Rosangela Pesenti

  

Articoli e Saggi

Una storia raccontata con la luce

Recensione

 

in “La stanza dei bambini” a cura di Dolores Munari Poda, Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane n. 44 – 2005, Ed. La Vita Felice

 

Lesley McIntyre, Il tempo di una vita, Contrasto, Roma 2004 (Ed. originale Jonathan Cape 2004)

 

Una storia raccontata con la luce.

‘La fotografia è un’arte elegiaca (…). Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona.’[1]

Uno scrittore racconta con le parole, una fotografa racconta con le fotografie.

Ci sono persone, donne e uomini da cui possiamo imparare come si raccontano i bambini.

Con rispetto, indulgenza, allegria, tenerezza, curiosità, discrezione. Con dignità, fermandoci sulla soglia dei loro pensieri, fermando sulla soglia i nostri pensieri. Rispettandone la dignità, sempre.

 

Così una mamma racconta lo sguardo che incontra la sua bambina, per tutti gli anni della sua vita.

Perché se la fotografia è istantanea, coglie l’attimo, il respiro, l’attesa, il pensiero che attraversa la fronte, agita le mani, apre il sorriso, non è mai però un furto d’immagine, un’osservazione asimmetrica, una violazione d’intimità.

Tra l’immagine della bambina che vediamo crescere e consumare la sua vita giorno dopo giorno e lo sguardo materno che non conosciamo, la reciprocità è continua, cercata, attesa.

Lo sguardo della bimba si deposita lieve e fiducioso in quello della madre che ci regala con questo libro l’opportunità di esserle accanto, di vivere con lei speranza e fiducia.

Il dolore si può intuire non perché venga nascosto, ma perché prevale l’amore che possiamo quasi toccare riflesso negli occhi della bimba che è tutta nell’enorme bellissimo sorriso dell’ultima immagine, e la speranza non è mai illusione come la fiducia non è superficialità o incoscienza.

La bambina c’è sempre, in piena luce, consapevole dello sguardo materno anche quando il suo viso è rivolto altrove, quando è di spalle, quando è distratta e  attratta dagli oggetti della sua vita.

La mamma c’è sempre, innamorata e divertita, col fiato sospeso, le mani salde intorno alla macchina fotografica, tenacemente attaccate al presente, alla realtà che scorre immagine dopo immagine ed è attenzione, attesa, fiducia, scoperta, condivisione.

E dopo, solo dopo, le immagini trovano la loro sinuosa sequenza, il filo della vita che c’è stata, si compongono in una storia compiuta che prende senso anche per noi che la sfogliamo pagina dopo pagina, piano.

Molly e sua madre Lesley ci ricordano che ogni vita è precaria e nessuna si può davvero misurare con gli anni.

Le storie quando sono ben raccontate attraversano il tempo e ci aiutano a traghettare il bagaglio del dolore su nuove spiagge, suggeriscono strade che non sapevamo vedere, ma soprattutto ci insegnano il modo con cui percorrere le strade che possiamo scegliere.

Lesley McIntyre non ha fotografato sua figlia come una madre qualunque, ma come una donna che accetta, sceglie, si muove con cautela, cerca di imparare dalla sua bambina di quale mamma ha bisogno e come una professionista che impara a misurare la sua competenza con il pulsare dei sentimenti, con la fatica quotidiana della cura.

Accetta di scoprirsi madre giorno per giorno accanto a una bambina che non consente di agire il repertorio di stereotipi che mistifica e mortifica molti dei rapporti tra madri e figli.

Per questo la malattia è un problema, enorme drammatico, ma lei ne sa cogliere anche la straordinaria opportunità che offre di una libera invenzione della quale la bimba sarà da subito e per sempre co-protagonista.

Come professionista impara a non operare quell’antica separazione tra vita pubblica e vita privata, tra lavoro e affetti, inventata dall’universo maschile per proteggere paure e privilegi.

E’ una necessità, come per molte madri, tenere insieme la passione per il lavoro e la cura della sua bambina. Necessità di sopravvivenza a cui si può soccombere o che può diventare occasione di approfondimento del proprio sapere, nel caso di una fotografa è l’offerta di uno straordinario punto di vista sul mondo che richiede una disciplina dello sguardo, un rigore nell’uso del mezzo tecnico e restituisce però l’emozione di una continua sorpresa.

Lesley impara a fermare i propri sentimenti nel presente, in ogni quotidiano presente della sua bambina che non è l’oggetto del suo sguardo di fotografa, ma il soggetto che la guida, la trascina, la sorprende, il soggetto che lei segue docile, “addomesticata”[2] fino alla fine.

Nel suo sguardo di fotografa intuiamo la cura materna con cui sostiene ogni passo della sua bambina, la ricerca di un equilibrio tra la risposta più adeguata ad una situazione mai del tutto prevedibile e la discrezione nei confronti di una crescita che vuole misurarsi  con la propria autonomia, la necessità di pensare e ripensare continuamente ogni quotidiano frammento di vita insieme, ma anche la leggerezza con cui accetta l’imprevisto e il consueto, il piacere di una condivisione che non esorcizza o allontana le paure, ma le accoglie come quel limite umano che rende più preziose le ore che il tempo ci regala.

Nello sguardo, nel corpo della bambina che cresce anche per noi pagina dopo pagina, crediamo di poter leggere i pensieri via via più maturi, più consapevoli, ci sembra di avvertire il suo respiro lieve tanto la bravure nell’uso del mezzo che la riprende sa annullare le distanze, e i segni della malattia restano sullo sfondo, una caratteristica come i capelli lisci, le mani eleganti, l’espressione ammiccante, mentre siamo coinvolti dagli eventi, piccoli grandi, della sua vita di bambina.

La malattia, con la sua fine annunciata, è solo la consapevolezza del limite che tutti condividiamo in quanto umani e forse per questo l’evento giunge comunque imprevisto come dev’essere (lontano dalle sentenze della medicina) e il dolore diventa parte del vivere, ultimo difficile dono dell’essere state insieme, dolore acuto e insieme dolce di memoria.

Sono immagini riposanti, con cui possiamo lenire le ferite inferte alla vista dal mondo visivo enfatico e ridondante che ci invade. Immagini da cui possiamo imparare come si fotografa un bambino, come si guarda il suo mondo, come si può guardare il mondo.

Certo Lesley e Molly hanno avuto la fortuna di vivere in un’area del pianeta e di godere di risorse che sono riservati a pochi, ma di questa ricchezza non hanno fatto spreco, hanno goduto dei doni della vita e da loro il messaggio e l’augurio è che ogni mamma possa davvero regalare al suo bambino il piacere di vivere come e dove il caso l’ha fatto nascere.

 


[1] Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, Torino 1978, p. 15

[2] Per il significato di questo termine faccio riferimento al dialogo tra la volpe e il piccolo principe nel testo omonimo di Antoine De Saint Exupéry.