Rosangela Pesenti

  

Unione Donne in Italia

Passaggi di cittadinanza tra generazioni di donne

XIV Congresso dell’Udi

Passaggi di cittadinanza tra generazioni di donne

Modena, 8-9 febbraio 2003

 

 

Introduzione di Rosangela Pesenti

Abbiamo voluto un congresso lungo per dare il tempo ad ogni realtà dell’Udi di riemergere, rendersi visibile, riaprire la comunicazione per dare a tutte noi la possibilità di ricostruire un tessuto comunicativo che ci sostenesse nel pensare al futuro.

La prima tappa del Congresso ha segnato per me un mutamento di orizzonte perché all’Udi immaginata, sognata, evocata, dalle comunicazioni via via più fitte, si è sostituita l’Udi reale, le donne che al congresso hanno partecipato, sono intervenute, con cui ho vissuto momenti di intensa partecipazione emotiva, ma anche le donne che ci hanno scritto, che hanno ascoltato poi il racconto del congresso, che si sono attivate per allargare la partecipazione ben oltre le due giornate di Roma.

Quel tempo lungo che sembrava separare le tre tappe, addirittura tre stagioni, ora lo avverto come un tempo breve, fitto di pensieri e progetti nuovi che nascono dall’esperienza condivisa, dal fatto che insieme siamo più intelligenti e guardiamo più lontano.

 

In realtà più pensieri che progetti, perché questo periodo è stato segnato per me dalla malattia e poi dalla morte di mio padre, eventi che ancora sto elaborando, che hanno rallentato la mia attività riconducendo la mia vita quasi interamente a quel ruolo di cura che noi donne sappiamo praticare spesso per una competenza così naturale che sembra scritta nella nostra mappa genetica.

Parto da questa esperienza personale e intima non solo perché voglio ringraziare le compagne per la vicinanza affettiva e in particolare Pina per il sostegno e la solidarietà, ma proprio perché ho sentito in questo passaggio della mia vita che il mio luogo d’origine non è solo la famiglia, faccio i conti anche con lo spazio in cui mi sono misurata e ho costruito la mia identità ridefinendo continuamente il senso del mio essere nel mondo.

Questo spazio per molta parte è l’Udi, quello reale delle donne che conosco, delle sedi dove ho parlato, mangiato, sofferto, riso e quella immaginata, che penso quando sono sola negli intervalli del lavoro.

Una volta ho detto che non sarei quella che sono senza l’Udi, ma vorrei ripetere qui, proprio perché siamo a un Congresso, che solo nell’Udi può accadere che una singola arrivi da uno sperduto paese del profondo nord e diventi responsabile della sede nazionale.

Questo significa che l’Udi è un orizzonte abbastanza grande per qualsiasi donna; è un’associazione dove ognuna può trovare la dimensione del proprio agire e questo apre la riflessione su due aspetti:

Il primo è quello delle regole e delle forme organizzative, che sono state abbastanza flessibili da contenere il modo di essere e le scelte di ognuna.

Il secondo riguarda la crescita di quello che viene definito ceto politico femminile.

Due questioni importanti se vogliamo parlare di passaggi generazionali.

Di tutti i luoghi delle donne che ho frequentato solo nell’Udi ho visto lo spazio per un confronto libero, anche duro, ma fuori da gerarchie precostituite altrove.

L’autonomia nell’Udi non è una dichiarazione d’utenti, ma una pratica che attraversa i vissuti come i progetti, che si costruisce nel dibattito e nelle scelte.

Da questo sappiamo che la forma di un luogo è importante perché forma e dà forma (e scusate la ripetizione) nel senso che facendo insieme si impara e questo produce la direzione dei nostri pensieri e il nostro modo di agire; è il luogo e il modo in cui si sta insieme che da la “piega” ai gesti, struttura i comportamenti e costruisce l’architettura degli spazi in cui prendono forma il fare e il pensare.

L’Udi è l’unico luogo che conosco in cui davvero non contano le provenienze che un tempo si definivano di classe, le ascendenze familiari, i titoli accademici, la notorietà, il successo e questo non è un dato “culturale”, ma l’esito, mi verrebbe da dire, di una faticosa “tenuta” collettiva, dentro l’autoconvocazione nazionale e in tutte le sedi che hanno sperimentato la stessa forma, l’esito di un  movimento continuo di ricerca di ognuna e di tutte, di un continuo esporsi e sottrarsi, fare e disfare gruppi, pensarsi e collocarsi nelle relazioni e nei progetti, viversi come singola e appartenere a un gruppo, l’esito di una frizione continua, anche sofferta, tra le nostre vite, che costruisce un preciso modo di essere collettività.

Non è cosa da poco, soprattutto perché esperienza storicamente giovane e quasi sconosciuta.

È importante che questa esperienza abbia in Italia la stessa età dell’acquisizione dei diritti politici.

Nella giovane, e ancora talvolta selvaggia, esperienza politica delle donne, l’Udi può cominciare a vantare una piccola tradizione significativa.

Una tradizione che non si è mai attestata sullo status quo, ma ha fatto proprio della capacità di mutamento in relazione ai tempi la cifra del proprio agire.

Se manca una storiografia adeguata sull’Udi non è solo per la distrazione della comunità scientifica, anche femminile, ma perché l’esperienza di questa associazione è nuova e diversa rispetto a tutte le esperienze politiche vissute dalle donne ed è quindi difficile accostarla con categorie narrative che ne restituiscano appieno la specificità.

Oggi ci troviamo di fronte ad un mondo nel quale è visibile il modo di esistere delle donne perché molti ragazzi oltre che ragazze sono figli di quel femminismo diffuso che negli anni ’70 è andato ben oltre le pratiche politiche di singoli gruppi, così come la mia generazione era figlia della tenace conquista della cittadinanza.

Sappiamo però quanto è forte la pervasività delle immagini e il potere che le governa.

Si allargano in modo orizzontale, e quindi più democratico, i processi comunicativi attraverso la rete delle varie tecnologie, ma persiste la cancellazione del patrimonio politico delle donne come se leggi e mutamenti nascessero dalla natura delle cose e non dal concreto e diverso agire umano.

Penso che, almeno noi dell’Udi, potremmo essere pronte per inventare e praticare una nuova presenza nella politica che vada al di là delle mille contrattazioni capillari con cui otteniamo sedi e finanziamenti per i nostri progetti, con cui riusciamo ad essere visibili nel contesto politico del territorio che abitiamo.

Abbiamo imparato così ad esercitare la nostra concreta cittadinanza, mi chiedo se siamo in grado di trovare un modo che renda visibile, anche sul terreno politico, l’esistenza di due generi.

Non possiamo infatti eludere il nodo del rapporto con le istituzioni ed è significativa proprio in questo senso la collocazione di questa tappa del congresso in una regione dove questo rapporto per l’Udi ha più storia: non dobbiamo necessariamente modificare il nostro stile, le nostre consuetudini, i nostri spazi, ma è importante renderne esplicito il senso politico e forse da quello potrebbe nascere davvero un passaggio inedito.

Penso che sia nostro diritto agire la cittadinanza anche attraverso la richiesta di risorse pubbliche per i nostri progetti, mi chiedo se siamo o diventeremo mai abbastanza grandi da condividere il governo delle risorse, controllare le logiche distributive dei bilanci, portare non solo il nostro punto di vista, ma la capacità di determinare la direzione di sviluppo di questo Paese.

Non mi interessano le piccole nicchie del privilegio e vorrei che questa non fosse presa come l’affermazione di un principio morale perché si tratta di una tentazione da cui non sono esenti né le donne né le loro associazioni e probabilmente è stata una strategia utile in certi tempi.

Oggi ritengo che non ci sarebbe utile invece, perché si tratta per noi di una strategia di corto respiro che non ci toglie dalla precarietà. Voglio ripensare i diritti ed esercitarli con limpida determinazione.

Non è facile in una democrazia costruita su un soggetto neutro trovare le forme per rendere visibili i soggetti concreti nella loro corporeità di donne e uomini senza correre il rischio di un appiattimento banalizzante su due stereotipi ontologici.

Vediamo che la maggior parte delle donne che si misurano con la politica trovano naturale adeguarsi al neutro o al massimo ricavarsi piccoli spazi di visibilità che raramente vanno oltre il successo e il prestigio personale.

Per quanto mi riguarda, da vent’anni considero inagibile per la mia storia la “doppia  militanza”, ma sento che il rapporto con il genere maschile non può fermarsi alle felici realizzazioni sperimentate nel privato o alla ricerca di qualche tavolo d’incontro culturale.

Abbiamo cresciuto una generazione di ragazzi e ragazze vicini in ogni situazione, abbattendo tutti quegli steccati che definivamo ‘spazi segregati per i due sessi’ e anche se ancora molto c’è da fare, nella scuola, nel lavoro, nello sport…, l’esclusione o la discriminazione delle donne non appare più dato naturale, ma suscita quanto meno stupore e riprovazione.

Il terreno politico resta il più arretrato, lo spazio dove le donne si attestano, nei casi migliori, in una sorta di casalingato positivo, che riassetta sistemi barcollanti e impoveriti e copre o riaggiusta buchi.

Considero positivo il casalingato inteso come quell’attitudine consacrata solennemente nel linguaggio del famoso libro di Clara Sereni, quella casalinghitudine che da apprendimento storico diventa vera e propria forma, che ognuna poi declina nei suoi propri talenti e inclinazioni, praticandola nel concreto mondo di cose, affetti, lavori e relazioni che le sta intorno.

Non so se è questo nostro presente il tempo giusto perché noi proviamo a misurarci intere con la politica, perché questo richiede una capacità di rendersi visibili che esclude di per sé la possibilità di riadattare semplicemente il tessuto di piccole connivenze e complicità che ci hanno aiutate a sopravvivere.

Penso che ci vuole stoffa nuova per un abito nuovo.

Quindi non so se il mio desiderio, il mio sogno, è collocato nel tempo giusto o se devo affidarlo solo alle parole e lasciare che viva i suoi rischi nel grande mare del tempo.

So che qui posso provare a renderlo più concreto.

La democrazia è la seconda parola, dopo la pace, che abbiamo messo al centro della prima tappa.

Per la pace abbiamo trovato lo spazio di una giornata in cui abbiamo portato tutti i nostri pensieri.

Di questa giornata ho fatto una sintesi che tiene conto delle parole di tutte ed è a disposizione di questo congresso che, non dimentichiamolo, è la nostra attuale sede decisionale.

Se questa tappa del congresso non sarà stata sufficiente per il confronto propongo di fare lo stesso per la questione della cittadinanza che è il tema di queste due giornate.

Non so bene quale sarà il passaggio politico tra me e quelle ragazze che definiamo le nuove generazioni di donne, ma in questi vent’anni so che cosa ho avuto: un orizzonte di pensiero molto più grande del territorio che i miei piedi potranno mai camminare, per questo so che ancora nessuno mi può fermare.