Dallo Spirito Santo all’asterisco

Dallo Spirito Santo all’asterisco, ciò che conta è oscurare il femminile?
 
Premessa
Le donne mettono al mondo i bambini e le bambine: li sentiamo crescere dentro di noi e trasformarsi da un grumo di cellule in potenzialità umana, l’abbiamo definito miracolo della vita e la scienza ci dice come accade, anche se siamo solo agli inizi, ma non spiega il perché accade e questo perché è dentro la storia profonda dei millenni che portiamo scritti nel Dna, in quell’impasto che si fa immediata storicità e di cui non abbiamo ricordo consapevole ma conserviamo memoria vitale.
Noi donne partoriamo anche gli uomini, li cresciamo, li accudiamo, li amiamo.
Le donne sono, ovunque e in generale sul pianeta, portatrici della potenzialità riproduttiva, anche senza diventare madri, attraverso la capacità di manutenzione, riparazione, rimedio, riciclo, cura di e in ogni contesto, dai servizi domestici alla gestione di team scientifici, dal volontariato alla direzione di aziende.
Le donne sanno essere fantastiche zie, reali o acquisite, sanno essere sorelle, compagne, figlie, collaboratrici, maestre, sanno fare famiglie di prossimità e costruire legami dentro i contesti più disparati.
Anche molti uomini lo sanno fare, perennemente cancellati o ignorati nella visibilità storica e politica proprio perché divergenti rispetto al modello dominante.
Essere femministe non significa odiare gli uomini, una palese stupidaggine inventata da menti ristrette, ma significa non cedere alle lusinghe degli uomini, non cedere al sistema di dominio costruito dal patriarcato che può riprodursi solo con il consenso, l’asservimento, l’assuefazione, la distrazione, la sottovalutazione, la superficialità, il cedimento, il silenzio e la complicità delle donne.
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Quando la luce ci abbaglia

Quando la luce ti abbaglia per vedere davvero devi guardare nella penombra.
Questa è la frase emersa nella mia vita in questi giorni, mentre si conclude il 2020 e come ogni anno la luce si fa più breve nella giornata, qui dove abito, mentre noi ci prepariamo a festeggiarla con riti antichi e nuovi.
Siamo abituati da anni alle luci abbaglianti nei luoghi del consumo, luci che ci guidano al consumo disegnando i tracciati di ogni vita in un’apparente uguaglianza tra chi ha potere sulla merce, chi possiede la merce, chi è servizio alla merce, chi è sfruttato dalla merce, chi aspira alla merce.
L’irruzione del Covid 19 ha inceppato gli ingranaggi ma noi siamo ancora accecate e accecati dalla luce che abbaglia.
La frase è una rielaborazione personale, una sorta di aforisma che prendo dal ricordo di un racconto ascoltato dalla voce di Anna Piatti, che ricordava a sua volta le parole pronunciate in un’assemblea da una donna africana di cui non so il nome.
Di donna in donna i racconti sono i piccoli fragili anelli di una catena che ci lega, nel riconoscimento delle storie da cui veniamo e nella responsabilità delle storie che vogliamo trasmettere.
I ricordi sembrano passare davvero da cuore a cuore come dice la parola, emergono e risuonano nella nostra vita senza motivo, senza necessità, senza apparente utilità, ci accompagnano per un tratto adattandosi al ritmo del nostro cuore.
La luce è metafora di una realtà che viviamo, fonte della vita che tentiamo di comprendere con le parole, della filosofia come della scienza, della letteratura come della quotidianità, perché la vita per la specie umana è incessante linguaggio: sonorità e traccia materiale, immagine riprodotta e plasmata con mille tecniche, combinazione di simboli astratti per costruire significati e legami, forzatura di ogni schema mentale per uscire dai confini del piccolo tempo assegnato, cercando il passato che ci soccorre e immaginando il futuro in cui proiettare sogni.
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Con Lidia. Un libro da leggere o rileggere

Presentazione al Senato di “Lettere dal palazzo. Reportage semiserio di un anno da senatrice” di Lidia Menapace, Marea, n.3, settembre 2007
 
Per Lidia
 
Nello sfarzoso palazzo Ancien Régime che ospita il Senato della Repubblica, dove quasi tutti si muovono con altezzosa aria da parvenu, lei mantiene la sua ironica bonaria distanza, il piglio arguto e garbato, consapevole del peso di una storia che espone tutti i suoi busti, rigorosamente maschili, e non sempre irreprensibili, a garanzia solenne di una storia patria che per la maggior parte della popolazione italiana è stata patrigna, soprattutto per le donne, a lungo escluse dalla cittadinanza, e ancora oggi dal suo massimo esercizio, come figlie illegittime, bastarde senza nome.
Lei, ragazza madre di quell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza di tante e tanti, a cominciare, come lei stessa ama ricordare, di quegli Internati Militari nei campi di concentramento tedeschi, tra cui suo padre, già reduce dalla prima di guerra mondiale, che rinunciarono al ritorno a casa offerto dal regime repubblichino di Salò e consentirono lo sviluppo della vittoriosa opposizione al nazifascismo, resta fedele alla sua storia antifascista e femminista, per usare solo due dei molti nobili aggettivi che merita, e non lo nasconde.
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25 novembre 2020 Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

24 novembre
Per domani e tutti i giorni dell’anno
Agli uomini:
Sulla violenza contro le donne gli uomini perbene diventeranno credibili quando si muoveranno autonomamente sulla questione, quando faranno incontri di soli uomini così come fanno con grande naturalezza e disinvoltura su tutte le altre questioni.
Quando si muoveranno politicamente non per ottenere sconti di pena ai violenti, non per stare sul palcoscenico, non per lavarsi la coscienza, non per essere galanti o cavalieri, non per chiamarsi fuori, non per suscitare compassione, non per accattivarsi ammirazione, non per usare la notizia, non per abusare della pazienza femminile, non per usare gli spazi politici delle donne, non per minimizzare, non per timbrare il cartellino del 25 novembre.
Suvvia, a chi si è creduto (e ancora si crede) migliore sarà rimasta un po’ di creativa decenza: mettetevi in gioco purchè non sia gioco di mani.
Alle donne:
Gli uomini si possono partorire, accudire, crescere, amare, non c’è nessun bisogno di essere servili e accondiscendenti.
Essere femministe non significa odiare gli uomini, una palese stupidaggine inventata da menti ristrette, ma significa non cedere alle lusinghe degli uomini, non cedere al sistema di dominio costruito dal patriarcato che può riprodursi solo con il consenso, l’asservimento, il silenzio e la complicità delle donne.
Il femminismo non è la richiesta di parità, è l’affermazione di un diverso paradigma con cui leggere il mondo.
Se vi sentite irritate o irritati dalle mie parole, se pensate: ha ragione ma …, siete sulla strada giusta.
Smontare i pilastri del patriarcato dentro di noi non è un’operazione morbida e dolce, ci saranno polvere e calcinacci ma, come per le costruzioni che sfigurano il paesaggio, dopo la visione sarà più libera.
 
22 novembre
Il 25 novembre ricordiamo la forza delle donne che sanno conservare la vita intorno a sé anche nelle situazioni più drammatiche.
Ricordiamo le donne vittime della violenza maschile e impariamo a guardare le ferite che la violenza lascia intorno a ogni donna uccisa. Sono ferite che ci riguardano, che abbiamo la responsabilità politica di guarire.
Ricordiamo le donne capaci di liberarsi dalla violenza, le donne che sanno chiedere aiuto, le donne che camminano accanto alle donne e le aiutano a riconoscere la propria tenacia, i propri talenti, i propri sentimenti.
Ricordiamo la straordinaria capacità delle donne di imparare la sorellanza, di inventare luoghi accoglienti e sicuri, di cambiare le leggi e la storia.
Quando una donna è vittima di violenza non dobbiamo pensare di chinarci su di lei per aiutarla ma di salire alla sua altezza per proteggerla: lei è in piedi e lotta in silenzio, noi dobbiamo uscire dalla bassezza della nostra distrazione complice per imparare a starle accanto perché le sue ferite sono il fallimento politico del nostro vivere comune.
Il 25 novembre non è l’esposizione delle vittime ma la memoria della vita, del coraggio, della tenacia, della capacità di resistere e sorridere delle donne, che troppi hanno cercato di ridurre al silenzio.
L’invito che rivolgo a ogni donna che ha un ruolo, e un potere, istituzionale, è di agire ogni giorno e l’azione comincia sempre e solo dallo sguardo partecipe e solidale rivolto alla donna che ti sta accanto. Per cambiare il mondo ci sono pratiche e passaggi e che non si possono saltare.
Il femminismo non è un proclama, è un’aspirazione e un’ispirazione.

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Giornate

Faccio ogni giorno un piccolo lavoro
vivo con decoro
il limite diventa azione
sfaccendare di mani
e di pensieri
mentre esploro il recinto sfuggente
delle ragioni incerte
sorprendenti metamorfosi di parole
nel callo che non duole
di domande inevase
cimase poetiche
nelle finiture di abiti dismessi
e imbastiture smemorate
Pelle e cuore si fanno resistenti
camminano indenni sulle ore
avvolgendo i cedimenti interiori
scantonano gli amori renitenti
e ciò che resta basta
al vivere dimesso dei miei tempi

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Cedimento: una parola pensando al 25 novembre

Cedi i tuoi spazi, il tuo tempo, il tuo cuore, le tue ragioni e se lui li fa a brandelli tu li ricuci e ogni volta che li ricuci ne perdi un pezzetto.
La violenza ha una misura ed è il tuo cedimento. Cedi alla sopportazione, cedi al silenzio, cedi all’invasione dei tuoi spazi, cedi il tuo corpo per quieto vivere, cedi il cognome dei figli senza nemmeno pensarci, cedi quando alza la voce, cedi quando sei stanca, cedi la tua firma se gli serve, cedi l’amministrazione del denaro, cedi alla gentilezza temporanea sperando che duri, cedi alla sua avarizia, cedi perché lui ne sa di più, cedi perché lui ha il reddito da cui dipendi, cedi il tuo denaro perché pensi valga meno del suo, cedi il tuo tempo, cedi ai pensieri che si riempiono di rabbia e lui è al centro della rabbia, cedi l’affetto dei tuoi figli perché ti convinci che hanno bisogno del padre, cedi per quella volta che lui ti ha portata alle stelle con un abbraccio, cedi alle sue lacrime, cedi ai suoi buoni propositi, cedi alle minacce travestite da lusinghe, cedi alle lusinghe senza capire le minacce, cedi le amicizie, cedi alle insinuazioni, cedi alle sue chiamate, cedi le domeniche, cedi sul colore della casa, cedi la proprietà della casa, cedi il tempo per riordinare la sua biancheria, lavare la sua sporcizia, pulire il bagno dove lui è passato, cedi sulla scelta dell’auto, cedi sulla vacanza, cedi all’ascolto dei suoi problemi, le sue crisi, le sue recriminazioni, cedi per essere buona, cedi perché te l’hanno insegnato, cedi perché pensi di non saper fare altro, cedi all’arroganza, cedi alla manipolazione, cedi al tuo stesso sogno, cedi il tuo sogno, cedi alla necessità di ridurre il sogno, cedi alla continua recriminazione, cedi alla lamentazione sterile, cedi per adattarti alla realtà, cedi perché lui però ti aiuta, cedi perché sta imparando, cedi perché speri che impari, cedi perché non vuoi farti aiutare, cedi per continuare la recita, cedi per non fermarti a pensare, cedi perché pensi che non ci sia altro modo, cedi un pochino ogni giorno.
Poi un giorno scopri che non hai più nulla da cedere, nemmeno la speranza.
Poi un giorno vorresti riprenderti ciò che è tuo ma lui si oppone, ti costringe a cedere la vita ed è tutto.
 
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Quaderno per idee matte e strampalate

Vorrei un’idea strampalata
appesa al lampadario
come un’acchiappasogni
un’ombra leggera
una fata
che danza nelle ore
una giovane ragna che tesse
un’idea da tagliare e cucire
per l’intera giornata
un’idea che lasci tra le mani un librino
soffice come un cuscino
su cui chiudere gli occhi la notte
un’idea di quelle matte matte
da spedire intorno
perché facciano saltelli di gioia
i cuori appesantiti
un’idea che ripulisca i pensieri
dalla rabbia
un’idea dolce come una crostata
appena uscita dal forno

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Paesaggio 2011

Il velo di nebbia è l’organza
distesa sui prati
e una seta leggera slavata
sul fondo del cielo
la chioma degli alberi spogli
disegno dell’ago sul tulle
trapunto sul tronco scurito
da un filo infittito
il verde posato sui sassi
è lanugine,  un golf consumato
dai buchi si affaccia il colore
velluto di giacche maschili
e robusto fustagno
il verde è la cura di mani gentili
calore di lana pensosa
passata per lucidi aghi fruscianti
una casa è un fermaglio
una spilla da balia e un bottone
saltella la mente
distratta da un vecchio portone
un brivido della memoria
è tutto il paesaggio che scorre
nel grigio del tempo e del treno
che corre

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Abiti e abitudini.

Il primo sentimento che provo è l’insofferenza, quando l’abbigliamento femminile fa notizia, o diventa la coloritura di una notizia o, peggio, diventa il mezzo per deformare la notizia.
I femminicidi sono diventati il tambureggiare costante e assordante di notizie per le quali noi attiviste non troviamo più parole, e facciamo fatica a contrastare un linguaggio giornalistico spesso sciatto, riduttivo o addirittura mistificante, mentre comportamenti lesivi della libertà, dignità, vita, dilagano insieme a scambi comunicativi fondati sugli insulti, in cui l’odio si fa vanto senza pensarsi odioso.
In questo contesto l’invito della preside e la risposta delle studentesse in relazione all’abbigliamento hanno generato il solito dibattito a schieramenti contrapposti e semplificati, mettendo in scena una recita stereotipata che finisce per occultare le vere questioni con rischio di danni collaterali dentro e fuori la scuola.
Non conosco le persone perciò mi limito alla consueta bagarre dei social che riproduce, amplificandola, quella inventata dalle Tv commerciali negli anni ’80, che purtroppo ha fatto scuola.
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