Rosangela Pesenti

  

Violenza sulle donne

Pedofilia e Violenza

Il termine, pedofilia, ha goduto di una recente notorietà nei titoli di cronaca riguardanti il rapimento e l’abuso sessuale di minori.

La cosiddetta pubblica opinione, espressa da giornali e telegiornali, si è debitamente indignata e, come spesso avviene, ha scaricato molti dei propri turbamenti appassionandosi al risvolto giuridico della vicenda con inevitabile discussione sulla pena da infliggere, nei suoi aspetti concreti e simbolici.

Qualche coscienza più avvertita si è avventurata sulla strada dei “perché”, interrogandosi sulla natura e l’origine di un fenomeno che il vocabolario definisce sinteticamente come “perversione sessuale caratterizzata da attrazione erotica verso i fanciulli indipendentemente dal loro sesso”, alla ricerca di un inghippo nelle storie individuali abbastanza visibile da poter essere generalizzato ma anche sufficientemente circoscritto da poter descrivere una sorta di tipologia  e prefigurare un intervento preventivo, anche se a lunga scadenza.

Così l’assenza del padre o della madre, o di entrambi, ancora una volta circoscrive il fenomeno a storie familiari “altre” in cui, anche se talvolta non visibile, esiste certamente quella originaria anomalia che, per contrasto, ci rassicura, più che sulla possibilità dell’intervento, sulla nostra tranquillità.

Ho la sensazione invece che prima di tutto sia riduttivo rubricare il fenomeno nell’ambito di una perversione individuale e che forse converrebbe elencare con un certo rigore tutti gli abusi e le violenze nei confronti dei minori e ricordarle costantemente: il quadro d’orrore quotidiano ci costringerebbe a guardare con occhi più sgombri la realtà e può darsi che le anomalie comincerebbero a rivelarsi come parte integrante del tessuto fitto che intrecciano le nostre relazioni sociali, affettive, economiche, potremmo perfino scoprire che valori superficialmente condivisi possono segnalare, nella loro pratica quotidiana, inquietanti risvolti.

Non sono argomenti sui quali sia facile dire una parola sicura, anzi, mi sembra di annaspare come tutti di fronte ad una realtà che vorrei poter escludere dal mio orizzonte di senso ma temo che il silenzio possa colludere con l’indignazione moralistica che delegando l’argomento agli “addetti ai lavori” acquieta la propria coscienza chiamandosi fuori da qualsiasi impegno e riflessione.

La stessa indignazione di rito che poi si traduce in quell’invisibile cordone sanitario che isola le piccole vittime e i loro persecutori rendendoli inesistenti perfino quando siamo costretti a inciampare nella loro storia, cresciuta magari mostruosamente proprio a ridosso della nostra tranquillità.

I fatti in sé sono fin troppo noti: bambini adescati da adulti e poi violentati e uccisi, intere organizzazioni criminali che contano sulla condizione miserabile in cui versano moltitudini di minori per il loro turpe mercato, inadempienza o addirittura complicità delle autorità.

Uno scenario noto che torna però sullo sfondo non appena si placa il clamore del “caso” come se il dato quantitativo fosse irrilevante ai fini della comprensione del fenomeno e fosse poco significativo soprattutto quando riguarda la vita di popolazioni che traduciamo volentieri in numeri e stereotipi.

Comincerei perciò a mettere il “dato”, già di per sé macroscopico, sotto la lente d’ingrandimento: è immediatamente evidente che le vittime sono prevalentemente bambine, anche se non solo bambine, e i persecutori sono prevalentemente uomini anche se con ampie complicità delle donne.

In causa però non è la semplice relazione tra i due sessi (se mai si possa definire semplice), pur nell’asimmetria delle età coinvolte, ma l’intera struttura sociale che su quella relazione si fonda a partire dalla complessità dei legami e delle funzioni che si incrociano in quel sistema famiglia di cui ognuno, bene o male, ha esperienza.

Sul rapporto che intercorre tra la condivisione biologica della riproduzione della specie, la sua cura e la distribuzione delle risorse finalizzate alla sua crescita, si apre oggi uno squarcio di cui conosciamo l’ampiezza oltre che dalle immagini anche dalle fredde cifre del mercato e che investe profondamente le responsabilità dei singoli nella radice stessa della propria identità per la quale essere uomini o donne non può risultare mai irrilevante.

Nei giochi amari del potere, nell’accaparramento avido di risorse il sesso maschile è ancora protagonista  e la sparuta presenza femminile si produce talvolta in poco esaltanti imitazioni anche se in una piccola porzione del pianeta, che gode di molti privilegi, una qualche maggiore equità comincia ad essere raggiunta magari anche solo nei rapporti interpersonali e nelle opportunità dichiarate.

Non è per chiamarmi fuori come donna però che chiedo conto agli uomini di queste vicende e certo non intendo rivolgermi agli uomini persecutori, assassini, stupratori, che il giudizio collettivo pone già fuori dalla comunità affidandoli alle sanzioni della legge, chiedo conto (o almeno dialogo, risposta, riflessione) agli amici, compagni di strada, colleghi, perché certo conoscono, e molto meglio di me, le identità, i percorsi, i sentimenti che legano con fili fitti e nodi ancora stretti i comportamenti dei persecutori di bambine e bambini a quelli più quotidiani e apparentemente innocui che esaltano, e in modo nemmeno tanto simbolico, la sopraffazione, il mito del più forte, la virilità come durezza, scontrosità, villania, sfruttamento.

C’è un’età in cui devi essere considerato una vittima anche se sei un persecutore e in cui possono crescere le radici per la produzione di comportamenti persecutori proprio in una vittima: sta lì il dramma dell’essere bambini, esposti a tutte le sollecitazioni adulte, spugne che assorbono e amplificano i nostri modelli appropriandosi delle nostre violenze o subendole prima di aver avuto accesso alle condizioni per scegliere.

Incerti sulla propria identità, alla quale finalmente quella delle donne propone un terreno di confronto e una misura “alla pari”, molti uomini si rifugiano in un territorio arcaico dove l’unica misura è quella del proprio desiderio infantilmente incapace di esprimersi se non attraverso l’asservimento sessuale di una bambina che faccia da specchio disperato ad un’altrettanto disperata potenza, ossimoro aberrante con cui si maschera l’impotenza.

Svelata la radice prettamente economica del “buon padre di famiglia”, il cui ordine si fonda sul possesso dei figli e dei beni, il sentimento della paternità si rivela inconsistente, vuoto di una qualsiasi relazione educativa, spesso irresponsabile perfino nella mitezza affettuosa, nel migliore dei casi ricerca più o meno solitaria di una strada ignara delle proprie origini.

In quale cultura affonda l’identità dei cosiddetti viaggiatori del sesso? Dove vivono, chi sono le loro mogli, figli, amici, parenti, vicini di casa?

Non mi interessano i loro pensieri o sentimenti più profondi che lascio volentieri alla psicanalisi, mi interessa invece il tessuto discorsivo quotidiano nel quale trova legittimazione il loro agire.

E mi preoccupa quel disagio che si chiama bullismo, così diffuso tra i ragazzini, portatori inconsapevoli di un’eredità che lascia i suoi segni prima che possano riconoscerla come tale.

Per questo chiedo conto ad uomini sensibili, perché so che conoscono, nelle sue pieghe più nascoste, il significato reale e simbolico della sopraffazione attraverso la forza bruta o il sentimento anche sottile della propria superiorità gerarchica nella scala dell’umano in tutta la gamma delle sue espressioni fino al sostegno complice delle stesse donne, chiedo conto perché sono convinta che questo modello non appartiene al sesso maschile per destino biologico ma per storia culturale.

Non so se siano minori le responsabilità delle donne, certo diverse e di diverso peso proprio per quel retaggio culturale che collocandole per secoli nella irresponsabilità sociale e politica costringendole alla minorità anche in età adulta, ne ha ridotto la capacità di produrre discorsi di efficacia sociale e politica appunto, confinandole nella cura della specie o addirittura nella sua salvaguardia difensiva.

Le donne sono colpevoli di subalternità quando chiudono gli occhi sulla realtà coniugale per amore del “quieto vivere”, quando si rifiutano di vedere nei figli gli uomini violenti che sono o possono diventare, quando obbediscono alle mode  agghindando bambini e bambine secondo gli stereotipi che li riducono ad ammiccanti bamboline e bulletti sfrontati e muscolosi.

Ma cos’è la subalternità delle donne se non l’insieme delle virtù alle quali per secoli sono state educate? Tacere, subire senza ribellarsi per “amore” dei figli, non occuparsi di politica, accettare di fornire un corpo adattato a puro significante per i significati della fantasia maschile...

Segnate dalla fatica di un accudimento che non dispone mai delle risorse adeguate, a cominciare da quelle di tempo e di spazio, per vivere quel complesso gioco di vicinanze e distanze tanto importante nella costruzione di una relazione educativa che coniughi autonomia e affetto, responsabilità e senso del limite, le donne fanno fatica ad uscire da quel recinto della cura che confina ancora nel privato ogni responsabilità che riguardi i minori e non riescono ad elaborare con forza quelle richieste di mutamento sociale che garantiscano davvero un futuro ai bambini e alle bambine che non li discrimini già alla nascita per appartenenze familiari, sociali, territoriali.

Gli uomini non sembrano andare oltre un ingresso sperimentale nel mondo sconosciuto della paternità scoprendone il fascino relazionale ma purtroppo imitando del materno anche la reclusione privatistica così facilmente riconducibile alla storia del possesso più che a quella degli affetti: il mio bambino, la mia casa, la mia famiglia...

Se nella traduzione quotidiana dei termini politici delle richieste delle donne ritengo che la forma dell’ironia consenta l’uscita dalle complicità, senza cadere nel rischio di separazioni inutili e irrimediabili, sulle condizioni di bambini e bambine mi manca la serenità per lunghe attese.

Siamo accomunati, uomini e donne, dalla mancanza di un modello genitoriale connaturato all’età adulta e non semplicemente alle condizioni biologiche e anagrafiche di genitori.

Sento l’urgenza, non di una forma precostituita a cui adeguare i comportamenti individuali di padri e madri ma, al contrario, di una rappresentazione sociale della collettività adulta nel rapporto con i minori, dentro la quale vivere creativamente quelle modalità di relazione che attengono all’individualità di ognuno, un territorio sociale accogliente che consenta di sciogliere paternità e maternità dai vincoli più pesanti del ruolo per restituirli a quell’avventura del vivere che trova riconoscimento e reciprocità nei sentimenti di figli e figlie.

Se l’essere genitori è condizione individuale legata all’esperienza della nascita e crescita di figli e figlie dovremmo forse cominciare a pensare che la genitorialità debba diventare un’attitudine gratificata, un’abitudine coltivata, un modo di crescere, una caratteristica imprescindibile dell’essere adulti e adulte, che implichi per ognuno, indipendentemente dalle scelte di vita, la propria quota di responsabilità nei confronti di bambini e bambine, che hanno diritto ad essere accolti in un mondo e non solo in una casa.

Viviamo analoghi sentimenti di inadeguatezza ma abbiamo una storia diversa alle spalle, dalla propria il genere femminile si porta in dote un patrimonio di saperi utili ai bisogni dell’oggi, una cultura del potere come responsabilità che sa guardare al passato e al futuro, della responsabilità come coscienza del limite, del limite come risorsa per governare il tempo e il mutamento.

Non ci sediamo in cattedra per questo, la difficoltà dei tempi già ricordata forse chiede che proprio le cattedre siano lasciate vuote e si cerchi di costruire, per approssimazioni condivise, una qualche pratica che ci aiuti a vivere l’oggi, sapendo che non ci appartiene del tutto perchè per fortuna crescono accanto a noi i nostri piccoli abitanti del futuro.

Anche tutto questo discorso è approssimato, e per difetto, come ogni storia umana  che proprio nel suo limite trova la possibilità e l’occasione per il dialogo.