Rosangela Pesenti

  

FORMAZIONE E COUNSELLING

Nascita

All’attenzione del dott. Vincenzi

per Maria Bacchi          Grazie

 

Carissima, ti mando il testo sulla nascita che però la rivista Marea non ha pubblicato integralmente (con tagli che hanno, a nostro avviso, reso il testo insignificante).

Come vedi non può essere il testo di un intervento sul nostro tema ma serve solo a definire il contesto di possibili sintonie tra noi due rispetto all’intervento che mi hai mandato e che mi è piaciuto molto.

Ho avuto l’intera struttura del seminario e, per quanto mi riguarda, coglie l’esigenza di parlare di scuola senza “chiudersi nell’aula” ma considerando i contesti e i soggetti e mi sembra che il tuo intervento si collochi in modo adeguato alle richieste.

Per quanto mi riguarda penso di sviluppare il tema in modo analogo per quanto riguarda le/gli adolescenti e se riesco a scriverlo te lo mando anche all’ultimo momento.

La richiesta è comunque quella di due voci diverse (ma non in opposizione politicamente definita come sarebbe stato nel caso della libreria delle donne) sullo stesso tema, perciò non mi preoccuperei eccessivamente (se non nel merito delle cose che ognuna sceglie di dire, ma questo è un rischio che corriamo ogni volta) e la vivrei come un’occasione per conoscerci meglio visto che ad Orvieto abbiamo scelto di lavorare insieme.

Per ora un abbraccio cartaceo.

Rosangela

 

Nascita: testi, contesti, esperienze, relazioni....

 

di Carmen Plebani e Rosangela Pesenti

 

E’ una domenica di luglio.

Siamo sedute nel piccolo giardino di Rosangela. Il nostro incontrarci è, come al solito, un intreccio di “dovere e piacere”, un altalenare fra parole e gesti in libera uscita e produzioni per i vari contesti che ci vedono lavorare insieme (una quota di piacere c’è anche in questo secondo aspetto).

Vorremmo oggi cominciare a organizzare il contributo che le amiche di Marea ci hanno chiesto sul tema della nascita. Sul tavolo fogli, appunti che documentano riflessioni e attività fatte in questi anni  con i nostri alunni/e (io insegno alla scuola elementare, lei in un istituto superiore) e con adulte/adulti.

Ma d’estate le parole in libertà sono più insidiose di quelle disciplinate e organiche. E così il “cosa facciamo” si trasforma in racconti di nascita, i nostri personali, che s’intrecciano e richiamano a vicenda.

E, attraverso i suoi ricordi, rivedo Rosangela bambina desiderata dalla mamma oltre ogni consigliata rassegnazione, femmina oltre ogni previsione. E in disordinata successione - o meglio in una cronologia sottoposta ai sentimenti - l’incontro di suo papà e di sua mamma, la guerra nel ricordo di chi l’ha vissuta e odiata, le parole semplici e sapienti di chi alla figlia vorrebbe lasciare in eredità qualche arnese utile a capire il mondo e a farlo diverso da quello in cui lui ha vissuto. Carmen

 

Nei pomeriggi estivi, quando l’afa della pianura rallentava i ritmi alacri del lavoro contadino e la grande aia della cascina era svuotata dal sole a picco, le donne sedevano in certi angoli ombrosi del porticato con le matasse di lana da avvolgere in gomitoli.

I discorsi si svolgevano e riavvolgevano dall’ellissi larga della matassa alla sfera compatta del gomitolo che sembrava riassumere strettamente la sintesi finale, del pomeriggio come di certi vecchi maglioni che venivano riciclati per una nuova progettualità.

Io e Carmen, nei pomeriggi estivi, svolgiamo e riavvolgiamo parole, ripercorriamo tempi di lavoro che si sono intersecati, ritroviamo o rifacciamo i nodi e da lì prepariamo gomitoli diversi per tempi futuri.

Dalle storie che s’intrecciano nei nostri racconti, (libri, amori, prospettive storiche, valutazioni politiche, ricette...) nascono progetti che abbozzano mappe di ricerca su cui cerchiamo di accostare le nostre strade, non così vicine da sovrapporsi, mai così lontane da perderci l’una alla vista dell’altra. Siamo delle solitarie di buona compagnia.

Difficile in un intreccio disegnato con precisione ma così fitto ritrovare il capo di quel filo di ricerca che abbiamo continuato a definire NASCITA più come indicazione gergale che per la compattezza della tematica che ha conosciuto invece diramazioni complesse e ancora aperte.

Per questo il cammino del racconto è a ritroso rispetto all’esperienza, perché risale il tempo e ciò che narra non assomiglia più al susseguirsi dei passi ma è il colpo d’occhio dell’oggi sulla strada già percorsa. Rosangela

 

La nascita è sempre, innanzitutto, la propria nascita.

Me ne sono accorta quando i bambini e le bambine delle classi quarte elementari in cui insegnavo, all’interno di un percorso sul corpo e l’educazione alla sessualità, hanno scritto i loro “racconti di nascita”, viaggi immaginari nel passato, alla ricerca delle emozioni, dei suoni, dei colori, delle fantasie provate nella pancia della mamma e nel momento della nascita.

Quando ho letto le loro parole ho avuto chiarissima una sensazione: non avevano dovuto scavare molto per ricostruire quelle esperienze di cui la ragione non poteva avere memoria consapevole ... le immagini e le percezioni erano ancora calde dentro di loro, stavano da qualche parte nel loro corpo ancora immediatamente disponibili.

E io ?  Cosa conservavo della mia nascita ?

La differenza di età tra me e gli alunni poteva più facilmente pormi nella posizione di madre, di colei che può dare la vita ... Invece mi scoprivo, non l’ho scelto ma mi ci sono trovata, nella stessa collocazione.

Anch’io sono figlia, e come loro sono stata nove mesi dentro mia mamma da cui sono uscita... come ?  Dove il come non indica una modalità fisiologica ma esistenziale ed emotiva.

Per me, a differenza dei bambini e delle bambine, raccontare la nascita risultava impossibile, ancora un’operazione troppo astratta, artificiale, che richiedeva uno sforzo. Intuivo però che in quest’evento si radicavano la mia storia, il mio corpo, le mie relazioni con gli altri, le altre, le cose, i miei progetti futuri.

Per questo essere della nascita all’inizio, al centro, e insieme pervadere l’esistenza di ciascuno/a, per questa straordinaria ubiquità dell’evento originale mi è sembrato importante farlo oggetto di racconto, riflessione e confronto nella Fondazione Serughetti-La Porta, un centro culturale di cui faccio parte.

La nascita evoca grumi di parole che, anche al di là dei saperi codificati che hanno cercato di indagarla con gli strumenti loro propri, appartengono all’esperienza di ognuno/a di noi: corpo, identità, memoria, separazione, perdita, limite, dipendenza, autonomia, fragilità, potere, libertà, responsabilità.

Parole che mettono in luce legami tra individuo e collettività, tra biografia e storia, tra privato e pubblico. E’ difficile trovare il tono giusto per parlare di un evento così comune e così unico, così condiviso e così intimo; è difficile trovare la giusta distanza per poterlo raccontare senza banalità e senza enfasi, per poter trasformare ciò che è essenzialmente una relazione tra corpi, in parole che descrivono, evocano, richiamano un’esperienza ambigua, piena di luci, ombre, sfumature, miscuglio inestricabile di fantasia e realtà, attese e delusioni, sofferenze e speranze.

Per questo gli incontri che ho organizzato consistevano soprattutto in racconti di uomini e donne sull’essere figlio, essere figlia, essere padre, essere madre.

In uno di questi Rosangela ha raccontato del suo essere figlia. Carmen

 

Forse il suggerimento sulle modalità d’incontro venne da me (ma non ne sarei così certa) che allora imbastivo pensieri intorno alla parola “appartenenza” e mi interrogavo sul genere e sulle modalità politiche che consentissero di trasferire in momenti concreti di confronto quel terreno ideale di incontro tra donne e uomini che sentivo come necessario, maturo e insieme ancora nebuloso e vago come un’utopia.

Affrontare il tema della nascita attraverso il racconto di un uomo e di una donna su essere padre, essere madre, essere figlio, essere figlia: così si configurò il seminario, alla fine.

Nel cuore del progetto, definito poi da Carmen secondo i tempi, le forme, le esigenze del Centro La Porta, stavano le nostre telefonate che lievitavano interrogativi aggiungendo ad ogni appuntamento la materia più varia dalle nostre letture, sentimenti, esperienze.

A me sembrava allora di addensare pensieri informi e precari come cirri, ai quali Carmen dava forma compiuta e praticabile aggiungendo la limpidezza sorgiva dei suoi.

Non immaginavo nemmeno che, tra una parola e l’altra, già pensava di chiedermi un contributo, una testimonianza, un racconto, tanto meno dell’essere figlia.

La condizione di madre l’avevo ripensata a lungo quasi costretta dagli eventi e dal mutevole rapporto coi figli.

Ma ancora una volta (poi ci avrei fatto l’abitudine) lei scantonava abilmente discorsi che io sentivo di aver elaborato in forma abbastanza avanzata, per chiedermi di ripercorrere territori dimenticati, luoghi talmente intimi da essermi quasi sconosciuti.

Così, ogni volta, mi chiede di scandagliare sentimenti e ragioni, verso un difficile approdo alla parola che poi deve sostenere molteplici e feconde (e faticose) mutazioni per diventare comunicabile nelle forme che lei sa magistralmente approntare.

Avevo lasciato che il rapporto con mia madre s’incrostasse  dei depositi delle stagioni difficili che segnavano intera la mia età.

Una crosta che aveva guarito ferite consentendoci da poco un piccolo territorio solido su cui ci incontravamo nei piccoli gesti e rituali della quotidianità.

L’idea di nascita mi riportava alla me stessa bambina che ricordavo piccolissima e imbronciata nel mondo impenetrabile e spigoloso di adulti e oggetti fuori dalla mia portata, e alla me stessa che non potevo ricordare, fissata nei racconti che ascoltavo con insofferenza, priva di immagini che inverassero quella memoria.

Proprio quei discorsi invece dovevo riascoltare: prestare attenzione alle risonanze di ogni parola dentro di me, vagliarne le onde di significato che appena liberate dagli stereotipi su cui mi ero fissata, si propagavano in mille direzioni evocando immagini sepolte o smemorate.

Della mia nascita non esistevano fotografie e i ricordi per me erano concentrati nelle parole di mia madre alle quali facevano da eco consenziente quelle delle zie.

Nell’afa di luglio, che i contadini dicono pesi come piombo sulla pianura della bassa bresciana, in una grande famiglia patriarcale in cui mio padre occupava la scomoda posizione del secondogenito e mia madre scambiava i turni del lavoro nei campi, che non riusciva a sostenere, con la sua capacità di sarta per tutta la famiglia e il vicinato, sono nata come una figlia desiderata e tanto da affrontare un’operazione chirurgica costosa, a quei tempi, per gente che aveva poco da mangiare, e desiderata femmina per tutte quelle qualità credo che si attribuivano alle femmine (e che io non possiedo).

Nessuno portava le scarpe in quel paese (tranne mia madre che era stata operaia a Milano e sembrava una signora) e le donne sedevano a mangiare fuori dalla porta di casa d’estate, col piatto in mano, perché la tavola era degli uomini ma io, appena nata, dormivo in una culla di vimini con pizzi d’organza azzurra (gentilmente regalata dalla “padrona” di mia zia materna) e, meraviglia, portavo solo camicino e pannolino secondo le indicazioni della giovane ostetrica che mi aveva fatta nascere di cui il paese diffidava perché lì i neonati si fasciavano stretti, anche in piena estate, dal collo ai piedi, braccia comprese.

L’intero paese venne, pare, per vedere la culla e la bambina senza fasce e quegli sguardi, di cui non potevo registrare la presenza, si sono fissati nella mia vita ben oltre la mia coscienza.

Dietro il racconto enfatico di mia madre erano tanti i fili da dipanare, aggrovigliati intorno alla mia culla, a cominciare da una povertà collettiva che si soffriva in mille modi e da cui si cercava il riscatto anche attraverso una figlia da “far studiare”.

E lì forse si àncora anche la mia passione per la storia perché in quel cortile polveroso e assolato oggi posso leggere un pezzo di storia del nostro paese: quegli anni ‘50 così difficili per le generazioni che uscivano giovani dalla guerra, con l’unico patrimonio di una vita scampata e tante speranze che non si sarebbero avverate.

Ricollocavo mio padre e mia madre in una storia che li allontanava da me, dall’asprezza dei nostri conflitti “generazionali” e li restituiva ad una sorta di compassione che sentivo come dovere etico, finalmente libera dal bisogno frustrante della condivisione e aperta a tutta la fatica della comprensione.

Non era facile raccontare senza scivolare nell’autocompiacimento (o nell’autocommiserazione, che è poi la stessa cosa) ma senza glissare il magma delle emozioni che modificavano il corso delle parole e disordinavano i brevi appunti che tentavo di seguire.

Pescare nell’autenticità del sentire ma restituirlo ad una narrazione che consentisse il dialogo, con l’altro prima di tutto, l’uomo, che a sua volta raccontava, una storia diversa e analoga, lontano da me nel modo di porsi, prima di tutto rispetto al corpo dal quale eravamo stati partoriti, ma vicino per gli interrogativi che si aprivano sulle nostre vite e nella rete di significati entro cui ci muoviamo.

Guardavamo insieme, e nel cerchio attento di chi era in ricerca con noi, un punto della nostra vita certo e sconosciuto, radice del nostro io presente e cancellato non solo dalla memoria ma forse dalle forme stesse in cui si configura socialmente questa memoria.

Non ricordo a che livello di approfondimento fossi esattamente quella sera ma so che non ho più smesso di avvicinarmi a quel punto focale della mia vita da cui ogni giorno mi allontana.

E forse quell’esperienza mi è cara perché mia madre morì improvvisamente l’anno dopo e il racconto della mia nascita è ormai irripetibile nella sua fonte primaria. Rosangela

 

Nel dicembre del ‘95 mi si ripresenta l’occasione di parlare della mia nascita.

Il contesto è un corso per donne italiane e straniere intitolato “Il ciclo della vita” in cui ci scambiamo conoscenze, sensazioni e racconti utilizzando come indice alcune tappe della nostra vita: la nascita, le prime mestruazioni, il rapporto amoroso, la maternità.

Questo lavoro viene presentato anche al Forum di Torino del marzo ‘96 su “Migranti e native, cittadine del mondo”.

“...Possiamo dire di conoscerci fin dalla nascita...” sono le parole con cui Lui, una donna peruviana del gruppo, ha efficacemente sintetizzato non solo i contenuti ma anche il clima e le relazioni tra noi.

Nell’incontro in cui abbiamo parlato della nostra nascita e dell’essere figlie mi sono tornati alla mente due aspetti che, pur facendo parte dell’aneddotica familiare, da molti anni non ricordavo: il mio nome e il mio sangue, ovvero di come mi è apparsa come una certezza che mia madre era proprio me che voleva, e non un “qualsiasi” bambino.

Partirò dal secondo aspetto. Mia madre ha sangue con fattore Rh negativo. Già da quando ero piccola mi raccontavano che  corsi  il rischio di venire “rifiutata” dal corpo della mia mamma, fatto che si sarebbe verificato se io avessi avuto fattore Rh positivo. E, cosa che riempiva la vicenda di maggiore mistero e me, chissà perché, di orgoglio, per mio fratello, essendo il primogenito, non ci sarebbe stato pericolo, qualsiasi fosse il suo fattore Rh.

Capii successivamente a cosa era dovuto l’orgoglio che provavo: non tanto ad un merito - che tale proprio non si poteva definire l’avere il fattore Rh come mia madre - ma alla prova che ero ”carne della sua carne”; il suo corpo, lei, non poteva-voleva rifiutarmi perché il mio sangue e il suo erano “compatibili”. Questo termine pseudoscientifico e piuttosto freddo che evoca tavoli di trattative più che relazioni affettive, risuonava dentro di me con la dolcezza e la forza di un legame indissolubile: io e mia madre siamo compatibili...è un abbraccio che ancora mi riscalda.

L’altro ricordo di nascita riguarda il mio nome. Chi l’ha scelto ? Chiedevo tante volte a mia mamma, pur sapendo già la risposta, per il piacere di sentirmelo dire per l’ennesima volta.

Mia madre ha scelto il nome Carmen per me, in evidente contrasto con le usanze del tempo e i consigli dei parenti che avrebbero preferito riferimenti a nonne o zie.

Lei ha deciso, perché le piace l’opera di Bizet. E non so neppure quale sarebbe stato il nome di un eventuale maschio. Ma non c’è stato un maschio. Come aveva da essere, non per destino ma per desiderio, sono nata io, Carmen. Carmen

 

L'emergere di un tema "intimo" come quello della nascita, che nei racconti ci parla in filigrana di contesti, di emozioni, di relazioni, rappresenta un "buon addestramento" per l'insegnante stessa al rispetto delle differenze, alla comprensione dell'irri­ducibilità delle storie a categorie univoche di lettura, alla ricerca di una modalità di trasmissione di alfabeti utili per comprendere e raccontare, prima di tutto a se stessi/e, la pro­pria vita, senza appiattire i diversi livelli di consapevolezza in un sapere che prescinde dai sentimenti.

I racconti di nascita ai quali ragazzi e ragazze, della classe quarta ragioneria, si sono appassionati erano l’occasione, oltre che di un lavoro preciso su vari concetti storiografici come quello di fonte (e sulla sottile distinzione tra fonti primarie e secondarie), sull’incrocio tra storia individuale e storia sociale, microstoria e macrostoria, evento, rilevanza ecc., anche per un confronto più “morbido”, meno incalzante, con quel sé che nell’adolescenza sembra il crogiolo di tutti i conflitti.

Raccoglievano puntigliosamente testimonianze, indagavano, confrontavano, talvolta si riappacificavano, attraverso il proprio corpo neonato che destava la sorridente ammirazione di compagni e compagne, con il corpo detestato dell’oggi di cui avvertivano finalmente anche in positivo le trasformazioni e le possibilità.

Nei racconti poi, che qui possiamo riportare solo per accenni, qualcuno s’immedesima in una sorta di sguardo segreto che ricostruisce l’ambiente, i segni dell’emozione nei volti e nei gesti delle persone, rivive la gioia di cui, non cosciente allora, ha evidentemente percepito l’intensità nel corso degli anni e nei racconti della madre.

Perché inevitabilmente sono le madri che raccontano, i padri sono spettatori un po' esterni, spesso protagonisti di aneddoti buffi che mitigano con l’ilarità l’inevitabile ruolo di comparse: “Era il 27 agosto, una domenica mattina, il sole era già alto, i suoi raggi riflettevano in quelle grandi finestre, su quei letti bianchi, in quella stanza dove si sentivano rumori e voci di infermiere e di pazienti, c'era molta agitazione quel giorno.(...)

Dopo tanti sforzi si sentì, finalmente, un forte gemito: ero io, una bambina sana di quattro chilogrammi, con tantissimi capelli neri, con tanta forza nelle braccia e nelle gambine e con una voce così forte che appena mio padre mi sentì e mi vide, scoppiò a piangere un po' per la commozione, ma soprattutto perché lui voleva un maschio, visto che di femmine ne aveva già tre.

Mia madre, invece, quando mi vide così vivace e sana pianse, ma solo per felicità, per la gioia di stringere ancora una volta a sé una bambina sana con un faccino grassottello e con due occhio­ni che guardavano di qua e di là abbagliati, ma incuriositi da quei tantissimi colori vivaci.(...) Mara

In qualche racconto emergono, più o meno velati, i conflitti...” Mia madre era molto felice che io fossi una femmina, ancora non sapeva che, anche se ero una bambina, non sarei cresciuta come voleva lei, tutta casa e faccende domestiche”. Luisa

Emergono, nemmeno tanto velati, i risentimenti, le scelte affettive così drastiche e dure nell’adolescenza...  L'attesa di un figlio a volte può essere più lunga di quanto sembri, mia madre ha dovuto aspettare 2 ore prima che io final­mente venissi alla luce, comunque è stato un parto doloroso in quanto io ero molto grossa, infatti pesavo tre chili e nove, e soprattutto la mia testa era enorme, devo averla ereditata da mio padre.(...)

Ha avuto dei dolori atroci, infatti la prima cosa che ha detto all'ostetrica è stata quella di picchiarmi perché l'avevo fatta soffrire.

Quando è uscita dalla sala tutti si sono spaventati, era tutta viola in qualsiasi parte del corpo, ed aveva gli occhi talmente gonfi da non riuscire nemmeno ad aprirli.

Nonostante tutta la sua sofferenza era felice perché ero una bella bambina, quello più felice e contento di tutti era mio padre che non desiderava altro che una figlia adorabile e paffu­tella come me”. Adriana

C’è inoltre una necessità di partecipazione che nasce dallo stupore e dalla gratitudine insieme.

Le ragazze non temono di entrare nei dettagli, quasi fiere di raccontare un corpo col quale possono identificarsi: “Quando verso mezzanotte, nel verificare l'ora sulla sveglia, si accorse di avere qualcosa di bagnato che la infastidiva, ebbe un tuffo al cuore e capì che stavo per mettermi in viaggio per affacciarmi a questo mondo.

Tanti progetti per prepararsi adeguatamente ad affrontare un momento tanto difficile e solenne nella vita di una donna ed ora, all'improvviso, stava per accadere senza che quasi se ne rendesse conto: si sentì crollare addosso il mondo. Che stava succedendo? Perché questo anticipo, se tutto era filato regolarmente? Ciò che la spaventava non era la paura dei dolori, ma la mia salute.

Eppure, anche se giovane e priva di esperienze, capì che lei era la protagonista di quel momento e lei avrebbe dovuto raccogliere tutto il coraggio e le forze per superare quella situazione nel modo migliore”. Roberta

Qualche ragazzo invece rimane impressionato dal racconto e recupera la propria appartenenza di genere in un gesto grato e quasi reverente raramente dichiarato in modo così esplicito nella storia degli uomini: “Terminando questa descrizione del momento più bello della mia vita, e cioè la mia nascita, fatta da mia mamma, vorrei dire che ringrazio di non essere una donna appunto per il momento del parto, anche se alcune donne dicono che sia il momento più bello, perché deve essere un dolore unico e insopportabile che è accom­pagnato da una paura tremenda. Comunque ringrazio le donne perché senza di loro e senza il loro lungo periodo di maternità non ci sarebbe la vita”. Daniele

Affrontare la propria nascita consente di fare i conti con la realtà, con la dimensione del tempo che raramente si percepisce con la stessa intensità emotiva nell’astratta scansione delle grandi cronologie storiche: “Sentire raccontare la propria nascita, procura diverse sensazioni, ma soprattutto mi fa sorridere perché ricordo quando pensavo di essere stata adottata, quando, bambina, credevo che il tempo non passasse mai, che io e i miei genitori saremmo rimasti sempre uguali” Arianna

Divertenti i racconti di due gemelli, maschio e femmina, identici e speculari a segnalare una differenza comunemente riconosciuta e quasi pattuita:  “L'ostetrica, quando sono nata le ha detto: "la prima è una femmina", mia mamma che temeva due maschi ha risposto: "Meno male, adesso se nasce anche un maschio va bene".

Ora, mentre mi stava raccontando questo, mi ha detto: “Era meglio se erano due femmine". L'ultima cosa che mia madre mi ha detto è stato che quando ha saputo che erano due bambini ha iniziato a preoccuparsi perché non sapeva allevarne uno, non si immaginava con due”. Marilisa

”(...)E' stata portata in sala operatoria dove alle 17.40 è nata mia sorella gemella. Allora mia madre ha detto: “meno male, adesso se vuole nascere un maschio venga pure". Così nacqui io, disperazione di mia madre quando nacqui, e sua disperazione tuttora a quasi diciotto anni di distanza. (...)

Nonostante il fatto che mia madre si lamenti sempre di me perché non studio, perché torno tardi la sera, perché la mia stanza sembra sempre un deposito di rifiuti penso che mia madre mi voglia bene ugualmente e che me ne vorrà sempre. La stessa cosa vale per me anche se non glielo dimostro mai”.Davide.

Così come dev’essere, il nostro percorso termina con l’inizio: le parole di chi conserva una memoria ravvicinata della nascita.

(Le citazioni sono tratte dai racconti dei bambini e delle bambine della classe quarta elementare).

“Sono nella pancia della mamma e vedo tutto intorno a me che gira e io che sono in un uovo morbido come un letto. Dentro di me sembro tutta come una statua ma è solo una sensazione. Sento tutti i miei parenti che dicono: sarà  maschio o sarà femmina?.” Maria Grazia

“Perché devo uscire? Io mi sento così bene qua! Aiuto! Aiuto! Cosa sta succedendo? Mi sento stretta, una cosa mi spinge, sento urla, non vedo più il mio colore preferito: vedo tutto nero, la vita adesso è triste.

Sono uscita!!! Quanti colori...non mi piace più stare nella pancia. Ma il cordone ombelicale non mi permette di muovermi. Io a un certo punto mi metto a strillare, poi mi mettono al polso un bracciale con scritto un numero e, in parte, il mio nome.” Annamaria

Io sono un bimbo e vedo tutto colorato: rosa, rosso, marrone, giallo. Ho la pelle d’oca. Vedo una cosa rossa che fa tu tu tu tu, ho paura e dò dei calci. C’è una cupola trasparente che mi protegge...

Vedo una luce piccola ma che si ingrandisce pian piano; la cupola dove sono si raffredda di più. A un tratto vedo degli uomini rosa e verdi. Hanno delle forbici sanguinose e stanno per prendermi. Io grido e non ho proprio voglia di uscire ma quando sono tra le braccia di mia mamma sono felice. E mi fanno un sacco di esami.” Diego

“Io sono nella pancia della mamma e fa molto caldo, cerco di toccare, ma non riesco perché sono piccolissimo e non ci sono confini.” Stefano

“Nella pancia della mamma sento un certo liquido sulla pelle, sembra di essere in mezzo a centinaia di palline di diverso colore. Sento dei rumori che sembrano vento, qualcosa che viene dall’alto, e mi sembra di trasformarmi in qualcosa. Mi sembra di essere una palla con tante righe su di me e fili che escono. Quando esco dalla pancia sento qualcuno che mi tira la testa, mi gira e io piango, sento una punta finissima sull’ombelico e acqua sulla mia pelle, sento aria, sento che qualcuno mi guarda, mi cura, in quel momento sento odore di sapone e sono felice di essere uscita.” Alessandra

 

luglio 1996

 

 

 

 

LA NASCITA ...

 

classe 4^  I.T.C.

A.S.  1990/91

 

Il tema della nascita è emerso come proposta di approfondimento dentro un tema di ricerca storica apparentemente lontano come può essere l'Europa tra '500 e '600.

La discussione in classe si era soffermata sul termine crisi e da qui il lavoro era proseguito seguendo più filoni, uno dei quali relativo alla parola CORPO.

Stare a scuola in un modo che restituisca centralità ai soggetti, allieve e allievi, consente infatti l'emergere di tematiche di volta in volta diverse che rispondono alla necessità di trovare, dentro l'apparente estraneità della storia, categorie di lettura della realtà e dei vissuti utilizzabili nella costruzione, scel­ta, comprensione, accettazione, scoperta della propria identità.

L'emergere di un tema "intimo" come quello della nascita, che nei racconti ci parla in filigrana di contesti, di emozioni, di relazioni, rappresenta un "buon addestramento" per l'insegnante stessa al rispetto delle differenze, alla comprensione dell'irri­ducibilità delle storie a categorie univoche di lettura, alla ricerca di una modalità di trasmissione di alfabeti utili per comprendere e raccontare, prima di tutto a se stessi/e, la pro­pria vita, senza appiattire i diversi livelli di consapevolezza in un sapere che prescinde dai sentimenti.

Rosangela Pesenti

 

I racconti sono stati, per ovvi motivi, scelti e tagliati, essen­do tutti estremamente intensi e particolareggiati.

 

 

* Era il 27 agosto, una domenica mattina, il sole era già alto, i suoi raggi riflettevano in quelle grandi finestre, su quei letti bianchi, in quella stanza dove si sentivano rumori e voci di infermiere e di pazienti, c'era molta agitazione quel giorno.

Ad un tratto però quella confusione cessò, non si sentì più nulla, dominò il silenzio in quella stanza; si udirono solo, poi, alcune voci provenire da una sala in fondo al corridoio, quella d'attesa, dove si scorsero due uomini; uno, mio padre, partico­larmente agitato, impaziente, infatti continuava a camminare avanti e indietro con le mani tenute dietro, la testa bassa e con lo sguardo fisso al pavimento. Lo alzava solo per pochi secondi per guardare nel vetro della porta che dava nell'altra sala dove c'erano infermiere e dottori, ma dove c'era soprattutto una donna sdraiata, mia madre, che con l'aiuto delle sole forze e degli incoraggiamenti cercava di far nascere quella creatura che da più di nove mesi portava in grembo.

Dopo tanti sforzi si sentì, finalmente, un forte gemito: ero io, una bambina sana di quattro chilogrammi, con tantissimi capelli neri, con tanta forza nelle braccia e nelle gambine e con una voce così forte che appena mio padre mi sentì e mi vide, scoppiò a piangere un po' per la commozione, ma soprattutto perché lui voleva un maschio, visto che di femmine ne aveva già tre.

Mia madre, invece, quando mi vide così vivace e sana pianse, ma solo per felicità, per la gioia di stringere ancora una volta a sé una bambina sana con un faccino grassottello e con due occhio­ni che guardavano di qua e di là abbagliati, ma incuriositi da quei tantissimi colori vivaci.(...)

Ecco questa è la mia nascita naturale, avvenuta cioè con l'aiuto delle sole forze fisiche di mia madre.

Un  momento tanto bello da ricordare, ma soprattutto da farmi raccontare, infatti sentendo tutti questi particolari mi sono divertita per la scena di mio padre che durò, in fondo poco, infatti cambiò subito quell'atteggiamento, quella convinzione; ma mi sono soprattutto commossa, perché è molto bello sapere che sei stata voluta, desiderata, tanto attesa, ma in particolare accet­tata ed amata per quello che ero.

 

* Sono nata il 1° ottobre del 1971.

Era un venerdì, e verso le sei io nascevo.

Quando ho chiesto a mia madre come è avvenuto il parto è rimasta un po' stupita della mia richiesta e poi ha iniziato a racconta­re.

Il 30 settembre, mentre cenava ha cominciato a sentire dei dolo­ri, erano le doglie. Quando verso le 22.30 questi dolori si sono accentuati mio padre l'ha accompagnata all'ospedale.

Mia madre era molto tesa ed emozionata in quanto questo era il suo primo parto ed ha avuto la sfortuna di trovare un'ostetrica, che lei ha definito odiosa, che non ha fatto altro che rimprove­rarla per tutto il tempo.

Questa è stata l'unica cosa brutta del parto, almeno credo, visto che mia madre mi ha detto che il resto è andato bene e che, a parte il dolore, il momento in cui il figlio viene alla luce è stupendo, bellissimo.(...)

Mia madre era molto felice che io fossi una femmina, ancora non sapeva che, anche se ero una bambina, non sarei cresciuta come voleva lei, tutta casa e faccende domestiche.

Per quanto riguardava mio padre, credo che lui avrebbe preferito un maschio, infatti mi ha cresciuta come se fossi un bambino, portandomi in officina con lui a lavorare, insegnandomi tutto quello che sapeva sui motori delle macchine agricole. Devo dire che questo non mi è mai dispiaciuto per niente, infatti io trova­vo più divertente montare e smontare il motore di una qualsiasi macchina agricola piuttosto che giocare con le bambole, come ora trovo divertente fare in casa i lavori che di solito fanno gli uomini, piuttosto che lavare, stirare e fare tutte le altre faccende di casa.

 

* L'attesa di un figlio a volte può essere più lunga di quanto sembri, mia madre ha dovuto aspettare 2 ore prima che io final­mente venissi alla luce, comunque è stato un parto doloroso in quanto io ero molto grossa, infatti pesavo tre chili e nove, e soprattutto la mia testa era enorme, devo averla ereditata da mio padre.(...)

Ha avuto dei dolori atroci, infatti la prima cosa che ha detto all'ostetrica è stata quella di picchiarmi perché l'avevo fatta soffrire.

Quando è uscita dalla sala tutti si sono spaventati, era tutta viola in qualsiasi parte del corpo, ed aveva gli occhi talmente gonfi da non riuscire nemmeno ad aprirli.

Nonostante tutta la sua sofferenza era felice perché ero una bella bambina, quello più felice e contento di tutti era mio padre che non desiderava altro che una figlia adorabile e paffu­tella come me.

 

* (...) Quella sera mia madre si era coricata come al solito, ma non riusciva ad addormentarsi: aveva una strana ansia, con il pensiero era sempre ai giorni che sarebbero arrivati, ancora doveva preparare la valigia e decidere cosa mettersi, ma in fondo c'era ancora tempo e cercò di dormire, ma niente, il sonno non veniva.

Quando verso mezzanotte, nel verificare l'ora sulla sveglia, si accorse di avere qualcosa di bagnato che la infastidiva, ebbe un tuffo al cuore e capì che stavo per mettermi in viaggio per affacciarmi a questo mondo.

Tanti progetti per prepararsi adeguatamente ad affrontare un momento tanto difficile e solenne nella vita di una donna ed ora, all'improvviso, stava per accadere senza che quasi se ne rendesse conto: si sentì crollare addosso il mondo. Che stava succedendo? Perché questo anticipo, se tutto era filato regolarmente?

Ciò che la spaventava non era la paura dei dolori, ma la mia salute.

Eppure, anche se giovane e priva di esperienze, capì che lei era la protagonista di quel momento e lei avrebbe dovuto raccogliere tutto il coraggio e le forze per superare quella situazione nel modo migliore e trovò quella forza solo nell'amore per la creatu­ra che stava per mettere al mondo che, pur non avendola mai vista con gli occhi, già conosceva col cuore.

Si fece perciò coraggio, chiamò mio padre, che a stento frenò il suo stupore e chiamata l'ostetrica ebbero la conferma della mia voglia di nascere. Le ore che seguirono, nella sala travaglio, non hanno lasciato in lei ricordi di sensazioni felici, perché oltre al dolore, trovò nel personale una freddezza che rese più dura e lunga l'attesa del mio arrivo. Una parola di incoraggia­mento, la stretta di una mano affettuosa avrebbe reso tutto più semplice, ma in quei tempi non era permesso né al marito, né ad altri di assistere la parto, e mia madre ha purtroppo una sensa­zione di grande abbandono e disinteresse di quelle lunghe ore. Si sentiva solo un numero, che seguiva un altro per salire sul lettino del parto.(...)

Trascorse lunghe ore in quella stanza, dove la sua voce si mi­schiava a quella di altre donne nella sua stessa condizione, unite nel dolore e nella felicità.

Era di nuovo giorno, il sole era spuntato: per lei sarebbe stato un giorno speciale, sarebbe diventata mamma.

Questo avvenne alle 8.30  circa del mattino, mentre il medico chiacchierava con l'infermiera descrivendole la serata galante­mente trascorsa, e tra un "forza spinga" ed un "ecco ci siamo, si vede la testina", io sono sbucata con l'ultimo grido di dolore e di felicità di mia madre.

"Ecco è una femmina! Contenta signora?" furono forse le prime parole contenenti un po' di umanità che le rivolsero dopo un così lungo periodo di solitudine.(...)

Quando ho chiesto a mia madre di raccontarmi della mia nascita, ho visto nei suoi occhi un lampo di gioia ed è stato come se si immedesimasse in quegli stessi momenti e riavesse le stesse emozioni, tanto da coinvolgermi emotivamente.

Quando descriveva i momenti difficili del travaglio, avrei voluto esserle vicina, aiutarla, incoraggiarla, fare qualcosa per lei che tanto stava facendo per me. Quando mi ha raccontato dell'ama­rezza subita non potendomi coccolare dopo la nascita, ai suoi occhi lucenti non ho resistito e mentre le lacrime mi bagnavano il viso, senza che me ne accorgessi, le sono corsa in braccio e stringendola forte le ho detto:"Mamma ti voglio tanto, tanto bene".

 

* Sono le sei del pomeriggio, la giornata si sta spegnendo, c'è silenzio nell'aria ... un lamento si alza lentamente, è un pianto di un bambino, sono io, sono nato. Il giorno più importante della mia vita è arrivato: quello della mia nascita.(...)

Purtroppo il parto non è stato regolare, i dottori hanno faticato ed ho anche rischiato la morte, ma per fortuna tutto è andato per il meglio.

I problemi sono sorti sin dall'inizio della gravidanza, infatti non si sapeva quando con precisione mia madre era rimasta incinta perché a quel tempo aveva le mestruazioni irregolari. I medici hanno ipotizzato una data, ma alla data stabilita non volevo saperne di nascere. Così trascorsero un paio di settimane, ma niente.

Mia madre venne ricoverata in ospedale per precauzione e ogni giorno le veniva controllato il liquido amniotico. Il liquido era bello quindi voleva dire che non era ancora il momento. Il quarto giorno di ricovero, l'ostetrica di sua iniziativa si è recata da mia madre dicendole che la cosa stava durando troppo a lungo e che doveva partorire al più presto. Le ha rotto le acque e le ha fatto alcune punture per farle venire le doglie.

Purtroppo le contrazioni non le venivano e io rischiavo di soffo­care, allora i medici sono stati costretti ad usare la ventosa ostetrica.(...)

 

* (...)Terminando questa descrizione del momento più bello della mia vita, e cioè la mia nascita, fatta da mia mamma, vorrei dire che ringrazio di non essere una donna appunto per il momento del parto, anche se alcune donne dicono che sia il momento più bello, perché deve essere un dolore unico e insopportabile che è accom­pagnato da una paura tremenda. Comunque ringrazio le donne perché senza di loro e senza il loro lungo periodo di maternità non ci sarebbe la vita.

 

* Prima di iniziare a raccontare la mia nascita voglio dire che i miei genitori non furono molto entusiasti quando seppero che mia madre aspettava un altro bambino. Ero il quinto, ma forse la causa principale di questo loro scontento era la paura che si potesse verificare quello che era accaduto alcuni anni prima e cioè perdere un altro figlio. Al contrario le mie sorelline furono molto felici quando seppero che mia madre di lì a pochi mesi avrebbe dato loro un'altra sorellina o un fratellino.

La gravidanza passò velocemente e regolarmente senza troppi problemi. Entrambi i miei genitori desideravano tanto un ma­schietto, anche se temevano che quello potesse essere una quarta femminuccia.

Il periodo della gravidanza era già scaduto da oltre una settima­na quando finalmente arrivò il giorno del parto. Erano le cinque del mattino quando mia madre ebbe le prime doglie. Immediatamente mio padre portò me e mia madre in ospedale, ma arrivati lì accad­de una cosa molto curiosa: a mia madre cessarono le doglie.

Nonostante questo si fermarono lì in attesa e vi rimasero la bellezza di circa sei ore, quando, verso le undici, le si ruppero le acque.

La portarono immediatamente in sala parto e dopo circa mezz'ora ero già nato. Ero sano, pesavo la bellezza di tre chili e sette etti, ma soprattutto ero un maschietto, il loro unico figlio maschio, sempre che non accadesse nulla come purtroppo era acca­duto al primo. In un primo momento i miei genitori non ci crede­vano. Furono convinti solo quando mi videro. Mia madre scoppiò a piangere e mio padre divenne l'uomo più felice del mondo, tanto è vero che offriva da bere a chiunque incontrava.(...)

 

* (...) Quando mia mamma mi racconta il momento della mia nascita io mi sento sempre emozionata, ma questo avvenimento, pur riguar­dandomi, strettamente io lo sento lontanissimo quasi come non mi riguardasse nemmeno, forse perché il partorire rientra così poco nel mio pensiero ed io sinceramente non penso quasi alla mia nascita.

Un altro fatto compreso sempre in questo racconto è che da picco­la sono stata seguita più che altro da mio padre poiché mia madre doveva seguire mia sorella più piccola di me di diciotto mesi, e io mi accorgo che quando mia mamma me lo dice rimane quasi imba­razzata e finisce il discorso dicendo che io sono sempre stata la più indipendente, che se per me è motivo di orgoglio per lei è solo fonte di imbarazzo.

 

* (...) Ho cercato perfino di immaginarmi i miei genitori giova­ni, inesperti che andavano da mia nonna materna per chiederle consigli, come a una chioccia, l'ho pensata giovane, mentre l'ho sempre vista vecchia, stanca, poco aperta nel dimostrare i suoi sentimenti, indaffarata e felice per la mia nascita.

Ciò che mi ha colpita di più sono stati i racconti dei momenti precedenti al parto, il dolore che provava mia madre, lo spavento ed il senso di abbandono, quando l'hanno lasciata sola, in sala travaglio, come un pacco postale, a sentire le altre signore che partorivano e che quindi urlavano, confortata solo dal fazzoletto bianco di un'infermiera che provando compassione per lei, le asciugava le lacrime.(...)

Sentire raccontare la propria nascita, da diverse sensazioni, ma soprattutto mi fa sorridere ricordando quando pensavo di essere stata adottata, quando bambina, credevo che il tempo non passasse mai, che io e i miei genitori saremmo rimasti sempre uguali.

 

* (...) I suoi pensieri successivamente furono rivolti alle parole del dottore che entrato in sala operatoria le disse che uno di noi stava per morire e, con quelle parole che le frullava­no per la testa fu addormentata e operata.

Finita l'operazione fu svegliata molto presto dai dottori perché sia io che logicamente mio fratello eravamo entrambi sotto peso (in due non raggiungevamo quattro chilogrammi) e dovevamo essere portati d'urgenza a Bergamo; lei dice comunque di non ricordarsi di averci visti.

 

* (...) A tempi regolari mia mamma andava dal ginecologo, e negli ultimi mesi venne "rimproverata" perché si stava ingrossando troppo.

Ciò era causato non dalla fame di mia mamma, bensì da due pargo­letti, e non uno, che si stavano agitando. Infatti, un mese prima del parto, grazie all'ecografia, si scoprì che mia madre aspetta­va due gemelli.

 

* (...) Lunedì sera, quando stava lavando i piatti e mettendo a dormire i fratelli, ha sentito i primi dolori. Portata all'ospe­dale, l'ostetrica, che si è arrabbiata perché svegliata dal suo sonnellino, le risponde che è troppo presto e che ci vorranno ancora parecchie ore. Dopo parecchio tempo mia madre stanca, anche perché sentiva che dovevo nascere, richiama (urlando) l'ostetrica che nel frattempo era tornata a dormire, la sveglia e dopo dieci minuti sono nata. La frase tipica che ripete spesso è: "se partorivo in casa facevo prima e mi arrabbiavo meno".

 

* (...) L'ostetrica, quando sono nata le ha detto: "la prima è una femmina", mia mamma che temeva due maschi ha risposto: "Meno male, adesso se nasce anche un maschio va bene".

Ora, mentre mi stava raccontando questo, mi ha detto: “Era meglio se erano due femmine". L'ultima cosa che mia madre mi ha detto è stato che quando ha saputo che erano due bambini ha iniziato a preoccuparsi perché non sapeva allevarne uno, non si immaginava con due.

 

* (...) Mia madre è stata ricoverata in ospedale poco dopo mezzo­giorno; mentre stava cucinando i ravioli io e mia sorella abbiamo cominciato a "fare a botte" ed è stata portata all'ospedale.

Ha passato un'intera giornata di dolori, ma noi non volevamo venire al mondo.

Il dottore allora decise di fare il taglio cesareo.

E' stata portata in sala operatoria dove alle 17.40 è nata mia sorella gemella. Quando è nata lei sua cugina, detta l'allevatri­ce, le ha detto che la prima nata era una femmina; allora mia madre ha detto: “meno male, adesso se vuole nascere un maschio venga pure". Così nacqui io, disperazione di mia madre quando nacqui, e sua disperazione tuttora a quasi diciotto anni di distanza. (...)

Nonostante il fatto che mia madre si lamenti sempre di me perché non studio, perché torno tardi la sera, perché la mia stanza sembra sempre un deposito di rifiuti penso che mia madre mi voglia bene ugualmente e che me ne vorrà sempre. La stessa cosa vale per me anche se non glielo dimostro mai.