Rosangela Pesenti

  

TRA IL CORPO E LA PAROLA

Sensazioni, percezioni, sentimenti, curiosità, attese, sorprese: alla sessualità bisognerebbe forse ricominciare ad accostarsi per allusioni, non la vecchia pruderie dei benpensanti, praticanti la doppia morale, ma percorsi di parole leggere che lascino il discorso aperto a molti e diversi sentieri.

La lingua semplificata e greve che nomina il sesso oggi non suscita immagini di gioioso incontro, ma sembra appiattirsi sull’esibizione anatomica o la performance di corpi ridotti all’ipertrofia di pochi organi.

L’esasperazione dei normali processi linguistici di generalizzazione, deformazione, cancellazione, sembrano depositarsi sui corpi come involucri che ne deprivano tutta la potenzialità polisemica.

Complice la moda, recepita e agita come divisa, i corpi diventano manichini, indossatori, quasi grucce per abiti, supporti significanti a significati autoritariamente decisi da un potere, mediatico e aziendale multinazionale, che azzera storie, inclinazioni, gusti, caratteristiche, funzionalità, governando attraverso i corpi, l’immaginario su cui si costruiscono le identità e le relazioni.

Le storie così diventano etichette, le passioni prestazioni, l’amore una citazione letteraria nelle scatole di dolci.

Per ogni stagione della vita ci vengono offerti scenari apocalittici, ricette, spot pubblicitari.

Per i bambini e le bambine c’è l’incubo dei pedofili, per i giovani le gare da prestazione e lo stupro di gruppo, per le ragazze si ricicla la tradizione tra asservimento al più forte e completini erotici, per gli anziani il mito del viagra e sulle strade, nemmeno tanto di periferia, ragazzine che dovrebbero stare sui banchi di scuola sono vendute alla violenta povertà d’immaginazione affettiva di un’ampia popolazione maschile di tutte le età.

Da qualsiasi parte la guardiamo la rappresentazione del sesso è la brutalità dell’approccio, la volgarità dello sguardo, la prevaricazione del gesto, la derisione delle differenze, il ghigno deforme invece del sorriso.

L’imperante spettacolo televisivo che riduce i corpi femminili a veline, quelli maschili a muscoli e le parole a mistificazione, rende muti e amorfi.

I giovani maschi non osano la tenerezza, le ragazze confondono l’emancipazione con l’imitazione e abboccano alle proposte del mercato, valga per tutto la deformazione dell’otto marzo in occasione di mero ribaltamento dei ruoli nell’osceno carnevale del voyeurismo sessista, bambini e bambine scimmiottano gli adulti, complice un abbigliamento che impone ai corpi una precoce erotizzazione.

Il sesso passa soprattutto attraverso la vista, l’organo di senso che più di tutti si presta a mantenere le distanze e a costruire fiction emotive atrofizzando le possibilità di reali vicinanze.

Un veleno che minaccia e spesso corrode, anche attraverso la fruizione di un’interazione informatica che coinvolge e immobilizza i corpi davanti a uno schermo, diffondendo l’analfabetismo delle emozioni.

Così, privati del linguaggio dei gesti che disegnano le mutevoli storie dell’incontro tra pelle e pelle, educati a precoci disgusti nei confronti degli odori a favore di un olfatto atrofizzato dall’inquinamento e dai profumi chimici, precocemente assordati dal rumore costante del nostro mondo a cui si è aggiunta, per esigenze di mercato, la musichetta onnipresente nei luoghi d’incontro, diventiamo stranieri/e a noi stesse/i e non riconosciamo la lingua che parla il corpo dell’altro/a perché non conosciamo la nostra.

Se ancora funziona tra le donne la trasmissione di quella storia muta dei gesti di cura e com-passione dell’altro che resistono alla spocchiosa ignoranza della cultura accademica e all’aggressione del moderno patriarcato, conservando quelle buone pratiche che consentono la conservazione e riproduzione delle relazioni umane, forse gli uomini, figli di un’altra storia, agiscono nella violenza quella distruzione del sé che senza ancoraggio gestuale produce una pesante muta infelicità.

Su questo terreno alle donne spetta il dovere di uscire da ogni connivenza e complicità imparando a separare i sentimenti d’affetto dall’asservimento, assumendo, attraverso la denuncia dei colpevoli e la solidarietà senza condizioni con le vittime, quella responsabilità di segnare i confini della convivenza civile di cui abbiamo ancora poca pratica per la persistenza di un deficit di cittadinanza che appartiene ancora troppo alla storia ferocemente ineguale della modernità.

La violenza resta però un problema degli uomini come genere e se le donne sono state ammutolite, nei secoli come nell’ultimo decennio, gli uomini che hanno potere sull’economia la politica la comunicazione non possono sottrarsi alla responsabilità del presente che sta avanzando l’ipoteca di foschi presagi sul futuro delle figlie e dei figli.

Uomini e donne si diventa, dentro i codici, le culture, i ruoli che di volta in volta ogni società modella in modo diverso ridefinendo, attraverso il rapporto tra i generi riconosciuti e l’immaginario sessuale legittimato, i caratteri fondamentali della sua esistenza, dalla distribuzione del lavoro e delle risorse nella vita quotidiana ai processi di simbolizzazione gerarchica nelle strutture della comunicazione e del potere.

Interrogarsi sulle modalità storicamente attuali dello scarto tra dato biologico e divenire storico significa non solo trovare parole e gesti per definire la propria identità e il proprio rapporto col mondo ma anche, da parte della collettività adulta, offrire alle giovani generazioni la possibilità di immaginare, sperimentare, costruire un tessuto di relazioni sociali in cui crescere e vivere con maggiore libertà e gioia.

In questo senso la scuola è un luogo centrale perché proprio il deposito di immagini, convinzioni, comportamenti che l’insegnamento tradizionalmente lascia in eredità dovrebbe rappresentare quel patrimonio collettivo dentro cui è possibile riconoscersi, significativo per la propria memoria individuale e utile per la costruzione della propria identità, per vivere serenamente le relazioni, per sentirsi parte e non sentirsi messe/i da parte.

Essere donne e uomini sembra un dato naturale proprio nella misura in cui è il risultato di un costante e ininterrotto processo di apprendimento e, come per ogni lunga sedimentazione culturale, la scuola non può sottrarsi al compito di renderne visibili gli elementi costitutivi e il disegno di fondo perché ognuna e ognuno possa ripercorrere e costruire liberamente il senso per sé, che sempre si gioca tra necessità e scelta, causalità e casualità, tradizione e trasgressione, scoperta del limite, opportunità, speranza.

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Trovare piste di ricerca più che rosari di certezze o banali etichette e la responsabilità di percorrerle insieme, rispettando l’asimmetria delle età, le storie di genere e di generazione che ci portiamo appresso, la diversa percezione di passato e futuro, la consapevolezza di ciò che ha messo nel nostro bagaglio l’appartenenza territoriale, sociale, familiare, disponibili a quel pizzico di scherzosa creatività e al brivido di piacere che percorre la pelle nell’autenticità di un abbraccio.