Rosangela Pesenti

Antigone tra le guerre

Non sono un’esperta di teatro, la mia quindi non sarà una lezione, ma una conversazione sul tema: avete ascoltato su Antigone molti discorsi colti, la mia sarà una conversazione incolta, il racconto di una “prossimità” fisica più che un discorso argomentato.

Antigone è una donna raccontata da un uomo e nel corso dei secoli da molti uomini, una figura quindi di grande fascino posta ai primordi della nostra civiltà, alla soglia della città, custode del passaggio alla polis e dei rischi connessi a questo passaggio.

In questo lungo racconto, che si snoda per alcuni secoli, Antigone è soprattutto il suo gesto, un corpo diventato puro significante per molteplici interpretazioni, una giovane donna diventata simulacro, contenitore, segno di molti nobili significati.

Io vorrei avvicinarmi a questa giovane donna, restare corpo a corpo con lei accantonando le molte passioni che hanno accompagnato il suo gesto e rimosso la sua “realtà fisica”.

Nel suo gesto il corpo di donna è stato di volta in volta enfatizzato per sottolineare una differenza tra i sessi che sconfina con lo stereotipo o, al contrario, accantonato, per fare di lei il simbolo puro della lotta all’oppressione.

Nella storia l’azione è mossa da Creonte, Antigone si esprime attraverso il gesto con il quale si prende cura della morte esprimendo insieme l’affetto fraterno, la solidarietà tra pari e l’autonomia della scelta individuale. Alla fine Creonte entra in crisi ma ancora una volta chi discuterà e agirà il futuro non sarà Antigone che non può sopravvivere alla sua scelta.

Lei quindi resta poco più di un tramite, per parole, gesti, passioni che agiscono oltre la sua vita e oltre la sua morte, figura innalzata a simbolo ma anche pietrificata e resa inoperante.

Quando mi è stato chiesto di parlare di “Antigone tra le guerre” ho interpretato il titolo non come storia della rappresentazione del testo di Antigone tra le due guerre mondiali, ma interrogandomi su chi è Antigone in mezzo alle tante guerre del ‘900 che ognuno di noi si porta, in parte come eredità e in parte come vissuto.

Quale Antigone mi accompagna tra le macerie che le guerre del ‘900 hanno disseminato nelle nostre città? Non un simulacro, non una fanciulla che muore prima di godere e patire per intero la propria scelta, non una ragazzina sottomessa al destino, immobilizzata per sempre in un gesto.

Così come non esiste la donna, immagine stereotipata che immobilizza e scarnifica la molteplicità delle storie, non esiste la guerra come astratto male della civiltà, condanna della specie, ma esistono le guerre e il moltiplicarsi delle sofferenze che, pur definite con un unico nome, sono infinite nel diversificarsi e accomunarsi delle tragedie individuali.

Per attraversare il ‘900 e le sue guerre, alcune delle guerre, ho scelto l’Antigone di Maria Zambrano, una ragazza viva, che parla dalla sua tomba e ci interroga.

Nel ‘900 le donne hanno cercato di riappropriarsi del proprio corpo, di superare quella scissione tra il corpo e la parola che le ha consegnate da sempre, mute, ai significati stabiliti dagli uomini e ha ridotto la loro voce al grido, al lamento, alla moina.

Maria Zambrano, filosofa, sa che non si esce dal silenzio ignorando il corpo e la rete di significati nei quali è rimasto intrappolato, sa che la parola è prima di tutto voce, legame tra il dentro e il fuori, deposito dei pensieri e sostegno di ogni possibile comunicazione.

La tomba di Antigone” rivela ciò che è rimasto celato alla vista degli uomini nella storia nota. Maria Zambrano riprende infatti la figlia di Edipo là dove Sofocle l’abbandona […] Non tanto all’Antigone ‘canonica’ o ‘canonizzata’, l’eroina fissata nella luce del suo gesto, che tiene testa a Creonte, su di lui moralmente vittoriosa nella morte, volge quindi il suo sguardo d’amore Zambrano, bensì all’ombra di Antigone. La ragazza Antigone: dolente, senza terra, abbandonata, sola ‘nel silenzio e nell’assenza degli dei’, condannata a non essere, nella zona di nessuno fra vivi e morti; ma che proprio nel momento in cui entra nella tomba si vede per la prima volta”[1]

Nel racconto di Zambrano Antigone non è un monumento a se stessa, ma una ragazza, fragile, incompiuta, la cui storia è scritta prima che lei possa comprenderla perché è la storia del padre e della madre da cui è nata, la storia condivisa con i fratelli e la sorella come accade ad ognuno di noi che viene messo al mondo e non in un’idea di mondo astratta, ma in un pezzetto di mondo concreto, un recinto di spazio-tempo che non sappiamo se potremo oltrepassare.

Zambrano lo annuncia già nel prologo “Antigone, in verità, non si suicidò nella sua tomba, come Sofocle, incorrendo in un inevitabile errore, ci racconta. E come poteva, Antigone, darsi la morte, lei che non aveva mai disposto della sua vita?”[2]

Antigone quindi non vuole morire, non può morire e lo grida alla sorella Ismene, una delle ombre con cui si incontra nel sogno “Il tempo può esaurirsi e il sangue non scorrere più, se però sangue c’è stato ed è scorso la storia continua a trattenere il tempo, ad aggrovigliarlo, a condannarlo. A condannarlo. Per questo non muoio, non posso morire, finché non mi si dia la ragione di questo sangue e la storia non esca di scena, lasciando vivere la vita. Solo vivendo si può morire.”[3]

Maria Zambrano non restituisce solo nuove parole ad Antigone ma le restituisce la voce, e non a caso Antigone parla dalla tomba. In questo caso la tomba è il luogo che cela il corpo, lo sottrae ai significati socialmente codificati e sottraendo il corpo al nostro sguardo siamo finalmente costretti ad ascoltarne la voce. Non è più quindi il corpo muto di Antigone a condannare la città ma la sua voce ad interrogarla.

Quali sono gli interrogativi di Antigone e le sue risposte, le riflessioni, le scoperte che ci svelano ciò che non volevamo vedere?

Antigone di Maria Zambrano ora diventa per me solo un pre-testo, un punto di partenza per attraversare le guerre del ‘900 e anch’io come Antigone voglio riattraversare il tempo che precede la mia nascita perché lì ci sono corpi e parole da ritrovare per comprendere l’oggi, le guerre che ancora incrociano le nostre strade e alle quali non sappiamo prestare ascolto.

La guerra non è la barbarie che irrompe nella civiltà ma ne è l’esito e la salvezza sta in un’altra idea di civiltà: la storia “patria”, la storia dei padri, è intrisa di retorica della pace e atti di guerra, per questo siamo tutti esuli.

Non sempre, del resto,  i padri sanno, spesso credono di sapere e sono gli occhi nuovi dei figli a vedere con chiarezza, perché vivono a ridosso del futuro: Antigone vede con chiarezza ciò che Edipo non riesce a capire, lui che ha risposto all’enigma della Sfinge eppure è precipitato nella tragedia.

Dove sta l’errore nella risposta di Edipo che tutti riconosciamo come giusta?

La verità e l’errore che si sovrappongono nella risposta di Edipo non determinano solo il suo destino, ma sono ancora operanti nel nostro, radice profonda del nostro pensiero, della filosofia su cui si fonda la nostra polis.

Scrive Rosella Prezzo, commentando un’altra opera di Maria Zambrano, Chiari del bosco: “Rimane così accecato il pensiero nella luce del suo sapere, come Edipo. Edipo che di fronte all’enigma della Sfinge, che è il suo stesso enigma, risponde sapientemente, ma senza rendersi conto che la sua risposta giusta e vera (‘l’uomo’) non gli serviva a nulla, ‘perché il suo sapere valeva solo per qualcosa di generale’, ‘quando il punto era conoscersi lui, lui stesso, nel nascosto del suo essere’. ‘Perché l’uomo è un essere nascosto in se stesso, e perciò votato e obbligato ad essere se stesso’. Se Edipo guadagna una scienza, perde un sapere e la possibilità di vedere.”[4]

E’ drammatico il colloquio tra Edipo e Antigone perché lei è figlia della sua cecità su se stesso, del suo sapere universale che ha censurato le origini, che ha rimosso la madre. Nell’incontro lui non è più il giovane eroe che ha salvato la città di Tebe, ma un uomo smarrito dal suo stesso sapere e lei non è l’eroina immolata alle colpe della città, ma la figlia che rivendica il diritto a vivere per se stessa e non come compimento della storia che la precede.

“Figlia, io sono, dell’errore. A tu per tu con me stessa, sto qui sotto il peso del cielo e senza terra. Fino a quando? Non posso vivere senza vita, non posso morire senza morte. Come mi generasti, dimmi, visto che sei venuto qui? Tu non sai chi sono, no, non lo sai.”[5]

La vita non chiede eroi. L’eroe è la nostra salvezza e la nostra condanna. Per questo Antigone non vuole essere un’eroina, non offre il suo corpo per la salvezza della città, ma continua a parlare, ad incalzarci con le sue domande, chiede “i conti della storia” si espone nella fragilità della sua persona ferita, nell’ansia delle sue domande reali e ineludibili.

“La morte ha per l’eroismo un valore superiore alla vita. Solo la morte – la propria come quella degli altri – permette di raggiungere l’assoluto: sacrificando la vita si dimostra di preferire il proprio ideale. […] Perdere la vita significa concentrare tutto il proprio coraggio in un unico gesto. Quanto alla vita, essa può esigere il coraggio di ogni giorno, di ogni istante; può essere anch’essa un sacrificio, ma senza niente di esaltante: se devo sacrificare tempo e forze, sono ben costretto a rimanere vivo. In questo senso vivere diventa più difficile che morire. […]

Il mondo degli eroi, ed è forse questo il suo punto debole, è un mondo unidimensionale, che comporta solo due termini opposti: noi e loro, amico e nemico, coraggio e viltà, eroe e traditore, nero e bianco. Un sistema di referenti che si addice a una situazione orientata verso la morte, non verso la vita. […] In tal senso i valori della vita non sono assoluti: la vita è diversa, ogni situazione è eterogenea. Le scelte che si fanno sono quindi il risultato non di concessioni o di vili compromessi, ma della considerazione di tale molteplicità.” [6]

Il quotidiano, quello spazio-tempo che si gioca interamente nella “contingenza”, appartiene da sempre alle donne. Relegate nel quotidiano, nella consuetudine dei gesti che si esauriscono nel loro svolgersi, le donne conoscono la necessità vitale e quindi il valore di ciò che muta, delle cose che si consumano per vivere, cibo, abiti, oggetti ma anche, gesti, sentimenti. Nel quotidiano si vive il mutamento come percorso, l’evento non è la data memorabile che illumina l’opacità della storia, ma il compimento della gestazione e l’annuncio del futuro, responsabilità che chiede accudimento e non medaglia di cui gloriarsi.

Il tempo del quotidiano non è l’eternità, ma il disegno che si snoda tra nascita e morte. La memoria in questo senso è anche lo scandaglio che ci consente di comprendere l’origine della nostra stessa vita, radar acceso per intercettare le parole dei morti, l’immagine remota che ci parla anche di noi, oggi, perché conserva una qualche nostra radice.

Il ‘900 vede dispiegarsi quella cittadinanza delle donne che non si esprime solo attraverso la richiesta della parità dei diritti ma ponendo interrogativi sempre più radicali sul fondamento stesso della cittadinanza, sul senso del patto sociale, l’origine della polis e della civiltà.

Chiedendo l’accesso ai diritti di cittadinanza, le donne, non chiedono parità (del resto trasformata nella più complessa richiesta di pari opportunità) ma mettono in discussione il significato stesso dei termini su cui si è costruita la possibilità di comunicare, di condividere il patto che sostiene la cittadinanza. Tra una guerra e l’altra Antigone non si accascia nel pianto ma tesse i propri interrogativi, non si limita a ri-mediare le situazioni, ricomporre la vita, riempire con le nascite i vuoti lasciati dalle morti, ricucire in silenzio le lacerazioni, ma chiede conto delle regioni oscure di un’intera cultura che non ha previsto la sua parola.

Antigone non tace ma interroga, dalla tomba in cui è stata rinchiusa, la sua città in rovina. Accanto a lei molte sono le donne che hanno legato alla trama della nostra storia più recente i loro pressanti interrogativi, in questo senso mi sembra giusto lasciare la sua storia per riportare alla memoria nomi e volti che ormai, come lei, ci parlano dalla tomba.

Allo scoppio della prima guerra mondiale il mito dell’eroe seduce l’immaginario maschile: molti giovani partono volontari e poche sono le voci che si levano contro la guerra.

Kathe Kollwitz, la grande artista tedesca, non riesce a fermare suo figlio che si arruola come volontario e non tornerà. Il figlio è incalzante, chiede alla madre di aiutarlo a convincere il padre e la madre cede. Così scrive nel suo diario: “Io mi alzo, Peter mi segue, ci fermiamo sulla porta e ci abbracciamo e ci baciamo e io prego Karl per Peter. Quest’unica ora. Questo sacrificio a cui lui mi ha trascinata e a cui noi abbiamo trascinato Karl. (…) La sera io e Karl soli. Piangere, piangere, piangere.” [7]

Ma non si può accettare l’assassinio, a nessun titolo, un corpo che porta dentro di sé la potenzialità della nascita, un corpo che conosce il travaglio del mettere al mondo sa che il nascere ci pone nella possibilità della morte, ma la morte è il termine della vita non può esserne il fine.

Nelle pagine del diario di Kate Kollowitz è presente lo strazio privato della madre, ma anche la riflessione su una storia insensata in cui la morte e l’assassinio vengono rivestiti di nobili finalità: “Ciò che noi abbiamo vissuto in Germania, diventare migliori a causa della guerra, lo prova certamente anche ogni altra nazione belligerante. Ma come si può conciliare il fatto che da una parte si migliora eticamente, e insieme cresce l’odio, la menzogna, ossia l’ostilità contro tutti i non-tedeschi? E’ come quando l’amore esiste solo all’interno di una famiglia, e verso l’esterno si chiudono tutte le porte. Ha ancora valore?” [8]

Nel dramma di Antigone la madre è assente, figura passiva, grembo che genera e lascia i figli al possesso del padre, al destino assegnato dalla polis in cui gli spazi e i ruoli sono rigorosamente delimitati.

Antigone è nell’età in cui si pensa che varcare la soglia del mondo adulto non significhi imboccare un tunnel stretto e preordinato, ma assumere il coraggio del pellegrino che impara dai propri passi. Antigone sceglie: che siano le ragioni del cuore o il sentire della ragione interroga i suoi pensieri più profondi prima delle leggi della città. Non ci stupisce che il re la condanni, non mi stupisce che la storia ci racconti da alcuni secoli gli stessi eventi. Per quanti secoli le madri condannate al silenzio hanno generato vittime sacrificali?

Kathe Kollowitz non smetterà di parlare e lavorare contro la guerra, come una Cassandra ignorata vedrà il pericolo nazista fin dall’inizio e non si stancherà di lanciare appelli a favore della pace.

Nella tomba immaginata da Maria Zambrano Antigone incontra anche l’ombra della madre e le parla: ”Se una volta saputo tutto anche tu, ci avessi chiamati figli, figli miei, la viscida fune della morte non ti si sarebbe attorcigliata intorno al collo” [9]

L’assenza della madre diventa complicità silenziosa, lascia il posto al rumore della violenza, alla tragedia che toglie il futuro ai figli.

Nel corso del ‘900 guerra dopo guerra sempre più donne hanno preso la parola, sono diventate protagoniste della propria vita ed ora cominciano a porre la propria storia nella piazza della città per la quale dobbiamo riscrivere il patto fondativo.

Sono molte le donne che dobbiamo saper ascoltare, tra queste alcune hanno attraversato l’orrore della Shoah e sono sopravvissute.

Dov’era Antigone dietro i cancelli di Auschwitz?

Cordelia Edwardson entra ad Auschwitz a quattordici anni per quella metà ebrea ereditata da un padre naturale che non ha mai conosciuto.

La madre, la ragazza-madre, non riesce a salvarla e la figlia lo sa prima ancora che l’evidenza dei fatti distrugga ogni illusione.

Lo sa con certezza la sera in cui si festeggia la sua salvezza, affidata al nuovo passaporto spagnolo, e guarda rapita la bellezza della madre che gode della nuova illusione: ”C’era come un alone luminoso intorno ai suoi capelli neri e alla sua bocca rossa, e lo sfolgorio delle candele accese si rispecchiava nei calici da vino verdi e nel vino dorato. Era così bello da far male. La ragazza voleva piangere perché dentro di sé sentiva che quella era una festa di congedo, non di riunificazione come credeva la madre. Sapeva di aver ricevuto in prestito e per grazia un breve spazio di tempo, Proserpina era soltanto in visita fra i vivi, presto sarebbe scoccata l’ora, l’ora dei lupi fra la notte e l’aurora, l’ora degli autocarri grigi, e lei avrebbe fatto ritorno fra le ombre degli inferi. Fu in quella sera luminosa di festa che la ragazza disse addio a tutto ciò che amava. Ma qualcosa l’avrebbe portato con sé. Il filo di Arianna che la madre le aveva dato, il filo della fiaba, del mito e della poesia, sottile come seta, e, si diceva, più forte della morte.” [10]

La legge quindi conduce la ragazza al regno dei morti nell’indifferenza della città, e lì nella meticolosa organizzazione dell’orrore ogni uomo è Creonte, carnefice ottuso e insieme vittima connivente: “L’uniforme gli pende addosso come se appartenesse a qualcun altro. Maneggia il fucile goffamente, di certo è più abituato al forcone da fieno o al martinetto. E’ uno di quelli richiamati sotto le armi quando la guerra era già perduta; un perdente.

Sta di guardia seduto accanto alla porta del carro merci, più come un simbolo che per necessità. Nessuna di quelle donne ha più la forza e neppure la voglia di pensare alla fuga. E dove potrebbero mai fuggire? Per lo più l’uomo siede immerso nella sua stessa impotenza, è lui che le sorveglia o sono loro a tenerlo prigioniero?” [11]

E ancora una volta la salvezza è solo fuori dalla legge.

“Quel giorno la ragazza ricevette da Anna un pezzo di pane e un ritaglio di flanella a quadrettini che poteva essere usato come sciarpa. La ragazza rimase a lungo davanti al pezzo di specchio macchiato delle latrine a carezzare e accomodare la morbida stoffa; Anna aveva detto che quelle sfumature blu scuro s’intonavano ai suoi occhi.

Naturalmente qualsiasi contatto tra prigionieri e lavoratori civili era proibito e punito con la pena di morte, ma Anna non aveva paura; era prudente e accorta ma non aveva paura. ‘Che vadano a …’ diceva con una risata arrogante. (…) Per un certo tempo l’immagine ridente di Anna, il suo profumo di mughetto e la morbida flanella intorno al collo non l’abbandonarono.”[12]

Anna, la prostituta polacca, con i suoi gesti semplici, diventa la fata potente che trattiene la ragazza alla vita, uno sguardo affettuoso e Cordelia ricomincia a lottare contro la morte; non un eroismo solenne ma il coraggio scanzonato di essere se stessa anche nella quotidianità atroce del lager conserva un barlume di umanità al quale Cordelia si può aggrappare.

Così la ragazza tornerà alla vita per testimoniare, perché sa di non poter mai essere complice degli assassini.

Anche Antigone, dopo l’incontro con Creonte, sa che la porta è aperta ma non può diventare complice di una città che vuole dimenticare: la smemoratezza è una prigione ben più soffocante della tomba.

“…quella porta della mia condanna rimarrà come loro l’hanno lasciata. Poiché non è la condanna, è la legge che la genera, ciò che la mia anima rifiuta”. [13]

E l’ultima parola resta, come una sentenza, quella di uno dei due sconosciuti che si contendono le sue spoglie: “Era vostra e l’avete lasciata sola. Quasi nessuno l’ha seguita sin qui quando si lamentava a voce alta, quando supplicava. E prima, quando partì, bambina sola che faceva da guida a suo padre, il più sventurato degli uomini: li lasciaste andar via pensando che vi bastasse questo per essere felici, e che la città sarebbe rimasta libera da colpa.

Allora, nella disgrazia, era vostra, come vostro era suo padre nella colpa. Ma voi siete fatti così: scacciate l’innocente quando cade, e poi vi disputate la sua tomba.”[14]

Qual è il male che corrode la città, incrina il nostro con-vivere, oscura gli sguardi, ammutolisce le voci, qual è il morbo che svuota le strade e ci costringe nella prigione della nostra stanza, migliaia di disperate solitudini addossate le une alle altre nei condomini angusti dei nostri quartieri come nelle atroci cuccette del lager?

Tra le molte risposte ci appartiene, per storia comune, quella di Christa Wolf, dalla Berlino dell’89, una città che tutti, in Europa, abbiamo abitato.

La condanna è il sospetto generato dalla mediocrità e dall’ipocrisia ma non possiamo arrenderci alla complicità, come Christa, non possiamo tacere.

“Attraversai tutte le stanze e spensi tutte le luci, finché restò accesa solo la lampada sulla scrivania. Stavolta mi avevano quasi avuta in pugno. Stavolta, che l’abbiano fatto apposta oppure no, hanno colpito nel punto giusto. Quello che un giorno, nella mia nuova vita, avrei nominato. Un giorno, pensai, riuscirò a parlare, con totale facilità e libertà. E’ ancora troppo presto, ma non sempre è troppo presto. Non dovevo semplicemente sedermi a quel tavolo, sotto quella lampada, sistemare la carta, prendere la penna e incominciare. Che cosa resta. Che cosa c’è al fondo della mia città, e che cosa la manda a fondo. Che non c’è maggior sventura del non vivere. E che alla fine non c’è disperazione maggiore del non aver vissuto.” [15]

 

 

 

1 - “La scrittura del pensiero in Maria Zambrano” di Rosella Prezzo in Maria Zambrano La tomba di Antigone La Tartaruga edizioni, Milano 1995 p.20.

2 - La tomba di Antigone cit. p. 43

3 - La tomba di Antigone cit. p. 79

4 - Rosella Prezzo cit. p. 18

5 - La tomba di Antigone cit. p. 81

6 - Tzvetan Todorov Di fronte all’estremo Garzanti                 p. 17-18

7 - Kathe Kollwitz      Catalogo a cura di Mario Matasci, Enrico De Pascale, Marcella Snider;

Mostra organizzata dall’Assessorato alla cultura della Provincia di Bergamo  1993

8 - Kathe Kollwitz cit. p. 149

9 - La tomba di Antigone cit. p. 92

10 - Cordelia Edwardson La principessa delle ombre Giunti Astrea  Firenze 1992  p.73

11 - La principessa delle ombre cit. p. 40

12 - La principessa delle ombre cit. p. 20

13 - La tomba di Antigone cit. p. 117

14 - La tomba di Antigone cit. p. 125

15 – Christa Wolf Che cosa resta Edizioni E/O  Roma 1991 p. 105

 

 


ESPERIENZE FEMMINILI E ANIMAZIONE DEL TERRITORIO

15 MARZO 1997

 

OPERATRICI CULTURALI NELLA SCUOLA E SUL TERRITORIO

 

Non è semplice parlare di “operatrici culturali nella scuola e sul territorio”, perché si tratta di una definizione nuova per realtà femminili che non si sono mai riconosciute in questi termini.

Nei mestieri e nelle attività le donne si sono sempre collocate col nome proprio del mestiere e dell’attività stessa, mentre il titolo fa riferimento ad una consapevolezza politica del proprio operare che accomuna culture femminili anche diverse trovando una cifra comune.

Per molti anni io mi sono occupata di problemi femminili, o meglio, mi sono occupata anche di problemi ma certamente non sono stati il centro del mio interesse e non rappresentano la chiave di lettura per il mio costante interesse per la parte femminile della specie umana.

Sono cresciuta nel movimento delle donne e resto certamente una femminista non pentita nel senso che appartengo al mutamento avvenuto in questi anni nel movimento stesso, ma considero il nostro passato recente e meno recente un patrimonio ineludibile.

Mi sono occupata però prevalentemente delle culture delle donne a partire da alcune domande che ritengo significative dal punto di vista storico, ma che lo sono state prima di tutto per la mia storia personale, domande che hanno rappresentato una bussola per camminare la mia vita.

Quando ero piccola e giovane la subalternità delle donne era ancora un dato diffuso, non solo nella mentalità ma anche in alcuni aspetti della legislazione.

Quali sono gli elementi della subalternità delle donne? E quali sono gli elementi della complicità dentro la subalternità? E quali sono le risorse che nella subalternità hanno comunque consentito alle donne di esprimere le proprie capacità? E come sono riuscite ad elaborare comunque un tessuto culturale della sopravvivenza che ha rappresentato una risorsa per l’intera specie? Per esempio abbiamo visto tutti che in presenza di una calamità, terremoto o guerra, la più stupida delle casalinghe è in grado di organizzare una minima sopravvivenza con risorse scarse mentre i grandi eserciti brancolano nel buio.

Definire però la cultura delle donne non è semplice perché non ha quelle caratteristiche di strutturazione con cui si presenta la cultura maschile, ma il discorso si farebbe lungo e non vorrei banalizzarlo in una dicotomia che mortifica la realtà.

Preferisco fare il punto su alcuni elementi, magari piccoli, su cui ha riflettuto il movimento delle donne che tendono ad essere dimenticati forse proprio perché non si propongono in forma solenne.

I valori ad esempio. Si parla tanto di crisi dei valori: nel movimento delle donne non abbiamo mai definito dei valori comuni, nel senso tradizionale del termine, ma abbiamo discusso molto delle pratiche.

Le pratiche sono meno solenni dei valori, appartengono al tessuto relazionale quotidiano, ma consentono un confronto sulla concretezza della vita e questo è certamente più utile.

La cultura, nella forma con cui ci è stata presentata, a scuola e dai libri che abbiamo scoperto da soli, ha un grande fascino e io credo di essere stata affascinata a lungo dalle parole degli uomini, parole con le quali mi identificavo, che mi consentivano di leggere la mia vita.

Poi ad un certo punto ho cominciato a sentirmi a disagio, in quelle parole la mia vita di donna entrava solo con qualche forzatura, una parte di me era muta e allora ho capito che in questa cultura c’erano delle trappole per me, per la mia personalità, per la mia crescita.

Una cultura che parlava in modo universale ma nel tessuto della lingua, nella struttura delle metafore, nell’esemplificazione delle esperienze era la storia di un solo genere e il silenzio dell’altro.

La prima trappola era nella parola ‘persona’ che mi viene sempre riproposta quando comincio a parlare di ‘donne e uomini’. Mi si chiede “ma perché non ci definiamo come persone e basta?”.

Tralascio le argomentazioni filosofiche [1] per un piccolo esercizio linguistico: provate a sostituire la parola persona nelle occasioni di vita quotidiana e costatate l’esito.

Pensate ai genitori che dicono “mi è nata una bella persona”! Il caso si commenta da sé. Persona significa maschera e noi invece le persone le vogliamo conoscere nella loro identità completa e certamente la connotazione di sesso è la prima che rileviamo quando incontriamo qualcuno.

Inoltre mi sembra curioso il fatto che nel momento in cui ci rendiamo conto che la parola ‘uomo’ non comprende anche le donne, proponiamo di passare ad un neutro che maschera completamente la sessuazione della specie umana.

Quando qualcuno sostiene che la parola ‘uomo’ comprende anche le donne perché è sinonimo di umanità, propongo sempre un gioco che facevo, quando insegnavo storia alle superiori, all’inizio del lavoro sui soggetti: pensate all’uomo primitivo e descrivetelo con pochi aggettivi o visualizzatelo in un’immagine.

Sono certa che, come sempre accade in classe, raccoglierei, dagli aggettivi e dalle immagini, una figura inequivocabilmente maschile. In genere lo stereotipo che ci portiamo dei primordi dell’umanità è quella di un maschio rozzo, violento, armato.

Alle parole corrispondono immagini che ne rappresentano il contenuto emotivo e narrativo e i nomi declinati al maschile non portano con sé immagini femminili.

Se diciamo “i garibaldini” non ci viene in mente che con Garibaldi c’erano anche donne e viene più facilmente cancellato il fatto che Garibaldi era vicino al movimento femminista internazionale e che Mameli morì tra le braccia di Margaret Fuller, la femminista americana accorsa a sostenere la Repubblica romana con aiuti concreti, ottenuti in parte anche dal suo governo. [2]

 

Nominare le donne non significa aggiungere alla storia qualche capitolo o qualche medaglione di donna illustre, ma guardare il passato con occhi diversi, significa aggiungere e modificare categorie interpretative applicando griglie di analisi ben più complesse che finiscono col rompere molti degli stereotipi correnti. [3]

Prendiamo, ad esempio, la categoria ‘reti di relazioni’: si tratta di una categoria fondamentale per leggere la vita di una donna.

Quando si è cercato di scrivere le biografie delle donne illustri, così come si scrivevano quelle degli uomini illustri, ci si è accorte che non era possibile, proprio perché la vita di una donna non poteva identificarsi completamente con una vocazione principale, [4] era sempre importante il tessuto delle relazioni in cui era inserita, intanto perché era spesso il tessuto che casualmente le aveva consentito di superare i vincoli di esclusione sociale e poi perché la trama affettiva era vissuta e si intrecciava strettamente con le altre passioni, per cui l’eccezionalità investiva l’intera vita.

Una donna non è mai solo o principalmente il suo mestiere e se nel mestiere porta le sfide della sua vita, le stesse sfide sono portate nel vissuto relazionale ed affettivo e la creatività è investita in quello che Mary Catherine Bateson chiama “comporre una vita”. [5]

Questa deliziosa scrittrice, figlia di Gregory Bateson e di Margaret Mead, ha provato ad analizzare la vita di alcune donne amiche di sua madre e ne ha scritto un libro in cui alla parte narrativa si affianca una lettura molto interessante dei criteri con i quali una donna costruisce la sua vita.

La vita delle donne, dice Mary, è un patchwork creativo in cui esiste, come elemento costante, una “riserva cronologica” nascosta.

Le donne usano il tempo in modo diverso rispetto alla linearità socialmente proposta che si configura nella scansione del ritmo degli studi e dell’avvio al lavoro e alla carriera.

Le donne fanno alcune cose molto velocemente, poi si fermano per farne altre totalmente diverse e agli occhi altrui questa sembra una perdita di tempo, un rallentare per incapacità, un segno di debolezza, un sintomo di immaturità.

In queste ‘fermate’ invece le donne spesso acquisiscono una serie di informazioni, dati, su di sé e sul mondo, si sperimentano in nuove capacità, competenze, curano i rapporti affettivi, costruiscono reti di relazioni che consentono loro maggiore autonomia e sicurezza nei movimenti successivi.

Una riserva cronologica può quindi diventare una risorsa preziosa per la propria vita e certamente è una categoria utile con cui rileggere il tempo sociale che oggi appare sempre più stretto.

La banca del tempo è un modo sociale per usare le nostre “riserve cronologiche”. Un tempo che, da consumo affannoso degli anni, si trasforma in ricchezza sociale da devolvere per il miglioramento di quella qualità della vita di cui tanto si parla.

Il tempo perso di cui accusiamo i giovani è spesso quello dedicato alla costruzione della propria identità; un tempo totalmente e precocemente finalizzato è una gabbia che deforma i desideri e le coscienze. [6]

 

Un altro elemento proprio delle biografie femminili, che può diventare risorsa sociale, è la necessità di rapporti a bassa gerarchia.

L’esperienza del crescere i piccoli pone le donne in un rapporto di ‘superiorità’ che lavora per il proprio annullamento. I figlie e le figlie, ai quali devi insegnare la vita, diventeranno ad un certo punto la tua guida perché il loro futuro oltrepassa la possibilità del tuo sguardo.

Quando si parla del teatro come luogo a lungo vietato alle donne, mi sono chiesta, da profana, che cosa c’è di così inquietante in un corpo femminile da doverlo nascondere, censurare o da renderlo visibile solo ridotto a puro significante, segno, guscio vuoto, puro veicolo di significati altri e prevalentemente astratti (la giustizia, la libertà, la patria…).

Il corpo di una donna evoca la possibilità della nascita, è un corpo potenzialmente gravido, un corpo che mette al mondo e in questo mettere al mondo mette nella vita e nella morte. Si nasce mortali, fragili, finiti, in parte determinati dalle caratteristiche genetiche, potenzialmente condizionati dal luogo-tempo storico in cui si viene al mondo.

Il corpo delle donne ricorda la nascita e la morte, l’esperienza del limite propria di ogni vita, la moltiplicazione e diversificazione infinita dell’esperienza del limite contro cui si è costruita tutta la cultura occidentale nella ricerca dell’assoluto, dell’unico, dell’eterno.

La potenza della maternità è l’esperienza del limite e della fragilità umana: esperienza dello sgomento che ti prende, e che ognuna vive in modo diverso e analogo, quando il figlio esce dalla sicurezza del tuo corpo e diventa ‘esposto’ ad ogni difficoltà, lo vedi inerme e speri che diventi forte, capace di ‘stare al mondo’ e mentre lo guardi pensi alla tua morte e questo evento, che spaventa quasi sempre, lo leghi per la prima volta ad una speranza, speri di morire prima di questo figlio o figlia e vuoi che il mondo continui per loro anche quando non ci sarai più.

L’esperienza della maternità è la confusione e la separazione, dei corpi e dei sentimenti: gioia e malinconia insieme, dipendenza e differenza, speranza di vita e certezza della morte. [7]

Quando guardo i figli, gli alunni e le alunne l’unica certezza è che non voglio vedere la loro morte e invece oggi la morte dei giovani è sempre più presente.

Gli adulti costruiscono un mondo al quale viene immolata una quota fissa di giovani.

A scuola la morte è presente: muoiono ragazzi e ragazze, prevalentemente in incidenti e muoiono genitori ancora giovani, prevalentemente di cancro, ma della morte non si parla come non si parla della nascita. Così si trasmette una cultura depauperata delle riflessioni sulle esperienze fondamentali della vita: la nascita e la morte ma anche il tempo, lo spazio, le relazioni.

Nella cura dei corpi inermi si coltiva un grande sapere che riguarda i corpi ma anche le relazioni e i sentimenti, si tratta di un sapere che per lungo tempo è stato prodotto dalle donne, dalle mani delle donne mi verrebbe da dire.

Prendersi cura dei corpi, saperli accompagnare dalla nascita alla morte è un sapere sociale che dobbiamo ripescare dentro di noi prima che sia troppo tardi, un sapere sociale che ha valore proprio in quanto è una pratica e non una mera elaborazione astratta.

Se penso alla mia morte, mi vorrei accompagnata e accudita da mani amiche.

Rivalutare i saperi concreti nella loro dimensione storica, di trasmissione tra le generazioni, e nella dimensione sociale di risorsa utile per cambiare la rotta suicida che pare abbiamo intrapreso. [8]

Mi piace ricordare l’idea di infinito che ci propone le filosofa Adriana Cavarero, non una definizione astratta di immensità in cui perdersi, ma la traccia concreta della catena delle madri, non un contenitore vuoto, ma una certezza di corpi gravidi, di volti, di storie che si prolungano nel tempo dietro di noi. [9]

 

Un altro elemento utile che mi sembra di poter recuperare dall’esperienza di subalternità delle donne è la sobrietà nell’uso delle risorse. Non l’austerità che è un concetto triste, che evoca sacrifici, ma la capacità di gestire risorse limitate per rispondere ai bisogni della quotidianità.

Le donne sono da sempre più povere, non avendo avuto accesso ai patrimoni familiari e sociali a causa della discriminazione politica e hanno dovuto imparare a gestire risorse spesso insufficienti, ma in questa difficile gestione ci hanno sempre saputo fornire “il pane e le rose” [10] ed è questa lezione di sobrietà che oggi possiamo rielaborare a vantaggio di tutti e tutte, nel momento in cui abbiamo scoperto che tutte le risorse sono limitate e il nostro modello di sviluppo non funziona più.

 

Il recupero della storia delle donne può quindi essere una risorsa preziosa ed ai fini del nostro tema lo è certamente il recupero della storia politica delle donne, che conosciamo prevalentemente per frammenti o per stereotipi.

Come si ricostruisce una storia coperta dai pregiudizi e dagli stereotipi e che ci troviamo dispersa in frammenti spesso irriconoscibili?

Mi sono accorta che ho cominciato facendo attenzione alle narrazioni, alla struttura narrativa, al tessuto linguistico, alla trama delle metafore e i frammenti sono spesso parole che sono state importanti nella nostra vita e che non sappiamo più ricollocare nella confusione dell’oggi.

Pensiamo ad esempio al rapporto col territorio che qui è messo a tema.

Le più antiche simbolizzazioni della città raffiguravano una madre con la cinta delle mura ad incoronare la testa e il mannello di spighe in mano. Questo significa che le donne sono a fondamento della città perché rappresentano la fecondità del grembo e della terra eppure in seguito il loro territorio è stato ridotto alla casa.

Il movimento femminista degli anni settanta, quando si è dato delle sedi, le ha chiamate ‘casa’. La casa da luogo del privato, dell’esclusione sociale e politica è stata rielaborata come luogo dell’accoglienza, della cura di sé e degli altri, che rappresentano il fondamento della politica: la condivisione.

Nella pratica, perciò, nei vissuti politici concreti, si è rielaborata un’esperienza della subalternità trasferendola come risorsa nella società, facendo di questa risorsa una precisa indicazione politica con la quale possiamo ancora fare i conti.

La casa non è solo un luogo, ma anche un modo di vivere il territorio che valorizza i soggetti. Nella casa ognuno ha il proprio spazio e contemporaneamente vive spazi condivisi, non c’è il posto in ordine, in fila, non prevede l’uniforme, la serialità, ma l’individualità, l’espressione di sé.

Ma la ‘cultura della casa’ non è immediatamente trasferibile perché il rischio che corriamo è quello di trasferire nel sociale i peggiori atteggiamenti del casalingato subalterno: il servilismo, l’atteggiamento ancillare, la cresta sulla spesa, il corpo come merce di scambio…[11]

Non basta quindi essere donne per destino biologico, come dicevamo un tempo ‘donne si diventa’ per scelta culturale.

Non è in quanto donne che siamo portatrici di risorse culturali indispensabili, ma in quanto donne che cominciano a pensarsi come tali nel tessuto storico della nostra società.

Per questo motivo ritengo che un elemento significativo sia rappresentato dall’interrogarsi sulla trasmissione tra donne e soprattutto sulla trasmissione politica da una generazione all’altra.

Personalmente diffido molto delle donne che si presentano sulla scena della politica o di qualsiasi altra carriera sociale attribuendo il proprio successo, così come le proprie idee, solo a se stesse.

Certamente ognuna e ognuno di noi è anche un po’ figlio di se stesso, ma questo particolare atteggiamento di alcune donne mi sembra frutto di snobismo ingeneroso nei confronti delle donne del passato e mi pare proporre un modello pericoloso di emancipazione tutto sommato imitativa.

 

Le culture delle donne negli aspetti che attengono alla valorizzazione dei soggetti, alla costruzione di reti di relazioni, alla coscienza del limite, alla sobrietà nell’uso delle risorse non attraversano la scuola, sono estranee quindi al luogo storicamente deputato dal patto sociale alla trasmissione della cultura eppure una qualche trasmissione sopravvive, perfino della passione politica.

Si tratta evidentemente di un modello della trasmissione diverso da quello verticale gerarchico che pure le giovani generazioni contestano da anni, un modello di trasmissione che si avvale della vicinanza dei corpi, della sintonia delle emozioni, della riscoperta delle parole, un modello di trasmissione per osmosi, se vogliamo utilizzare una metafora non estranea all’esperienza delle donne.

Se certamente esiste una qualche forma di trasmissione culturale tra donne, non possiamo dimenticare che nel novecento si è interrotta per ben tre volte la trasmissione politica; tre generazioni di donne hanno ricominciato da capo nella richiesta della cittadinanza ignorando il percorso di coscienza già patrimonio della generazione precedente. [12]

Le donne uscite dalla prima guerra mondiale ignoravano il grande movimento sviluppatosi alla fine dell’ottocento, le cui radici si intrecciavano con quelle del movimento risorgimentale; le donne protagoniste della resistenza nella seconda guerra mondiale ignoravano le lotte e le sconfitte della generazione femminile ridotta al silenzio dal fascismo; la generazione degli anni settanta era convinta di portare per la prima volta sulla scena della storia il protagonismo femminile e guardava in modo riduttivo all’esperienza delle madri e ad un’associazione come l’Unione Donne Italiane [13], nata nell’immediato dopoguerra dall’esperienza della Resistenza.

Vorrei ricordare queste donne che ci hanno precedute perché i nostri passi hanno camminato su strade che comunque loro ci avevano aperte. Vorrei ricordare la coscienza lucida di Annamaria Mozzoni [14], femminista milanese della fine ottocento, che non è scesa a compromessi, pur consapevole del rischio di essere cancellata nella memoria delle generazioni successive.

Si tratta di togliere la censura che grava sulla storia politica delle donne che ancora oggi consente deformazioni ingiuste.

Il femminismo non è il piccolo rivendicazionismo di quattro balorde su cui si può ironizzare, ma una cultura politica che si è costruita nell’arco degli ultimi duecento anni: un patrimonio di riflessioni che non si può sottrarre alle nuove generazioni di donne e di uomini.

La ridicolizzazione del suffragismo e del femminismo è stata l’arma più potente per impedire la trasmissione politica tra donne, per costringere ogni generazione, direi quasi ogni donna, alla solitudine della ricerca.

Oggi, di fronte alla possibilità che molti elementi, pur così censurati, della cultura politica delle donne, passino alle giovani generazioni formando coscienze femminili più libere viene riproposto il mito delle complementarità, viene proiettata sul sociale una soluzione che diventa già impraticabile nella relazione a due.

L’emergere dell’individualità femminile costringe a misurarsi con un’alterità reale e non più sognata o disegnata a propria misura e questa novità, che investe interamente la relazione tra i sessi, non può lasciare inalterata l’intera struttura della società, compreso l’assetto economico e l’organizzazione del potere.

Un processo di mutamento che spaventa, che si tenta di esorcizzare richiamando ad una complementarità che disegni per i due sessi spazi di movimento predefiniti e rassicuranti, ma si tratta di un mito appunto ed ha già fatto il suo tempo, dividendo la società e la cultura in dicotomie che hanno ingabbiato uomini e donne negli stereotipi sessisti che conosciamo.

Vorrei ricordare una frase degli anni settanta che ha rappresentato l’espressione dei nostri desideri e la fondazione della nostra identità: “io sono mia” [15]. Non “penso, dunque sono” ma l’appartenenza a sé di ogni essere umano, il diritto all’integrità del proprio corpo, all’espressione dei propri pensieri.

L’amore come scelta, passione, scoperta, non come mestiere, destino, servitù, la maternità come gioia e non come dovere, la responsabilità di sé come fondamento dei diritti di cittadinanza, lo studio e il lavoro come espressione dei propri talenti e non come ripiego temporaneo.

Potrei continuare a lungo, ma spero che cominci la scuola a svolgere, come proprio compito, quello che poche donne, tenacemente hanno continuato a fare in spazi angusti e con risorse limitate: proporre la storia e la cultura delle donne come risorsa per il futuro di maschi e femmine.

 

 

1 - Adriana Cavarero Tu che mi guardi, tu che mi racconti Feltrinelli   Milano, marzo 1997

2 - Anna Rossi Doria (a cura di) La libertà delle donne Rosemberg & Sellier Torino 1990

3 - Catalogo della mostra Esistere come donna Comune di Milano 1983

4 - Carolyn Heilbrun Scrivere la vita di una donna La Tartaruga 1990; Writing a woman’s

life 1988

5 - Mary Catherine Bateson Comporre una vita Feltrinelli 1992;  Composing life The

Atlantic Monthly Press, New York 1989

6 - Linda Laura Sabbadini e Rossella Palomba Tempi diversi Presidenza del Consiglio dei

Ministri Roma 1994

- Chiedere Tempo Fondazione Serughetti - La Porta Bergamo 1992

7 - Silvia Vegetti Finzi Il bambino della notte Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990.

- Barbara Duden Il corpo della donna come luogo pubblico Bollati Boringhieri, Torino

1994; Luchterhand Literaturverlag GmbH, Hamburg – Zurich 1991

- Page DuBois Il corpo come metafora Laterza 1990; Sowing the body University of

Chicago Press, London 1988

- Judith Lorber L’invenzione dei sessi Il Saggiatore Milano 1995; Paradoxes of gender

Yale University 1994

8 - Elisabetta Donini La nube e il limite Rosemberg & Sellier Torino 1990

9 - A. Cavarero op. cit.

10 - Titolo di una rivista nata nel 1972 e poi di una collana della casa editrice Savelli, da una

frase di Rosa Luxemburg

11 - Lidia Menapace Economia politica della differenza sessuale 1^ ed. Felina 1987

12 - Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina (a cura di) La resistenza taciuta La Pietra 1976

13 - Maria Michetti, Margherita Repetto, Luciana Viviani Udi, laboratorio di politica delle

donne Cooperativa Libera Stampa 1984

14 - Anna maria Mozzoni, a cura di Franca Pieroni Bortolotti La liberazione della donna

Mazzotta 1975

- Rina Macrelli L’indegna schiavitù Editori Riuniti 1980

15 - Rosa Rossi Le parole delle donne Editori Riuniti, Roma 1978