Rosangela Pesenti

  

FORMAZIONE E COUNSELLING

Spazio e identità: i messaggi copionali dei luoghi abitati dai bambini

SPAZIO E IDENTITA': I MESSAGGI COPIONALI DEI LUOGHI ABITATI DAI BAMBINI

IL LINGUAGGIO DELLA CASA NELLA RELAZIONE GENITORI-FIGLI

A differenza di altre psicologie del profondo l’Analisi Transazionale legge la persona sana come un tutto unico col mondo culturale di cui è parte, definendola come un “essere in relazione” o, anzi, come un “crescere in relazione”.

(Maria Teresa Romanini 1997)

Abstract

L’articolo propone alcune riflessioni sulla casa-abitazione come luogo in cui si strutturano, attraverso spazi e oggetti, i messaggi non verbali nel dialogo tra genitori e figli.

 

PREMESSA

L’essere nel mondo e l’essere con gli altri sono le due modalità costitutive dell’identità umana.

Ci occupiamo spesso della nostra interiorità e delle relazioni umane con cui intrecciamo la nostra storia, dimenticando come e quanto siamo sensibili al mondo che si costituisce come habitat nella continua interazione del vivere.

Benessere e disagio nascono dentro lo spazio che immaginiamo e costruiamo: noi siamo là dove la nostra anima ha trovato il suo riparo.

I luoghi che abitiamo ci parlano e raccontano le nostre storie, ci accolgono o ci respingono con il linguaggio degli spazi e degli oggetti.

Tra questi luoghi la casa è certamente il più significativo nel processo di crescita e costruzione della personalità.

La casa come luogo fondamentale per la riproduzione della specie diventa perciò anche il crocevia delle storie individuali, un nodo che consente la tessitura di una rete di significati oltre che di relazioni umane, una pentola in cui i saperi si rimescolano in “concentrato” di quotidianità, dal quale si dipartono le traiettorie delle storie individuali nel mondo “fuori”.

Specchio delle identità e scrittura delle storie individuali e collettive, attraverso oggetti che costituiscono la materia prima di veri e propri linguaggi, i luoghi propongono e assumono significati nel divenire della vita delle persone.

 

La casa è il luogo d’accoglienza dei piccoli della specie umana, spazio del mondo nel quale si viene ‘messi’ e dentro cui si apprende la sopravvivenza che è insieme crescita e conoscenza. E’ quindi il luogo d’elezione nella costruzione dell’identità di ognuno che certamente si nutre di relazioni, ma sempre radicate in uno spazio-tempo socialmente e storicamente connotati.

 

Storia di una topolina

I genitori avevano chiesto la mia consulenza perché la figlia di sei anni, tranquilla, socievole, bravissima a scuola e a casa, aveva molte paure, ultimamente aumentate al punto che non andava più nemmeno in bagno da sola.

La casa è solo un accenno nel racconto della madre, che da due anni è completamente occupata dal secondo figlio, nato da un parto difficile nel quale entrambi hanno rischiato di morire, seguito da vari ricoveri in ospedale.

Sembra molto provata dai problemi di questa seconda nascita ed è molto preoccupata anche per la bambina: la sua stanchezza è visibile, si sente oppressa da troppi problemi, fragile e inadeguata ad affrontarli.

Il padre è venuto controvoglia, i problemi non gli sembrano così gravi e non vede quelli della figlia che è bravissima a scuola, non dà problemi a casa ed ha accettato il fratellino mostrando qualche tratto di gelosia, ma anche disponibilità a giocare con lui, soprattutto ora che è un po’ cresciuto. Pensa che le paure siano una fase passeggera di una crescita normale.

C’è un conflitto tra i genitori che non è nominato ed emerge da piccoli battibecchi sul modo di vedere la situazione.

Propongo di incontrare la bambina alcune volte e poi di rivedere singolarmente i genitori.

Il counsellor, scrive Pio Scilligo, interviene contattando le strutture dell’ambiente e le strutture nel mondo conscio della persona. Egli può aiutare la persona a intravedere nuovi aspetti dell’ambiente, arricchirlo di nuove distinzioni e nuove consapevolezze, ma ciò comporta, nel contempo, arricchire la mente di nuovi processi discriminatori del mondo fisico e interpersonale a livello consapevole (…)[1]

Al nostro primo incontro la bambina mi fa pensare alla principessa degli elfi (intravista nel film “Il signore degli anelli”): bionda, diafana, sottile e intelligente, precisa, decisa. Arriva con un disegno da regalarmi, si è informata sul mio nome e l’ha scritto in alto, sotto ha disegnato una topolina antropomorfa: grandi orecchie tese, occhi spalancati, bocca chiusa ma sorridente, lunghe vibrisse orizzontali che partono dal nasino tondo, un cuore rosso al centro della maglietta, pantaloni arancio e una bella coda robusta. Sul retro del foglio c’è il titolo “Il problema di Luisa”, così si chiama la topina, “il problema però te lo racconto a voce perché era troppo lungo da scrivere”. Frequenta la prima elementare e la scrittura è ancora lenta per i suoi pensieri veloci.

Vi è un primo disegno speciale che sembra riassumere il senso e l’essenza dell’Incontro. E’ il primo disegno di una piccola persona per un ‘grande’, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza i due personaggi si conoscano.(…) Il disegno originario è un concentrato di esperienze pregresse, di emozioni del qui ed ora, di ipotesi future, di presagi e di corrispondenze.” scrive Dolores Munari Poda (2003)

Le chiedo dove abita questa topina e la casa che disegna non ha colori, le finestre sono sbarrate, le porte hanno grandi serrature, sembra un po’ sbilenca, appoggiata vicino ad una linea ondulata di terra che fa pensare a qualcosa d’incompiuto.

Mi colpisce la differenza tra la topolina, grande, bella, colorata, e la sua casa, chiusa, triste, trascurata: mi vengono in mente i sorcetti che entravano a piano terra della mia casa quando non era ancora finita e al posto del giardino c’erano mucchi di terra come quello che lei ha disegnato.

C’è un’urgenza (Berne 1962) nel disegno che mi ha portato: la principessa, così la chiamerò per tutta la durata dei nostri incontri, mi parla con i disegni, la lingua che possiede con maggiore sicurezza, capace di una sintesi che le parole non conoscono, e si aspetta che io capisca. In questo primo incontro sento che il dialogo è tra la sua parte Adulta e la mia, asimmetrico per età, è comunque esplicito e diretto.

Nelle sedute successive esplora lo studio, racconta le sue paure e gioca soprattutto con la casetta delle bambole, il cui arredamento non è mai adeguato alle famigliole che compone e alle loro esigenze. A un certo punto trasporta fuori tutti i mobili e ricostruisce le stanze sul tavolo, sul quale prova e riprova gli spostamenti, ogni volta diversi.

Quando incontro i genitori, separatamente, chiedo come vivono la loro casa. La domanda li coglie di sorpresa perché sembra irrilevante rispetto ai problemi della figlia. Scopro che hanno traslocato durante la seconda gravidanza da un appartamento in paese ad una villa bifamigliare, costruita in aperta campagna dai genitori paterni. La casa è molto grande e la parte dei nonni è disabitata perché per ora non ne hanno bisogno, il giardino è trascurato perché richiede molto lavoro e non vivono nell’appartamento al primo piano, molto grande e completamente arredato, ma nella taverna al piano terra dove hanno una cucina con divano e televisore.

Il padre trova comoda la sistemazione intanto che i figli sono piccoli, perché facilita la manutenzione, la madre esordisce dicendo che odia la casa, è troppo grande, l’arredamento le sembra freddo e vive asserragliata nella stanza a piano terra con i bambini perché anche il giardino incolto le sembra minaccioso. La bambina non va in bagno da sola perché si trova al piano superiore.

Emergono conflitti famigliari non risolti intorno alla casa che il marito considera un dono da parte dei genitori e la moglie una forma di invadenza dei suoceri. Nessuno riesce così a vedere ed utilizzare le risorse del grande spazio interno ed esterno.

Nel lavoro di counselling con i genitori riattraversiamo idealmente la casa in lungo e in largo: le stanze e le storie, gli oggetti e le funzioni, i colori e le stagioni che modificano la luce. La madre racconta le sue paure: la casa è isolata, lei si sente sola, sale nell’appartamento solo per pulire o per dormire quando sono tutti insieme.

Nel dialogo riscopre poco a poco le proprie competenze educative di maestra della scuola d’infanzia (lavoro svolto prima di avere i figli) e la casa si trasforma: i due bambini non dormono più nella stessa stanza per far fronte alle sue paure, ma in due stanze attrezzate per le diverse età ed esigenze; il grande salotto-soggiorno diventa stanza dei giochi e dei disegni, in cui si diverte anche la mamma e dove il papà si aggiunge con piacere dopo il lavoro, la cucina nuovissima viene finalmente utilizzata e un pezzo di giardino attrezzato per i giochi estivi.

I genitori riscoprono il piacere di abitare e i bambini ne imparano le possibilità.

Negli incontri con la principessa a un certo punto costruiamo con il cartoncino la casa dei mostri, perché anche loro abitano da qualche parte. Sono mostri che si spaventano delle stesse paure di cui sono titolari finché un giorno bussano alla loro porta due farfalle, una grande e una piccola, che hanno voglia di conoscerli. Così porte e finestre si spalancano e i mostri scoprono di essere simpatici. Insieme alla casa dei mostri si anima la casa della principessa, entusiasta della sua nuova stanza in cui può rifugiarsi da sola, e può tenere i suoi giochi al riparo dall’invadenza del fratellino.

La bambina non è più confusa dai messaggi contradditori della madre che, in termini Transazionali, dal suo Stato dell’Io Genitore, invitava la bambina ad andare tranquillamente al piano superiore dicendo che non c’era motivo di aver paura, ma contemporaneamente il suo Stato dell’Io Bambino strutturava gli spazi e le giornate in modo da evitare di uscire dallo stanza al piano terra.

Come scrive Fanita English (1976) “Un ragazzino si mette in relazione con gli Stati dell’Io Bambino dei suoi genitori. Perciò ogni messaggio indiretto proveniente dal loro Bambino che sottintenda un segno di riconoscimento ha un impatto più potente di un messaggio palese. Se questi messaggi nascosti accompagnano sempre i segni di riconoscimento, il figlio li vive come delle ‘condizioni necessarie di sopravvivenza’ in quanto esprimono forti sentimenti nel Bambino del padre e della madre. Rappresentano “ingiunzioni” non verbali derivate da regole onnipotenti e arbitrarie, da Giganti, da Dei dell’Olimpo aventi diritto di vita e di morte.[2]

La mamma si è data il permesso di appropriarsi della casa, il padre si è reso disponibile a ripensarla: così sono stati ridefiniti gli spazi e i colori, spostati gli arredi, valutata la possibilità di un aiuto per la manutenzione. Strutturando lo spazio la mamma è riuscita a strutturare la giornata in modo da ricavare del tempo per sé, quando il piccolo dormiva e la bimba giocava nella sua stanzetta, ma soprattutto in questo modo ha dato ai bambini il permesso di esplorare la casa, di scoprirne le risorse interne ed esterne, di addomesticarla alla fantasia creatrice con la quale ogni piccolo può reinventare il mondo.

 

Work in progress di una ricerca

Questa storia, insieme a tante altre vissute e ascoltate, in particolare nella mia esperienza di counsellor e prima in quella d’insegnante al liceo, mi ha guidata nella scelta della ricerca che sto svolgendo per il Dottorato in Antropologia ed Epistemologia della Complessità presso l’Università di Bergamo.

Ho scelto di indagare i “vissuti della casa”: il modo con il quale genitori e bambini comunicano attraverso gli spazi, gli oggetti e il loro uso, limitandomi, nella prima fase, a famiglie con la presenza di bambini e/o adolescenti di età compresa fra i tre e i diciotto anni.

Si tratta di una ricerca in corso e in questo articolo ho sintetizzato i primi appunti della mia riflessione.

Se faccio riferimento all’esperienza del counselling, lavoro al quale la ricerca s’intreccia inevitabilmente, nelle crisi delle famiglie (tra genitori, genitori e figli, disagio di bambini e adolescenti), la casa è un sistema di indicatori importantissimo, il centro e l’oggetto d’investimento delle dinamiche relazionali, che proprio negli spazi e sulle cose sedimentano reiterate occasioni di conflitto.

Ordine e disordine, uso degli spazi, accumulo di oggetti, nuovi acquisti o ingombranti eredità, sono spesso territori d’identità difesi a spada tratta in una vera e propria guerra che persegue la cancellazione dell’altro attraverso spostamenti, sostituzioni, distruzioni di oggetti, spazi, gesti abituali.

L’interno di ogni  ambiente esprime un ordine del mondo ad un tempo “materiale”, d’uso, e simbolico, un ordine che segnala l’influenza del mondo esterno con le sue logiche funzionali, le variazioni tecnologiche, architettoniche e del design, le mode, ma anche della cosiddetta interiorità che non prescinde mai dalla rielaborazione dell’abitare, tra sedimenti della memoria, stratificazione delle scelte, abitudini ed eventi, necessità e sogni.

Ogni bambino compone il proprio universo sperimentandosi dentro l’ambiente domestico in cui spazi e oggetti modellano i contenuti affettivi e cognitivi.

Il fitto reticolo di immagini, richiami, collegamenti, relazioni che l’abitare viene così costituendo negli anni si fa infine garanzia di una individualità in grado di imporsi sull’ambiente circostante fino a controllarlo e a giudicarlo.” (Maurizio Vitta, 2008)

La casa e, successivamente, la scuola, sono i luoghi più significativi in cui vivono e crescono bambini e bambine fino all’adolescenza e spesso ben oltre.

La casa è il luogo d’incontro di individui di età e genere diverso, ma anche di saperi, tecnici e teorici, formali e informali, accademici e mediatici, è quindi possibile oggetto d’indagine e di sviluppo per diverse discipline che intorno alla casa ed ai suoi vissuti costituiscono i propri paradigmi esplicativi e performativi, dall’architettura alla psicologia, dal design alla sociologia, dalla storia all’economia, di cui quella domestica è un caposaldo, per non parlare del mercato e delle operazioni pubblicitarie sull’immaginario.

Punto focale dei flussi mercantili che necessitano di una continua standardizzazione della fruizione, laboratorio incessante dell’uso simbolico dei materiali, strutture e strumenti, per la passivizzazione consumistica degli individui, ma anche luogo di reinvenzione e resistenza di insospettabili e inattese capacità trasformative se non proprio artisticamente creative, che grazie alla dimensione ‘privata’ sfuggono almeno in parte al controllo sociale.

Più di ogni altro luogo la casa accoglie il divenire degli individui costituendosi come immaginario concreto dell’abitare nel continuo intreccio delle pratiche, come processo proiettivo a livello sia conscio che inconscio.

Così la casa è un deposito di significati, un luogo d’intersezione tra le culture dell’abitare e l’incessante mutamento che vivono i suoi abitanti, di cui la casa stessa diventa oggetto privilegiato e testimone.

Il luogo di una micro-complessità sociale dalla quale nessuno può prescindere.

Conoscere qualcuno significa anche avere dimestichezza con il luogo che egli abita, con la disposizione delle sue cose e dei suoi pensieri” scrive Gisella Bassanini, architetta (1990), capire cioè in che modo spazi, ambienti e oggetti si caricano di significati che spesso vanno ben oltre l’uso.

La prima e più ovvia considerazione che si affaccia alla mente delle coppie appena sposate sembra essere quella di creare una casa nel senso emozionale del termine[3]scrive Maurizio Vitta, il ‘nido’, come si usa dire, luogo del sogno d’amore e del progetto di fecondità.

La casa segnala lo status sociale e sancisce le differenze, ma sempre al suo interno rispecchia la complessità delle relazioni tra soggetti di età e ruoli diversi. I muri della casa sono il confine tra noi e il mondo, una sorta di “pelle” che contiene il continuo movimento di continuità-contiguità tra corpi e spazi, oggetti mobili e immobili dentro tempi e stagioni e ritmi diversificati, dove gli adulti sono i detentori delle scelte, ma i ritmi di crescita e cambiamento dei piccoli ne determinano spesso le condizioni di realizzazione.

Per i bambini, che arrivano come ospiti in una casa che preesiste alla loro nascita e perfino al loro concepimento, ospiti talvolta previsti e talvolta pensati, ma raramente lasciati liberi di pensare il proprio spazio, l’abitare è complicato da un doppio apprendimento, del significato delle cose, così come esistono e costituiscono il mondo, e delle pratiche di apprendimento del significato delle cose e del loro uso.

Ordine e disordine, sporco e pulito, segnalano la cultura d’appartenenza, ma anche il linguaggio prossemico che contribuisce a strutturare le relazioni costituendo i fondamentali messaggi identitari con l’efficacia determinante degli spazi e della loro connotazione.

Quella che definiamo sporcizia è il deposito di segni che lascia l’esistenza del corpo vivo, quel corpo che muore e si rinnova ad ogni istante nel funzionamento delle sue cellule come dei suoi organi, che muta restando se stesso, sempre diverso eppure sempre riconoscibile negli anni. La sporcizia del corpo accompagna infatti il suo muoversi nel mondo mutando incessantemente nel cammino verso la sua fine. I bambini sembrano non temere la sporcizia così come non temono il tempo, gli adolescenti possono ostentarla con rabbia, o rifiutarla con disgusto, forse per il disvelamento improvviso, ineludibile e irreversibile, della realtà della condizione umana.

Il corpo è la materia in cui s’inscrive il copione, piegato e modellato dai comportamenti, agito dai pensieri che incessantemente si muovono tra i sensi e il mondo, tra il costituirsi e raccontarsi del sé e la rete delle relazioni interpersonali inevitabilmente definite dai materiali dell’abitare.

Il copione è infatti come un calco” scrive  Fanita English con efficace metafora materiale, aggiungendo che “fornisce inoltre un contenuto all’entusiasmo per la vita che è fondamentale nel bambino (il suo slancio d’Esplorazione verso un’esistenza creativa), e gli permette nel contempo un adattamento delle tendenze primarie al riposo.[4]

La casa è il primo luogo in cui questo calco viene modellato: una cameretta troppo nuova può risultare estranea e minacciosa al termine di un trasloco dalla cui esperienza un bambino è stato allontanato, così come una scrivania troppo grande, per il piccolo studente della prima elementare, può rappresentare una spinta a crescere velocemente aggiungendosi alle paure e al senso di solitudine dei primi giorni di scuola.

Il letto, per fare un esempio, semplice e indispensabile oggetto d’uso, ha la sua forma simbolica in quello denominato, non casualmente, matrimoniale, che mostra il suo carattere di fondamento identitario in una persistenza che va ben oltre le utilità dell’abitare in convivenza tra adulti e soprattutto tra adulti e bambini. E se ne potrebbe disquisire a lungo.

Conosco molte, troppe coppie che possiedono vaste (oltre i 12-14 mq.) camere matrimoniali anonime e fredde, usate quasi esclusivamente per dormire, mentre l’amore sembra pressoché dimenticato. (…) La situazione contraria si verifica nella cameretta dei ragazzi: non raggiunge i 9 mq., tanto è vero che nel progetto comunale viene definita “studio”, per insufficienza dello spazio regolamentare. (…) Escludendo la possibilità di destinare maggiori superfici ai giovani in una casa di livello medio, perché i progettisti non propongono un uso alternativo dello spazio domestico?” si domanda Giacomo Rizzi.[5]

L’idea di famiglia depositata negli oggetti, negli arredi, negli spazi dell’abitare, prevarica talvolta, e distorce, l’immagine, e spesso anche i vissuti, delle famiglie concrete, necessariamente diverse e mutevoli, la cui storicità rappresenta quel reale che eccede, dovremmo ricordarlo, qualsiasi definizione e precede ogni teoria.

Silvio Morganti, architetto, si fa accompagnare da Winnicot e Vygotskij per rispondere alla domanda “Come rendere un po’ più transizionale l’oggetto e potenziale lo spazio abitativo?”[6]

Il mercato propone per gli arredi infantili stereotipi di genere analoghi a quelli proposti per l’abbigliamento: abiti e camerette di un rosa stucchevole, ossessive riproduzioni dei riti del calcio, colori esclusivi ed escludenti che disegnano percorsi obbligati in cui i corpi si muovono sulla traiettoria dell’immaginario mediatico, deprivati dell’opportunità di sperimentare gesti ed immagini proprie.

Nello spazio iperfunzionale definito dal design e sostenuto dalla pubblicità non c’è l’opportunità di rinominare il mondo attraverso il gioco creativo che inventa trasformazioni e metamorfosi investendo gli oggetti, mobili e immobili, della dimensione della possibilità.

Se ogni oggetto è definito senza scampo il mondo diventa luogo di apprendimento passivo, ripetizione stucchevole, adattamento all’esistente.

Negli oggetti immobilizzati nelle funzioni loro proprie si sperimenta la dimensione mortifera che uccide il futuro nel delirio della totale prevedibilità.

Sottrarsi talvolta è una fatica aggiunta al crescere e la ribellione non ha altro modo di esprimersi se non con procedure  distruttive quando manca l’apprendimento della libera possibilità di costruire.

Gli spazi, pensati spesso soltanto nella dimensione estetica, nello scenario visivo dei volumi architettonici e del design d’arredamento, hanno in realtà una corporeità prima di tutto tattile, e poi anche olfattiva, uditiva, capace di accogliere o respingere, di entrare in sintonia o ‘distonia’, contrasto, contraddizione,  impedimento o accordo, affinità, corrispondenza, con i corpi e la loro mobile sensorialità.

L’abitare si incarna nell’appartenenza ad un luogo originario che ne circoscrive l’essere e l’agire, da cui si dispiegano le successive appartenenza ad una serie di luoghi, che ci salvaguardano dal pericolo dell’anonimato e della dispersione dell’essere. Esso è uno stato interiore fondante che si spazializza nel ‘di fuori’ dove costruisce rapporti diversi e finalizzati a dare pienezza all’esistenza.”[7]

Alla devastazione ecologica dell’ambiente esterno si accompagna talvolta una “patologia dell’abitare” che cova e può esplodere non solo nei casermoni anonimi delle periferie urbane, ma anche dietro la cura delle facciate e la separazione dei graziosi giardini accuratamente recintati, come se proprio la dimensione di quasi assoluta libertà nella scelta dello stile architettonico (che prescinde spesso da criteri urbanistici e storici, come da utilità sociali e bisogno di bellezza) generasse un’autoreferenzialità degli interni che si traduce in solitudine e incomunicabilità degli individui e disagio nelle relazioni famigliari.

La nostra società, in cui vige una sorta di onnipotenza della comunicazione visiva, ci ha abituati ad una dimensione estetica immobile, le case e gli arredamenti sono scelti prevalentemente guardando o riproducendo quel finto movimento che abbiamo interiorizzato dalla TV, le cui riprese, nelle trasmissioni d’intrattenimento come nei serial, utilizzano un campo fisso, una scenografia dentro la quale viene direttamente immesso lo spettatore, che dimentica di essere collocato nel punto di registrazione della macchina da presa stessa.

I corpi invece si muovono e sostano nei luoghi disegnando traiettorie armoniche o disarmoniche a seconda di come gli spazi entrano in rapporto con le loro dimensioni e caratteristiche reali.

La percezione complessa del muoversi incessante del nostro corpo-pensiero, corpo senziente, corpo abitante, trova nei luoghi gli indicatori di direzione, i suggerimenti, le ingiunzioni, le spinte, i permessi, che più profondamente incidono nella definizione del copione con i propri concreti messaggi relativi alla sopravvivenza.

Così la casa diventa il luogo di messaggi non verbali potenti e ineludibili, con la sua materia inerte rispetto ai corpi che vi si adattano.

Conta perciò chi decide, come quando e che cosa: come e dove sono i letti, i posti a tavola, l’ordine dei cassetti, le porte aperte o chiuse, la rigidità delle attribuzioni di spazi o l’eccesso di fluidità in cui nessuno sa più qual è il suo posto, l’ordine che preclude l’autonomia o quello che fonda le sicurezze, la confusione che genera l’incertezza dei ruoli o il disordine “pluriverso” che fonda il conflitto creativo della crescita nella responsabilità.

L’osservazione del bambino nella sua creatività spontanea è più facilmente effettuata nei soggetti in cui l’ambiente, pur offrendo un sostegno ai bisogni naturali, permette esperienza e responsabilità. Diremmo che ci troviamo qui nella parte vitale della decisione identificatoria copionale, dove soggetto e ambiente sono reciprocamente accettati e accettanti (…)”[8]scriveva Maria Teresa Romanini.

I bambini apprendono il linguaggio degli spazi e degli oggetti prima delle parole, la cui convenzionalità si radica nella percezione del suono, nel muoversi della bocca e del volto, nella vibrazione delle corde vocali, dentro il mistero della gola come nella pelle accarezzata (guance collo torace), dei corpi vicini nell’intimità.

Oggetti e spazi sono la continuità dei corpi, insegnano, oltre a colori, suoni, percezioni tattili, anche  consistenze, resistenze, cedevolezze, spigolosità, vicinanze e distanze: le braccia della mamma che ti appoggiano addormentato tra i cuscini del divano, il seggiolone che ti porta alla pari del tavolo inarrivabile, gli altari e le teche (mensole e cristalliere) presenti e interdetti alla presa, il rumore della porta d’ingresso che diversifica gli abitanti dagli ospiti o dagli intrusi, i quadri appesi che entrano nel patrimonio dell’immaginario prima di poter essere osservati alla giusta altezza.

Il terremoto era forte, quasi si rompevano i piatti” scrive Andrea, scuola dell’infanzia in Abruzzo[9], condensando nell’oggetto comune il senso della sicurezza minacciata, perché il piatto è il luogo del cibo che esprime il rapporto più “naturale” col mondo, quello di mangiare, ma anche l’oggetto che scandisce il tempo delle relazioni famigliari ed ha una sua “sonorità”, un ritmo che accompagna i gesti dello scambio nella cura dell’apparecchiare e sparecchiare la tavola, del montare e smontare la scenografia della condivisione e del dialogo quotidiani; un oggetto che ricorda la fragilità, simboleggiando, nell’evento del terremoto, tutto il mondo umano minacciato e salvato.

Nelle case in cui sono stata per la mia ricerca spesso, già nel primo incontro, mentre i genitori raccontano, i bambini disegnano. Appena illustro il senso e le modalità della ricerca, che, dopo il primo incontro di conoscenza con tutta la famiglia, prevede interviste individuali, i bambini trovano il modo di rispondere in modo efficace e sintetico con il disegno, con la proposta di un gioco, con l’offerta di farmi da guida nella visita alle varie stanze.

Un quindicenne, apparentemente indifferente alla casa, tanto da aver lasciato alla madre la scelta dell’arredamento della sua stanza, che infatti si presenta “muta” come in un negozio di mobili, apre la scatola dei ricordi per farmi vedere il disegno della casa che ha fatto alcuni anni prima e mi porta poi a vedere il divano dove ama sdraiarsi a studiare, rivelandomi il suo bisogno di restare al centro dell’andirivieni quotidiano, nello spazio in cui si aprono tutte le soglie delle stanze, al cuore della casa stessa, così come l’ha disegnata da piccolo.

In una casa in cui i bei mobili antichi raccontano storie di famiglia, il figlio più piccolo ha inciso il nome del fratello sul piano di una preziosa credenza, sfidando le giuste ire materne. Così non sarà facile deciderne la destinazione quando i mobili accompagneranno la loro uscita adulta da casa e il designato nella divisione ereditaria (il titolare del nome o l’autore del misfatto?) non potrà dimenticare né recidere il legame fraterno dei giochi condivisi in una casa amata.

Quando l’abitazione è piccola e arredata in modo inadeguato per le persone che vi abitano (due genitori con cinque figli tra i quattro e i sedici anni), diventa difficile perfino disegnarne una qualsiasi. La casa dei sogni si riduce ad una stanza tutta per sé per la figlia maggiore e ad una camera in cui è prevista solo la sorellina più piccola per la secondogenita, in perenne conflitto con la sorella grande proprio per  gli spazi. Il ragazzino di dodici anni sogna una villa con alte mura e due guardie a proteggerlo, visto che il mondo per i bambini italiani figli di immigrati sembra talvolta minaccioso, mentre la sorella di undici anni disegna solo case che “si sciolgono”. Quando manca lo spazio è difficile anche sognare.

Nell’ultima famiglia che ho incontrato, mentre con i genitori eravamo ancora dentro il rito dell’accoglienza tra saluti e affettuose curiosità, il piccolo di tre anni sorridendo mi ha presa per mano dicendomi, con tono educatamente spazientito: “Beh, intanto vieni a vedere la mia stanza”, dimostrando d’aver capito perfettamente la richiesta, saltando i convenevoli degli adulti con la sua spontaneità, consapevole di avere un ruolo non di secondo piano nella ricerca, desideroso di partecipare da subito “alla pari”.

Sono nata sotto un tavolino” scrive Dolores Prato, raccontando la paura che l’ha spinta a nascondersi in attesa che gli adulti decidessero del suo destino. “Pur protetta dal tappeto che con le frange sfiorava il pavimento, ascoltavo fitto fitto: tante volte venissero a cercarmi per mettermi fuori! sedevo sui mattoni. Molliche indurite mi si conficcavano nella pelle come sassolini. Quel primo pezzetto di mondo immagazzinato dalla mia memoria lo vedo come adesso vedo la mia mano che scrive.”[10]

Se gli oggetti sono un alfabeto e negli spazi diventano parole, noi li incontriamo nelle case come sintassi: ogni casa ha la sua lingua, il suo “lessico famigliare”, (Natalia Ginzburg, 1963) i cui significati sono decifrabili interamente solo all’interno, frutto di una co-costruzione dinamica che prescinde spesso dalle intenzioni/indicazioni degli architetti come dai vincoli delle risorse a disposizione. Capire, com-prendere, è l’avventura stessa della vita.

Lo spazio vissuto è infatti molto più di una dimensione traducibile in misure quantitative, molto più della somma di muri, arredi, oggetti; diversa per ogni corpo nei volumi, nelle resistenze, negli accessi, negli amori e disamori, nei tempi degli incontri e dei distacchi, ogni casa è una cornice che contiene più storie: per questo andrebbe guardata con gli occhi dei piccoli (con i nostri occhi da piccoli) e accompagnare la crescita in modo armonioso, come una partitura multisensoriale che offrendosi allo stupore della scoperta si apre al piacere del godimento e della trasformazione.

*Rosangela Pesenti, CTA-E, Counsellor Professionista, Formatrice, Insegnante

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in Neopsiche Rivista di Analisi Transazionale e Scienze Umane, Numero Monografico. A.T. e terapia dei bambini, Ed ANANKE, Torino 2010, N. 9

 

 

 

 

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Prato Dolores, Giù la piazza non c’è nessuno, Arnoldo Mondadori, Milano, 1997, 2001

Ginzburg Natalia, Lessico famigliare, Einaudi, 1963

 

 


[1] Pio Scilligo, Chi è il counsellor: un tentativo di definizione, in Contributi Scientifici del Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti, La bussola del counsellor, ALPES, Roma, aprile 2007, p. 11

[2] Fanita English, Essere Terapeuta, Edizioni La Vita Felice, 1998 (1976), p. 40

[3] Maurizio Vitta, Dell’abitare, Einaudi, Torino, 2008, p.95

[4] Fanita English, cit. p. 92

[5] in Giacomo Rizzi, Abitare essere e benessere, Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, Milano, 1999, p. 88

[6] Silvio Morganti in Giacomo Rizzi, cit. p. 26

[7] Giordano Giovanna, La casa vissuta, Giuffré editore, Milano 1997, p. 1

[8] Maria Teresa Romanini, Costruirsi persona, Edizioni La Vita Felice, Milano, 1999, p. 78

[9] Francesca Pansa, Voglio tornare a vivere nella mia casa, Piemme, Milano, 2009

[10] Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno, Arnoldo Mondadori, Milano, 1997, 2001