Rosangela Pesenti

Trasloco

ESTATE 1987

 

Sul mare levigato dalla sera

nell'invaso del sole

(un profilo di colline all'orizzonte)

si placa ogni respiro ed è Chimera

la parola che suona inusitata

in mente

dai contorni improbabili riemersi

come a filo di spiaggia

la sbavatura del mare

sembra parola piana a cui tornare

ed è puro suono che riecheggia

da una qualche prismatica memoria

in cui divide il senso dal sentire

la forza del presente

nell'assoluto smarrire

e del passato a pezzi ripropone

come parola gaia e senza intento

questa Chimera, dentro un lieve

suono di vento

come dell'inutile e vuoto passare

della vita

il feroce monumento

 

 

I giorni di vacanza gocciolano via uno ad uno e l'afa è ancora insopportabile.

Tutto intorno a me sembra non farsi parola. Il quotidiano più prosaico, secoli di silenzio stratificati fino a scordarne la possibilità.

Tutto è dato, ogni cosa la sua pacata ragione: piccoli intricati meccanismi che la parola non turba. Lascio continuamente, ossessivamente, questo filo sono­ro, tento la strada dei precisi, assordanti gesti del quotidiano, irrimediabile, maldestra.

Scriverò dopo, dopo i panni stesi e piegati, dopo i compiti corretti, dopo la notte, dopo il giorno. (Qui, nella curva del mondo che abito, luce e buio conservano alle stagioni un ritmo che sbriciola i progetti in piccole por­zioni commestibili, ma resta ineguale la clessidra dell'anima).

Scriverò, dopo aver pulito (il mio sguardo incontra le ragnatele prima delle parole), dopo aver letto (i libri crescono sul pavi­mento in piccole torri raccogliendo polvere e sensi di colpa), troppe le cose che non conosco. Altre hanno già scritto sentimenti, scoperte, la mia vita. Cerco scappatoie per vivere.

Dentro, il tramestio delle parole diventa un rombo assordante. Talvolta apro spiragli, giusto per allentare la tensione, ne ho i quaderni pieni, e le agende di scuola, i margini dei libri.

Mi permettono di non prendermi sul serio. Posso non scrivere se voglio. Ma scrivere non appartiene all'elenco dei desideri. Le parole si gonfiano dentro, a fatica scendono sulla pagine in ordine dubbioso e inesorabile. Numero i fogli disegnando ghirigori intorno alle spirali metalliche, tento di imbrogliare il mio futuro imbrigliando il presente in un esorcismo.

E non so ancora cos'è questo.

Una voce sguaiata e urlante a cui non saprò dare parola: la mia. Riempire fogli e fogli per scoprire che forse sfugge ogni realtà ai miei significanti.

E con dolore.

E' stato così facile tutto al confronto. Partorire i figli, fare concorsi, insegnare. Palliativi, diversivi, esercitazioni varie? Aderire al mondo così com'è senza pensarlo.

L'ironia è una strada di salvezza che non possiedo. Ancora.

Guardo le pagine, recuperare gli spiragli non ha senso, lo so da me.

Imparo a scrivere e la mano è malferma. Un'apertura piena, a rischio. Ho paura e non dovrei: nella notte, impercettibile, il sogno è cambiato, appartiene a un tempo remoto. Ma è ancora presente alla memoria: camminavo, non so come arriva­vo dal cancello di casa mia alla strada, so che ci arrivavo, poi lì diventava impossibile fare un passo, portare i piedi avanti, uno davanti all'altro, non sapevo, non potevo più cammina­re. Per anni. E imparare fu, allora, lungo e difficile, feci in vent'anni ciò che ad altri riesce nell'infanzia.

Una paura indicibile, dissimulata. Un’incrostazione che rallenta gesti e pensieri.

 

 

Sono queste le cose che vado scavando?

Potrei costruire un castello ai bambini, studiare storia, preparare il minestrone.  Forse la cosa migliore.

Respiro, il tempo si mette al sereno, aggiro con agio il nuovo spazio di silenzio. Potrei ammutolire e ne sarei contenta.  E' il mio nuovo sogno.  Parlo con qualcuno e le parole non sono quelle che penso, mi confondo, i suoni biascicano in un sussurro, tac­cio.

Capisco che sia impossibile per altri ascoltare questo balbettio. Vivo contro la mia ragione. Altre parole non mi saranno concesse, nessun diversivo, o queste o niente.

 

 

Che tragica, mi sono detta. Nella mia famiglia è l'insulto peg­giore.

La vita è questa, per tutti, solo gli imbecilli si danno impor­tanza. Ho delle responsabilità, i bambini. Mi sento in colpa, sui miei umori si tiene in equilibrio la famiglia. Scendo in cucina e spiego, sai sto male perché devo scrivere.  Ridicolo. Torno di sopra.  Ridicolo è più che assurdo: toglie qualsiasi velleità. Mi siedo, prendo la penna.  Si affacciano i bambini, aria furbet­ta, interrogativa, siamo buoni. Devo scrivere, la voce incerta. Anch'io devo scrivere, all'unisono, senza incertezze. Contrattia­mo sulla penna. Questa è la mia, l'ho comprata ieri.  Poi sui fogli. Due minuti dopo sul foglio di Enrico c'è un'anitra sbilenca. Ti piace? Adesso scrivo a-ni-tra sillaba. Nessun dubbio segna la sua parola: ANITRA. L'altro cerca ancora la penna adatta e brontola perché nessuno l'aiuta: "sempre io la cameriera!".   L'impronta della lingua mater­na. Riprendo a scrivere con fatica. Cancellare, ricancellare, riscri­vere. Ne sarò capace? Le cose arrivano a grandi ondate, senza respiro, le parole pren­dono distanza, restano, diffidenti, a riva.  L'operazione mi appare di volta in volta impossibile, inesistente, inutile, insensata.

Dovrei fare un piano, che so, stabilire capitoli, parti, paragra­fi, tempoluogopersonaggifabulaintreccio, un capo e una coda.  Stendere almeno un reticolo di strade percorribili in questa materia informe e incandescente.

Potrei cominciare dall'infanzia e risalire. Quale infanzia, la mia?

Il senso del ridicolo non mi abbandona.

Ne ho sentito ridacchiare proprio allora da madre e zie: sogna­trice del mio paese, con taccuino in mano e matita infilata dietro l'orecchio, la vedo scrivere versi seduta sul ciglio di un "funtanì" (unica possibile versione locale del lago romantico). Forse l’immagine l’aveva folgorata dalla copertina di uno di quei romanzi per signorine che leggeva golosamente ispirata in ogni momento libero e che passavano poi di mano in mano tra le amiche nonostante i divieti del parroco. La Pòetica: in bocca a mia madre bastava il gonfiarsi dialettale della prima sillaba a siglarne la figura patetica anche quando l'appellativo cadeva casualmente nel discorso come sostituto del nome (e mai ho saputo quale fosse il suo).

Qualsiasi cosa abbia fatto, compreso morire, ha conservato per tutti noi la sfumatura di ridicolo di quella sua giovanile imper­donabile velleità.

Scrivere non è da noi.

 

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