Incontrare il bambino giocando (2012)

I luoghi dove giocano i bambini: case e casette

In: Incontrare il bambino giocando. Atti del Convegno di Lavarone 2011 (a cura di Rosangela Pesenti), Edizioni Junior, Bergamo, 2012

Abstract

Il gioco è il modo con cui l’infanzia si misura con il mondo, costruendo il progetto di vita anche attraverso l’apprendimento dei linguaggi verbali e non verbali. Uno dei linguaggi fondamentali è quello elaborato dalla specie umana per abitare lo spazio: costruire la casa in cui vivere non è solo un’attività riservata a urbanisti e architetti, ma è il movimento con cui tutti impariamo a “domesticare” il mondo per poterlo abitare con i nostri sogni e bisogni.
Nel gioco della casa bambini e bambine sperimentano materiali, apprendono funzioni, decidono transazioni, che permettono di crescere dentro uno spazio al quale liberamente dare nome.

“Papà suonava il campanello e quella che doveva essere la mamma di qualcuno apriva appena la porta di una casa illumi- nata da una luce fioca. Papà entrava con la sua borsa nera e la porta si chiudeva dietro di lui.
Io restavo a guardare la porta e la porta guardava me e mi dice- va: “Sono una porta e sto tra te e i segreti della vita degli altri”.
Eric Berne, 2010

Introduzione

Costruire una casa sugli alberi o sotto il tavolo di casa, cucinare fili d’erba in pentolini minuscoli, approntare un lettino e un minigiardino, sono attività che hanno accompagnato bambini e bambine di tutte le epoche. Chi non aveva gli oggetti in miniatura, che testimoniano la vita di bambini ricchi anche nei musei, sopperiva con la fantasia.
Noi, terapeuti, counsellor, educatori, proponiamo spesso il gioco della casetta che consente di mettere in scena oggetti, personaggi, relazioni, transazioni, imitando i grandi nelle attività quotidiane e sperimentando gesti e narrazioni.
La casa, definita da un modo di dormire, mangiare, stare insieme, è il contesto in cui si muovono le dinamiche famigliari, lo scenario dentro il quale si depositano la struttura del tempo, le abitudini, le continuità e discontinuità del vivere, le relazioni più significative tra le persone e con il mondo, le transazioni comunicative spesso più costanti.
Costruirsi una casa è un’attività che definisce l’essere umano e le varie culture attraverso le quali la nostra specie popola e abita la terra.
Oggi si nasce e si muore in luoghi diversi dalla casa, che però resta il luogo della continuità, una sorta di unità narrativa che ci contiene e ci accompagna; come la lingua che parliamo anche la casa è una culla che accoglie il nostro corpo bambino con le sue forme, sulle quali impariamo ad operare crescendo e i cui standard di apprendimento definiscono proprio le tappe della crescita.
“La casa è infatti il nostro angolo di mondo, è, come è stato spesso ripetuto, il nostro primo universo. Essa è davvero un cosmo, nella piena accezione del termine. Non è forse bella la casa più modesta, se la guardiamo dal punto di vista dell’intimità? (…)
La nostra vita adulta è a tal punto spossessata dei primi beni, i legami antropocosmici vi si sono talmente allentati da non avvertire il loro primo radicarsi nell’universo della casa. Certo, non mancano i filosofi che ‘mondificano’ astrattamente o rinvengono un universo nel gioco dialettico dell’io e del non-io: precisamente essi conoscono l’universo prima della casa, l’orizzonte prima del riparo. I veri e propri punti di partenza delle immagini, al contrario, se li studiamo fenomenologicamente, ci porteranno concretamente ai valori dello spazio abitato, al non-io che protegge l’io” (Bachelard, 1975).

Possiamo nascere in più lingue e abitare più case, siamo capaci di affrontare passaggi difficili, talvolta perfino dolorosi, per caso, scelta o costrizione, ma sempre cerchiamo di ricondurre questi materiali a quell’unità narrativa che percepiamo come “sé”, dentro la traccia creativa del nostro copione, così ci raccontiamo a noi stessi e ci costruiamo intorno una casa.
Per questo i giochi di casa e casetta restano nel tempo attività ludiche care ai bambini.
Approntare una cucina, un giaciglio, recitare i ruoli genitoriali, accudire bambole, bamboli e pupazzi sono giochi percepiti socialmente come femminili, relegati oggi spesso nell’universo stucchevole di un rosa monocromatico e ridondante che suggerisce stereotipi e genera, giustamente, rigetti, ma quale piccolo maschio non ha sognato la casetta sugli alberi, dove affrontare da solo (senza adulti apprensivi) le avventure della scoperta e dell’amicizia?
Se abitare è il modo di esistere umano, e dell’umano uno dei linguaggi, l’infanzia è il momento di un apprendimento che attraverso il gioco consente di misurarsi con l’ambiente, le storie che racconta e la nascita delle proprie narrazioni.
Voglio raccontare un’esperienza di counseling educativo, legata all’essere abitante, attraverso due giochi molto comuni, quello della casetta con le stanze e i mobili in miniatura e quello del fare casetta, cioè costruire un luogo contenitore e contenitivo di sé.

Spazio e luogo
Prendo a prestito da Michel De Certeau (2001) la differenza tra spazio e luogo
“È un luogo l’ordine (qualsiasi) secondo il quale degli elementi vengono distribuiti entro rapporti di coesistenza” il che implica, quindi, una condizione di stabilità, mentre “si ha uno spazio dal momento in cui si prendono in considerazione vettori di direzione […] È spazio l’effetto prodotto dalle operazioni che l’orientano, lo circostanziano, lo temporalizzano e lo fanno funzionare come unità polivalente di programmi conflittuali o di prossimità contrattuali.”
Un luogo statico, definito dalla sua funzione, muta se viene percepito come spazio liberamente fruibile dai soggetti. Ad esempio l’architettura dell’edificio del tribunale evoca la funzione della giustizia, ma se una coppia si apparta dietro le colonne per incontrarsi e baciarsi quel luogo muta di significato, nella loro storia viene percepito come spazio libero e ridefinito con un’altra denominazione di luogo: non è più il tribunale, ma l’angolo dell’appuntamento.
La casa è continuamente e contemporaneamente luogo e spazio nell’esperienza degli adulti: luogo di definizioni incorporate negli oggetti che ne delimitano la fruibilità e spazio di percorsi, individualmente variabili, dentro ai quali ogni oggetto viene risemantizzato nel lessico famigliare.
Materiali architettonicamente definiti coesistono con i mobili previsti dalla caratterizzazione degli spazi: c’è un tempo, forse più immaginario che reale, in cui la casa è puro luogo, punto fermo di una progettualità conclusa, in attesa di ridiventare spazio per la mobile intimità umana.
Un tempo in cui le persone entrano nello spazio vuoto e cominciano ad appropriarsene attraverso lo sguardo, (ma contemporaneamente tutti i sensi sono attivati), trasformandolo nello spazio-involucro della propria storia in divenire.
Acquistare mobili e oggetti, pensarne la disposizione, è come tessere la trama narrativa di un sogno, poi, dentro lo spazio vuoto, si costruisce il luogo e tutto ha un ordine come in un libro compiuto, ma in realtà si tratta solo di uno schema ed è proprio allora che la storia vera comincia e niente avrà più il significato di quando è stato acquistato.
“Lo spazio è un luogo praticato” osserva De Certeau, (2001) “Lo spazio sarebbe rispetto al luogo ciò che diventa la parola quando è parlata, ovvero quando è colta nell’ambiguità di un’esecuzione, mutata in un termine ascrivibile a molteplici convenzioni, posta come l’atto di un ‘presente’ (o di un tempo), e modificata attraverso le trasformazioni derivanti da vicinanze successive. A differenza del luogo, non ha dunque né l’univocità né la stabilità di qualcosa di circoscritto”.
La casa, circoscritta quasi per definizione e, quindi, potenzialmente immobilizzata nel suo carattere di luogo, è contemporaneamente lo spazio più incessantemente percorso dalle traiettorie umane, pertanto potenzialmente soggetta a qualsiasi mutamento, in sintonia con il carattere dei corpi che nascono, vivono, muoiono, si riproducono.
La casa è il terminale al quale torniamo dai percorsi nel mondo esterno, usciamo ed entriamo seguendo ritualità consuete, ritmate dalle variazioni stagionali del cambio di abbigliamento e accessori, cerchiamo incessantemente stabilità eppure la natura stessa delle relazioni umane produce continui spostamenti, talvolta impercettibili nella continuità dei tracciati che ci conducono di stanza in stanza, nello svolgimento delle funzioni imprescindibili del vivere.
Perciò la casa è un ininterrotto generatore di tensione tra luogo e spazio, tra immobilità dei significati e incessante mobilità di sogni e bisogni umani.
L’immaginario sulla casa si costruisce su questa tensione, come ricezione “passiva” di definizioni cristallizzate e incessante attività di ripensamento, che è tutt’uno con l’attività di riposizionamento.
L’abitare struttura un linguaggio, costituito da architetture, luoghi e oggetti, che interagisce direttamente con la prossemica, la mimica, la gestualità e tutti i codici espressivi del corpo venendo nel contempo sedimentato, insieme a questi, nell’oralità delle comunicazioni informali e quotidiane, senza trascurare la formalizzazione delle scritture e delle immagini, che siano divulgative o strettamente disciplinari.
Muri, arredi, mobili, suppellettili, disegnano distanze e vicinanze, segnano percorsi obbligati, definiscono accessi e divieti, destinazioni d’uso, rigidità o flessibilità che diventano determinanti per il muoversi dei corpi, per l’agio o disagio con cui si pensano nel mondo, con cui guardano il mondo.
Quale relazione intercorre, nell’esperienza di ognuno, tra il nome dell’oggetto, la sua definizione d’uso e la prossimità concreta con il corpo che deve introiettarlo come appendice del suo muoversi nelle abitudini quotidiane?
Parlare, muoversi, abbigliarsi, abitare, sono linguaggi strutturati secondo codici diversi e separati, eppure continuamente interagenti: conoscerne la grammatica, se non proprio l’origine filologica è il primo passo per avere coscienza di sé e della storia dentro cui veniamo immessi e che, perfino e soprattutto involontariamente, contribuiamo a costruire.

Crescere dentro i luoghi
Nell’infanzia la percezione dello spazio precede sempre la comprensione del luogo, con le sue definizioni sociali e le storie incorporate dentro muri, mobili, oggetti.
Abitare e abito sono esperienze che precedono la sperimentazione/apprendimento del linguaggio verbale.
Si nasce dentro una casa come dentro una lingua (o in più case e in più lingue), che insieme alle relazioni umane, o meglio contenendole, strutturano l’immaginario, il movimento, l’espressione, le convinzioni, le transazioni comunicative, le possibilità, in una dinamica che mescola conoscenza e azione in quell’impasto comune e singolare che è la vita.
Abitare la casa è una lingua del corpo, parlata da ognuno nel quotidiano.
Bambini e bambine entrano, con la nascita, nel luogo costruito e definito dai genitori, o in qualche caso da altre figure che ne svolgono le funzioni, adulti in ogni caso, che sono i terminali di una rete di relazioni sociali e connessioni culturali estese nel tempo della memoria oltre che nello spazio agito.
Proprio questi adulti, genitori o altri, che preparano il nido per il bimbo o bimba in arrivo, dovrebbero, dopo la nascita, prepararsi ad un cammino a ritroso per tornare dalla storicità e funzione degli oggetti alla percezione della loro primaria materialità: odore colore luce consistenza dimensione tattilità sonorità, immaginandoli così come si presentano a chi arriva, neonato, al mondo.
L’intervento creativo sul linguaggio, di cui si gusta suono e ritmo provandone l’adattabilità al proprio pensiero, proprio dei bambini, è lo stesso processo che introduce il disordine negli oggetti diventati luogo.
Le figure retoriche individuate nelle strutture del linguaggio verbale si possono applicare anche al linguaggio dell’abitare per comprenderne le regole e le funzioni.
La catacresi, metafora di uso corrente non più avvertita come tale, quando diciamo, ad esempio, ‘le gambe del tavolo’, possiamo individuarla nella camera matrimoniale, che ha una struttura fissa considerata ovvia da produttori e consumatori.
Come la lingua ha le sue rigidità, così la casa ha le sue catacresi, gli spazi in cui l’ovvietà della disposizione degli arredamenti diventa la normatività del vivere.
“Perché voi che siete grandi dormite in due e io che sono piccolo devo imparare a dormire da solo?” chiese un bambino, dimostrando un’acuta capacità di analisi.
Forse dovremmo interrogare e rivitalizzare anche la casa con la forzatura delle sinestesie (metafora in cui si associano termini appartenenti a sfere sensoriali diverse), delle metafore (rapporto di similarità), delle metonimie (sostituzione di un termine con un altro che ha col primo un rapporto di contiguità: astratto-concreto, causa-effetto, materia-oggetto, contenente-contenuto, mezzo-persona, autore-opera), come rigeneriamo la lingua attraverso la poesia.
C’è una continua circolarità tra linguaggi del corpo e linguaggi verbali in un rapporto che varia dalla similitudine all’analogia.
La percezione dei piccoli è uno sguardo nuovo che illumina l’abitare di inedite possibilità costringendo gli adulti a rivedere abitudini e convinzioni, se non viene immediatamente spento nella costrizione all’adattamento.
I bambini sono maestri nella sineddoche, procedimento linguistico espressivo che consiste nell’uso, in senso figurato, di una parola al posto di un’altra, mediante l’ampliamento o la restrizione del senso: il gioco non è mai un ‘far finta di’, ma un’attività che usa creativamente gli oggetti a disposizione per costruire una visione del mondo, un evento compiuto.
L’uso e lo spostamento di un oggetto rappresentano operazioni pratiche di individuazione del sé, esattamente come l’apprendimento di una parola nuova: sono i passi di una piccola umanità che cammina sulle orme precedenti imparando ad esplorarle e a modificarle a propria misura.
La casa propone divieti e Permessi, talvolta le ingiunzioni sono espresse da un mobile, una stanza, una misura o un colore degli oggetti, l’interdizione di un luogo, la ripetizione ossessiva di un adempimento (Crossman, 1966).
Trascriviamo continuamente il nostro copione nel modo di abitare e di vestire, come nel nostro modo di parlare e muoverci: in questi quattro linguaggi depositiamo le nostre scelte e i sentimenti che le riguardano.
Come il disegno anche il gioco è sempre un segmento di esperienza compiuta.
Nella casetta e con la casetta bambini e bambine giocano a rappresentare e rappresentarsi, includendo nell’immaginario le forme della sopravvivenza umana e preparandosi a conservarle e innovarle nell’incontro con risorse e persone, territori e saperi, luoghi e possibilità.
Il focus del percorso di counselling educativo che presento è centrato su questo gioco.

La Puledrina: come una bambina ha utilizzato il gioco della casa
Ha un nome antico e forte, la chiamo “Puledrina” perché è simile all’appellativo affettuoso col quale lei stessa ama essere chiamata da me nel suo gioco preferito.
Ha sei anni, ma è andata a scuola con un anno di anticipo e frequenta già la seconda elementare con ottimo profitto. É bravissima a disegnare, sa usare le forbici con destrezza e stupisce i compagni e le insegnanti per la capacità di costruire immagini e cose con materiali diversi. Sembra molto autonoma, o pretende di esserlo, ma per le maestre è fonte di ansia perché a scuola fa quello che vuole in modo imprevedibile e qualche volta rischioso. Non sa interagire con i compagni, che comanda a bacchetta esprimendo disprezzo e derisione per quelli meno abili.
I genitori inizialmente non si preoccupano perché il comportamento non incide sui risultati scolastici, finché la maestra di danza si rifiuta di averla nel suo corso, allora si decidono a chiedere aiuto.
“È sempre stata così” mi diranno “è sempre stata più grande della sua età, prima o poi imparerà, basta tenerla sotto controllo”.
L’hanno mandata a scuola un anno prima, nonostante il parere sfavorevole delle insegnanti, perché la scuola elementare, secondo loro più rigida di quella dell’infanzia, l’avrebbe “rimessa in riga”.
La parola chiave per la madre è “controllo”, per il padre è “carattere” perché la bambina gli ricorda le sue intemperanze infantili, ampiamente tollerate dai genitori.
La madre, cresciuta in modo più severo da una famiglia ancora molto presente, avverte invece che le sue competenze educative sono spesso inefficaci e si sente poco sostenuta nel tentativo di arginare l’esuberanza della bambina con una strutturazione abbastanza rigida del tempo e dello spazio.
Nel nostro primo incontro la piccola mette a dura prova la mia pazienza: per tutto il tempo mi sfida saltando pericolosamente dalle sedie e sfuggendo ogni contatto. Tratta ogni oggetto con sgarbo, provando a romperlo; all’inizio non vuole restare, poi non se ne vuole andare e si aggrappa al divano, ai cuscini, sfidandomi con uno sguardo beffardo e la sua agilità. Capisco che quello è il punto di rottura con tutti gli adulti, che si lasciano sopraffare e finiscono col cadere nella trappola del suo Gioco, arrabbiandosi.
Guardandola penso che con i gesti reciti una parte molto più grande del suo corpo. È uno scricciolo. Le faccio notare, sorridendo, le nostre dimensioni: io sono grande, lei è piccola, ma possiamo guardarci e trovare un accordo.
L’abbraccio, la contengo e la trattengo, solo un momento, poi la lascio andare, lei resta ferma, lo sguardo perplesso, sono riuscita a stupirla ed è il primo passo verso la nostra alleanza.
Decide di portarsi via un orsetto e accetta di andarsene.
Lo riporta la volta successiva, gli ha dato un nome “È una femmina e si chiama Sofia”, le ha fatto due ali di carta rosa e, mi fa notare, le unghie. Angelica e aggressiva: è lei come viene descritta dagli altri, adulti e bambini.
Sofia presiederà tutte le nostre sedute, dalla poltroncina che diventa il suo posto.
Puledrina è una bambina che disegna sempre e ovunque, mi hanno detto, attività che è parte del suo fascino presso i coetanei, che pure la temono. Con me invece decide di usare la lingua degli oggetti.
Sceglie il gioco della casetta: quella che ho in studio è una dimora in stile vittoriano con quattro stanze su due piani, un terrazzo, una veranda, la mansarda e tutti gli arredi coordinati.
L’architettura di una casa, i muri, i mobili, gli arredi, gli oggetti, sono la lingua dell’abitare che parliamo quotidianamente.
La casetta con i suoi mobili, utensili, personaggi è una sorta di vocabolario minimo con il quale si possono costruire storie, intervenendo sulla sintassi e sui significati come accade nel linguaggio e si possono costruire poesie o insulti.
Giocando con la casetta si sperimenta un ordine già previsto o se ne inventa uno completamente nuovo, risemantizzando gli oggetti che vengono ricondotti alla materialità originaria, capace di accompagnare l’espressione di emozioni e pensieri altrimenti indicibili.
Disposizioni, distanze, vicinanze costruiscono un racconto che si può smontare e rimontare diversamente.
In fondo l’intervento creativo sul linguaggio è lo stesso processo che introduce un altro ordine negli oggetti diventati luogo.
“Mettiamo in ordine” dice e destruttura completamente l’organizzazione dello spazio accatastando mobili e oggetti, poi si agita perché vuole rimettere ordine, ma nelle stanzette tutto è sempre più caotico.
“La sensibilità contemporanea vede il perturbante sbucare in parcheggi deserti nei pressi di centri commerciali abbandonati o fatiscenti”, ma, ci ricorda Vidler a proposito del perturbante in architettura (2006), anche “i loci apparentemente benigni e totalmente anonimi, le ambientazioni domestiche” possono produrre disagio.
Continua così per alcune sedute, spostando i mobili della casetta in un crescendo frenetico e lasciandoli sempre accatastati. La lascio fare offrendo cautamente qualche aiuto e rassicurandola quando non se ne vuole andare perché la casetta non è in ordine.
In questa prima fase la casetta è il luogo di una destrutturazione nella quale investe emozioni che posso solo accogliere.
La struttura della casa è un contenitore solido, capace di ospitare il caos degli oggetti, collocata in uno spazio, lo studio, che per ora resta uno sfondo ordinato in cui ci collochiamo insieme nei momenti del saluto, all’inizio e alla fine dell’incontro.
Il Counselling educativo è un percorso breve, che coinvolge, insieme al bambino, il gruppo di adulti che hanno, a vario titolo, la responsabilità della sua crescita.
Quando incontro i genitori mi faccio raccontare la casa e scopro che è all’origine di molti conflitti perché la madre vuole che tutto sia sempre in ordine e il suo desiderio non è facilmente compatibile con il lavoro e due figlie piccole. Inoltre la puledrina dorme in un letto grande, a due piazze, in una stanza da sola, mentre la sorella di tre anni dorme nel lettino accanto al letto dei genitori “anche se ormai non ci sta più”.
La casa della puledrina interpreta un G Normativo rigido e il letto, che simbolicamente la mette alla pari dei genitori, funziona come ingiunzione ad essere più grande della sua età e sancisce la sua differenza sia dalla sorella che dagli altri bambini.
Nel caos generato nelle stanze della casetta esprime forse la confusione che vive dentro la casa reale e le relazioni famigliari, dove non capisce quale sia la sua collocazione: non è piccola come la sorella, non è grande come i genitori e per questo a scuola oscilla tra la mimesi del G Normativo dei grandi, bacchettando i suoi compagni, e i comportamenti trasgressivi di un Bambino ribelle quando sente l’essere “grande” come un dovere troppo pesante per lei.
La casetta è diventata la rappresentazione di questo dovere al quale si sente chiamata, quello di rimettere in ordine come fanno i grandi, che sembra al di sopra delle sue forze e la lascia perennemente frustrata. Decido di farla sparire e le dico che aveva bisogno di essere pulita, che non è del tutto una bugia perché anche i giochi hanno bisogno di manutenzione.
Abbiamo ormai costruito un’alleanza e lei si fida, non fa altre domande e sembra quasi sollevata.
Vuole un grande foglio e lo stende nello spazio dove c’era la casetta: “Ti disegno il mio animale preferito” dice. Usa pennarelli, taglia e incolla pezzi di stoffa e nello spazio azzurro (ha scelto lei il colore) appare un cavallo, dotato di corno e ali, che svolazzano fuori dal foglio quando lo solleva per farmelo ammirare. Un animale mitologico mite e invincibile, un po’ Pegaso, il cavallo selvaggio utilizzato da Zeus per trasportare i fulmini, che alla fine delle sue imprese vola verso la parte più alta del cielo trasformandosi in una nube di stelle scintillanti, un po’ unicorno, simbolo di saggezza e umiltà, capace col suo attributo di neutralizzare i veleni, secondo la credenza medievale e attualmente dotato di poteri magici salvifici nel film “Harry Potter e la pietra filosofale”.
Reminiscenze letterarie aggiungono la storia dell’Ippogrifo con cui Astolfo parte alla volta della luna per recuperare il senno che Orlando ha perduto, raccontata da Ariosto nell’Orlando Furioso.
Come per l’orsetta Sofia ci sono le ali a indicarne la possibilità di abitare anche il cielo, se la terra diventa difficile da praticare, e il corno è un elemento difensivo più potente e meno aggressivo delle unghie.

Qualche volta per raccontarsi bisogna cominciare dal principio
Nella seduta successiva comincia a costruire una casetta da abitare.
Giocare con la casetta e fare la casetta sono due modi diversi di sperimentare lo spazio, di apprendere il linguaggio dell’abitare, di riconoscersi dentro lo spazio abitato. Per analogia potremmo avvicinare il primo alla scrittura, il secondo al disegno, in entrambi i casi si usa il segno grafico, ma il primo in modo regolato, le parole hanno un preciso significato che si tratta di apprendere, il secondo in modo più personale e creativo, tornando all’origine del segno stesso, come nello scarabocchio, attraverso il quale il bambino “affina il suo modo di sentire e di percepire la realtà” (Crotti, Magni, 1996).
Mentre nel gioco della casetta l’architettura e gli arredi hanno un significato storicamente definito e vengono utilizzati prevalentemente secondo le funzioni proprie, la casa per sé, in cui ci si può infilare, può essere costruita con i materiali più diversi, la cui funzione può essere completamente cambiata rispetto all’uso.
Quella che costruisce la Puledrina è la casetta di una cavallina “che sono io” mi spiega “e questa perciò si chiama stalla”, ma mette il letto, appende a un pomolo del cassetto un campanello per chiamare quando ha bisogno, appresta un tavolino e cose da mangiare.
Costruisce la casetta con le coperte, stese e fermate con le mollette dei panni tra il divano, la libreria, lo schienale di una poltrona e un grande libro (dimensione un metro per settanta cm.) che rappresenta l’interno di due case e sta in piedi aprendosi opportunamente come un separé che funge da porta.
La casetta è un manufatto materiale, ma anche un recinto simbolico, che disegna un confine.
Per entrare si bussa, si chiede il permesso.
Per molti incontri la casetta viene ricostruita nello stesso posto, con gli stessi materiali.
La puledrina si muove tra il fuori e il dentro, si sdraia sui cuscini per dormire, si sveglia al suono della campanella, si affaccia alla finestra per salutarmi, mi apre la porta, mi accoglie, mangiamo insieme, poi mi saluta e si ritira, io devo restare fuori a “fare la guardia” dice, sono la sentinella che resta in silenzio e ascolta, la garanzia del guscio protettivo dentro il quale può chiudere gli occhi e restare in silenzio. Tra sonno e risveglio sperimenta ogni volta il passaggio della soglia che segnala lo scorrere del tempo nell’arco di una giornata simbolica.
Costruire una casa è per lei un rito che si struttura in un racconto: la notte e il giorno, la solitudine e l’incontro, il permesso di tornare ad essere piccola, di nitrire invece che parlare, di non avere le mani, ma le zampe, di farsi imboccare, di ritrovare il suo tempo perduto, di ripercorrere la crescita secondo i suoi tempi.
I bambini esercitano una straordinaria capacità metonimica (per la precisione di tratta di una sineddoche), di usare cioè la parte per il tutto, non solo per immaginare il tutto, ma per viverlo.
Basta un mantello, trovato nella cesta dei travestimenti, per diventare una cavallina alata o una cavallina principessa. E il mantello è anche una sorta di membrana in cui si raccoglie e si avvolge per dormire.
Mi chiede di imparare la sua lingua cavallina e, gentile, traduce quando non capisco la modulazione dei nitriti.
All’inizio la mia funzione è quella di testimone protettiva dei piccoli eventi che accadono nella casetta, più avanti divento la nutrice: prima la imbocco, poi predispongo il cibo nella mangiatoia e lei fa da sola perché “sono diventata più grande” dice, infine vengo accolta nella sua dimensione, mi appoggia la testa in grembo e si lascia accarezzare la “criniera”, mi invita a sedermi con lei per la merenda.
Ogni bambino e bambina ha bisogno di ripercorrere la fase originaria dell’abitare, misurare con l’habitat le proprie potenziali capacità di abitante che sa interagire col mondo e rinominarlo.
È un momento di apprendimento fondamentale e indispensabile, come per il linguaggio verbale.
Fare la casetta significa ritrovare uno spazio originario che diventa luogo in armonia con la propria vita, corpo e pensieri.
In un laboratorio per genitori una mamma racconta che il suo bambino costruisce la casetta in salotto e poi va a giocare con altre cose, ma non vuole che venga smontata e vi ritorna alla fine della giornata anche solo per un momento.

Un tempo per ogni cosa
In questo tempo c’è anche il lavoro con gli adulti: i genitori e le insegnanti, che hanno segnalato i problemi, sono il “gruppo” (Munari Poda, 2003) con cui attivo il contratto triangolare (English, 1975) che mi consente di concordare tempi e azioni possibili, in ordine ai diversi ruoli e competenze, avviando “un processo di decontaminazione delle magiche attese dei Bambini e delle pretese dei Genitori” (Capoferri, 2005), che sono state portate nelle richieste dei primi incontri.
Il lavoro di counseling con gli adulti è finalizzato a definire ruoli e competenze, ma anche eventualmente, in un secondo momento, ad aiutare qualcuno a decidere la prosecuzione del lavoro in un setting diverso.
Nella riunione con le tre insegnanti concordiamo modalità di intervento scolastico per ridurre la fatica della bambina a sostenere la durata delle lezioni e allentare la tensione della famiglia nella richiesta di esecuzione dei compiti a casa.
Con i genitori lavoro sulla definizione del confine tra casa e scuola, aiutando soprattutto la madre a contenere le ansie sulle prestazioni della bambina.
Sono sufficienti pochi incontri per ripercorrere con loro il succedersi degli eventi famigliari dolorosi che hanno generato il desiderio materno che la primogenita diventasse grande in fretta.
Dare alla bambina il Permesso di avere la sua età consente ai genitori di rivedere anche la sua collocazione di “grande” nella dinamica famigliare, ridimensionando le aspettative e guardando anche la “piccola” come una persona in crescita.
Prima dell’estate decidono di fare la cameretta per le bambine con un lettino per entrambe.
La Puledrina e la sorella, che prima si ignoravano o litigavano, cominciano anche a giocare insieme.
Un giorno porta a casa l’orsetta Sofia e la riporta senza ali e senza unghie: le ali le ha tolte lei e per le unghie ha chiesto alla mamma di lavarla. Nella penultima seduta disegna la stalla, “La puledrina è uscita”, mi dice. “Al galoppo il vostro destriero vi regala la sua forza, il suo vigore e dona al vostro cuore e alla vostra mente un nuovo impulso creativo. Se c’è un tempo per il dolore, c’è un tempo per la vita, per la gioia, per andare al galoppo verso il sole” scrive Tonia Cancrini (2002).
Ci prepariamo a salutarci prima dell’estate.
Come dice Bourdieu (2004) “il piacere che il lettore prova nell’abitare le proprie costruzioni di parole […] non è che un’anticipazione simbolica del piacere di abitare, di sentirsi ‘a casa propria’ in un universo di cose che è sempre indissociabile dall’universo di parole necessario per nominarlo e dominarlo, ossia, in una parola, per ‘domesticarlo’”.
Creando la propria casa una bambina/un bambino:
si appropria dello spazio e ne definisce il carattere del luogo
reinventando materiali e oggetti, investendoli della propria capacità immaginativa
sperimenta limiti e potenzialità
fa le prove di posture, gesti, comportamenti nuovi
apprende nomi e funzioni o rinomina le cose
utilizza creativamente il suo patrimonio di conoscenze
esercita la parola nelle sue potenzialità espressive
misura e dispone distanze e vicinanze
ripercorre le esperienze del corpo nella progressiva appropriazione di spazi più grandi e strutturati

Ripercorre la strada attraverso la quale l’abitare umano trasforma la terra in mondo, cioè luogo riconoscibile, in cui collocare il proprio agire diurno e abbandonarsi fiduciosi al sonno nel buio notturno.
“Progettare una casa in cui vivere significa progettare un organismo non solo da o per abitare, ma nel quale esprimersi, realizzarsi […] La casa svolge nei confronti di chi la abita una sorta di ruolo ‘materno’: come la madre esercita una funzione risolutrice nei confronti del figlio e dei suoi problemi, e contemporaneamente preparatoria al suo diventare autonomo, così la casa aiuta chi vi risiede a ‘ spiccare il volo’, lo prepara o predi- spone ad affrontare da solo, ma con un bagaglio adeguato, il ruolo sociale che ricoprirà e le vicissitudini che lo aspettano, nutrendolo delle energie interiori che gli serviranno per mantenere la calma, la serenità, la forza necessaria per non soccombere allo stress.” scrive l’architetto Giacomo Rizzi (1999).
La puledrina ha trovato nel gioco della casa il modo per ripercorrere le tappe della sua crescita ed entrare in sintonia con la sua età e il suo ambiente.
Identificandosi con il suo animale preferito, il cavallo, ha potuto ritrovare la gentilezza, lo scalpitare gioioso, la possibilità di essere accudita senza rimproveri e si è costruita il suo riparo, pronta ad uscire e abitare altre case.

Una dose quotidiana di bellezza

Uno dei disagi della contemporaneità è la deprivazione, non dei beni materiali, ma della bellezza: ciò che manca spesso nell’occidente ricco, non sono oggetti, cose, mobili, case, ma è l’armonia che li mette in connessione.
Delle tante storie di case, reali e narrate, immaginate e costruite, ho pensato che potevo accompagnare la storia della Puledrina con il ricordo della casa di Niki de Saint-Phalle, costruita dentro il giardino dei tarocchi, ultima sua grande opera d’artista.
Influenzata dal Parco Guell di Gaudì a Barcellona e dal Giardino di Bomarzo, Catherine-Marie-Agnès Fal de Saint Phalle, scultrice, pittrice, cineasta, nel 1979 acquista un terreno a Garavicchio in Toscana e comincia a realizzare il Giardino dei Tarocchi, un parco di sculture ispirate all’antico gioco di carte.
Al giardino Niki dedica vent’anni della sua vita e tra le grandi sculture, gli incanti delle maioliche multicolore, le figure misteriose degli arcani, gli specchi che riflettono la realtà trasformandola come nelle magiche sor- prese del caleidoscopio, Niki costruisce la sua casa, nella quale vivrà gli ultimi anni, creatrice, nutrice e abitante della sua opera.
Nata nel 1930, se n’è andata nel 2002, sei anni dopo l’apertura al pubblico del giardino, nel quale alcune opere rimaste incompiute non intaccano la bellezza e armonia dell’insieme, ma ne ricordano la natura di work in progress, caratteristica di ogni vera casa.
“Se la vita è un gioco di carte noi nasciamo senza conoscerne le Regole. Nonostante ciò siamo tutti chiamati a giocare una mano” e costruire la propria casa è un gioco che dura tutta la vita.

Nella tua casa i sogni aleggiano leggeri tra la coperta morbida del soffitto e le travi – manici di scopa pronti al volo – per letto un cuscino sul pavimento accanto al muro teso da una sciarpa fiorisce un giardino la pagina di un libro è la porta a cui mi accosto discreta aspetto il tintinnio del tuo sorriso per essere accolta alla tua piccola tavola imbandita.
Rosangela Pesenti

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