddetti meriti ha un suono enfatico che mi imbarazza, definizioni sociali in cui fatico a riconoscermi, parole che non dicono chi sono se non fosse per quelle finali: attivista femminista.
Sono le parole che contano, che mutano il significato di tutte le altre e sento che cambiano l’attenzione, il contesto.
Mutano i miei pensieri mentre salgo e non inciampo.
Sale un’emozione imprevista, la stessa che sento in Romina che mi abbraccia e tiene la medaglia mentre facciamo la foto, così non cade.
Un abbraccio non previsto, non istituzionale, la sua emozione è anche la mia e per un momento è come vibrare all’unisono, un accordo dei corpi più profondo di ogni sintonia dei pensieri perché ne è la forma in cui si generano.
Sento, sentiamo, che in un attimo, in quella parola femminista, c’è un passaggio epocale, minuscolo ma epocale.
Non abbiamo bisogno di parole.
Sento che la mia vita intera è riparata, è per un momento al riparo e paradossalmente perché esposta. Non me l’aspettavo, non sapevo che sarebbe accaduto ma l’emozione è una forma della conoscenza che non inganna, perfino quando è indecifrabile, soprattutto quando ci sorprende perché muta la percezione delle persone, del contesto, della circostanza con un nocciolo di verità ineludibile.
C’è un cono d’ombra più o meno grande in tutte le vite, le vite delle donne sono state messe in ombra così a lungo che per alcune è troppo difficile uscire alla luce.
Un abbraccio può metterti al riparo per un momento e quel momento è per sempre.
Il tempo lunghissimo della distanza protettiva dovuta al Covid, che noi qui non possiamo dimenticare, ci restituisce il valore della vicinanza, il dono inestimabile di un abbraccio.
Ora so che la medaglia, l’attestato, sono solo i correlativi oggettivi di quell’abbraccio, di un momento in cui tutta la mia vita è stata riparata.
Tornando a sedermi ho pensato che di quest’abbraccio dovremo farne qualcosa.
Un riconoscimento comporta sempre una responsabilità, è il patto che passa in uno sguardo e quando è pubblico sancisce la convergenza tra molteplici reciprocità che possono ridisegnare il mondo.
Il Palazzo ha solo 150 anni e noi donne ci muoviamo ancora come ospiti in una casa che non è stata pensata anche per noi.
La democrazia è ancora tutta da inventare.
Tra brindisi foto e altri abbracci, con Oliana Sara Milva e Dominguel, condividiamo il piacere di essere lì insieme e non abbiamo bisogno di parole.
Poi invece parliamo delle donne, come sempre, della violenza istituzionale che si aggiunge a quella già subita, delle donne che tengono duro, che stringono i denti, delle donne invisibili, delle donne mortificate che resistono, che esistono.
Per loro, per noi, di questo abbraccio, di questa parola femminista apparsa sul palco, di questa lunga storia ancora in ombra, dovremo farne qualcosa.
 
Quando vogliono contrastarti, renderti inefficiente e inefficace, prima ti cancellano e ti ignorano, poi ti ridicolizzano, ti mettono alla berlina; se tu continui ti perseguitano, ti calunniano, ti isolano, ti imprigionano, ti uccidono; se superi anche questo ti riconoscono, ti premiano per poterti inglobare o accantonare: questa è la strategia di chi esercita un potere, piccolo o grande che sia.
Le donne in genere sono bravissime a resistere a persecuzioni e cancellazioni, spesso cedono alle lusinghe dei riconoscimenti per ingenuità o solo per mancanza di abitudine.
Ma cosa accade se a riconoscerti sono le donne che hanno lottato con te?
Cosa accade se a riconoscerti è una donna in una posizione istituzionale in cui le donne sono ancora rare?
Cosa accade se una donna delle istituzioni rende visibile l’invisibile riconoscendoti?
Questa è la storia ancora sconosciuta che possiamo scrivere insieme.
A questa storia posso aggiungere un momento di gioia, come una perla al filo che ci tiene insieme perché l’intelligenza politica è collettiva o non è.
Come diceva sempre Lidia Menapace: c’è lavoro e gloria per tutte.
Le donne che liberano se stesse liberano il mondo intorno a sé e la libertà fa paura perché è coraggio e responsabilità, misura del limite, consapevolezza e compassione.
La libertà insieme è l’imprevisto della gioia.

Condividi l'articolo sui social