Rosangela Pesenti

  

FORMAZIONE E COUNSELLING

Ascolto

ALL’ATTENZIONE DI ROSANNA GALLI  - UDI

 

MODENA  24 febbraio 1998

 

Relazione di Rosangela Pesenti

 

Non è facile parlare di “ascolto” e soprattutto farlo in una cosiddetta lezione frontale. Si tratta quasi di una contraddizione in termini in quanto dovrei insegnarvi qualcosa sull’ascolto usando la metodologia della conferenza fondata su una modalità espressiva che prevede di provare a dare risposte prima di aver ascoltato le domande consentendo al relatore quasi il “non ascolto”.

Si presume cioè che io abbia ascoltato e riflettuto su come e quanto ascoltavo e che da questo abbia acquisito sufficiente competenza per parlarvi senza prima aver ascoltato le vostre domande e senza conoscere in modo approfondito il contesto nel quale operate.

Voi infatti fate, per scelta volontaria, attività di ascolto e di quel particolare ascolto che richiede chi ha bisogno d’aiuto.

La vostra posizione quindi, di ascoltatrici, è quella consueta, ma in questo caso io non mi rivolgo a voi per una richiesta d’aiuto (almeno non in modo esplicito) e siete voi invece, con un capovolgimento di ruoli, anche se non di posizione, ad aspettarvi qualcosa da me.

Sappiamo come l’apprendimento sia un fenomeno complesso nel quale l’interazione comunicativa verbale è solo uno degli elementi, eppure io sono qui e mi preparo a parlare per più di un’ora come se davvero questo mio monologo potesse esservi di qualche utilità.

 

Citando G. Bateson potrei dire:”Guardiamo al modo in cui le nozioni fondamentali  sono rinforzate ed espresse in ogni genere di particolari del nostro comportamento. Il fatto stesso che io stia monologando davanti a voi è una norma della nostra sottocultura accademica, ma l’idea che io possa insegnare a voi, unilateralmente, è derivata dalla premessa che la mente controlla il corpo. […]Di fatto io sto compiendo un atto di prevaricazione, rinforzando nella vostra mente un atto di pensiero che in realtà è assurdo.Tutti noi continuamente facciamo questo, perché ciò è insito nei particolari del nostro comportamento. […] (G. Bateson Verso un’ecologia della mente Adelphi Milano 1976)

Ho fatto questa lunga premessa perché la “relazione d’aiuto” di cui voi mi chiedete di parlare, nella sua apparente semplicità di dialogo tra una persona che chiede aiuto e una persona che ascolta per dare aiuto, si colloca in realtà dentro uno scenario complesso che ne condiziona i processi e gli esiti.

Si colloca dentro il linguaggio prima di tutto, un’istituzione apparentemente neutra che rappresenta però “il luogo in cui la soggettività si costituisce e prende forma, dal momento che il soggetto si può esprimere solo entro il linguaggio e il linguaggio non può costituirsi senza un soggetto che lo fa esistere” (Patrizia Violi L’infinito singolare Essedue Edizioni Verona 1986).

 

In una richiesta d’aiuto, comunque si strutturi linguisticamente, il soggetto si presenta con una narrazione dolorosa del sé, che chiede spesso ricomposizione più che risposta. Accettare questo tipo di dialogo richiede una consapevolezza dei contesti dentro cui si strutturano i racconti e le storie e questa consapevolezza non si costruisce solo con il sapere scolastico dentro il quale siamo cresciuti.

Una scuola in cui il sapere si trasmette gerarchicamente dalla cattedra, secondo il modello ereditato dalla “ratio studiorum” dei Gesuiti o dall’ordine dei collegi militari, lascia che i soggetti si esprimano solo “sottobanco” come dice con un’efficace metafora Lea Melandri. (L. Melandri Segnali di sottobanco Lapis n.20 1993)

Non è un caso forse che siano le donne, a lungo escluse dalla scuola e dal sapere, a chiedere ascolto e non è certo casuale che siano prevalentemente donne a svolgere lavoro volontario di ascolto.

E forse non è nemmeno un caso che la maggior parte dei volontari siano volontarie mentre nelle stesse associazioni di volontariato la composizione dei nuclei dirigenti vede una maggioranza maschile.

Noi qui oggi non ci conosciamo ma, essendo tutte donne, abbiamo esperienza di un modo di abitare il mondo che per molti versi ci accomuna.

Da questo punto di vista io oggi sono qui con voi dentro uno scenario politico e cioè dentro una storia, un modo di abitare la polis, che ci accomuna e ci consente un dialogo saltando le premesse necessarie di una conoscenza più ravvicinata.

Apparteniamo alla generazione che ha visto compiersi in Occidente il cammino delle donne verso la parità giuridica e sociale, ma conserviamo sufficiente memoria e conoscenza, spesso ancora personale, di un’esclusione dalla quale le prime hanno potuto uscire solo con l’eccezionalità o l’eroismo.

Non si studia a scuola il nome di Gaetana Agnesi, genio della matematica, che ha imparato la disciplina origliando gli studi dei fratelli maschi, così come non si studia Lise Meitner, maestra della fisica moderna.

Quali immagini ha una donna a disposizione per costruire la propria storia, quali risorse materiali e simboliche le sono state offerte per collocarsi dentro un mondo in cui le relazioni tra i sessi strutturano le relazioni di potere?

Aiutare una donna significa anche offrirle possibilità di accesso a quella cittadinanza che troppo spesso appare scritta solo sulla carta.

Non è un caso che questo nostro dialogo avvenga in un luogo di donne segnato da una storia politica che si è costruita fin dall’inizio come una grande relazione d’aiuto, perché le donne diventassero protagoniste della propria vita attraverso il completo esercizio dei diritti di cittadinanza.

E non è un caso che fin dall’inizio le associazioni femminili si costituiscano come luoghi di aiuto che rifiutano la filantropia e inventino modalità di servizio che, trasformando la povertà in utenza, suggeriscono quell’interpretazione del rapporto stato-cittadini che si tradurrà successivamente nello stato sociale, nel welfare state.

E’ una storia politica che unisce concretezza e lungimiranza, attenzione alla condizione delle donne e ascolto per la condizione di tutti, consapevolezza della necessità di un più vasto orizzonte della cittadinanza, competenza sociale, affettiva e relazionale, direi con termini ormai entrati nella consuetudine comunicativa, e competenza politica.

Se la maggior parte dei volontari sono volontarie ritengo che sia riduttivo leggere il fenomeno come espressione della tradizionale oblatività femminile, ma si possa piuttosto indagarlo come l’espressione di una complessa domanda di cittadinanza che chiede il riconoscimento di competenze socialmente necessarie, a fronte di una crescente richiesta di cittadinanza che pongono i bisogni di nuovi soggetti sociali.

In questo orizzonte voglio collocare la richiesta rivolta a me non solo come “operatrice” più o meno esperta di comunicazione ma a motivo della mia lunga storia dentro il movimento delle donne nelle sue istanze politiche e sociali.

La relazione tra donne nelle sue molteplici sfaccettature è stata l’esperienza specifica del movimento e insieme uno degli elementi più significativi di riflessione teorica.

Analizziamo più a fondo l’immagine di questa relazione.

Due donne che si parlano, una chiede aiuto, l’altra ascolta perché ritiene di possedere risorse utili a rispondere alla richiesta: una scena spesso stigmatizzata dalla connotazione negativa della “chiacchiera tra donne”.

Ma anche la chiacchiera può essere rivalutata come tessuto discorsivo che richiede una relazione non gerarchica e consente un rapido passaggio di informazioni e sentimenti.

In ogni relazione, e quindi anche in quella d’aiuto, due soggetti si guardano: ognuno di loro è portatore di un’immagine di sé e immediatamente si costruisce un’immagine dell’altro, utilizzando, quasi in modo automatico, i primi elementi a disposizione.

Tra questi primi elementi è certamente presente l’appartenenza al genere femminile o al genere maschile e questa prima informazione porta già con sé il complesso sistema di convinzioni/esperienze/pregiudizi/concetti che ognuno/a di noi ha relativamente all’essere donna o uomo.

A partire dalla nascita ognuna/o di noi si è confrontato/scontrato continuamente con le idee correnti, all’interno della propria famiglia, del contesto sociale e territoriale di appartenenza, sull’essere donna e sull’essere uomo, costruendo una propria mappa concettuale ed affettiva che tende a concepire come dato naturale piuttosto che come costruzione culturale.

Chi siamo nel momento in cui ci mettiamo intenzionalmente in ascolto di quel particolare altro che si rivolge a noi in cerca d’aiuto?

Il nostro sguardo, il nostro ascolto, il nostro intero sistema percettivo sono posizionati dentro la nostra storia e non possiamo dimenticarlo se non vogliamo distorcere attraverso il prisma dei pregiudizi la comunicazione che vogliamo stabilire.

Mi sono convinta che non bastano le competenze psicologiche se non facciamo i conti anche con la storia che ci è stata trasmessa e con le modalità stesse della trasmissione, perché è comunque dentro quella narrazione storica, fornita dalle più svariate fonti, che si è costruita la nostra identità di donne e uomini e, in un costante intreccio e rimodellamento, la rete di relazioni nella quale siamo tutti e tutte inseriti.

L’accesso alla parità, da parte delle donne, intorno alla seconda metà del secolo, rappresenta un evento cruciale di processi profondi che investono il rapporto tra i sessi nella concretezza dei vissuti e delle rappresentazioni culturali.

La generazione nata circa a metà del secolo ha vissuto questo evento cruciale la cui durata però oltrepassa le vite individuali sia nella direzione del passato che nella direzione del futuro.

Viviamo spesso una condizione concreta utilizzando immagini e concetti che appartengono ad un’altra storia, così come spesso crediamo di veicolare contenuti nuovi utilizzando invece i più antiquati e persistenti stereotipi.

In questo senso il linguaggio, nell’economia dei modi di dire, delle metafore correnti, degli usi consolidati, è la spia più potente di tutte le persistenze culturali.

Si evita di autodefinirsi avvocata, architetta, medica, sindaca, ministra perché ci si adatta ai mestieri così come sono stati definiti da chi li abita da più lungo tempo, ma non si esita ad utilizzare i tradizionali codici femminili dell’ancillarità, dell’oblatività, della seduzione, convinte magari che le donne sono più sensibili e gli uomini comunque più forti per natura.

Per quanto attiene alle definizioni di genere le sedimentazioni culturali sono così stratificate da apparire un dato di natura e perfino il tentativo di sottrarsi spesso ricade in un altro vecchio stereotipo dell’emancipazione quale quello del maschiaccio-maschietta.

Esiste un intero repertorio di stereotipi di genere che fanno capolino nei discorsi più diversi, così come permane tuttora un sistema di ammiccamenti svalutativi che blocca o filtra qualsiasi possibilità di reale comunicazioni su temi che abbiano anche solo vagamente per oggetto la differenza di genere.

Interrogarsi sull’identità senza eludere, come se fosse un elemento di scarso significato, la questione del genere significa andare a mettere mano in un potente “ordinatore” individuale e sociale e certamente produrre mutamenti non indolori.

Se ogni mutamento, anche positivo, porta con sé la malinconia di un lutto, perché perdiamo una parte di noi stessi e un sistema di sicurezze spesso radicato nell’infanzia, appare ovvio che toccare le questioni dell’identità in un aspetto così profondo (quello che Emma Baeri definisce il corpo biostorico) come quello del genere, suscita ansie non solo individuali, ma che investono tutti i sistemi relazionali e perfino le strutture sociali.

L’esclusione delle donne dalla cultura, nel doppio senso di censura/rimozione della presenza delle donne nella vita sociale e politica e di una negazione dell’accesso ai luoghi della conoscenza e della possibilità di elaborazione della propria stessa presenza, può essere considerata come una fonte del disagio del quale troppo spesso tendiamo a rilevare semplicemente l’espressione fenomenica.

I problemi relazionali delle donne infatti, oltre ad essere complicati da una condizione materiale ancora fortemente limitante, nell’accesso al lavoro, alle risorse, ad un’autonomia di sopravvivenza dignitosa per sé e anche per i figli, sono spesso il frutto di un processo di costruzione della propria identità come soggettività monca e/o dipendente da un’immaginaria completezza da chiedere al genere maschile.

Quel “sogno d’amore” che ancora pervade la letteratura di consumo, il cinema, la pubblicità rappresenta spesso una deformazione dei sentimenti, che favorisce il perpetuarsi di collusioni distruttive per entrambi i sessi, ma che spesso per le donne continua ad essere la trama rigida di una narrazione di vita che non riesce a trovare opzioni positive o vie d'uscita. (Lea Melandri Come nasce il sogno d’amore Rizzoli 1988).

Spesso siamo costrette a raccontarci a noi stesse pescando in elementi di storia falsificata, sia privata che sociale: ha inciso nel passato, e in parte incide ancora, nella costruzione delle biografie femminili, la persistenza di stereotipi svalorizzanti nelle immagini che abbiamo delle donne del passato, che ci appaiono come una massa indistinta, prigioniera di un casalingato subalterno, dal quale emergono poche figure eroiche, delle quali vengono magari descritte ed enfatizzate le caratteristiche virili.

La relazione che si stabilisce tra una donna che chiede e una che offre aiuto mette in scena le immagini del femminile e del maschile che ognuna porta con sé.

La quasi inesistenza di canali di comunicazione di una storia delle donne di realistica complessità, e di una storia di genere che restituisca alla specie umana una memoria non parziale e non partigiana, rappresenta un problema di “non competenza diffusa” che va affrontato da chiunque si metta nell’ottica di svolgere un lavoro che comprenda relazioni educative o d’aiuto.

Come decostruire una mappa mentale, che spesso interagisce nostro malgrado con gli strumenti pur raffinati che sappiamo darci, e imparare a leggere la narrazione dell’altra senza le gabbie deformanti degli stereotipi sessisti, che ancora funzionano in modo così pervasivo nella nostra vita?

Come costruire una bussola efficace che ci guidi in quei territori del disagio che si esprimono poi in modi inediti per ogni soggetto?

Se proviamo a collocare ogni soggetto al centro di quattro punti cardinali che possiamo sintetizzare nei termini di tempo, spazio, relazioni e risorse, possiamo ottenere una griglia di lettura che ci consente di cominciare a cogliere alcune possibili coordinate utili per leggere condizioni e situazioni.

Se è vero infatti che ogni soggetto esprime in modo inedito la propria storia, e quei particolari nodi della storia che generano sofferenza, si tratta però di saper cogliere, in modo magari approssimato ma non generico, le complesse interrelazioni tra ciò che viene chiamato di volta in volta la grande storia, la società, la cultura e il microcosmo in cui si muove il soggetto stesso.

Ci servono parole che consentano un passaggio non falsificante tra i vissuti e le narrazioni.

Il tempo è una risorsa fondamentale per ogni essere umano, il contenitore dentro il quale si gioca l’esistenza tra la nascita e la morte. Poter governare il proprio tempo è una delle esperienze significative per la costruzione di una personalità serena. Un’esperienza sempre più difficile nelle società occidentali, regolate dagli orari delle merci, nelle quali ai bambini stessi viene sottratta l’esperienza del tempo per sé.

Quel tempo per sé quasi sconosciuto alle donne che, per necessità e definizione sociale, sono costrette a suddividere la propria vita tra tempi diversi e diversamente regolati, ma sempre sottratti ai propri bisogni e ad una propria autonoma possibilità di governo.

Il modello temporale, che descrive e circoscrive le nostre azioni, è fortemente rispecchiato nella concezione/dislocazione dello spazio, costruito, anche dal punto di vista urbanistico e architettonico, secondo quella grande divisione tra pubblico e privato che segna le nostre città come i nostri pensieri.

Una divisione che ha delegato alle donne la cura dei soggetti e della sopravvivenza della specie nello spazio della casa come luogo di esclusione dalla cittadinanza, trasformando lo spazio pubblico in un’arena del potere in cui i soggetti misurano la propria forza eroica censurando i propri bisogni di “cura”.

Una storia della cittadinanza che si è costruita escludendo le donne, e oggi risente di una sorta di incapacità costitutiva a comprendere tutti i soggetti nelle loro specificità, ha lasciato il suo segno pesante sulla possibilità di accesso alle risorse materiali e culturali da parte delle donne e la recente parità giuridica (presente in una parte molto piccola del pianeta) ancora non ha fatto i conti con ingiustizie e asimmetrie.

Il rapporto con il tempo, lo spazio, le risorse materiali e simboliche di una società rappresenta un “forma” dentro cui la personalità si modella, fino a percepire come naturale una distorsione praticata fin dalla nascita.

Uso la metafora della distorsione per evocare una fisicità che, se non si esprime, per noi in Occidente, con un dato corporeo pesante come può essere stata la fasciatura del piede in Cina o l’infibulazione ancora praticata in molti Paesi dell’Africa, ha però la stessa caratteristica di “naturalità sociale” , di persistenza nella vita di una persona e per tanti versi di irreversibilità.

C’è una fasciatura psicologica che è doloroso togliere come è doloroso togliere la fasciatura del piede e avere il coraggio di camminare con un moncherino.

Ci serve pensare che nessun processo è mai completamente irreversibile, neppure quello che ci sottrae una parte del corpo e dei sentimenti, ma dobbiamo saper guardare alla concretezza delle storie se vogliamo comprendere la singolarità dei vissuti, perché diverso è dover affrontare il coraggio di un moncherino sfasciato da adulte o restiuire la libertà ad un piede bambino che potrà crescere senza la memoria della costrizione.

Nell’arco di tre generazioni di donne abbiamo vissuto l’intera gamma dell’esperienza e spesso camminiamo fianco a fianco, piedi deformi e affaticati insieme a quelli smemorati di chi gode di un dono senza riconoscere le mani che lo hanno preservato.

Nel corso del ‘900 più di una generazione di donne ha creduto di essere la prima ad arrivare sulla scena della storia e a questa immagine che appiattiva il passato enfatizzando il presente abbiamo adattato i nostri corpi, convinte di costruire per prime una libertà che niente avrebbe potuto incrinare.

C’erano invece rughe e incrinature da decifrare, e segni nei nostri stessi gesti, se volevamo capirci e capire. Un corpo così a lungo utilizzato come puro significante, nella storia dell’arte, nel simbolismo ideologico, così come nei messaggi pubblicitari, non diventava immediatamente involucro di un sé che ancora si nominava a fatica. Un’osmosi difficile tra corpo e pensieri che richiedeva di ripensare la tradizione attraverso i nostri stessi vissuti, tra-sformrla attraverso la trasformazione del nostro stesso corpo, la sua dislocazione nello spazio, la sua presenza nei sistemi relazionali e nelle definizioni temporali.

Più d’una generazione di donne ha dovuto tradire le madre per sperimentare un cammino più consono ai propri talenti, più aperto ai propri desideri, ma è stato lungo questo cammino nuovo dell’autonomia che la parola tradimento ha perso in parte le connotazioni oscure che definiscono i destini e ci ha consentito la scoperta della parentela stretta, e non solo etimologica, con le parole trasmissione, tradizione, traduzione.

Anche ai giovani uomini, che ci crescono accanto insieme alle loro sorelle, possiamo dire che si possono tradire i padri senza ucciderli, come noi abbiamo tradito le madri senza abbandonarle mai del tutto, scegliendo che cosa portare nel nostro futuro e che cosa lasciare, spesso gettando via insegnamenti e valori ma preservando gli affetti, perché la vita non continua conservando storie identiche a se stesse, ma mutando, traducendo per l’oggi linguaggi e sistemi, tagliando e ricucendo, riciclando gli avanzi e gli scarti e mettendo in soffitta qualche statua polverosa e ridondante.

Troppo spesso persistono nel linguaggio con il quale ci si rivolge ai giovani, ragazzi e ragazze indistintamente, immagini apparentemente positive di forza e coraggio che rimandano in realtà a quell’area semanticamente ambigua che circoscrive il mito dell’eroe.

Il nostro è un tempo che non ha bisogno di eroi ma semmai di “virtù quotidiane” e la cura di sé, dell’altro e del piccolo spazio che ci è affidato può diventare anche la cifra di un rapporto tra le generazioni che non cancella età e storie, ma trova modi inediti per uno scambio dei ruoli, un ascolto dei bisogni, una condivisione pattuita delle azioni. (Tzvetan Todorov Di fronte all’estremo Garzanti 1992; Lidia Menapace Economia politica della differenza sessuale Felina 1987)

Nella scena da cui siamo partite non ci sono solo due donne che si guardano ma un microcosmo in cui si riflette come in uno specchio d’acqua, tutto il mondo circostante ed altro ancora.

 

Rosangela Pesenti