Rosangela Pesenti

  

Unione Donne in Italia

Intervento d'apertura al XIV Congresso Udi

XIV Congresso dell’Udi

 

Fare politica, abitare la democrazia, vivere in pace

 

Roma, 23-24 novembre 2002

 

Intervento d’apertura di Rosangela Pesenti

 

Mi ha emozionata l’intervento di Elisabetta con cui ieri sera sono rimasta fino a tardi per montare la mostra dei manifesti perché le sue parole sono il segno di un passaggio ma nello stesso tempo che questo è un Congresso vero, come lo sono stati tutti i Congressi dell’Udi, un appuntamento il cui esito non è già previsto.

Mi sono appassionata in questi due anni all’idea di preparare questo congresso, dopo una scelta sofferta dentro un’Udi di cui non riuscivo più a capire i confini, la collocazione, la politica e dove io stessa non sapevo più trovare un posto.

L’Udi mi sembra attraversata da una doppia temporalità, da un lato quella della costruzione delle istituzioni democratiche, sia dal punto di vista delle leggi che segnano l’ingresso delle donne a pieno titolo nella cittadinanza, che da quello delle pratiche, procedure, regolamenti, volti a costruire un processo di partecipazione che passa attraverso l’accoglienza delle istanze di nuovi soggetti, dall’altro il tempo delle donne, segnalato dalla scelta di portare la propria “cronologia interiore” sul terreno politico che si esprime prima nel dibattito che si sviluppa intorno ad alcuni nodi riguardanti il rapporto con i partiti e la famosa doppia militanza, e poi, sempre più esplicitamente, dall’incontro con il femminismo, sia nella sua prima versione dirompente che smuove l’Udi a un creativo processo di ripensamento, sia successivamente nel consolidamento di alcune pratiche non sempre egualmente produttive sul piano politico.

 

Penso sia importante ripensare l’intera esperienza dell’Udi per ricollocare l’associazione nel tessuto sociale per come oggi intrattiene i rapporti con la politica.

Possiamo restare nell’alveo scavato piano piano dal deleterio abbandono delle pratiche democratiche a favore di una rappresentazione sul terreno del potere o trovare il modo di restituire alle tematiche e questioni che ci stanno a cuore una modalità politica che consenta la circolazione delle idee, la costruzione di progetti.

La democrazia è una pratica viva, senza i vissuti non esiste.

Si tratta infatti di proseguire sulla strada della democrazia ponendo concretamente la questione dei fondamenti del patto sociale in presenza di una soggettività politica femminile che ancora non trova forme adeguate per esprimersi e quindi determina un deficit di democrazia.

Una coerente rappresentazione di uomini e donne nel patto sociale e un’adeguata rappresentanza nelle pratiche che lo sostengono.

Penso sia stato questo lo sfondo di ogni nostra azione in questi quasi sessant’anni, ma abbiamo bisogno di togliere forse la patina che lo rende opaco e parlarne tra noi con maggiore chiarezza.

 

E’ arrivato il momento di rendere visibili le forme organizzative che ci siamo date per fare i conti con vantaggi e svantaggi che ne abbiamo avuto.

Per vent’anni ogni gruppo, ogni realtà territoriale, ogni donna, si è data nell’Udi una propria misura dell’agire sul piano dei contenuti come su quello delle forme.

Abbiamo mantenuto, a livello nazionale, quella che potremmo definire una struttura a legame debole, l’assemblea autoconvocata come unico istituto decisionale e figure di servizio autoproposte. Dentro l’autoconvocazione abbiamo via via sperimentato la capacità di presa di parola stabilizzando, nei due congressi precedenti, le forme del nostro esistere.

Oggi mettiamo a confronto le nostre esperienze con il senso che ha per ognuna di noi questo nome comune che portiamo e con la concretezza dell’esistenza di una sede nazionale: ci servono? Ci sono utili? Perché, per quale politica?

In questi anni abbiamo sedimentato le esperienze più diverse: sedi presenti in capoluoghi provinciali hanno continuato a mantenere in piedi una struttura di rapporto tradizionale con i circoli, talvolta di coordinamento, talvolta, soprattutto nella gestione delle risorse, di dipendenza gerarchica.

Abbiamo sedi con funzionarie, donne che svolgono contenmporaneamente lavoro politico e organizzativo, sedi con impiegate pagate, che si appassionano poi alla vita dell’Udi e vi partecipano senza però confondere i due ruoli, sedi che vivono del lavoro volontario in cui l’organizzazione è minima e strettamente funzionale alla vita politica del gruppo, forme miste.

Ci sono singole o gruppi che hanno mantenuto un rapporto stabile con l’autoconvocazione nazionale, altre che hanno mantenuto questo legame attraverso una forma di delega implicita più che esplicita o attraverso un costante rapporto con sedi locali, altre ancora non hanno mantenuto alcun rapporto se non formale e, nei fatti, non riconoscono l’autoconvocazione nazionale come organismo dirigente e mostrano di non tenere in alcuna considerazione le decisioni dei congressi precedenti.

Di fatto l’Udi ha vissuto sperimentazioni ed esperienze del tutto simili agli altri gruppi di donne, ma l’Udi non è un gruppo.

Oggi sappiamo tutte che non basta la somma aritmetica delle nostre singole esperienze a dare senso comune al nome Udi ed è solo un percorso politico e scelte esplicite che ci consentiranno di trasformare il dato quantitativo in qualità della nostra politica.

Il primo passo è però rendere visibile a noi stesse proprio quella somma, il lungo elenco delle esperienze che abbiamo diffuso sul territorio perché ogni piccolo gruppo esca dalla dimensione dell’isolamento in cui spesso il lavoro politico diventa anche frustrante.

Per questo voglio dire la mia collocazione rispetto alla politica oggi.

Quando penso all’Udi, ed è praticamente in tutti i momenti liberi della mia vita, tanto che rischia di essere una passione-ossessione, è la percezione del fluire della storia che mi emoziona, il tempo di una storia legato per me ad immagini politiche, scritti, parole, esperienze in cui scorrono le migliaia di donne delle manifestazioni così come le confidenze ascoltate a un tavolo di cucina.

E’ un’esperienza di solitudine che consente però di “pensare politicamente”.

 

La questione che mi appassione, e non da oggi, è il rapporto tra la democrazia e un modello della cittadinanza che non si fondi sull’individuo astratto e sulla delimitazione di confini, territoriali o legislativi escludenti ed esclusivi.

Su questo terreno colloco la mia riflessione sull’agire sociale e individuale, sui modi propri di ogni soggetto, singolo o collettivo, di proporre le proprie istanze e di pattuire la propria specifica esistenza.

Mi appassiona la questione del rapporto tra la politica e la vita vera; tra l’essere, ognuno di noi, singolarità irripetibile e irrimediabilmente simili tutte e tutti, in qualsiasi parte della terra; tra la perenne fluidità delle relazioni umane e le architetture istituzionali che ci inventiamo sbagliando talvolta la progettazione a tal punto che le case diventano prigioni.

 

L’Udi è stata in rapporto costante con le istituzioni, non sempre con pratiche chiare relativamente al tema della rappresentanza, sia all’interno dell’associazione che dentro le istituzioni stesse.

Oggi mi sento di considerare positivamente il fatto che le donne dell’Udi si sono poste in modo pragmatico di fronte alla realtà di un mondo politico in cui il soggetto donna non era previsto ed hanno saputo trovare le strade per raggiungere i propri obiettivi senza mai svendere la propria autonomia come associazione.

 

Forse in questi ultimi anni ci è servito poco stare con un piede dentro e uno fuori dal circuito delle commissioni e comitati P.O.

Questa pratica al massimo ha dato un senso, ma non sempre, all’agire individuale su un territorio, ma non c’è stato un passaggio di comunicazione che consentisse un’elaborazione di tutta l’associazione su questo terreno.

Credo sia maturo il tempo per fare una riflessione spregiudicata sulle nostre pratiche.

I servizi che produciamo, per i quali abbiamo costituito associazioni ad hoc, vengono impoveriti e perdono di specificità se non possono riferirsi ad un “contenitore politico” che definisca con chiarezza la propria posizione e il proprio rapporto con la legislazione e i servizi di questo paese.

Perché se è vero che c’è una necessità di stare dentro la legislazione vigente per avere risorse, fare politica significa anche avanzare proposte che contrattino una modifica della legislazione vigente.

Sento il bisogno di costruire un dibattito dentro l’associazione perché l’Udi ricominci a fare politica, un dibattito libero che si traduca però in azione politica trovando ogni volta la forma adeguata alla rappresentazione delle nostre idee e posizioni, anche attraverso momenti di rappresentanza costruiti tra noi.

 

Andando in giro per il censimento mi sono resa conto che per molte, indipendentemente dalla posizione assunta nei confronti di questo congresso, l’immagine dell’Udi è irrigidita in due icone del prima e dopo XI congresso che non rispondono nemmeno alla realtà storica di quel prima e quel dopo.

C’è una parziale o talvolta perfino totale ignoranza della storia dell’Udi e perfino della concretezza delle forme organizzative e delle politiche agite.

Sfugge ancora a molte, nel discorso informale, il riferimento a “voi del nazionale” che rappresenta bene il sintomo di una non conoscenza della “costituzione materiale” dell’Udi e delle responsabilità davvero assunte e/o agite dalle singole persone.

E certo è vero che questo immaginario è stato alimentato dalla persistenza di forme e modi comunicativi che non hanno poi riscontro nella realtà dei mandati e delle responsabilità ufficialmente assunti.

Oggi dobbiamo sapere che qui a Roma, c’è una sede nazionale per come noi la vorremo alla fine del congresso.

Non è facile capire e io più di altre l’ho vissuto e lo vivo, ma proprio in questo abitare un territorio della vita che non coincide con quello dell’agire politico, perché altro e diverso è l’orizzonte che percorrono i pensieri, mi consente di restituire un’esperienza utile forse a tutte perché la lontananza fisica dalla sede nazionale è comune alla maggior parte delle donne dell’Udi.

Questo pendolarismo della politica, non saprei come definirlo diversamente, significa per me ogni volta confrontare una riflessione politica con le sue concrete possibilità di tradursi in un agire che coinvolga tutte, trovando, proprio qui a Roma, quella visibilità nazionale che oggi tutte richiedono.

Significa anche confrontarsi con tempi e luoghi, con accelerazioni e decelerazioni, con dislocamenti imprevisti, ma soprattutto con le persone che abitano concretamente la sede e che la rendono agibile o inagibile politicamente.

Mi sono confrontata con le persone tenendo conto prima di tutto delle storie agite qui dentro, ma senza sentirmi subalterna a queste storie e autorevolezze. Cercare di capire per non ricominciare ogni volta da capo, per avere uno sguardo e una lettura non superficiale dell’esistente, ma contemporaneamente capire dove e quando è necessario fare spazio per il nuovo, idee o persone che siano.

Il rispetto per l’esistente è stato troppo spesso nell’Udi forma implicita di delega e di deresponsabilizzazione, per cui si viene qui e non si pensa di dover sapere chi e come paga l’affitto e tutto il resto: sapere in questo senso è invece per ognuna di noi dovere e diritto.

La distrazione di molte nei confronti delle comunicazioni che partono da questa sede, per cui diventa ormai leggenda quella delle comunicazioni non ricevute, così come talvolta la pretesa di un’efficienza di servizio che noi non siamo in grado di pagarci, corrisponde alla persistenza di un’immagine di organizzazione nazionale che non esiste più da anni.

Rispetto per le persone e per il loro agire, ma anche fermezza nella richiesta di conoscere e chiarezza nell’esporre il mio pensiero senza reticenze o dietrologie è stata la pratica condivisa con Pina in questo periodo, l’esperienza più profonda e direi formativa che ho vissuto, nel senso proprio che si è trattato di dare forma a un modo di essere che tutelasse l’esistenza dell’associazione restando dentro i confini dello statuto, ma contemporaneamente agire in modo da sbloccare quella morte lenta a cui sembrava destinata l’Udi, inventando da noi i confini del mandato che per la prima volta sperimentavamo.

Non si è trattato di diventare dirigenti, ma di pensare una direzione, condividerla e consentire a tutte noi di camminare.

Non è solo l’Udi oggi ad essere di fronte alla propria storia, ma ogni donna che si è messa sul terreno della politica perché proprio la politica oggi deve ricollocarsi in un orizzonte di senso che faccia i conti con il limite.

L’eredità di un patrimonio politico può essere fruibile se c’è qualcuno a cui lasciare uno specifico legato di cura e questo è il pensiero nuovo che ci avvicina alle generazioni di giovani donne sapendo che la giovinezza è per noi in questo momento semplicemente la condizione di una speranza.

 

Oggi sento che ho portato a buon fine il compito politico che mi ero assunta con Pina, quello di pensare un Congresso a misura dell’Udi di oggi, continuerò a svolgere tutti gli adempimenti necessari per portare a conclusione positiva questo processo, dal censimento a tutte le azioni che si renderanno necessarie, ma sento il bisogno di fare un passo indietro rispetto alla responsabilità politica perché da oggi la condividiamo tutte alla pari dentro il congresso.

Per questo anch’io, come tante, ho portato al congresso un mio contributo personale sul rapporto tra pace, donne e democrazia.