Rosangela Pesenti

ABORTO-AUTODETERMINAZIONE

 

L’autodeterminazione riassume la libertà di scegliere come assunzione di una responsabilità inoppugnabile e resta ad interrogare un patto sociale che ancora nicchia sul riconoscimento della nostra esistenza.

Vorrei smettere di occuparmi di aborto ma non ci si può sottrarre alla propria storia: la nostra storia di donne che hanno vinto nel 1981 contro l’oscurantismo dei fanatici, ma anche contro lo scetticismo di chi dichiarava di stare dalla nostra parte. 

Non possiamo sottrarci alla storia millenaria del nostro corpo fertile che di madre in madre ci ha portate/i al presente.

Nel 1977 l’Udi, Unione Donne Italiane, oggi trasformata in Unione Donne in Italia, per sottolineare il legame con il territorio indipendentemente dalla nascita, dall’origine, dalla provenienza, ha pubblicato un libro, Sesso amaro, Editori Riuniti, che raccoglieva le risposte di 30.000 donne su maternità sessualità aborto.

I racconti delle donne rappresentavano la denuncia più straziante della realtà dell’aborto clandestino, esito di una vita senza possibilità di scelta, di una sessualità subita e mai vissuta, di gravidanze indesiderate frutto del proibizionismo nei confronti delle pratiche contraccettive, di una subalternità ferocemente praticata da uomini educati alla brutalità ma anche da una corporazione medica ignorante, ottusa, ipocrita e spesso affarista sulla pelle delle donne.

Il libro è ancora straordinariamente attuale, non solo perché una buona legge come la 194 è stata osteggiata e disattesa fino a renderla inattuabile in molte regioni, ma soprattutto perché non separa il discorso sull’aborto da maternità e sessualità.

Forse non era una legge perfetta (e che cosa lo è), ma certo non si può migliorare qualcosa che si è continuamente costrette a difendere.

L’aborto è l’evento col quale il corpo femminile rifiuta la gravidanza, spontaneo si definisce se l’espulsione non è voluta, pensata, scelta; volontaria viene definita l’interruzione decisa dalla donna, ma è sempre il corpo che agisce, il corpo ti dice che no, non puoi farcela, ti dice che il grumo di cellule dentro di te non può essere affiliato da te, non puoi riconoscerlo come parte della tua vita.

Una donna che non pensa all’aborto come parte della propria vita, non pensa davvero alla gravidanza e al diventare madre come possibilità, perché non si pensa come soggetto della propria vita, e una donna che non si pensa come soggetto non consentirà all’altra/o, figlia o figlio, di diventarlo.

Solo la libertà di scelta, agita, diventa la responsabilità che ti vincola alla libertà dell’altra/altro, della vita che ti cresce in grembo.

La rinnovata battaglia fondamentalista contro l’aborto, mai davvero sospesa in Italia, è anche una battaglia contro le madri, investite dal nuovo conformismo della mamma-sorriso mimata dalla pubblicità, costrette al silenzio sulla realtà dell’essere madri che avevamo appena cominciato a raccontare proprio grazie alla lotta per la cancellazione del reato d’aborto e la richiesta dell’assunzione, da parte delle istituzioni che dovrebbero garantire i diritti, del valore sociale della maternità.

Il nuovo conformismo produce imperativi ansiogeni dentro i quali restano intrappolate le madri insieme a bambine e bambini, diventati oggetto d’investimento e quindi a loro volta prigionieri/e dell’obbligo al successo dei genitori.

La gravidanza esibita, la nascita da manuale, la coppia genitoriale che accudisce alla pari, i bambini e le bambine che diventano il “progetto” della coppia, assoggettati a un percorso di performance misurate e confrontate a ogni tappa, nascondono la realtà di un paese in cui nulla è davvero a misura dell’infanzia, in cui l’accesso alle risorse dipende dalla famiglia, ma le risorse, della cui mancanza molte/i soffrono, diventa poi una gabbia in cui si cresce senza orizzonti.

Le madri sono quelle da rotocalco o sono mute, i libri controcorrente sono “di nicchia”  e si rilancia volentieri l’idea che la maternità sia un’attività coatta, a tempo pieno, incompatibile con il lavoro e soprattutto con la libertà della madre.

In questo clima intristito incontro continuamente giovani madri oppresse dai sensi di colpa, convinte di dover proteggere la prole da qualsiasi dolore o difficoltà, impegnate in questa fatica di Sisifo a sostenere la vita contro la vita stessa.

Quando il senso di colpa scava il suo placido posto dentro di te è facile per chiunque rinnovarne il peso e l’aborto diventa il tema giusto per interrogare le donne sulla vita e usare la loro stessa responsabilità di scelta per ricreare le condizioni di un’oppressione di cui sono invitate a diventare alleate e complici.

Tanti anni fa le donne hanno raccontato la realtà dell’aborto togliendolo dalla clandestinità e dalla vergogna per farne occasione di solidarietà e di nuovo dibattito sui fondamenti di una cittadinanza che includesse i due generi.

Oggi mi piacerebbe capire quali storie si celano dietro le tante obiezioni di coscienza che si oppongono al diritto all’autodeterminazione delle donne nelle scelte riproduttive.

Non abbiamo dati nazionali certi sull’entità dell’obiezione di coscienza (e di questo qualche ministro dovrebbe rispondere), ma a me piacerebbe avere questi, come altri dati, divisi per genere, per capire come si gioca tra donne e uomini questa partita che, dietro il vessillo della coscienza, nasconde opportunismo, ricatto lavorativo, subalternità alle gerarchie dentro e fuori dagli ospedali, acquiescenza nei confronti del potere, servilismo e, come sempre, misoginia.

Nel paese in cui spesso si inneggia alla corruzione e al lassismo, tutto il rigore morale si concentra sull’autodeterminazione nelle scelte sessuali e riproduttive sostenuto  dalle argomentazioni ipocrite sulla sacralità della vita.

Da Wikipedia: (…) La radice di sakros, è il radicale indoeuropeo*sakil quale indica qualcosa a cui è stata conferita validità ovvero che acquisisce il dato di fatto reale, suo fondamento e conforme al cosmo. Da qui anche il termine, sempre latino, di sancire,evidenziato nelle leggi e negli accordi. Seguendo questo insieme di significati, il sakrossancisce una alterità, un essere "altro" e "diverso" rispetto all'ordinario, al comune, al profano.

Mi chiedo, come donna cos’è il sacro e cos’è il quotidiano. La vita è sacra proprio perché scorre dentro il quotidiano vivere e ne è parte. Noi aspettiamo ancora che sia sancita nelle leggi e nelle coscienze la realtà del sapere e potere delle donne in ordine alla gravidanza, al parto, a quell’affiliazione di chi nasce che si chiama prima di tutto maternità e poi anche paternità.

Aspettiamo che sia riconosciuta la sacralità di una scelta che coniuga per sempre libertà e responsabilità in relazione al tempo, determinato e finito, in cui una donna si confronta col proprio corpo fertile scegliendo il proprio futuro.

Nella rinnovata battaglia fondamentalista sulla questione aborto e dintorni i maschi continuano a pensarsi come figli che non riconoscono di essere nati da una donna. Vedono solo la madre, la matrice di quel loro essere al mondo che non poteva non esistere e nel loro pontificare sull’esistenza, prigionieri della paura della morte, ammutoliscono quelle donne che ancora non sanno trovare parole per dirsi.

Non possiamo invece dimenticare che molte donne non si sentono figlie di nessuna storia se non quella piccina di famiglia e meriti personali e pensano che la coscienza non ha peso di fronte alla carriera garantita dall’obiezione.

Si nasce in molti modi e per molte tipologie di scelta, per le mille sfumature e diversità in cui si declinano le vite e, nelle condizioni attuali, nella storia presente, non esisterà rispetto della vita senza riconoscimento della vita di donna che sceglie di farsi attesa in quel misterioso intreccio di biologia e storia che può solo aprirsi agli interrogativi e non alle prescrizioni.

Nascere non può mai essere un diritto perché non esiste il soggetto che può esercitarlo contro sua madre.

Se siamo grati/e alla madre che ci ha generate/i non possiamo mortificarne la volontà negandola come soggetto della propria stessa storia.

Ogni donna che sceglie di essere madre può insegnare la bellezza della nascita, ma anche la sua casualità e occasionalità, le luci e le ombre di una storia che si riproduce per asimmetrie, le scoperte e i dubbi, le ansie e le gioie e, più di tutto, il senso del limite che genera, dentro ogni scelta, una rinnovata libertà e una inedita necessità.

in  MAREA 1/2014