Rosangela Pesenti

  

INCLUSIONE

Inclusione. Di tutte le parole dette nella due giorni di Siena, (bellissimo appassionante appuntamento, generosamente organizzato) questa è certamente la più condivisibile eppure la più ambigua, per come è stata affermata e ripresa, dopo che qualcuna, poche oltre a Lidia Menapace, ha nominato alcuni contenuti come l’antifascismo, il patriarcato, il capitalismo, sui quali è quanto meno necessario aprire il dibattito.

Per includere almeno quella memoria storica che dobbiamo alle donne venute prima di noi e per onorare il diritto delle generazioni più giovani a sapere, come chiedono.

Inclusione, come se qualcuna volesse escludere qualcuna.

Curioso che la questione sia posta proprio a favore di chi sta in uno schieramento politico che condivide l’affermazione della gerarchia sociale e ha inventato il pessimo neologismo della meritocrazia per rilegittimarla.

Curioso che sia posta a favore di donne che svolgono libere professioni, hanno fatto carriera, sono in parlamento.

Hanno scoperto che essere donna significa poter subire discriminazioni a tutti i livelli?

Questo lo sappiamo da sempre e lo affermavamo anche negli anni ’80, quando si cercò di cancellare il femminismo perché, mi si diceva, il patriarcato era morto e noi, che ancora vedevamo sfruttamento esclusione emarginazione cancellazione delle donne, eravamo vetero, lo affermavamo anche negli anni ’90 quando, proprio le donne della destra, presentandosi sulla scena politica, riproponevano il modello dell’emancipazione imitativa (siamo brave come e più degli uomini perché abbiamo anche fascino e virtù femminili) diventando egemoni anche nella cultura delle donne di “sinistra”, lo dicevamo nel nuovo secolo a Punto G di Genova (e di nuovo oggi dopo dieci anni) perché il nostro sguardo è attento alle donne della porta accanto come a quelle che abitano la curva del mondo che sta ben oltre il nostro orizzonte.

Curioso che si parli di inclusione per donne che hanno a disposizione la visibilità dei media e che, anche a Siena, hanno avuto la possibilità di parlare dal palco.

Non c’era tempo per tutte, è vero, ma a me dispiace che non abbia parlato dal palco, ad esempio, Patrizia De Vico, una sconosciuta si è definita, che abbiamo ascoltato in quattro mentre registrava il suo messaggio web e ci ha commosse, ci ha fatto sentire che ce la possiamo fare perché veniamo da lontano, perché sappiamo riconoscerci tra sconosciute e soprattutto possiamo essere migliori di come la vita ci costringe ad essere.

L’inclusione vorrei che fosse anche per donne come lei.

Perché la mia domanda è: inclusione per chi, inclusione dove? Inclusione per fare cosa?

 

 

Nel movimento c’è posto per tutte, e ormai perfino tutti, da molto molto tempo, e le lotte, siccome sono concrete, ridisegnano ogni volta i confini della partecipazione.

Spesso siamo state poche e invisibili, ma non per questo le nostre ragioni erano irragionevoli.

Quale inclusione perciò?

Inclusione nel diritto allo studio che non è mai stato raggiunto per tutte e tutti in Italia (dati ISTAT) e oggi viene cancellato?

Inclusione nel diritto alla salute che non c’è mai stato per i lavoratori e le lavoratrici delle produzioni più dure, dei servizi considerati più umilianti e meno retribuiti ai quali oggi viene aumentato l’orario di lavoro in cambio di salari più bassi e precarietà?

Inclusione dei disabili appena inclusi nella scuola e già a rischio di espulsione?

Inclusione dentro redditi dignitosi, dentro case e quartieri che non siano orrende caserme degradate, dentro la possibilità di avere casa, ma anche la quieta bellezza dell’armonia con l’ambiente?

Inclusione delle oneste e onesti che pagano le tasse?

Inclusione nell’indignazione verso i grandi evasori fiscali, i politici corrotti e corruttori, la zona grigia (tanto per restare a Primo Levi) di chi non vuole vedere?

Inclusione nei movimenti di chi, conti alla mano e lungimiranza per il futuro, manifesta contro la devastazione del territorio, come le donne e gli uomini di No Tav, Dal Molin, L’Aquila, per citare solo gli ultimi?

Inclusione di quelle e quelli che stanno sopra e sotto i tetti e le gru, dei/delle migranti rinchiusi nei CIE,

Inclusione nei lavori faticosi, difficili, precari, magari tra il personale carcerario che gestisce l’insopportabile sovraffollamento delle carceri?

Inclusione di quelle e quelli che non hanno accesso all’informazione eppure continuano tenacemente a usare la propria parola, intelligenza, sorriso per proporre il proprio punto di vista?

Noi, che ieri eravamo a Siena, siamo tutte già incluse, nella cittadinanza (vergognosamente ancora fondata sul diritto di sangue) e quindi nell’esercizio di diritti che sono, di fatto, privilegi, se commisurati con i dati relativi alla condizione delle donne, in Italia e non solo.

Lo voglio dire con categorie che qualcuno trova demodé: sono contenta che le donne della borghesia (piccola, media, grande, tutte quelle che vogliono) dopo aver fruito della sacrosanta emancipazione che le ha portate nella scuola, nel lavoro, nelle carriere, alla pari con i fratelli, oggi vogliano la parità nel governo di tutta la società.

Voglio solo ricordare che se loro hanno messo le parole per la lotta, perché per prime hanno avuto accesso alla scrittura e ai luoghi prestigiosi della cultura e delle professioni, le grandi conquiste legislative non ci sarebbero state senza la moltitudine anonima delle donne, delle lavoratrici  male o per nulla retribuite, protagoniste a testa alta della propria vita, che hanno fatto movimento diffuso nelle piazze e dentro le case, producendo la più grande e pacifica rivoluzione che la storia ricordi.

Una rivoluzione che è solo cominciata perché oggi da quello spiraglio aperto del diritto allo studio sono entrate anche le figlie delle serve, delle operaie, delle lavandaie, stiratrici, balie, sarte, mondariso, delle donne sfruttate e non pagate sotto la copertura sociale del casalingato.

All’inizio poche, della mia generazione in quantità irrisoria, poi sempre di più e sempre più brave, competenti, capaci di parola.

Per questo (e l’ho già scritto) le politiche neoliberiste dei governi degli ultimi vent’anni hanno attaccato per prima cosa il diritto allo studio, insieme alle leggi a favore della libera scelta della maternità (applicazione della Legge 194, Legge 40, dimissioni in bianco, servizi per l’infanzia e via dicendo).

Solo attaccando la condizione delle donne e dell’infanzia si attacca efficacemente la democrazia alla radice.

Hanno lottato per la repubblica democratica le donne della Resistenza e prima ancora le donne che si sono opposte al fascismo e prima ancora le femministe dell’inizio ‘900 (e potremmo ritrovare, andando all’indietro così, tutta un’alta storia).

Abbiamo lottato e non siamo mai tornate a casa, non lo faranno certamente le donne che hanno cominciato adesso a prendere in mano la propria vita.

In questo movimento c’è posto per tutte e tutti. Quale posto però dovremo discuterlo insieme così come le mete. “Noi” è una straordinaria parola politica che va conquistata nella concretezza del confronto e nella chiarezza dei patti, con i quali possiamo definire mete condivise senza cancellare differenze, ma imparando a gestirle per quel bene comune che si chiama prima di tutto democrazia.

A Siena ci siamo accordate sulle prime tappe, insomma, come diciamo sempre, abbiamo solo cominciato a dare nome alle cose che vogliamo.

Adesso si tratta di pensare al come andiamo avanti, tutte insieme, ma una strada non vale l’altra, i mezzi e modi dicono tutto sui fini.