Sette femminicidi e qualche connessione

Cinque donne uccise in due giorni, sei in una settimana, più un’altra fanno sette.
Ma non è un’emergenza.
È l’esito di una cultura delle relazioni tra i sessi che a fatica decenni di lotte del Movimento delle donne hanno cancellato almeno dalle leggi, dove permaneva nelle sue forme più vistose l’interdizione delle donne ai diritti civili e sociali perfino dopo aver acquisito quello politico del voto attivo e passivo.
L’esito di una cultura rimasta intatta nella trasmissione scolastica, nella ricerca universitaria, rilanciata negli anni Novanta quando si decretò l’inutilità del femminismo e alle donne si proponeva un’emancipazione imitativa in nome di una libertà che sembrava raggiunta solo perché declamata e alle giovani veniva proposta la mercificazione del corpo come inveramento massimo di quella libertà di disporne che non si chiamava più autodeterminazione nelle scelte, ma possibilità di uso del corpo nel libero scambio. Lo stesso libero scambio per il quale il lavoro femminile è da acquisire gratuitamente attraverso la forma famigliare, o contrattabile solo nelle forme asservite al sistema, e l’intelligenza delle donne può trovare spazio nelle quote di cooptazione che non intaccano le complesse procedure delle istituzioni.
Non è un’emergenza perché è strutturale. La novità che siamo riuscite a imporre è la visibilità di questo fenomeno che ha accompagnato la formazione dello Stato nazionale perché legittimato dalle leggi fino alla nascita della Repubblica italiana, nata dalle lotte delle donne quanto da quelle degli uomini, con la differenza che le donne hanno lottato per costruire una democrazia inclusiva di tutti.
Finalmente il fenomeno del femminicidio è entrato anche nelle parole del Procuratore generale nella sua relazione all’apertura dell’anno giudiziario, anche se ha parlato di assassini di donne perché la parola femminicidio sarebbe stata un passo troppo coraggioso.
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27 gennaio 2020

Mutare il sangue
in un ruscello di colore
il sobbalzo del cuore
nella prima nota
di una tachicardia musicale
che ammutolisce il rumore osceno
e la menzogna
mutare il dolore indicibile
nella parola giusta
tenace come un filo
che attraversa muta la carta e i tempi
e non tace
la sonora pace dei discorsi
con la punteggiatura degli abbracci
il volto oscuro del mondo
e tutto il sangue versato
mutato nella primavera di popoli
donne fiere, uomini
sopravvissuti alla bufera
e accanto figlie e figli grati
testimoni di ciò che è stato
ceri che ancora ardono
per la memoria di ogni sfregio
per ogni offesa alla speranza
di ogni creatura dentro il mistero del creato
e salvano le vite del presente
insieme a chi se n’è andata
accanto a chi se n’è andato

BUON 2020

Non so se amo le tradizioni ma i giorni che segnano il tempo, pur assoggettati al mercato, ne rivendicano ancora il ritmo stagionale, sottraendoci allo scorrere e correre per restituirci a ciò che siamo.
L’insieme di feste, concentrate dalle varie tradizioni nel passaggio dell’anno, ci ricorda che siamo figli e figlie della luce, nate e nati da donna, viventi nel confine misterioso tra biologia e storia.
Possiamo sempre rinascere insieme, vivere il piacere di stare insieme, di esserci ed essere, persone che si prendono cura dei giorni, dei luoghi, delle relazioni. Si sceglie.
 
Auguro 
buoni giorni
e persone vicine
per quelli difficili
 
Rosangela

In compagnia (giugno 2019)

Nella bussola impazzita del mio tempo
ignaro dell’eterno
guardo le due lancette appaiate
nei due versi dello stesso orizzonte
due curiosità, due direzioni
due visioni, due sponde, due illusioni
due occhi per uno sguardo
due piedi che si avventurano
per incontrarsi
quando si fermano i passi
due possibilità a un incerto crocevia
pensarsi due quando sei sola
è come essere in compagnia

I gradini. Monologo per il presidio del 25 novembre 2019

Non vi dico il mio nome, no, non ve lo dico, non voglio diventare famosa perché sono una vittima di violenza.
Leggete i nomi di quelle già morte e l’età, guardate l’età delle donne uccise, e il luogo. Ovunque.
Studiatele, una per una, non leggete solo i giornali, che non raccontano niente.
Io non ci sono ancora tra quei nomi, ma ci sarò, sicuro come il sole, ci sarò e non farete in tempo a salvarmi.
Per questo voglio raccontarvi la discesa.
Perché sì, è una scala, in discesa.
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Povertà e dintorni (novembre 2019)

Notizie apparentemente lontane, fatti che restano nonostante la notizia esca velocemente dalla ribalta: il perenne gender gap e il rapporto di Save the children sulla povertà infantile in crescita.
Provo a mettere insieme parole a caso: gender gap, contesto di eccellenza 4.0, carriere, infanzia a rischio, povertà educativa, evasione fiscale, spread, differenziali retributivi, 130 miliardi, flat tax, quota 100. In che modo viene costruita la povertà di bambini e bambine? In che modo viene mantenuta la maggiore povertà delle donne (e una costante quota di disoccupate)?
Quali e quanti sono i gradini tra ricchezza e povertà? Come si sedimentano le complicità?
Il neoliberismo ha coniato il latinorum economico che giriamo in bocca come una caramella senza capire che è dolce ma si tratta di veleno.
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