Rosangela Pesenti

  

Rivista CEMondialità

Dossier vita e sessualità

Vita e sessualità

I corpi e il sesso tra educazione e politica

A cura di Rosangela Pesenti e Nadia Savoldelli

 

Tra il corpo e la parola

Sensazioni, percezioni, sentimenti, curiosità, attese, sorprese: alla sessualità bisognerebbe forse ricominciare ad accostarsi per allusioni, non con la vecchia pruderie dei benpensanti, praticanti la doppia morale, ma con percorsi di parole leggere che lascino il discorso aperto a molti e diversi sentieri.

La lingua semplificata e greve che nomina il sesso oggi non suscita immagini di gioioso incontro, ma sembra appiattirsi sull’esibizione anatomica o la performance di corpi ridotti all’ipertrofia di pochi organi. L’esasperazione dei normali processi linguistici di generalizzazione, deformazione, cancellazione, sembrano depositarsi sui corpi come involucri che ne deprivano tutta la potenzialità polisemica. Complice la moda, recepita come divisa da indossare, i corpi diventano manichini, indossatori, quasi grucce per abiti, supporti significanti a significati autoritariamente decisi da un potere mediatico e aziendale multinazionale, che azzera storie, inclinazioni, gusti, caratteristiche, funzionalità, governando attraverso i corpi l’immaginario su cui si costruiscono le identità e le relazioni.

Le storie diventano così etichette, le passioni prestazioni, l’amore una citazione letteraria nelle scatole di dolci.

Per ogni stagione della vita ci vengono offerti scenari apocalittici, ricette, spot pubblicitari.

Per i bambini e le bambine c’è l’incubo dei pedofili, per i giovani le gare da prestazione e lo stupro di gruppo, per le ragazze si ricicla la tradizione tra asservimento al più forte e completini erotici, per gli anziani il mito del viagra e sulle strade, nemmeno tanto di periferia, ragazzine che dovrebbero stare sui banchi di scuola sono vendute alla violenta povertà d’immaginazione affettiva di un’ampia popolazione maschile di tutte le età. Da qualsiasi parte la guardiamo, la rappresentazione del sesso è la brutalità dell’approccio, la volgarità dello sguardo, la prevaricazione del gesto, la derisione delle differenze, il ghigno deforme invece del sorriso.

L’imperante spettacolo televisivo che riduce i corpi femminili a veline, quelli maschili a muscoli e le parole a mistificazione rende muti e amorfi. I giovani maschi non osano la tenerezza, le ragazze confondono l’emancipazione con l’imitazione e abboccano alle proposte del mercato, valga per tutto la deformazione dell’otto marzo in occasione di mero ribaltamento dei ruoli nell’osceno carnevale del voyeurismo sessista, bambini e bambine scimmiottano gli adulti, complice un abbigliamento che impone ai corpi una precoce erotizzazione.

Il sesso passa soprattutto attraverso la vista, l’organo di senso che più di tutti si presta a mantenere le distanze e a costruire fiction emotive atrofizzando le possibilità di reali vicinanze. Un veleno che minaccia e spesso corrode, anche attraverso la fruizione di un’interazione informatica che coinvolge e immobilizza i corpi davanti a uno schermo, diffondendo l’analfabetismo delle emozioni.

Così, privati del linguaggio dei gesti che disegnano le mutevoli storie dell’incontro tra pelle e pelle, educati a precoci disgusti nei confronti degli odori a favore di un olfatto atrofizzato dall’inquinamento e dai profumi chimici, precocemente assordati dal rumore costante del nostro mondo a cui si è aggiunta, per esigenze di mercato, la musichetta onnipresente nei luoghi d’incontro, diventiamo stranieri a noi stessi e non riconosciamo la lingua che parla il corpo dell’altro/a perché non conosciamo la nostra.

Se ancora funziona tra le donne la trasmissione di quella storia muta dei gesti di cura e com-passione dell’altro che resistono alla spocchiosa ignoranza della cultura accademica e all’aggressione del moderno patriarcato, conservando quelle buone pratiche che consentono la conservazione e riproduzione delle relazioni umane, forse gli uomini, figli di un’altra storia, agiscono nella violenza quella distruzione del sé che senza ancoraggio gestuale produce una pesante muta infelicità.

Su questo terreno alle donne spetta il dovere di uscire da ogni connivenza e complicità imparando a separare i sentimenti d’affetto dall’asservimento, assumendo, attraverso la denuncia dei colpevoli e la solidarietà senza condizioni con le vittime, quella responsabilità di segnare i confini della convivenza civile di cui abbiamo ancora poca pratica per la persistenza di un deficit di cittadinanza che appartiene ancora alla storia ferocemente ineguale della modernità.

La violenza resta però un problema degli uomini come genere e se le donne sono state ammutolite, nei secoli come nell’ultimo decennio, gli uomini che hanno potere sull’economia la politica la comunicazione non possono sottrarsi alla responsabilità del presente che sta avanzando l’ipoteca di foschi presagi sul futuro delle figlie e dei figli.

Uomini e donne si diventa, dentro i codici, le culture, i ruoli che di volta in volta ogni società modella in modo diverso ridefinendo, attraverso il rapporto tra i generi riconosciuti e l’immaginario sessuale legittimato, i caratteri fondamentali della sua esistenza, dalla distribuzione del lavoro e delle risorse nella vita quotidiana ai processi di simbolizzazione gerarchica nelle strutture della comunicazione e del potere. Interrogarsi sulle modalità storicamente attuali dello scarto tra dato biologico e divenire storico significa non solo trovare parole e gesti per definire la propria identità e il proprio rapporto col mondo ma anche, da parte della collettività adulta, offrire alle giovani generazioni la possibilità di immaginare, sperimentare, costruire un tessuto di relazioni sociali in cui crescere e vivere con maggiore libertà e gioia.

In questo senso la scuola è un luogo centrale perché proprio il deposito di immagini, convinzioni, comportamenti che l’insegnamento tradizionalmente lascia in eredità dovrebbe rappresentare quel patrimonio collettivo dentro cui è possibile riconoscersi, significativo per la propria memoria individuale e utile per la costruzione della propria identità, per vivere serenamente le relazioni, per sentirsi parte e non sentirsi messi da parte.

Essere donne e uomini sembra un dato naturale proprio nella misura in cui è il risultato di un costante e ininterrotto processo di apprendimento e, come per ogni lunga sedimentazione culturale, la scuola non può sottrarsi al compito di renderne visibili gli elementi costitutivi e il disegno di fondo perché ognuna e ognuno possa ripercorrere e costruire liberamente il senso per sé, che sempre si gioca tra necessità e scelta, causalità e casualità, tradizione e trasgressione, scoperta del limite, opportunità, speranza.

Trovare piste di ricerca più che rosari di certezze o banali etichette e la responsabilità di percorrerle insieme, rispettando l’asimmetria delle età, le storie di genere e di generazione che ci portiamo appresso, la diversa percezione di passato e futuro, la consapevolezza di ciò che ha messo nel nostro bagaglio l’appartenenza territoriale, sociale, familiare, disponibili a quel pizzico di scherzosa creatività e al brivido di piacere che percorre la pelle nell’autenticità di un abbraccio.

Rosangela Pesenti

Educare alla sessualità. Educare alla vita

Riconoscere e vivere la dimensione affettiva e sessuale come comunicazione interpersonale e strutturazione dell’identità, prendendo coscienza dei valori propri ed altrui e rispettandoli.

Ecco quale può essere la finalità dell’educare alla dimensione sessuale. Non stupisce quindi che questa sia una finalità formativa che la comunità educante debba attivare dentro e fuori il contesto scolastico. L’intreccio con le finalità di educazione interculturale è evidente. Viviamo in un tempo sociale dove sempre più si assiste a situazioni di sofferenza dei ragazzi adolescenti che manifestano incertezze nella dimensione affettiva e sessuale. Inoltre, questa è un’esigenza espressa col tempo con sempre maggiore forza dagli operatori che lavorano con i minori di coniugare giustizia e sessualità. L’impegno è arduo e per questo è in atto un  continuo confronto tra magistrati, psicologi, neuropsichiatri infantili, pedagogisti, sessuologi, giornalisti, nella consapevolezza che solo un approccio interdisciplinare può fornire un tentativo più corretto per la comprensione di una materia così complessa. In questi ultimi tempi si sono verificati dei cambiamenti sostanziali, a vari livelli. Non solo sono state promulgate la legge n. 66/1996 (Norme contro la violenza sessuale) e n. 269/1998 (Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù), ma è aumentata l’attenzione da parte degli organi di informazione nei confronti di certi episodi di cronaca che sembrano essere sempre più frequenti. Solo alcuni anni fa questi argomenti erano tabù: si sussurravano, se ne parlava solo fra addetti ai lavori. Adesso il fenomeno è più evidente, ma c’è da chiedersi: sono aumentati i reati o le denunce? L’attuale clima da crociata contro pedofili, che sembrano annidarsi ovunque, potrebbe costituire il presupposto per un ulteriore abuso sull’infanzia, che rischia di essere privata della spensieratezza e della giocosità che le sono propri. Penso sia necessario temperare l’allarme sociale con un atteggiamento professionale sereno e informato, coniugando la necessità di tutelare l’infanzia abusata con il dovere di curare gli abusanti.

 

Quale rapporto tra sessualità e persona?

La sessualità è la conferma dell’esistere, è la condizione primaria di vita di ogni uomo: ogni persona infatti non può esprimersi altrimenti che come maschio o femmina. Sin dal momento del concepimento le notizie genetiche inscritte nelle cellule dello zigote - che darà origine a tutte le altre cellule - portano impressa la realtà maschile e femminile. Dall'incontro dell’ovulo e dello spermatozoo ha origine l’unicità della persona con le sue peculiarità fisiche e caratteriali. Parlare dello sviluppo della persona e della sua educazione senza tener conto della sessualità non sarebbe quindi possibile: esistono solo persone di sesso maschile e persone di sesso femminile e per questo educare significa permettere alla persona di portare a pieno compimento le doti della sua femminilità o della sua virilità per giungere alla completa realizzazione dell’essere in quanto maschio o in quanto femmina. Non si può parlare di identità di sé senza parlare della sessualità che non è un attributo talvolta presente e talvolta assente, come un vestito da indossare in alcune occasioni e togliere in altre. La sessualità è una caratteristica costitutiva di ogni essere umano. Per questo l’educazione sessuale non ha senso se non inserita in un’educazione globale. Anzi, si può dire che tutta l’educazione nella sua globalità è «educazione sessuale». Educhiamo il bambino e la bambina, il ragazzo e la ragazza perché maturino al fine di essere maschio o femmina, a capire il proprio orientamento sessuale cioè lo educhiamo ad essere totalmente se stesso, senza la paura di scoprire differenze, senza nascondersi dietro a stereotipi e pregiudizi anche rispetto alla omosessualità.

 

Il linguaggio della sessualità

La sessualità, avendo in sé inscritta la domanda originale ed unica di ogni essere umano, «Chi sono? Qual è la felicità a cui tendo?», è da considerarsi comunicazione, linguaggio di ogni persona. Il linguaggio della sessualità ha come principale caratteristica che l’uomo nel suo essere personale è strutturalmente fatto per una comunione interpersonale fino alla donazione totale di sé: la conoscenza dell’altro si esprime e si comunica attraverso l’essere corporeo e relazionale, l’atto coniugale è espressione dell’amore e dell'’unità tra i coniugi. Questa struttura profonda può dirsi il significato, anche se a volte solo intuito nell’esperienza, dell’essere umano, ed indica il destino a cui ciascuno è chiamato e di cui si può avere tanto maggiore consapevolezza quanto più la persona coglie la propria identità in questo «ritrovarsi attraverso il dono totale di sé» e si assume il compito di realizzarlo. La sessualità non è quindi un essere «con qualcuno», ma un essere «per l’altro» nella sua alterità e diversità, e l’uomo e la donna sono fatti uno per l’altra. Il prendere coscienza del significato dell’«esistere per l’altro» e non in funzione dell’altro, determina che l’Io possa concepirsi solo attraverso il criterio, l’etica del donarsi. In caso contrario dominerà la ricerca dell’impossessarsi, del consumare l’altro per acquistare o confermare l’illusorio valore di sé. Questo essere per l’altro, che nella relazione di coppia è manifestazione della donazione reciproca, è condizione perché la coppia diventi capace di generatività nei confronti di se stessa. Ma al di là della dimensione generativa occorre un clima sociale che veda nella corporeità e nel suo linguaggio  la possibilità di riconoscere gesti e comportamenti permeati di rispetto per la persona e orientati alla ricerca di dono reciproco.

 

Quale differenza tra sessualità e genitalità?

Diventa molto importante a questo punto definire in modo preciso la differenza tra sessualità e genitalità in quanto spesso gli aggettivi «sessuale» e «genitale» vengono usati come se avessero lo stesso significato. In realtà, mentre con il termine «sessuale» si deve intendere la persona nel suo essere maschio o femmina, nei suoi comportamenti maschili o femminili, nel suo modo maschile o femminile di amare, con il termine «genitale» s’intende ciò che si riferisce agli apparati genitali, alla loro anatomia e fisiologia unitiva e riproduttiva. La realtà genitale è quindi compresa in quella sessuale, la quale è più ampia, completa e tipicamente umana. L’uomo/la donna è l’essere vivente che può dire di sé: «IO». Nella specie umana una sessualità naturale in senso biologico non è mai esistita fin dall’inizio della sua storia. L’uomo/donna non può cioè ridurre il suo desiderio di relazione col «tu» (l’altro sesso) a modalità prestabilite e programmate solo biologicamente (carattere tipico della specie animale), in quanto egli è libero di scegliere il modo che ritiene più adeguato per realizzare il suo desiderio. Nel mondo animale la ricerca del sesso opposto avviene esclusivamente nel periodo di estro della femmina con i rituali di accoppiamento caratteristici di ogni specie, finalizzati alla riproduzione. Le modalità di incontro seguono schemi di rapporto innati, sempre uguali, non dipendenti dalla volontà del singolo individuo, ma stabiliti dal periodo di fecondità della femmina. L’uomo e la donna, invece, ricercano la relazione con il tu dell’altro da quando scoprono la differenza e la reciprocità della sessualità. La relazione affettiva è dunque un desiderio costante per ciascuna persona, la quale di volta in volta sceglie la modalità che meglio esprime la «qualità» del rapporto ricercato. Sono tanti i gesti, i comportamenti, le parole per comunicare all’altro che gli si vuole bene. A volte basta uno sguardo, un’attenzione particolare, il silenzio, per sentirsi compresi, accolti ed amati dall’altro. Potremmo dire che la sessualità permette all’essere umano (uomo o donna che sia) di «inventare» se stesso attraverso un corpo che reca in sé inscritto il significato della relazione con l’altro/a. Neppure il rapporto sessuale nel suo aspetto genitale può essere considerato analogo a quello animale. Per gli animali esiste solo la genitalità finalizzata alla riproduzione in obbedienza al naturale istinto della conservazione della specie, mentre per l’uomo la genitalità è una delle espressioni dell’incontro e della relazione attraverso i quali la possibilità della procreazione può divenire un segno concreto. Da queste constatazioni risulta evidente come il comportamento sessuale umano non si possa considerare analogo a quello degli animali; anzi, se l’essere umano può imitare e far suo il comportamento animale, al contrario l’animale non può assumere il comportamento umano.

 

La mercificazione

La sessualità è da tempo oggetto di mercificazione in varie culture, ma soprattutto nell’economia del capitalismo occidentale. Oggi il Giappone è il primo in classifica nell’aver «normalizzato» questo mercato, ma molti Paesi non sono da meno. Sembra che gli esseri umani stiano per essere  trasformati in prodotti di compravendita e di consumo, messi in vetrina a disposizione del primo acquirente che ha voglia di consumarli. Nella storia i periodi di crisi economica hanno portato all’aumento della prostituzione. Ciò significa che nel momento attuale di crisi politica, economica ed etica avremo un’espansione del fenomeno in tutte le sue tipologie, supportati a ora anche dalle nuove tecnologie che rendono la relazione «corporea» apparentemente meno appariscente e meno coinvolgente il contatto corporeo, ma è sicuramente più inquietante per lo scenario «asessuato»che apre. Penso che non serva darne una valutazione meramente morale, mentre occorre rivalutare sempre più la visione di uomini e donne che attivano la loro energia corporea di comunicare attraverso gesti, emozioni, sentimenti e passioni che diffondono calore umano.

 

«Chi sono?», «Cosa voglio realizzare nella vita?», «Perché esisto?»

All’epoca della pubertà tutto ciò che accade diventa un’occasione per porsi questi interrogativi. Il più delle volte i ragazzi vivono da soli queste grandi domande. La paura di questa solitudine li induce a cercare compagnie che diventano un riferimento a volte sostitutivo di quello familiare. Sappiamo che, per diventare un adulto, l’adolescente deve essere aiutato ad integrare la sua sessualità, il suo nuovo schema corporeo, la diversa immagine di sé, nel contesto della sua personalità. L’io accoglie, raffina, arricchisce ed organizza i cambiamenti fisiologici ed il ragazzo percepisce che anche nel dato biologico è presente la totalità di sé, la sua identità, l’unicità di tutta la sua persona. È solo attraverso la ricerca di questa unitarietà che può realizzarsi una maturità psico-affettiva che gli permetta di non rendere assoluti dei desideri parziali, ma di cogliere invece, di sé e del mondo che lo circonda, tutti i fattori in gioco. Alcuni adolescenti, infatti, vivendo come urgenti e molto intensi alcuni desideri che nella loro inderogabilità appaiono come bisogni, non avendo ancora stabilito le proprie mete e non avendo trovato e capito se stessi con chiarezza, si accontentano di risposte e di soluzioni parziali, purché di immediata realizzazione. Il desiderio di compagnia può allora diventare il bisogno di stare sempre fuori di casa; il desiderio di riscuotere stima si manifesta con comportamenti trasgressivi verso l’adulto, che però i compagni ritengono molto «coraggiosi»; il desiderio di affetto si può tradurre in possesso, conquista ed uso narcisistico dell’altro.

 

Il corpo che cambia

Crescere significa continuo adattamento del sé al contesto. E allora ad ogni età il corpo che cambia, la sensorialità che porta stimoli e interpretazioni diverse, la relazione con se stessi e gli altri rimanda ri-conoscimenti continui. Non si può scappare da questo flusso di azioni e reazioni. Si fatica tutti quindi a riorganizzare un’immagine corporea di sé e delle nuove spinte legate all’evoluzione sessuale. Questi cambiamenti sono accompagnati da vissuti emotivi molto intensi. Penso sia indispensabile per un adulto affiancare chi sta crescendo nella costruzione di una nuova immagine di sé. Quanto vale quindi l’azione che può svolgere un adulto educante che vive la propria sessualità nei condizionamenti che impongono ruoli rigidi, che rendono le persone spesso ambigue, false con apparenti «normalità» e che invece nascondono perversioni, fobie, morbosità? Quanto ci rediamo conto che chi è giovane ci guarda e ci vuole vedere come fonte di modelli e di ideali, elementi in cui  rispecchiarsi ed identificarsi?

 

Quali compiti per un’educazione vitale?

Occorre definire quale deve essere l’atteggiamento dell’educatore su queste tematiche, cariche di necessari comportamenti rispettosi del sé e dell’altro? La scuola costituisce uno dei luoghi in cui si possono attivare itinerari specifici, ma soprattutto creare un clima relazionale adatto alla crescita. Nella scuola inoltre possono nascere relazioni sentimentali e sessuali tra le persone. La grande domanda dei ragazzi, rivolta direttamente o sottintesa nel parlare con gli adulti, siano essi genitori o insegnanti, esprime la richiesta di essere aiutati a percepire la propria umanità nella fase in cui sperimentano il cambiamento che avviene nel proprio corpo e la modificazione delle relazioni interpersonali. Dall’infanzia all’adolescenza abbiamo tutti sentito la necessità di assolvere a compiti evolutivi che sono impegnativi per essere svolti da soli. La scuola e il sociale educativo quindi dovrebbero allora proporsi di entrare nella vita della persona per aumentare le conoscenze, superando tabù e stereotipi, aumentare i livelli di consapevolezza relativi all’area della sessualità, consentendo lo sviluppo di un senso di controllo e di padronanza maggiori, legittimare l’interesse verso l’area della sessualità, come una delle dimensioni principali della vita adulta, favorire la mentalizzazione e la concettualizzazione delle emozioni connesse alla sessualità.

 

E dopo la giovinezza?

Ma in ogni tempo della nostra vita la specie umana incontra sempre compiti difficili, perché siamo chiamati a incontrare la nostra corporeità, la sessualità, la relazione con l’altro che vorrei sempre mi desiderasse, mi amasse e vorrei sempre poter esprimere cosa mi fa piacere e cosa fa piacere all’altro e all’altra. Certo la politica approva leggi sempre più rigide, nostalgiche di situazioni obsolete, una gestione punitiva dell’ordine pubblico; poche sono le azioni preventive di disagi e sofferenze di persone schiave della sessualità mercificata. C’è poi la politica dei mezzi di comunicazione che propone immaginari carichi di simboli, schemi, forme corporee e sessuali soffocanti, ora sempre più irreali, legate a logiche di dis-conoscimento della vitalità umana.

Allora conviene ribadire la forza del corpo vitale, attivo, pieno di sé ad ogni età, che agisce nel rispetto della propria energia, che ascolta l’altro nella sua intrigante diversità, per amare, amarsi e per lasciarsi amare.

Nadia Savoldelli

Antologia di testi

AVVICINAMENTI: PASSI, PAROLE, SGUARDI

 

a cura di Rosangela Pesenti

 

LUCIANO CORRADINI

«L’educazione sessuale nel quadro di un’aggiornata pedagogia scolastica»,

in Bianca R. Gelli, «Per un’etica della sessualità e dei sentimenti: informazione-educazione sessuale a scuola»

Editori Riuniti, Roma 1992, p. 34

 

Attrazione e repulsione, esaltazione e rimozione, esibizione e vergogna, violenza e delicatezza, egoismo e oblatività sono alcune delle caratteristiche della sessualità, non solo nei vissuti delle persone, ma anche nelle cronache e nelle rappresentazioni più o meno artistiche offerte da mass media sempre più attenti alle tinte forti dell’istinto e sempre meno capaci di approfondire le infinite sfumature del sentimento. Simbolo di vita e di morte, demonizzata, divinizzata, tabuizzata, banalizzata, commercializzata nei più diversi modi, questa dimensione resiste a tutte le definizioni e a tutte le sistemazioni teoriche, etiche, giuridiche, pragmatiche, che si susseguono dai tempi più antichi, e con particolare impegno nell’ultimo secolo, a partire dal grande tentativo freudiano di farne l’onnipresente fondamento della civiltà e della cultura. Più la si indaga, con i punti di vista e i metodi di tutte le scienze disponibili, più grande appare la difficoltà di trovare forme di sapere e di comportamento che consentano di interpretarla e di dominarla in termini intersoggettivi e interculturali, di razionalità e di ragionevolezza. Non si tratta di rinunciare alla ricerca, in tutte le sue articolazioni, e di regredire verso forme di razionalismo, ma di riconoscere lealmente che, dopo secoli di indagini scientifiche, la categoria del mistero sembra ancora la più rispettosa e la meno riduttiva tra quelle che vengono proposte per rappresentare la dimensione della sessualità umana.

Il che non significa che tutta questa tematica sia sostanzialmente ignota o indicibile, ma che quanto si può sapere e si può dire ha un alto rischio di essere frainteso, deformato, banalizzato, ossia di sfuggire al controllo sia del ‘maestro’, sia del ‘discepolo’ di questa materia.

In quanto dimensione pervasiva della vita e della cultura, la sessualità non può non essere già dentro la scuola, nelle singole discipline, nel cosiddetto curricolo nascosto dell’informalità quotidiana e negli stessi interventi più o meno espliciti, corretti ed efficaci di questo o quel docente.

 

LINA MERLIN

Discorso al Senato nella seduta del 12 ottobre 1949

in «La mia vita»

Giunti, Firenze 1989, p. 153, 165

 

Bisogna anche sviluppare la coscienza sessuale del cittadino, perché una morale sessuale oggi non esiste. Aprite ai giovani i campi sportivi non soltanto per la partita domenicale, ma anche per esercitare gli sport; moltiplicate gli Alberghi della gioventù e spianate le vie dei monti e dei mari, anziché lasciare i giovani affollare il vicolo della suburra in attesa del loro turno dietro la porta del lupanare. Fate che non imparino dalla malizia del compagno più esperto come si genera la vita e non l’avviliscano nel vizio, ma fate che imparino dall’insegnamento scientifico quanto essa è bella e sacra nel fremito delle piante e degli animali, uomo compreso, che la rinnovano nell’amore. […]

Una di esse [prostituta] mi scrive: «… Dite ai signori uomini che giacché vedono necessarie le case vi mandino i fratelli le loro sorelle, i padri le loro figlie, gli sposi le loro mogli. Attendete la risposta. Non siamo noi sorelle, figlie, spose? […]».

 

THOMAS LAQUEUR

L’identità sessuale dai greci a Freud

Laterza, Bari 1992, p. 23

 

Il sesso, come la condizione umana, è contestuale. I tentativi di isolarlo dal suo ambiente discorsivo, socialmente determinato, sono condannati al fallimento, esattamente come la ricerca del vero enfant sauvage da parte del philosophe, o gli sforzi compiuti dall’antropologo moderno per eliminare tutto ciò che è cultura sì da lasciare un residuo che rappresenterebbe l’essenza dell’uomo. E io andrei ancora oltre, aggiungendo che quel corpo privato, circoscritto, stabile che sembra stare alla base delle nozioni moderne della differenza sessuale è anch’esso il prodotto di movimenti culturali specifici, storici. Non diversamente dai sessi opposti, anche questo corpo ora esce in piena luce, ora rimane nell’ombra.

 

SILVIA VEGETTI FINZI

Psicoanalisi ed educazione sessuale

Laterza, Roma-Bari 1995, p. IX

 

Per Foucault la storia della sessualità nell’epoca moderna coincide con la trasposizione del sesso in discorso, in una pluralità di pratiche discorsive che hanno finito per dissolvere l’atto sessuale nell’assordante brusio di un campo di sapere che si giustifica con la ricerca della verità ma che persegue nel contempo una strategia di potere. L’energia dell’impulso sessuale, sottratta al corpo e alla gestione individuale, è stata orientata, con ingiunzioni esplicite o implicite, verso fini collettivi e risultati socialmente utili. Eppure le sue potenzialità non sono mai state addomesticate del tutto. Il sesso rimane, per certi aspetti, un ambito privato di intimità, una sorgente di desiderio e di piacere, una produzione personalissima di fantasie e di sogni. In questo senso il corpo sembra detenere un segreto che nessuna trasposizione in discorso riesce mai ad esplicitare sino in fondo, per cui si produce un gioco a rimpiattino tra il piacere e il potere che finisce per allacciarli in una stessa spirale. Se il sesso resta, in quanto corpo, carne, godimento, un nucleo oscuro che non si riesce a rappresentare, la sessualità, per il suo statuto discorsivo, costituisce invece l’asse portante dell’identità personale. I suoi enunciati rinviano al rapporto che ciascuno intrattiene col proprio corpo, con il desiderio, il piacere, la vita e la morte ma anche con la sessualità degli altri e con le generazioni a venire. Poiché la sessualità concorre in grande misura alla definizione di sé, dei legami familiari e dei rapporti sociali, è difficile che i poteri politici non cerchino di condizionarla attraverso controlli più o meno espliciti, affidati prioritariamente all’istituzione familiare e scolastica.

 

MARIA NADOTTI

Sesso e genere

Il Saggiatore, Milano 1996, p. 45

 

C’è, nella logica che dal dimorfismo sessuale (maschio/femmina) porta da un lato alla creazione di due soli e distinti generi (maschile/femminile) tra loro gerarchicamente dispari e dall’altro all’assunzione a norma della sessualità eterosessuale, un salto, un vuoto, un’omissione.

Come avviene, infatti, che dalla banale osservazione che la specie umana, per riprodursi, abbia dovuto sinora mettere in campo un essere di sesso femminile e un essere di sesso maschile, si passi poi ad affermare che quest’ultimo è il detentore di ogni valore e l’altra un vuoto e passivo ricettacolo incapace di desiderare in proprio? E su cosa si fonda l’affermazione che la diversità maschio/femmina crea naturalmente uno spazio magnetico di attrazione, quando l’approdo eterosessuale è, almeno secondo la psicoanalisi classica, un adattamento nient’affatto lineare e indolore, soprattutto per le donne? E quando chiunque abbia qualche familiarità con i propri e gli altrui fantasmi sa bene che il desiderio (o il bisogno) è per sua natura mobile e mutevole, indefinibile, indisciplinato e cangiante, spesso muto o del tutto igno(ra)to, ma anche culturalmente orientabile, manipolabile e influenzabile all’insaputa degli stessi soggetti desideranti. Perché, come si sono chiesti in molti negli ultimi anni, l’eterosessualità è considerata tanto naturale e normale da venire data per scontata e da non costituire materia di ricerca e di esplorazione se non nelle sue più manifeste degenerazioni? Perché ogni altra sessualità è obbligata a misurarsi sul (canone eterosessuale) e a costituirsi quindi da subito come anomalia, devianza, trasgressione, perversione, malattia, disturbo del comportamento o dell’identità di genere?

 

The Boston Women Health’s Book Collective,

Noi e il nostro corpo, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 10

Ci hanno chiesto perché questo libro parli esclusivamente delle donne e perché abbiamo limitato il nostro corso alle sole donne. Rispondiamo che siamo donne e che, in quanto tali, non ci consideriamo esperte dei problemi degli uomini, mentre gli uomini si sono sempre ritenuti autorizzati a trattare i nostri problemi. Non intendiamo dire che la maggior parte degli uomini sono oggi meno alienati dal loro corpo di quanto lo siano le donne. Ma sappiamo che spetta agli uomini fare questo lavoro e parlare delle loro esperienze di sé, come abbiamo fatto noi. Ci piacerebbe leggere un libro sugli uomini e sul loro corpo.

Umberto Galimberti,

Il corpo, Feltrinelli, Milano 1983, p.91

In ogni gesto c’è dunque la mia relazione col mondo, il mio modo di vederlo, di sentirlo, la mia eredità, la mia educazione, il mio ambiente, la mia costituzione psicologica. Nella violenza del mio gesto o nella sua delicatezza, nella sua tonalità decisa o incerta c’è tutta la mia biografia, la qualità del mio rapporto col mondo, il mio modo di offrirmi. Attraversando da parte a parte esistenza e carne, la gestualità crea quell’unità che noi chiamiamo corpo perché non è il corpo che dispone di gesti, ma sono i gesti che fanno nascere un corpo dall’immobilità della carne.

Rivestito dalla grazia dei suoi gesti, il corpo si sottrae all’osceno che traspare ogni volta che la massiccità della carne ha il sopravvento sulla motilità del gesto.

Hannah Arendt,

La lingua materna

Nella mia vita non ho mai amato nessun popolo o collettività, né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. La sola specie di amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone. L’amore per gli ebrei inoltre mi sembrerebbe sospetto, essendo io stessa ebrea. La specifica umanità ebraica, all’insegna della perdita del mondo, era certamente qualcosa di molto bello. Era molto bello stare-al-di-fuori-di-tutti-i-legami-sociali, questa totale mancanza di pregiudizi, di cui ho fatto esperienza con mia madre che la praticava anche nei confronti della società ebraica.

ZYGMUNT BAUMAN

Amore liquido

Laterza, Roma-Bari 2004, p. 55

 

Certo, Eros non è morto. Ma è stato esiliato dal suo regno ereditario e condannato – così come un tempo lo fu Ahaspher, l’ebreo errante – a vagare senza meta, a trascinarsi senza posa nell’interminabile – perché eternamente vana – ricerca di un riparo. Oggi Eros lo si trova dappertutto, ma in nessun luogo resterà a lungo. Non ha indirizzo fisso: se desiderate trovarlo, scrivetegli fermo posta, e sperate bene.

 

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Rosangela Pesenti

Laureata in Filosofia, da molti anni insegna letteratura e storia nella Scuola Media Superiore e svolge attività di Formazione e Aggiornamento per istituzioni pubbliche.

Counsellor Professionista e Analista Transazionale svolge attività di Counselling Psicosociale per gruppi e singoli (bambini, adolescenti, adulti).

Dirigente nazionale dell’Udi fino al 2003, collabora con numerosi gruppi e associazioni di donne tra cui il Centro di documentazione donna di Modena. Collabora inoltre con la scuola di pace di Senigallia, il Centro La Porta di Bergamo, la rivista Marea di Genova

Ha pubblicato numerosi saggi in volumi collettanei sulla storia e la politica delle donne, il pacifismo Tra le sue pubblicazioni: Trasloco, Supernova editrice, Venezia 1998; Velia Sacchi. E io crescevo…, Supernova editrice, Venezia 2001

 

Nadia Savoldelli

Docente e formatrice di discipline artistiche ed espressive. Sviluppa la propria attività sociale attorno a tematiche delle donne, producendo spettacoli teatrali e animazioni per congressi e convegni. Elabora progetti per scuole, istituzioni pubbliche e committenti privati, con un contributo ideativo ed organizzativo che coinvolge vari piani di comunicazione. Collabora con Ufficio Scolastico Provinciale e IRRE Lombardia. Svolge attività politica nel Consiglio delle Donne e per l’Assessorato Pari Opportunità del Comune di Bergamo. Dirige associazioni educative e culturali. Opera in CEM come formatrice, componente della redazione della rivista e del gruppo locale CEM di Alzano Lombardo (Bg).