Rosangela Pesenti

  

Articoli e Saggi

Recensione Masal Pas Bagdadi

Masal Pas Bagdadi, A piedi scalzi nel kibbutz, Bompiani, Bologna 2002

Masal Pas Bagdadi, Ti cuocio, ti mangio, ti brucio e poi ti faccio morire, Sansoni, Firenze 1992, Rizzoli, Milano 1998Masal Pas Bagdadi, Mi hanno ucciso le fiabe, Franco Angeli, Milano 2004

 

RECENSIONE

in “La stanza dei bambini” a cura di Dolores Munari Poda, Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane n. 44 – 2005, Ed. La Vita Felice

 

Di questa donna immagino i piedi.

Piedini piccoli, di bambina, che corrono nel cortile a Damasco dov’è nata e vive i primi cinque anni protetta dalla madre, dalla sorella maggiore, dall’intera comunità, e poi nella sabbia del kibbutz  Alonim, circondato dall’unica foresta della Galilea scampata alle asce degli Ottomani, dove cresce misurandosi con la solitudine di piccola profuga e l’accoglienza delle relazioni di una nuova patria. Piedi eleganti, flessuosi, di ragazza, che ballano nelle stellate notti estive, tra profumi e speranze, piedi di una donna in cammino, segnati dal tempo e pazienti nella ricerca di una geografia interiore, piedi che misurano ogni passo compiuto con il vagabondare dell’anima.

Piedi che ascoltano la terra su cui camminano e per questo capiscono i bambini.

I piedi sono la parte del corpo che resta alla pari, piedi grandi accanto a piedi  piccoli, conoscono nello stesso modo il mondo che calpestano.

Se ascoltiamo i piedi sappiamo quanto sia importante sapersi piegare, abbassare, per stare vicini ai bambini e solo abbassandoci possiamo sollevarli, portarli con un abbraccio fino al nostro cuore mimando nel gesto repentino e felice quella che sarà la lunga avventura del crescere.

La mamma affaccendata di Tune, il nome arabo di Masal, è sempre capace di piegarsi sui suoi bambini per ascoltarli, proteggerli, dare indicazioni di vita: si piega per lavare i panni come nella preghiera ed è un esempio di dignità anche nello svolgimento degli umili lavori di servizio ai quali è costretta dall’indigenza della famiglia.

Forse le mamme sempre in piedi, troppo verticali, diventano irraggiungibili.

La stazione eretta, conquista della specie e vessillo dell’età adulta può conservare, ritrovare, inventare i gesti flessibili che consentono di restare vicini all’infanzia se rinunciamo alle convinzioni gerarchiche sull’età, se troviamo il modo ogni tanto di guardare il mondo dal punto di vista dei fili d’erba.

Possiamo restare vicini alla nostra di infanzia, prima di tutto, come c’insegna la forte Masal  quando si china sulla bambina che è stata con lo stesso gesto della sorella Noemi che l’ha portata con sé nella fuga in Israele, in salvo dalle minacce arabe nei confronti della piccola comunità ebraica di Damasco.

La sorella a sua volta ha ripetuto il gesto della madre che si è chinata e l’ha sollevata da terra affidandogliela con l’imperativo “salvala”.

Una parola sola, non c’era tempo per altro mentre le urla violente degli aggressori squarciavano la notte imponendo il silenzio, un imperativo che l’accompagna nella solitudine delle scelte misteriosamente fatte dai grandi per lei, garantendole la certezza che si è trattato di una necessità e non di un abbandono.

Una storia in cammino quella di Masal, di fuga e poi di ricerca insieme, piedini che seguono impronte più grandi imparando poi a sperimentare nuove strade, ma anche mani che si stringono salde, braccia che proteggono anche solo per un attimo il corpo e rimangono a lungo nella carezza dei pensieri.

L’autobiografia di Masal Pas Bagdadi, svela e illumina il percorso professionale che avevamo conosciuto in altri testi.

Nel resoconto delle attività, che svolge nell’asilo che fonda e dirige dal 1966 al 1997 a Milano, ritroviamo il suo sguardo attento e discreto nei confronti dei bambini come di educatori e genitori, i cui dialoghi rivelano la cura con cui è stato costruito un ambiente dove possono crescere e fiorire corpi e parole.

“Giovane, bella e simpatica, coraggiosa”[1] la descrive Luciana Nissim, soggiogata dal primo impatto con l’energia creativa che si rivelerà come la materia stessa di quella solida preparazione teorica che sa contenere e condurre le appassionate emozioni dei bambini come le proprie.

L’attenzione alle forme poetiche con cui spesso i bambini sanno elaborare la realtà, la consapevolezza dell’intreccio infinitamente possibile tra le storie piccole e grandi di cui ognuno è portatore a qualsiasi età della vita, il profondo rispetto per i vissuti e le risorse che spontaneamente offrono nella lettura del reale come nella soluzione dei problemi, sono l’eco della sua stessa storia, il bagaglio della piccola Tune che Masal non dimentica ma impara a decifrare, arricchire, conservare.

Sa chinarsi sui bambini e amorevolmente sui loro genitori, su quel Bambino dei genitori che talvolta ancora urla e strepita solo perché è spaventato e nessuno lo abbraccia. Al nido e all’asilo li segue nei dubbi, nei timori quotidiani costruendo un contesto che favorisce quel chiedere e rispondere in cui ognuno è risorsa per l’altro, lascia che insieme imparino quel processo di assunzione della propria storia e delle proprie scelte di adulto che non è mai un dato stabilmente acquisito soprattutto nel confronto con le piccole persone che hanno messo al mondo abilissime ad opporre ad un precario sapere della genitorialità una tenace e creativa intuizione della “filialità”.

Per questo di fronte al rinnovarsi di guerre e violenze nella nostra ottusa contemporaneità Masal ancora una volta pensa ai bambini e la necessità di proteggerli ridiventa ascolto, delle loro paure ma anche delle loro inesauribili risorse che sono davvero la speranza di pace per il mondo.

Li accompagna e ci accompagna con le piccole grandi saggezze di maestri e maestre di vita, frammenti preziosi di pensieri raccolti dai libri amati che ci propone con la stessa cura con cui trascrive le parole, le immagini, le fantasie dei bambini seduti intorno a lei in un intimo dialogo.

Ancora una volta ci insegna che per aiutare i bambini bisogna ascoltarli, sempre, sapendo che se hanno la testa tra le nuvole bisogna semplicemente guardare dove camminano perché forse i loro piedi sono su strade che noi ignoriamo, dove non serve tenere gli occhi fissi al marciapiede, alle strisce pedonali, ai semafori.

In fondo non si tratta di indicare o prescrivere loro una strada, ma solo di spiegare come mettere i piedi, le calzature da usare per ogni terreno e soprattutto imparare a togliere il filo spinato dai loro orizzonti che vanno sempre oltre quello che noi adulti siamo in grado di vedere.

I libri di Masal Pas Bagdadi sono leggibili in un tempo adeguato ai molti impegni di chi sa prendersi cura del piccolo grande gruppo e territorio che gli è affidato, sono compatibili con le nostre stanchezze e paure, la sua saggezza non è enfatica, la sua competenza non è ridondante, i suoi pensieri lasciano spazio ai nostri, si prende cura dei nostri piedi di lettori che forse ritroveranno, se l’hanno persa, la voglia di camminare scalzi nella sabbia della vita.

 


[1] Introduzione di Luciana Nissim, in Masal Pas Bagdadi, Ti cuocio, ti mangio, ti brucio e poi ti faccio morire, Sansoni, Firenze 1992, Rizzoli, Milano 1998, p. 7