Rosangela Pesenti

  

Marea

L'ecofemminismo salverà il mondo?

L’esclusione delle donne dalla scienza, la nascita del capitalismo con la definizione “forte” di lavoro di produzione della merce e l’oscuramento dei lavori della riproduzione, o una loro definizione “debole” come servizi quando sono messi sul mercato, l’esaltazione del dominio sulla natura ridotta a materia inerte a disposizione dell’esperimento e dello sfruttamento, sono fenomeni coevi che segnano quel grande cambiamento nella percezione del mondo e nel modo di abitarlo, socialmente e politicamente, che ancora oggi viene definito come inizio del progresso, nonostante l’evidente insostenibilità ambientale accompagnata da diffusa sofferenza umana.

Pur nel mutamento delle forme, la storia che conosciamo ricorda la persistenza dei fenomeni di esclusione delle donne dalle istituzioni che governano il potere sulle risorse materiali e sull’immaginario culturale che definisce il patrimonio degno di memoria e trasmissione, stabilendo le coordinate su cui si costruisce la vita sociale.

Non è un caso che il corpo delle donne come luogo del potere riproduttivo sia ancora al centro del dibattito politico declinato nei temi cosiddetti eticamente sensibili e l’interesse scientifico si sposi talvolta al fondamentalismo religioso nell’affermazione di principi che trascendono la storia concreta delle persone e quella dello stato di diritto, che si fonda in Europa sull’habeas corpus, e proseguano l’antica riduzione dei corpi a materia su cui si esercita, in particolare oggi, il potere della tecnologia (Barbara Duden, 1999, 2002).

Contemporaneamente anche la natura, definita da sempre attraverso metafore femminilizzanti è stata ridotto a materia inerte su cui esercitare il dominio e i potenti che governano l’economia del pianeta non sembrano voler cambiare paradigma nemmeno di fronte ai tanti segnali di disastro ecologico.

“Donne e natura sono unite da un’associazione millenaria, un’affiliaziazione che è persistita nell’intero corso della cultura, della lingua e della storia.”[1] scrive Carolyn Merchant all’inizio dell’introduzione al libro nel quale ripercorre “le interconnessioni storiche tra donne e natura che si svilupparono quando, nel Cinquecento e nel Seicento, prese forma il mondo scientifico ed economico moderno: una trasformazione che plasmò e pervade tuttora i valori e le percezioni prevalenti.”[2]

Merchant affronta l’indagine del momento in cui l’idea del dominio sulla terra diventa una realtà nell’ambito politico e sociale anche attraverso l’incontro tra scoperte scientifiche e invenzioni tecnologiche, fissandosi nelle metafore della conoscenza oltre che nell’organizzazione sociale.

Nel mondo organico che precede la rivoluzione scientifica la natura è madre, femmina benevola che nutre, e la terra stessa, come organismo vivente e materno, è un’immagine che condiziona culturalmente limitando l’azione umana, fino a quando l’accelerazione nella circolazione delle merci, non a caso definita ‘rivoluzione commerciale’, unita all’innovazione tecnologica e alle scoperte scientifiche, non determina quel mutamento di bisogni della società nel suo complesso che richiede una nuova cornice concettuale con cui leggere e soprattutto legittimare l’azione del variegato ma compatto gruppo umano, la borghesia, che stabilisce le forme nuove del proprio dominio su tutto ciò che definisce risorsa.

L’ipotesi di Merchant è che ci sia oggi una possibile connessione politica tra il movimento ecologista e le istanze del femminismo perché la loro critica alla società può trovare un comune fondamento in una storia rimossa quando la natura, ridefinita attraverso il mutamento delle immagini femminili ad essa associate, diventa la materia su cui agire lo sfruttamento e contemporaneamente la metafora femminile della passività, utilizzata per la natura stessa, diventa verità scientifica, fornendo così una nuova legittimazione alla condizione sociale subalterna delle donne.

Quando il cosmo da organismo diventa macchina, il dualismo natura-cultura diventa la chiave di volta di ogni scienza e mentre l’identità europea si definisce ‘cultura’ tout court in relazione alla scoperta di altri popoli e conquista delle loro terre, al suo interno ricostituisce su questa dicotomia l’ordine gerarchico tra uomini e donne, queste ultime svalutate e ridotte a ‘natura’ proprio a causa delle funzioni fisiologiche della procreazione considerata come risorsa passiva a disposizione dell’attività culturale dell’uomo.

È lo stesso universo simbolico in cui prenderà forma l’idea di lavoro produttivo delle merci come paradigma del rapporto tra uomo e mondo-natura e la svalutazione di tutte le attività di riproduzione della vita come estranee al valore sociale che costituisce la ‘ricchezza delle nazioni’. (Adam Smith 1776).

Per questo alla natura si associa anche l’idea del disordine, al quale deve mettere rimedio l’opera regolatrice dell’uomo, e analogamente si definisce come disordine l’agire delle donne nei confronti delle quali si affianca al controllo sociale, attraverso l’irrigidimento dei ruoli nella famiglia e nella società, il controllo giuridico e politico attraverso interdizioni e persecuzioni.

Passività, e conseguente controllo, nelle sfere della produzione e della riproduzione diventano, secondo Merchant, quel nuovo ordine economico e scientifico dell’Europa che arriva praticamente fino ai nostri giorni.

La scoperta di nuove terre rigogliose contribuì allo slittamento semantico dalla madre terra generosa all’idea di terre “vergini” aperte allo sfruttamento dell’uomo bianco che si autodefiniva misura dell’universo, preparando il passaggio dall’idea della terra nutrice al sistema inerte e inanimato della fisica moderna.

Il movimento ecologista che dopo il 1960 ha scoperto le credenze animistiche degli indiani, facendo del loro rispetto per la madre terra la propria bandiera, ignora i movimenti di resistenza e le filosofie che anche nella cultura europea si sono opposte all’ideologia del nascente capitalismo.

Nel ‘500 la terra era ancora ‘nutrice’ ma, ricorda Merchant, le analogie sono a doppio taglio, e l’immagine della terra madre si rovescia facilmente in quella della terra matrigna che nasconde i suoi tesori: la metafora femminile aveva già a disposizione quella dicotomia tra donna benefica e donna malefica che legittimava gli stupri nel nuovo continente, l’America, e si rovescerà in seguito sulle donne europee con la violenza della persecuzione delle streghe.

Tra il ‘500 e il ‘700 il passaggio dalla concezione organica a quella meccanicistica del cosmo si gioca completamente nella realtà del mutamento dei rapporti economici tra soggetti e dei soggetti con il territorio.

Il dibattito culturale e lo scontro tra le idee si accompagnò ai conflitti sociali per il governo delle risorse, prendendo la forma di guerre e scontri armati e determinando un clima di incertezza che, se noi oggi leggiamo come transizione da un vecchio a un nuovo ordine del mondo, fu per i contemporanei percepito spesso come fonte di caos e anarchia.

Come in ogni periodo di incertezza le paure generate dal timore di una disintegrazione del mondo delle sicurezze favorirono la ricerca di capri espiatori.

In questa cornice s’inscrive la persecuzione della stregoneria che si tradusse in un vero e proprio femminicidio.

La madre terra benevola si era trasformata nella natura selvaggia da sottoporre al controllo, così la donna, che la letteratura aveva idealizzata, mostrava la sua faccia perversa nella strega che quindi andava bruciata.

Nel nuovo ordine economico e scientifico i concetti di passività e di controllo nelle sfere della produzione e della riproduzione concorrono ad assoggettare il territorio al dominio del capitale e le donne al dominio gerarchico maschile.

In quest’ordine anche la conservazione delle risorse, che pure si rese ben presto necessaria, come nel caso delle foreste saccheggiate per l’industria navale, fu attuata in una prospettiva manageriale e produttivistica che non teneva conto degli ecosistemi, dell’impatto ambientale e della sopravvivenza delle comunità umane.

Su questa base Merchant sottopone a critica l’ecologia attuale quando pretende di costruire una pianificazione a lungo termine sulla base di un’analisi razionale della natura perché la questione dell’esaurimento delle risorse non si risolve con un’indagine quantitativa che s’illude di poter modificare le finalità lasciando inalterato il modello.

Non è possibile introdurre tutti i dati anche nel più sofisticato dei computer e “l’eliminazione di componenti o l’astrazione di dati dal contesto ambientale può modificare il tutto alterandone il comportamento.”[3]

L’alternativa al modello manageriale sviluppatosi nel corso del ‘600 può essere invece “l’approccio organismico  proprio della piccola comunità, che si fonda su meccanismi decisionali affidati a persone e su una democrazia di partecipazione anziché su esperti”[4] di cui abbiamo esempi riusciti sia nel passato che nel presente.

Tra il ‘600 e il ‘700 i mutamenti introdotti dall’economia capitalistica anche nelle forme della produzione domestica ebbero l’effetto di liberare le donne dei ceti più elevati da alcuni vincoli tradizionali favorendo la loro adesione ai principi di una Rivoluzione scientifica che poteva prestarsi a sostenere nuove teorie egualitarie, ma sotto l’egida della razionalità la natura e le donne prima di tutto, ma anche i negri e i lavoratori salariati furono considerati risorse da sfruttare.

“La concezione meccanicistica della natura, sviluppata dai filosofi naturali del Seicento e fondata su una tradizione matematica che risaliva fino a Platone, è dominante ancora oggi nella scienza”[5] conclude Merchant nell’epilogo, nonostante sia evidente il disastro ambientale determinato dallo sforzo di imbrigliare e controllare la natura attraverso la tecnologia, e proprio per questo la sua speranza si rivolge alla convergenza tra movimento femminista e movimento ecologista, che possono efficacemente trovare nel modello olistico una lettura dell’unità ambiente-vivente-umano favorevole ad una ristrutturazione delle priorità al fine della sopravvivenza comune.

Il sapere della vita quotidiana[6] che le donne trasmettono da millenni può rappresentare il patrimonio di risorse per modelli di gestione più adeguati all’inclusione dell’imprevisto come occasione e non solo come emergenza, ma perché questo accada è necessario un grande cambiamento non solo dei rapporti di produzione, ma anche dei luoghi e delle forme di soggettività legittimate all’elaborazione e trasmissione del sapere. Insomma la questione investe direttamente tutte le istituzioni perché riguarda il modo in cui la specie umana si riproduce e abita il pianeta.

 


[1] Carolyn Merchant, La morte della natura, Garzanti 1988 (Ed. Or.: The Death of Nature, 1980), p. 31

[2] Carolyn Merchant, Op. Cit. p. 31

[3] Carolyn Merchant, Op. Cit. p. 312

[4] Carolyn Merchant, Op. Cit. p. 312

[5] Carolyn Merchant, Op. Cit. p. 355

[6] Cfr.: Lidia Menapace, La scienza della vita quotidiana, in Reti, 1/1990