Rosangela Pesenti

  

GENOVA: IL GIORNO DOPO, DIECI ANNI DOPO

Trascrivo dal mio diario del 2001:

Il giorno dopo. Una stanchezza cupa che intride le ossa e i pensieri, al telefono i concitati resoconti di chi era da un’altra parte e ha vissuto lo stesso panico, i compunti e ipocriti commenti televisivi, un residuo di bruciore agli occhi e difficoltà di respiro, traccia e sogno di una giornata frammentata in attimi lunghissimi ed ore brevi, avvertiamo l’inesorabile sfasatura dell’alfabeto con cui si misurano le parole come se il respiro non riconoscesse il passo consueto.

Alla partenza il sapore è quello di una gita scolastica perché il piazzale è pieno di ragazzini e ragazzine, con gli adulti c’è l’emozione di una rimpatriata.

Ci sono anche i figli, ce li indichiamo da lontano perché sono venuti da soli, per scelta, e a noi che teniamo nel cuore il ragazzo morto il giorno prima questa distanza sembra l’atteso passaggio di generazione.

L’arrivo è sul mare e ci avviamo lungo il marciapiede come per una passeggiata.

Facciamo una sosta alla chiesa di Boccadasse dove mi aspettano gli amici genovesi per aggiornarmi sulle vicende dell’intera settimana.

So che da qualche parte ci sono le donne di Punto G con cui sono in contatto. Incontro due amiche che non vedevo da tempo, anche loro hanno i figli da qualche parte.

Sole a picco, mangio quasi tutto quello che ho portato per alleggerire lo zaino, si parte un’ora prima del previsto perché siamo già tanti, trecentomila ci dicono, e in effetti non riusciamo a trovare la testa del corteo.

Si cammina lenti sul lungomare, chiacchieriamo, metto il cappello e la crema solare, andiamo su e giù rallegrate dalla moltitudine di questa generazione di figli e figlie, da questo inatteso essere insieme, godiamo dei colori, dei cartelli col senso di una materna fierezza che ci distrae dalla realtà, ci sediamo a riposare…

Poi l’attesa si fa lunga, le persone avanzano disordinate, qualcuno corre avanti e indietro col viso preoccupato, invita a fare i cordoni perché ci sono scontri più avanti, ma pochi lo ascoltano.

La sua voce ci riscuote, riporta di colpo esperienze lontane, ci alziamo, scrutiamo il fumo dei lacrimogeni, prendiamo le mani di chi è vicino, ci leghiamo per le braccia e la catena si forma veloce mentre acceleriamo il passo.

Di colpo siamo alla curva che ci porterà verso l’interno della città, le ragazze accanto a noi legano una sciarpa sul viso, anch’io prendo un fazzoletto e me lo lego al collo con un filo d’inquietudine, poi diventa smarrimento. Ci chiediamo dove siano i figli. Scorrono veloci immagini che non ho il tempo di guardare, ragazzi che scappano, polizia con i manganelli alzati.

Correte, correte: siamo di colpo nell’ombra della strada cittadina, ciechi dopo il sole del lungomare e mi prende l’angoscia di essere in trappola, di non poter tornare indietro. E sarà così infatti, ma la trappola sarà il lungomare per l’ultimo spezzone di corteo che verrà separato da noi.

 

 

La mia amica Anna, uscita serena dalla preghiera di Boccadasse, vedrà i ragazzini rincorsi e picchiati a sangue, nascosta in ginocchio in una rientranza del marciapiede, ma lo saprò il giorno dopo, al telefono, perché non riusciremo a tornare sul lungomare per l’appuntamento del ritorno e mi dirà che non ha mai provato tanta paura e tanta rabbia nella sua vita, lei, che ha vissuto trentacinque anni in Africa, nel paese più povero del mondo e ne ha viste di tutti i colori.

Mi sforzo di credere all’uomo sul palco che fornisce informazioni rassicuranti e indicazioni sulla meta. Indica la strada in cui dobbiamo svoltare, ma non ricordo se l’abbiamo fatto. Di colpo la strada era un varco aperto ad un agguato. L’ho pensato con questo nome mentre la polizia avanzava incurante delle nostre braccia alzate al grido “non violenza”. Quando arrivano i lacrimogeni la fuga è disordinata e pericolosa. Gli occhi bruciano, l’acqua versata di mano in mano per proteggerli, ci teniamo strette noi tre per la paura di essere schiacciate dalla massa in fuga. Voglio tornare indietro, un desiderio potente e irrazionale a cui le mie compagne per fortuna si oppongono. Invece bisogna andare avanti, non staccarsi dal corteo, stare all’interno, mentre vorrei correre rasente i muri dei giardini deserti in cerca di protezione.

Ci incoraggiamo a vicenda, non siamo tra sconosciuti, ma a tratti il panico riprende tutti mentre i lacrimogeni incalzano. Alterniamo corse disordinate alla ricerca di un passo cadenzato, un ritmo comune che dia solidità al cordone delle nostre braccia legate.

Attraversiamo una lunghissima galleria incolumi, ci abbracciamo commossi, le case non sono più mute e minacciose, qui c’è gente alle finestre che applaude, incoraggia, butta secchi d’acqua per rinfrescarci.

Ci sentiamo al sicuro, rallentiamo il passo, saliamo su una gradinata per avere una visuale più ampia e di colpo dalla galleria esce fumo e la gente riprende a correre gridando.

La meta è una piazza troppo piccola nella quale ci invitano a non sostare per consentire l’arrivo degli altri, ci danno indicazioni per un altro posto, ci avviamo senza capire, camminiamo per forza d’inerzia con gruppi ciondolanti come noi.

Ci affidiamo alla cartina e poi alla corrente di persone che s’infila in una specie di largo corridoio tra due edifici ciechi, lo stadio e il carcere scopriremo poi, ci porta in un vasto piazzale dove i pullman in sosta sono una confortante inaspettata apparizione.

Ritroviamo i figli e i loro amici. E’ finita. Un compagno ci accompagna in fondo ad una stradina laterale dove c’è un bar, i ragazzi si accalcano sulla porta intorno al barista che distribuisce acqua e ghiaccioli, a noi, di evidente maturità, consente di entrare per andare al gabinetto. Dentro ci sono quasi solo donne e un’intimità che non ha bisogno di parole.

Quando usciamo c’incamminiamo lentamente succhiando il ghiacciolo come bambine felici. Di colpo un’esplosione alle spalle sembra capovolgere il cuore, odore di fumo, grida, la polizia con le visiere abbassate, davanti a noi alcuni ragazzi rovesciano due cassonetti, mi sento di nuovo in trappola in questa strada blindata e di colpo deserta. Ci mettiamo a correre, ci siamo prese istintivamente la mano e riusciamo a sgusciare tra un cassonetto e il muro, come nei film, penso, prima che il varco si chiuda e siamo in salvo vicino al pullman. Mio figlio mi sta cercando preoccupato, ha visto la violenza per la prima volta e di colpo sento che ne ha capito la profonda stupida inutilità. Lui e i suoi amici, un’intera generazione di ragazzi ha cominciato una strada nuova verso il futuro e nel disastro del presente ne sono commossa.

Gli autisti preoccupati vogliono partire immediatamente, mancano molte persone all’appello e li convinciamo a restare.

Il mio pullman sarà l’ultimo a partire dal piazzale deserto quando sapremo che anche l’ultimo dei nostri quattordici passeggeri bloccati sul lungomare è stato raccolto. Mi addormento di colpo. Nel sogno si mescolano brandelli della giornata ai volti di giovani donne incontrate: in quale corso ho conosciuto la ragazza bruna che mi ha presentato agli altri come la sua formatrice? In quale punto del corteo mi ha chiamata l’educatrice con il sorriso smagliante sotto la zazzera bruna e chi è la giornalista che mi presenta a sua sorella che a sua volta dice di aver seguito una mia lezione?

Per un giorno il tempo si è fermato e dilatato rimescolando la mia storia.

A casa aspetto che torni anche mio figlio e piango di rabbia. Ci aspettano anni difficili, ma in questi anni cresceranno i ragazzi e le ragazze che hanno camminato accanto a me con il futuro negli occhi.

Sono certa che prima o poi queste generazioni incontreranno le nostre parole, chiederanno di noi. Dobbiamo continuare la nostra semina, anche se non ci hanno ascoltate, anche se veniamo emarginate, noi donne, femministe e pacifiste, che in questo Paese abbiamo fatto la differenza e veniamo brutalmente cancellate, anche dai compagni, che prendono una strada vecchia e dicono che è nuova. Piango, ma non smetterò di coltivare la speranza.

 

Oggi, dieci anni dopo, le ragazze e i ragazzi cresciuti nella stupidità rapace e meschina chiamata neoliberismo, nella ferocia volgare della competizione tra poveri, si stanno organizzando, imprevisti, imprevedibili, solidali, divertenti e vincenti perché credibili.

Noi, donne ancora vicine, ancora compagne, ci ritroviamo a Genova, a segnare un nuovo passaggio e con noi comincia ad esserci anche qualche uomo, di quelli che hanno imparato ad ascoltare.