Rosangela Pesenti

  

Rivista CEMondialità

Dossier identità di genere

Identità di genere?

a cura di Rosangela Pesenti e Nadia Savoldelli

Nel momento in cui le donne cominciano a rendere visibile la storia, a lungo rimossa e dimenticata, del proprio genere e vi fondano un agire sociale che ripensa prima di tutto la cittadinanza e poi tutte le relazioni umane nel loro esprimersi privato e politico, il tema dell’identità diventa centrale.

Tra il corpo e la parola si aprono finalmente tutti gli interrogativi che rappresentano opportunità inedite, non solo per le donne, ma che toccano tutti i livelli del potere che trova nel determinismo biologico dei ruoli sociali il mito fondativo di ogni sopraffazione.

Il percorso che ha dato visibilità politica e sociale alle donne è stato distorto e immeschinito, mentre il dibattito sull’identità ha ricominciato ad esprimersi intorno ad un soggetto astratto con forti connotazioni maschili. Dietro l’enfasi di certi discorsi sull’identità plurima, avvolta nelle nebbie di un futuristico postumano astratto e minaccioso, passa di nuovo la cancellazione del femminile e l’esaltazione di un maschile che ricolonizza l’immaginario contemporaneo con i suoi miti e le sue paure, la realtà delle relazioni umane con la vecchia impronta della violenza privata sulle donne e di quella politica che si chiama guerra.

La lunga storia di ragioni e azioni costruita dalle donne per il riconoscimento della propria soggettività sociale e parità politica, ha aperto le gabbie delle identità per tutti gli esseri umani, mostrando i processi di costruzione del genere e del sesso come possibili piste di ricerca affidate alla libertà e responsabilità di ognuno.

Oggi questo lavoro di ricerca di sé nella concretezza del vivere, nell’ascolto dei corpi, simili e diversi, rischia di essere travolto e cancellato: la sovrabbondanza delle immagini impone una martellante propaganda a favore degli stereotipi di genere più arcaici e i meccanismi economici e politici impongono alle donne condizioni di vita e di lavoro più faticose ed emarginanti di quelle maschili. Si tratta di un processo che copre la concretezza delle mille piccole e grandi violenze sulle donne con vari livelli di mistificazione e manipolazione dell’immaginario collettivo. Trappola in cui cadono talvolta le donne stesse avvalorando la riedizione in chiave moderna di una antica complice subalternità. Si tengono corsi per “genitori” come se fossero pacificamente intercambiabili le esperienze dell’essere madre ed essere padre e nel frattempo i ruoli ridiventano rigidi, figli e figlie vengono cancellati in un’indistinta famiglia che impone la sua gabbia ideologica tacitando la realtà delle complesse relazioni tra le generazioni dentro i luoghi della convivenza.

Nella scuola le ragazze sembrano trovarsi in situazione di parità con i ragazzi e il raggiungimento di risultati e livelli più elevati in tutti i settori deporrebbe a favore di questa tesi, ma la lingua della comunicazione, della lezione, dei testi, resta rigorosamente sessista, tranne che nei documenti burocratici, (grazie al meritorio lavoro delle commissioni per la parità e pari opportunità). L’impianto della storia aggiunge talvolta le donne, ma lo sguardo sul passato non cambia e dall’immobilità della storia discendono anche le altre discipline. Si tratta di un genocidio simbolico come disse Lidia Menapace anni fa: affermazione che sembrava esagerata e nominare donne e uomini, bambini e bambine, un inutile vezzo da femministe, in una situazione che ormai veniva definita di libertà femminile. Alla fine degli anni ’80 apparivano sulla scena politica donne convinte che il femminismo fosse ormai inutile perché ognuna era ormai libera di seguire i propri desideri. Era il tempo in cui sparivano differenze di classe e di ceto e parlare di privilegi sociali era indice di invidiose incapacità personali, soprattutto tra donne. Erano già sparite dal protagonismo politico, che aveva diffuso capillarmente sul territorio il femminismo attraverso gruppi di tutti i tipi, le operaie e le casalinghe, riciclatesi spesso in un volontariato di grande utilità sociale, ma di dubbia valenza politica, sia per se stesse, cancellate nella neutralità della definizione, che per gli assistiti, ai quali viene sottratto troppe volte un diritto in cambio di un favore, che assomiglia molto alla vecchia carità controriformistica. Dal postmoderno al postumano, le definizioni periodizzanti si riferiscono ad una storia prevalentemente narrata intorno ai mutamenti di lettura del mondo prodotti da un’élite maschile che non trova via d’uscita alle aporie del proprio imperante narcisismo. Mancano ancora “le parole per dirlo”, infatti se anche la pienezza dell’umano fosse la tensione verso un’armonia dei corpi e delle relazioni che oggi ci è ignota e noi ci trovassimo in realtà in una situazione di pre-umano, basterebbe sottoporre a critica la radice stessa della parola che segnala l’imperialismo maschile sugli esseri viventi a cominciare dalla negazione e cancellazione del due originario attraverso cui si perpetua la nostra specie. L’amplificazione del contenuto del ventre materno, che viene separato dalla realtà di un corpo e dalla sua storia, per essere ridotto a contenitore o addirittura a sfondo evanescente nelle gigantografie del feto, percorre negli ultimi vent’anni un cammino parallelo all’aumento della violenza sulle donne e alla cancellazione di storie, pensieri e presenze femminili ovunque si decide. Diffusamente presenti non solo nel mondo del lavoro, ma in tutti i luoghi, tempi, situazioni in cui è necessaria un’azione che consenta legami, ponti, passaggi, tra persone come tra informazioni, tra risorse e bisogni, tra grandi e piccoli, sani e malati, emergenze e istituzioni, le donne sono assenti dai luoghi dove si decide la destinazione e la qualità delle risorse, l’uso del territorio, le forme dell’abitare, la struttura dei tempi di vita e di lavoro, la memoria da trasmettere, la ricerca da sostenere. Costrette alla plusfatica di fare da cerniera, cucitura, toppa, riparazione, ricamo a un mondo che non sopravvivrebbe senza la cura di questo infinito lavoro femminile, le donne sono oggi espropriate della propria stessa immagine e ingabbiate in un dover essere del corpo che mortifica e riduce le possibilità espressive di quell’identità in cammino che si costruisce nell’individuale singolare viaggio della vita.

Viene dalla cultura e dal pensiero delle donne la critica del genere come costruzione sociale, l’analisi dei meccanismi educativi attraverso i quali si perpetuano disparità, discriminazioni, comportamenti che favorendo la conservazione del sistema attuale mortificano le possibilità di ogni nata/nato da donna, ma quest’apertura della ricerca allo sguardo e all’esperienza di nuovi soggetti è stata rapidamente ricondotta agli imperativi del neutro come se rappresentasse una superiore possibilità e non un paradigma obsoleto che riduce ogni libertà. La differenza, costitutiva del sistema riproduttivo della specie umana, è la molteplice storia di donne e uomini, cancellarne più della metà non significa solo sottrarre un’enorme straordinaria quantità di risorse di pensiero e azione al futuro, ma forse precludere la possibilità stessa che ci sia un futuro.

Possiamo leggere anche in quest’ottica l’emergenza della crescente sterilità, che nel mondo occidentale segue di pochi anni l’allarme per la denatalità. Se questa, infatti, rappresentava un giudizio negativo delle donne sulla società, nemica dei bambini delle bambine e delle loro mamme, la sterilità annuncia un disagio ancora più acuto che sprofonda nel mutismo dei corpi in-significanti alle ragioni dei governi, della politica, dell’economia. L’alienazione da sé che ogni donna vive nella riduzione al privato di questioni e vissuti che i grandi numeri definiscono sociali, si traduce in un grave deficit di cittadinanza. La riduzione fino all’impossibilità di esprimere bisogni e proposte e di pattuire il senso e i modi del vivere, attuata attraverso le mille forme della discriminazione lavorativa e sociale, manipolazione dell’informazione e delle immagini, censura irrisione e violenza, non rappresenta solo una condizione variamente faticosa fino all’invivibilità per le donne, ma anche un problema politico che distorce i meccanismi della democrazia favorendo lo scivolamento verso pratiche autoritarie che non lasceranno indenne nessuno. La follia che conduce molte donne di ogni età, e ormai anche uomini, ad intervenire sul proprio corpo piegandolo chirurgicamente al potere simbolico di astratti stereotipi di genere, è strategicamente indotto dallo stesso sistema mediatico che copre e dissimula gli interessi di quel mondo economico e politico che sottrae spazio e risorse alle forme della democrazia. L’illusione che l’esistenza sia dentro il corpo pensante in cui agisce la singola coscienza, a prescindere dalla qualità del mondo abitato, è ciò che ci riduce oggi a inerte massa di manovra che percorre ignara il proprio tragitto vitale alienata da quella dimensione dell’agire nella polis che è l’autentica connotazione dell’essere umani. L’invito è a rinunciare a progetti di cambiamento del mondo, in cambio di quel microcosmo racchiuso dentro i confini della nostra pelle, che viene dilatato a inedite e insensate possibilità d’azione. Decodificato e smascherato il linguaggio degli abiti, la manipolazione arriva a deformare il corpo riducendolo ad oggetto di deliranti ossessioni.

Ma se il mondo appare globale nelle nostre visioni, le percezioni restano parziali, affidate al qui ed ora dei vissuti e alla nostra ricerca di mediazioni espressive che ci rappresentino almeno un po’. Per questo e per fortuna ogni discorso conosce il suo limite e non può proporsi come esaustivo, ma più sobriamente solo evocativo di strade e piste percorribili. Per questo ogni “noi” può essere solo pattuito, ogni riflessione deve dichiarare la sua origine, il punto di partenza, il corpo a cui appartiene lo sguardo e la parola, l’esperienza in cui si radica. Dispiace che gli uomini parlino di umano, postumano, società, politica, dio, feto, risorse, ambiente e occupino interamente la scena della rappresentazione sociale e politica. Dispiace che parlino senza aver prima dedicato un’ora o una giornata ad aver cura della porzione di mondo che occupano, senza aver sperimentato l’attesa paziente di quella parola “altra” che non arriverà certo da chissà quale mediatico messia, ma da un luogo molto più vicino perfino della porta accanto.

Rosangela Pesenti

 

Pensieri di donne

 

Nell’autunno 1992 nella Clinica Universitaria di Erlangen fu accertato che una donna in punto di morte era incinta. I medici utilizzarono il suo corpo per garantire l’ulteriore sviluppo del feto.[…]

Non è una novità il fatto di servirsi di una paziente, ma lo è servirsi di una donna come coltura di tessuti, come terreno fertile. Quella che finora era solo una colossale operazione linguistica si è trasformata in prassi: rendere pubblico di fronte al mondo intero il corpo femminile; servirsene come di un “ambiente” uterino; utilizzarlo come “campo per la crescita fetale”, per un “feto” che è giuridicamente riconosciuto come oggetto di cure sotto la responsabilità dei medici. La gravidanza diventa un problema biotecnologico, la donna è decorporeizzata e ridotta a una coltura di tessuti, il corpo della donna, nell’attuale stadio della tecnica, è trasformato e gestito come un substrato idroponico necessario per assumere la responsabilità sociale della creazione di una cosiddetta vita umana controllata, sorvegliata, normalizzata, costantemente alimentata.[…]Cerco di capire quello che succede al cuore quando la nascita avviene da un corpo in stato di morte cerebrale, che è stato mantenuto in vita per servire da substrato idroponico, quello che succede simbolicamente al nostro modo di vedere quando l’inizio della vita è tecnicamente generato da una natura che è morta, cioè da una matrice a cui si impedisce di morire. […] Che cosa succede quando questa donna sospesa in uno stato di morte tecnologicamente assistita, diventa un’istanza all’interno di una società saturata dai media e da un acceso dibattito? E un’istanza per cosa? Per qualcosa che è mai esistito: la contrapposizione tra il “diritto” alla “vita” e il “diritto” a morire. Dal dibattimento su Erlangen risulta chiaro in quale misura il delirio di onnipotenza tecnico-scientifico abbia saturato il discorso: la morte è diventata qualcosa a cui devo essere “autorizzata”.

Barbara Duden, I geni in testa e il feto nel grembo, Bollati Boringhieri, Torino 2006

 

Quando ci lamentiamo dell’assenza delle giovani donne dall’orizzonte della politica dovremmo imparare a guardare meglio là dove sono, impegnate nel lavoro a perseguire quella  realizzazione di sé di cui tanto abbiamo parlato, alle prese con bambini piccoli, chiusi insieme a loro in un recinto privilegiato per il bombardamento di messaggi contradditori e di dissennate spinte al consumo, affaticate non solo dal lavoro, ma anche dall’aver acquisito una competenza del sociale che non ha luoghi accessibili dove spendersi. A loro viene riproposto l’ambiguo valore della famiglia quando ancora non è entrata nel vocabolario la parola individua, sono andate a scuola con ottimi risultati, ma nessuno ha tradotto per loro, in un linguaggio comprensibile, il complesso cammino del soggetto donna e della cittadinanza femminile.

Rosangela Pesenti in Donne disarmanti, Intra Moenia, 2003

 

Anche se la rilevanza sociale della lingua è teoricamente riconosciuta nel campo della linguistica e della cultura in genere, nondimeno la lingua viene praticamente trattata come se fosse un mezzo “oggettivo” di trasmissione di contenuti. Si crede di poterla controllare, manipolare secondo i propri bisogni e i propri scopi, e invece ci sfugge quanto sia essa stessa a controllare e manipolare noi e la nostra mente: non siamo sempre noi a parlare la lingua, ma è la lingua stessa che ci parla.

Le forme linguistiche portatrici di “ideologie” e pregiudizi anti-donna sono così profondamente radicate nella nostra “struttura del sentire” che difficilmente le riconosciamo. La loro caratteristica inconscia e pervasiva le rende ancora più pericolose perché insidiose.

Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 1987

 

L’essenziale, è scritto nel Piccolo principe di Saint Exupèry, è invisibile agli occhi.

Ma il più delle volte è lì, davanti a noi, o dentro di noi, in attesa di essere finalmente scorto. […]

I giardinetti, per esempio, di un qualunque giorno feriale: la popolazione è in maggioranza composta da persone anziane e da donne con bambini e bambine di varie età. Se vi soffermate a osservare le donne con i loro figli e figlie non vi sfuggirà come, senza grandi corsi di formazione, questa piccola comunità sia gestita dalle donne mediando ogni momento conflitti di varia natura: i piccoli e le piccole sono in continua tensione, ricerca e scoperta, e il ruolo delle madri, o delle tate, è quello di amministrare con la massima saggezza possibile, evitando ingiustizie e frustrazioni, la giustizia e il soddisfacimento dei bisogni e dei desideri che via via si esprimono.

Monica Lanfranco, Maria Di Rienzo, Donne disarmanti, Introduzione di Monica Lanfranco, Intra Moenia 2003

 

Il caso di Dolores Prato perché mi pare esemplare. A ottant’anni lei stessa si definiva così: una donna “sballottata, travestita, camuffata dalle parole”. Non è la sola. In verità si dimentica come questa scissione sia ancora possibile: per neutralizzarla non basta il talento. Conosco donne che potrebbero dire, sulla propria educazione, cose gravi e definitive non meno della Prato. Se non lo fanno è perché non hanno mai cessato di credere all’adattamento come ad un bene, perché hanno paura, e anche perché le donne sono sempre state maestre di vita apparente. Cosa intendo? Intendo che dopo aver detto di sì al modello femminile dominante, l’hanno poi coltivato  fino a farne una maschera la cui anima è la mediazione, fino a trasformarlo in uno stile che le tiene in equilibrio e che le rende bene accette.

Grazia Livi, Spezzata dall’educazione, salvata dalle parole, in Scrivere vivere vedere a cura di Francesca Pasini, La Tartaruga edizioni, Milano 1997

 

C’è in Italia un razzismo che nessun maitre à penser si sogna di deplorare e nessun comitato provvede a denunciare. E’ il razzismo nei confronti delle donne e prima di tutto del loro corpo. La mercificazione del corpo femminile, come hanno notato molti commentatori stranieri, in Italia è incredibilmente alta ed estesa e assume svariate forme. Fra l’altro, è sempre pronta a colpire ogni donna che, per qualsiasi ragione, esca dall’anonimato. Se in America le lotte delle femministe radicali contro la pornografia e l’applicazione minuziosa del politically correct hanno portato ad alcuni eccessi, certamente da noi non si corre questo rischio. Questa mercificazione del corpo femminile tra le tante altre cose, è uno degli strumenti che servivano [servono] a tenere nell’angolo le donne della politica.

Chiara Valentini, Le donne fanno paura, Il Saggiatore 1997

 

La forma più grave di oppressione è proporre alle donne di omologarsi al modello maschile consapevolmente, fino a “meritare” il complimento “Donna, sei un vero uomo”. La forma che chiamiamo neopatriarcato è quello di una oppressione che non nega i diritti purché siano astratti, pari e non venga messa in campo, come fattore di mutamento, la differenza, purché non si pretenda di giocare intera la propria storia, anche passata, e non si voglia non studiarla pietosamente per “colmare una lacuna” filologica, ma anche riviverla per riempire di identità ciò che fu passivo, di conoscenza ciò che fu sepolto, di futuro ciò che fu necessità, di libertà ciò cui non si riconobbe nome. E’ questo che il neopatriarcato non accetta, non vuole, non ammette. Ed è questo difficile parto storico della differenza che anche noi donne talora rifiutiamo, quasi spaventate dal rischio dell’evento. Corre un rapporto biunivoco, ed equivoco insieme, tra il nostro stare meglio, avere accesso a tutto e il nostro stare peggio, il non avere più quasi accesso a se stesse; tra il mettere in comune le nostre capacità, non rifiutare la parità, e il cedere ad altri subito la rappresentanza di noi. Quando, ad esempio, a qualche persona maschile può venire in mente di stabilire alleanze con forme di integralismo religioso mettendo in campo il rispetto per la vita (aborto ed ecologia) è evidente a ciascuna donna quanto sia facile, involontaria e “nobile” la nuova ideologia patriarcale. Come tutte le ideologie genera anche la più ottusa e fitta falsa coscienza: chi percorre tale strada si ritiene un “progressista”.

Lidia Menapace, Economia politica della differenza sessuale, Edizioni Felina Libri 1987

 

L’alterità che il secolo si dedica a colonizzare sta sia all’esterno sia all’interno dell’occidente. Mentre l’antropologia criminale misura i crani dei devianti, le scienze mediche contendono alle donne la conoscenza di se stesse. E’ il passaggio cruciale di una lotta per il monopolio diagnostico e terapeutico che ha come posta il controllo del corpo fecondo. […] Con un movimento parallelo, le forme di conoscenza del passato in cui si erano fino allora esercitate le donne vengono svilite a impressionismo aneddotico-amatoriale. Al racconto “particolare” e decentrato si contrappone la storia cosiddetta generale, oggettiva, professionalizzata; all’interesse per molte e diverse forme vitali subentra una focalizzazione rigida sulla sfera politica, sulle sue fonti e procedure. Associate grossolanamente alla sfera privata, le donne sono estromesse anche come soggetto storiografico. Se è vero che tutte le branche del sapere moderno si formano per differenziazione, la scelta dello spartiacque resta significativa: la nuova storiografia scientifica, dove signoreggiano lo Stato, le istituzioni, le guerre, si qualifica precisamente per l’intreccio maschile. Chi scrive di donne non fa storia. Delle donne parleranno il romanzo, il dramma, la commedia, l’opera lirica. Parlerà moltissimo la biologia, il nuovo linguaggio che fa del corpo e della sessualità un fenomeno extrastorico, a metà fra destino e scienze naturali.

Paradossalmente, questa espulsione dal campo del memorabile coincide con una fase che vede i movimenti femministi acquistare maggiore peso politico, e le adolescenti accedere sempre più numerose all’istruzione superiore, dove non incontreranno né storie di donne né scritti di donne.

Sprofonda così, forse l’ultima in ordine di tempo, una tradizione di saperi che aveva rappresentato un’alternativa alle concezioni universalistiche e dinastico-militari della storia. Non spariscono le autrici, e anzi alcune, per esempio le prime laureate in storia in Svezia e Germania, studiano e scrivono di donne; ma è una presenza marginalizzata, e il filo tarda a riannodarsi , tanto più che all’altro capo c’è stata spesso una noncuranza da nate ieri.

Anna Bravo, Inventare intrecci, dire la verità: donne e uomini fra storie vissute e storie raccontate, in Scrivere vivere vedere, a cura di Francesca Pasini, La Tartaruga, Milano 1987

 

L’azione, in quanto fonda e conserva gli organismi politici, crea la condizione per il ricordo, cioè la storia. Lavoro, opera e azione sono anche radicati nella natalità in quanto hanno il compito di fornire e preservare il mondo per i nuovi venuti, che vengono al mondo come stranieri, e di prevederne e valutarne il costante afflusso. Tuttavia, delle tre attività, è l’azione che è più in stretto rapporto con la condizione umana della natalità; il cominciamento inerente alla nascita può farsi riconoscere nel mondo solo perché il nuovo venuto possiede la capacità di dar luogo a qualcosa di nuovo, cioè di agire. Alla luce di questo concetto di iniziativa, un elemento di azione, e perciò di natalità, è intrinseco in tutte le attività umane. Inoltre, poiché l’azione è l’attività politica per eccellenza, la natalità, e non la mortalità, può essere la categoria centrale del pensiero politico in quanto si distingue da quello metafisico.[…]Nelle condizioni di un mondo comune, la realtà non è garantita principalmente dalla “natura comune” di tutti gli uomini che lo costituiscono, ma piuttosto dal fatto che, nonostante le differenze di posizione e la risultante varietà di prospettive, ciascuno si occupa sempre dello stesso oggetto. Se l’identità dell’oggetto non può essere più individuata, nessuna comune natura degli uomini, e meno che mai l’innaturale conformismo di una società di massa, può impedire la distruzione del mondo comune, che è di solito preceduta dalla distruzione della molteplicità prospettica in cui esso si presenta alla pluralità umana.

Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1994

La maternità e il postumano

Nel mondo si combatte contro l’infertilità - nuova epidemia dal valore sempre più simbolico. Tempo fa si parlava del cancro come segno dei tempi.Sembra si possa dire lo stesso dell’infertilità: è diventata un problema sociale e caratterizzante la nostra epoca, non solo per la sua diffusione, e nemmeno per le sue ricadute, ma perché indicativo di uno stile di vita al quale sembra ormai impossibile sottrarsi (non è un caso che l’infertilità sia dovuta, in gran parte, all’età avanzata delle donne che cercano il primo figlio). Si tratta di una manifestazione di disagio: e non è un caso che l’infertilità sia associata allo stress, per entrambi i sessi. E così, quando un problema è tanto diffuso da poter essere considerato una questione sociale quanto sintomatico della sofferenza dell’individuo, ecco che diventa un tema centrale della semantica della società e lo ritroviamo tradotto nell’immaginario mediale. Si può ricordare un fumetto della Hybris Comics, Gli amanti di Alphaville di Bepi Vigna e Nicola Mari. La città è un mondo opprimente percorso da un  problema: la sterilità della razza umana destinata all’estinzione. Il governo che regge questa realtà è orwelliano nei modi e nelle sofisticate tecnologie, utilizzate per spiare chi viola le rigorose leggi del sesso indirizzato alla riproduzione. Erotismo è trasgressione. Il problema non è morale, ma politico: tutti debbono applicarsi meccanicamente a procreare perché la storia dell’uomo non abbia fine. Il problema non sembra essere la riproduzione dell’uomo, ma quella della società, con le sue regole e i suoi giochi di potere. Nella prefazione di Elisabetta Randaccio leggiamo:

i conflitti economici a Alphaville sembrano ridotti al grado zero, ma la configurazione del potere è di tipo dittatoriale: essa non disdegna, oltre alla tecnologia più raffinata, i tradizionali e consolidati metodi della delazione e della tortura per continuare a sopravvivere come modello sociale…

Questo ricorda la biopolitica dei corpi, funzionale alla riproduzione della società.

La legge 40, sfortunato caso emblematico italiano, ne è una testimonianza. Anche di questo si è tanto parlato in particolare di come questa legge, oltre a obbligare le donne a trattamenti pesanti, non abbia affatto favorito l’incremento di gravidanze e, anzi abbia incrementato parti plurimi e aborti.

È questo che ha sostenuto Livia Turco nella sua relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge. Eccotra le molte discutibili risposte alla relazione, quella della Senatrice Paola Binetti che sostiene che i viaggi procreativi all’estero dipendano non dalla legge ma da chi si è scagliato contro la legge e chel’età avanzata in cui si decide di fare il primo figlio sia una scelta da imputare interamente alle coppie e non al sistema delle carriere, ad esempio. Il problema è ancora lontano dall’essere risolto. La sensazione è che si tratti di un problema complesso e che nasce direttamente dal rapporto conflittuale fra individui e società, o meglio, fra corpi e comunicazione sociale.

 

 

Nel postumano disincarnato

Ciò che conta non è la materia, l'hardware, bensì il software. Si postula che l'informazione contenuta nel mio corpo si possa estrarre e introdurre in un altro corpo, in una macchina, nella ferraglia e nel silicio di un robot. Se l'identità di un Sé consiste in una certa configurazione neuronale, nei segni astratti di un codice, allora il corpo biologico diventa una sede occasionale e trascurabile di quel Sé, che può essere trasferito in qualunque altro supporto. Il corpo cessa di essere il segno distintivo dell'identità individuale. Ma che ne sarebbe dell'identità e del Sé, che non sarebbero più legati al corpo, ma all'informazione trasferibile, in una prospettiva simile a quella dell'intelligenza artificiale?  E la donna da sempre segno e simbolo della corporeità funzionale alla riproduzione, ha ancora la sua identità sociale? L'ibridazione uomo-tecnologia è sempre più veloce. La contrazione dei tempi di formazione dei simbionti a tutti i livelli non è un fenomeno irrilevante, perché impedisce quell'adattamento armonioso tra le due componenti come è avvenuto in passato. Nascono così le sofferenze che sempre accompagnano la trasmutazione, la nascita, il trapasso, il cambiamento troppo rapido. Le sofferenze hanno come contropartita positiva la comparsa di capacità inedite: la valutazione per un bilancio dei pro e dei contro è lasciata a ciascuno. Le caratteristiche umane profonde, quelle emotive, comunicative, espressive, insomma i caratteri atavici, fondamentali nell'evoluzione della nostra specie in interazione con l'ambiente, non sparirebbero di colpo solo perché la tecnologia avrebbe innestato sul nostro corpo i suoi aggeggi nanometrici. E nella zona di contatto tra "noi" e le "nostre" protesi si potranno manifestare fenomeni di rigetto. Le costruzioni antiche del corpo, nelle donne sempre presenti, si oppongono in qualche misura all'invasione delle più recenti costruzioni della mente. Nella gabbia tecnologica che ci stiamo costruendo intorno come un abito forse troppo aderente, alcune delle nostre capacità resteranno lì, inutili come preistorici relitti che non cesseranno tuttavia di reclamare il loro uso o come arti fantasma che non cesseranno di dolorare. Altre capacità saranno esaltate: la tecnologia opererà insomma sulla nostra persona (unità complessa di mente e corpo) una sorta di filtraggio selettivo, che potrà accelerare la comparsa di homo technologicus. L’adattamento equilibrato tra biologia e tecnologia, che consentirebbe di attenuare la sofferenza, penso vada ricercato attraverso un rallentamento dell'ibridazione, attenuando il riduzionismo razionalistico e recuperando la totalità del corpo-mente. Si tratta di rivalutare i contesti, la storia, le tradizioni, l'espressività, i sensi, le emozioni, temperando l'esasperazione della razionalità computante e rinunciando all'efficienza ad ogni costo, eliminando per quanto possibile la mediazione della tecnologia e tornando all'immediatezza dei rapporti, al contatto personale e corporeo. Bisognerebbe insomma recuperare una visione globale, valoriale, armonica del mondo e di noi nel mondo. All'avidità e al consumo  non sacrifichiamo gli elementi fondamentali per la salute psicofisica della persona: Estetica, Etica, Emozione, Espressione: Quattro "E" tra loro legate da una storia evolutiva e culturale che non può e non deve essere cancellata. Come fare? Operando come fanno sempre le donne in ogni cultura: intessendo piccole reti solidali, costruendo piccole ecologie locali, interstiziali, culture marginali ma raffinate, che privilegino l'essere, la bellezza, la gratuità, la solidarietà, le risorse spirituali, il sapere artistico, poetico e narrativo. La totalità intessuta di queste reti potrebbe far concorrenza alla grande Rete, anzi potrebbe farsela alleata e sfruttarla per i propri fini. Ciascuno di noi può fare qualcosa in questo senso.

Nadia Savoldelli