Rosangela Pesenti

27 GENNAIO 2019 IL NOME DELLA PAURA

Oggi è la Giornata della memoria.

Che cosa possiamo fare oltre a ricordare la morte di donne e uomini, bambine e bambini, persone di ogni età, pensiero, condizione fisica e sociale?

Che cosa possiamo fare oltre ad ascoltare le sopravvissute e i sopravvissuti, leggere le testimonianze e diventare testimoni ascoltando i tanti modi di raccontare un’unica atrocità?

Dobbiamo ricordare che ci vollero vent’anni per dare nome a qualcosa che andava ben oltre una guerra e per la quale perfino la parola genocidio, che pure fu usata proprio al processo di Norimberga, risultava riduttiva, così come diventava fuorviante definirla Olocausto, perché non si è trattato di un sacrificio inevitabile, ma di una tempesta devastante.

Le parole hanno una storia e serve sempre capire quando nascono o emergono nell’uso con un preciso significato, perché le parole possono cancellare, mistificare o rendere chiaro e visibile qualcosa.

Il termine Shoah è entrato nell’uso nei Paesi europei soprattutto dopo il film documentario del regista francese Claude Lanzmann, considerata l’opera video più completa e intitolata proprio Shoah, ed è entrata nell’uso perché chiunque si sia accostata/o a questa memoria ha sentito, prima ancora di capire, che le altre parole erano insufficienti.

La Shoah ha contribuito ad approfondire e affrontare a scuola quella rilettura della storia che rende finalmente visibili i genocidi e le responsabilità, da quello delle varie popolazioni che oggi, con termine coloniale, definiamo ancora nazione indiana, confinata nelle riserve degli Stati Uniti, a quello degli armeni, realizzato dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, fino a quello dei Tutsi in Ruanda poco più di vent’anni fa. E sono solo alcuni.

Perché non basta la parola Genocidio per quello degli ebrei e nemmeno per quello, contemporaneo, che la popolazione romaní definisce Porajmos, traducibile come "grande divoramento" o "devastazione"?

Prima di tutto perché il progetto perfezionato dal governo tedesco tra il 1933 e il 1945, fermato solo dalla sconfitta militare, non da qualche ripensamento, è stato un progetto di genocidio nei confronti di determinate popolazioni, di individui, donne e uomini, non conformi alla definizione razziale ariana e di “pulizia etnica”, realizzato secondo i più elevati standard di organizzazione tecnica e territoriale in stretta collaborazione con il sistema scientifico e industriale.

Si è realizzato cioè al più alto livello di elaborazione culturale  e sviluppo economico, con l’aiuto e la varia complicità di molta parte della popolazione di tutte le condizioni sociali e livelli culturali.

È questa caratteristica a renderlo unico e così difficile da definire e da tenere dentro la nostra memoria con tutto il suo orrore e le domande che ancora non hanno risposta.

Oggi a me manca un’altra parola.

Ho bisogno di trovare una parola per definire quel sentimento che sbrigativamente definiamo “paura” e che consente a una moltitudine di persone di considerare giusto, normale, o anche solo inevitabile, quello che accade nei confronti dei/delle migranti che attraversano il Mediterraneo o vivono già in mezzo a noi e fanno parte della popolazione stanziata sul territorio italiano.

Mi è capitato di dialogare con molte di queste persone, portando ragioni umane, letture economiche, dati concreti, precetti religiosi, opportunità culturali, ma non riesco mai a raggiungere il nucleo profondo di un sentimento che mi oppone continui PERÒ, che mi oppone un LORO e un NOI arcaici, senza fondamento giuridico, in cui non mi riconosco, un sentimento che cancella l’ascolto, dimostra disistima, nonostante affermi il contrario, esprime una piccola, quasi impercettibile, diffidenza, che alimenta le mie di paure, arcaiche e irrazionali.

Un sentimento che è riduttivo definire paura perché si tratta di persone che affrontano le paure, conoscenti adulte e adulti che si aggrappano a questo sentimento come se fosse profondamente identitario e affrontandolo si disgregasse qualcosa di potente, come l’imprinting materno o la fede religiosa.

Un sentimento inattaccabile e inossidabile che non basta condannare.

Vanno condannate le scelte politiche e i provvedimenti, così come le vergognose azioni concrete che hanno nome e descrizione, ma non c’è ancora nome per quel sentimento che tutti i sopravvissuti hanno conosciuto perché lo hanno sentito intorno a loro, quel sentimento che ha distolto gli sguardi da Liliana Segre, ragazzina a Milano, che Primo Levi ha indagato continuamente (e magistralmente ne I sommersi e i salvati).

Abbiamo dato nomi al male realizzato, ora sento il bisogno di dare nome a qualcosa che avverto, vive accanto a me, in persone che poi magari, alla prova dei fatti, riusciranno a fare la cosa giusta, perfino meglio e più di me, ma che al momento alimentano con il loro sentimento l’impunità di azioni che, queste sì, fanno davvero paura.

Non voglio avere paura di chi mi è simile, di chi mi vive accanto, perché, come me, appartiene alla specie umana, vivente tra viventi con cui sono in pace.