Rosangela Pesenti

  

SULLA PORNOGRAFIA

SULLA PORNOGRAFIA

La parola Pornografia, nell’origine greca, definisce la prostituta, utilizzando il termine, di ascendenza indoeuropea, che si riferisce alla vendita.

Se questo è il significato originario tutta la nostra vita è pornografica, merce misurata dal mercato.

Non credo si possa parlare di pornografia senza tener conto dello scenario economico-politico in cui si muove questo tipo di produzione.

I corpi nudi sono sempre rivestiti della percezione culturale che si muove dentro lo scenario storico in cui pensieri e gesti sono connotati dalle forme della loro stessa produzione.

Nel nostro mondo (quello che ancora consideriamo il recinto Occidentale evoluto) permangono quote di schiavitù, compresa quella relativa al lavoro sessuale, così come permangono residui di dipendenza servile tipica delle strutture feudali - il matrimonio, per molti aspetti, continua ad essere una di queste - che convivono con il prevalente modello capitalistico fondato sul profitto ricavabile da tutto ciò che può essere considerato merce, comprese le prestazioni del corpo umano.

 

Non solo il tempo e la cosiddetta forza-lavoro, ma le idee, i pensieri, la creatività, le competenze, i talenti, tutto viene misurato col metro dell’utilità mercantile, che ingoia anche gli spazi di libertà, tempo, affetti, quotidianità, assoggettando il nostro esistere come corpi umani abbigliati e abitanti, pensanti e amanti, desideranti e dolenti a quelle forme dell’immaginario che degradano la nostra infinità possibilità al mero ruolo di consumatori e consumatrici.

Cosa c’entra la pornografia?

A questa realtà di relazioni asimmetriche, per quanto riguarda il potere di accesso alle risorse, l’immaginario pornografico fornisce il vocabolario di base, la rozza struttura narrativa capace di colonizzare la capacità personale di costruire liberamente le immagini del proprio desiderio.

Il corpo, confinato dentro la povertà espressiva di un linguaggio verbale e non verbale fortemente deprivato, assume gesti e movimenti che ne depotenziano la capacità di comunicazione.

L’accesso all’intimità con il corpo dell’altro/a viene ad essere più ostacolato che favorito.

Ciò che si vede e su cui ci si modella non corrisponde mai del tutto a ciò che si sente, non a caso la memoria olfattiva, alla base di ogni attrazione e decisiva nella costruzione di relazioni intime e sessuali, non è riproducibile nella straordinaria singolarità che differenzia l’odore di ognuna/o.

Oggi si parla di erotismo come se i due termini fossero sinonimi. Non è così: la pornografia vive nel voyerismo, nell’oggettivazione dell’altro, nell’introduzione di un terzo sguardo posto nel punto della ripresa, succube e assoggettato alla ripresa, sguardo mercante che definisce l’alterità come merce: misurabile, quantificabile, definibile nella prestazione, valutabile nella fruizione.

Mentre l’erotismo è invenzione, scoperta, accadimento, sorpresa, accudimento, accoglienza, attesa, pazienza, emozione. Il mistero di un’emozione che si può narrare solo per approssimazione.

Quando la saga di Twilight impazzava tra le adolescenti, i romanzi prima ancora dei films, mi sono chiesta a che cosa fosse dovuto il successo. Lei umana, lui vampiro, ci mettono quasi mille pagine per arrivare a baciarsi in un lento erotico avvicinamento, fatto, oltre che di sguardi eloquenti, di piccoli gesti di cura, di studio reciproco, di domande a lungo pensate, insomma la danza di un vero corteggiamento reciproco in stile ottocentesco.

Probabilmente la stagione dell’adolescenza, sia femminile che maschile, è resa ancora più irta di ostacoli dagli imperativi della prestanza/prestazione sessuale modellata sulla pornografia, simile in questo alla tipologia delle richieste scolastiche e perfino parentali.

Cerco di capire l’impatto su chi si affaccia al mondo con le mille domande a cui il mondo adulto dà sempre meno risposte.

Mi capita ad esempio che una bambina, in un colloquio di counselling, mi parli di pompini con più disinvoltura di quanto confidi le ansie legate alle verifiche scolastiche.

Si tratta di quelli che alcune compagne raccontano come oggetto di scambio con i maschi. Verità o narrazione il confine ormai è labile, ma mi rendo conto che in questo scambio di servizio con favori il corpo sparisce, il proprio, con i desideri, i timori, le curiosità, ma anche quello dell’altro, di cui non si conosce nemmeno la fisiologia.

L’alfabetizzazione sui temi che riguardano il sentire del corpo è ancora di là da venire nella nostra scuola, che continua a fondarsi sull’arcaica divisione filosofica tra corpo e mente e lascia le giovani generazioni prive di strumenti per affrontare il mondo dell’informazione che si rovescia letteralmente su di loro con il rischio di soffocarle.

La diffusa fruizione adulta della pornografia, un tempo solo maschile, oggi anche femminile e spesso sbandierata in nome di una libertà che in realtà si riduce all’accesso imitativo anche al peggio della cultura maschile, è forse un segno dei tempi e dell’avvitarsi su se stesse di vite che non sono più in grado di danzare una propria canzone immaginando lo scenario di un orizzonte relazionale aperto alla scoperta di sé accanto all’altro/a.

Si cerca nel materiale pornografico, cinema letteratura immagine, qualcosa che non si può acquistare mai.

in Marea 2014