Rosangela Pesenti

  

Il ruolo della donna nel mondo rurarale

Parto dal titolo di questa conferenza che rappresenta un po’ un’anomalia rispetto agli altri temi perché contiene un soggetto, la donna, mentre gli altri titoli sono declinati in modo “neutro”: il mondo contadino, la religiosità, l’istruzione.

La donna quindi, ad una prima lettura, sarebbe un tema tra i tanti, uno degli aspetti di questo mondo contadino, forse una caratteristica che ci consente di ricomporre il quadro, un’aggiunta che approfondisce ma non modifica la lettura d’insieme.

Nel mondo contadino invece le donne non possono essere considerate come una delle tante variabili perché ne sono, si potrebbe dire, parte costitutiva, elemento fondativo.

Non esiste il mondo contadino senza le donne così come non esiste il mondo stesso e la sua storia senza le donne, anche se quando si fa una storia “generale” come questa il posto che ci viene assegnato direi che è un recinto, un ghetto, citando Arlette Farge, dal quale spesso non si esce indenni.

Entrare in merito al tema significa perciò accettare e nel contempo forzare questo ghetto se non voglio correre il rischio di contribuire alla trasmissione di questa visione aggiuntiva, e mi verrebbe da dire anche ancillare, della parte femminile della storia.

Per continuare con Farge “parlando delle donne e della loro storia, non si tratta neppure di riempire uno spazio bianco perché non c’è nessuno spazio bianco da riempire: bisogna solo ripassare con la matita nera i segni cancellati il cui tracciato è, però, ancora bene individuabile, di un disegno di cui nessuno si è preoccupato mai”. (1)

La prima operazione da fare è quella di cancellare la parola ‘donna’ e mutarla con il plurale ‘donne’: il passaggio può sembrare irrilevante, ma nella mente di noi parlanti la lingua non è neutra, “(…) allo stato in cui ognuno riceve la lingua e la usa, questa racchiude e propone una data visione del mondo. La lingua – soprattutto nel modo in cui viene realmente praticata dalla maggioranza dei parlanti – è un binario su cui viaggia il pensiero. E’ d’altronde questa la sua funzione perché la lingua deve ‘orientarci’ nel mondo; ma dobbiamo renderci pienamente conto di questa sua azione se vogliamo che la nostra mente conservi il controllo di se stessa e non cada sotto l’effetto degli automatismi linguistici”. (2)

Se muta la lingua muta completamente il modo in cui si costituiscono, dentro di noi, le immagini del mondo e quindi anche del passato, in questo senso singolare e plurale non solo non si equivalgono, ma segnalano modi di guardare noi stessi egli altri, le altre, profondamente diversi.

Non esiste la donna come modello reale, calco immodificabile di caratteristiche che si ripetono uguali nei singoli soggetti, che scompaiono in quanto tali a favore di un eterno e semplicistico stereotipo; esistono le donne, ed esiste semmai il modo individuale e originale col quale ognuna si è confrontata e misurata e scontrata con gli stereotipi e le immagini correnti del femminile e con le condizioni materiali offerte al proprio genere in una data situazione e società.

E questo vale anche per gli uomini ma si aprirebbe un altro discorso.

L’aggettivo contadina quindi, accostato alla donna, dice di una condizione agita in mille variabili nello spazio e nel tempo, condizione lavorativa tra le più lunghe dell’umanità, e quindi delle donne che ne sono la metà, anche se dovremmo sapere che proprio nel mondo contadino le donne rappresentano, come forza lavorativa, ancora oggi sul pianeta, molto più della metà.

Non si tratta perciò semplicemente di mettere a tema le donne come soggetto storico, quanto piuttosto di rileggere la storia e, a maggior ragione, le storie, dell’agricoltura e non solo, tenendo conto dei due generi, degli uomini e delle donne che insieme abitano questa terra e delle relazioni tra i due generi che strutturano i rapporti di potere, la divisione del lavoro, la distribuzione delle risorse e le forme stesse di riproduzione e sopravvivenza della specie.

Lo stesso divenire della società e delle persone si struttura dentro i codici, le culture, i ruoli che modellano l’essere uomini e donne in un dato tempo e spazio, ed è anche a partire dal rapporto tra i due generi che una società costruisce i suoi caratteri fondamentali, dai vissuti individuali quotidiani ai processi di simbolizzazione gerarchica nelle forme della comunicazione e del potere.

Essere donne e uomini sembra un dato naturale proprio nella misura in cui è il risultato di un costante ed ininterrotto processo di apprendimento che ridisegna di volta in volta in modo diverso lo scarto tra dato biologico (o come questo “dato” viene definito) e il divenire storico di ognuno e ognuna, così come delle società.

Narrare il passato, e ancora di più nella funzione dell’insegnamento, è qualcosa che riguarda direttamente il rapporto tra adulti e giovani generazioni, tra patrimonio che vogliamo lasciare in eredità e competenze da favorire perché quel patrimonio sia interamente fruibile e comprensibile.

Una responsabilità quindi che ci chiama in causa come uomini e donne, e non possiamo sottrarci, proprio nella scuola, alla consapevolezza di quale saper essere, e non solo sapere, propone ad allievi e allieve il nostro modo di muoverci nel mondo, di parlare, ridere, tacere, giocare, amare, interrogare, pensare, sognare…il nostro esistere insomma, segnato anche da quell’appartenenza di genere che per ognuno e ognuna si gioca sempre tra permanenze e mutamenti, norma e trasgressione, adesione e ripensamento, necessità e scelte.

Si tratta del nostro “essere” che, come sappiamo, è direttamente connesso con il sapere, con ciò che sappiamo di noi, del nostro passato, con le immagini che dentro di noi deposita il passato raccontato e l’esperienza del presente.

La prima operazione storica è quindi “linguistica”, alla parola uomo non corrispondono immagini femminili, se parliamo di uomo primitivo, di garibaldini, di contadini, l’immagine che si deposita è inequivocabilmente maschile e studiare il femminile diventa appunto quell’operazione aggiuntiva, accessoria, di cui parlavo all’inizio, un capitolo, se va bene, ogni tanto, nel manuale, una monografia che, sempre per dirla con Arlette Farge, spesso ancora appare sui tavoli delle librerie in mezzo al ventaglio delle minoranze etniche, nazionali, religiose, ecc.

L’operazione linguistica però, per quanto fondamentale, non basta alla conoscenza storica che richiede insieme una ricerca puntuale sulle fonti e una rivisitazione di molti dei criteri e dei percorsi della ricerca, perché l’invisibilità storica delle donne non riguarda solo la censura e/o l’ignoranza, più o meno voluta, delle fonti che le riguardano, ma molto di più i criteri storiografici della ricerca, gli interrogativi che la guidano, le ipotesi che la sollecitano, le curiosità che la sostengono, e direi pure le condizioni materiali che la consentono, perché i libri sono anche un prodotto di mercato con tutto ciò che precede e consegue.

Diventa importante” dice Arlette Farge “dissodare la storia in modo diverso, andando a ricercare, nel succedersi degli avvenimenti, nei comportamenti e nei sentimenti collettivi, i punti su cui le analisi storiche hanno costruito l’economia dell’inevitabile rapporto tra il maschile e il femminile”.(3)

Diventa a questo punto generico parlare della condizione della donna contadina, anche se vogliamo restringere il campo al tempo e al territorio definito dal film “L’albero degli zoccoli”, che ci ha fornito l’occasione per questa riflessione.

Dovremmo approfondire il rapporto specifico delle donne con l’agricoltura, le condizioni di lavoro e le posizioni in rapporto alla distribuzione delle risorse, alla loro gestione, al loro uso, il rapporto interno alle famiglie in relazione all’età, alla posizione filiale, allo stato civile, nubile o coniugata, le strategie relazionali dentro le specifiche strutture agricole, nelle forme degli insediamenti, qui da noi nella cascina, nel paese, nel rapporto con la religione e con la Chiesa. E dovremmo approfondire le ragioni dell’invisibilità storica e sociale di queste donne, in un settore nel quale la loro presenza è del tutto evidente.

Come insegnante cerco di ricordare che le fitte righe dei manuali nascondono un vuoto che, evidenziato opportunamente, li renderebbe per buona parte muti e inutilizzabili.

E’ ancora una storia di eventi e di piccoli gruppi definiti dall’accesso al potere e/o al privilegio sociale, mancano tra i soggetti, ancora troppo spesso, le classi subalterne, i ceti che non hanno lasciato memoria scritta e del cui agire, anche politico, non abbiamo documentazione diretta.

Mancano le donne ovviamente e manca troppo spesso, dobbiamo dircelo, quella capacità didattica di risvegliare nei ragazzi e nelle ragazze la curiosità per un passato che li riguarda direttamente perché non parla solo di “là e allora”, ma parte da un “qui ed ora” delle loro domande, della loro vita, collocata in un territorio e in un tempo che hanno bisogno di comprendere, per capire ciò che li connette ad un più lungo tempo alle loro spalle ed un più ampio spazio che oltrepassa confini e culture diversi.

Nella scuola troppo spesso alla ripetizione dei contenuti si accompagna un deficit di “strumentazione” che non consente di tramettere competenze utili a trovare nelle categorie di lettura del passato criteri e informazioni che illuminano il presente o almeno aiutano nelle scelte complesse e obbligate che orientano la scoperta/costruzione della propria identità.

Per tornare alle donne nel mondo rurale vorrei fornire alcune tracce per delimitare il percorso utilizzando le citazioni felicemente scelte da Paola Di Cori per il volume “La donna rappresentata”.

Il testo elenca in ordine alfabetico, e descrive, i lavori delle donne con lo scopo esplicito di “illustrare con una grande varietà di esempi sparsi nel tempo e nello spazio alcuni modi in cui è possibile affrontare il problema di una specificità del lavoro delle donne” (4) sottraendo, aggiungo io, le donne alla persistenza dell’immagine sterotipata di un casalingato subalterno, muto e insignificante per la storia.

Alla voce “Contadina” sono riportate tre citazioni estremamente significative dal punto di vista del contenuto ma anche della scelta e collocazione storiografica.

La prima è la voce di Edith Ennen per quanto riguarda l’Alto Medioevo Europeo: “Nella famiglia contadina (…) la donna preparava il bagno, macinava il grano con la macina a mano, produceva la birra, cucinava e puliva, ma prestava anche il suo aiuto nel vigneto del signore, nella raccolta di bacche nel bosco e nei lavori per il raccolto cerealicolo.

Stando all’admonitio generalis del 789, che concerneva la santificazione della festa, una serie di opera servilia era severamente interdetta di domenica (…). Alle donne si vietava di compiere opera textrilia – termine con il quale si intendevano tutte le fasi, dalla raccolta delle piante fibrose alla realizzazione di un pezzo di abbigliamento completo – e quindi non potevano tagliare abiti, cucire o cardare la lana, battere il lino, lavare in luoghi pubblici e tosare le pecore. Mentre in questo documento i lavori dell’orto venivano attribuiti all’uomo, in un’altra fonte il vescovo Meiwerk rimproverava la donna di un suo impiegato per non tenere in ordine l’orto che era pieno di erbacce e di ortiche. I lavori di cucito non si limitavano affatto alla preparazione di capi d’abbigliamento indispensabili per la propria famiglia; le donne erano infatti tenute a collaborare ai lavori necessari al signore fondiario. (…) Il loro lavoro si doveva svolgere tutto nella casa contadina”. (5)

Vorrei insistere sul Medioevo, anche se i limiti di tempo consentono solo brevi accenni alle questioni, perché il binomio “donne e lavoro” era un accostamento “doppiamente mortificante, quando si pensi che su entrambi i termini della coppia cadeva allora un pesante marchio di svalutazione. Da un lato anche le antropologie più moderate non misero mai in discussione la “naturale” inferiorità della donna rispetto all’uomo; dall’altro, fu allora largamente accettata la concezione del lavoro che non fosse intellettuale in termini tutt’altro che positivi, interpretandolo prevalentemente come negazione dell’otium e come necessità derivante dal peccato originale. (…) Con il passaggio dall’alto al basso Medioevo si può parlare a ragion veduta di un sostanziale peggioramento nel riconoscimento del lavoro delle donne e nelle loro possibilità lavorative. Siamo così alle soglie del loro confinamento entro le mura domestiche, nell’ambito di un disegno ambiguo, nel quale confluivano motivazioni di tutela delle donne e intenti di limitazione della loro sfera d’influenza.

Proprio in epoca medievale sembra essersi costituita la cornice interpretativa del lavoro femminile.” (6)

Una cornice di lunga durata se ancora oggi facciamo fatica a ricostruire la specificità, la dimensione e l’importanza del lavoro femminile in tutti i settori, e proprio a partire da quello agricolo, una cornice che certo ha influenzato fortemente non solo i percorsi di ricerca ma anche la visibilità, la disponibilità e la costituzione stessa delle fonti.

Non sono una ricercatrice ma credo siano poche, ancora oggi, le testimonianze dirette della condizione contadina da parte delle donne stesse, per le quali, ancor più che per altre categorie di lavoratrici, vale l’osservazione di Marina Vitale “Sui tentativi di organizzazione autobiografica della propria esistenza da parte delle donne lavoratrici continua a gravare una doppia interdizione: di sesso, oltre che di classe; un’interdizione profondamente interiorizzata dalle donne stesse, un’inibizione psicologica che agisce più e prima dell’incapacità tecnica di scrivere o anche solo di ordinare materialmente la propria storia”.(7)

Quando ognuno e ognuna di noi disegna la propria storia può sperare che alla fine appaia quella cicogna, come desiderio di senso e compiutezza, di cui narra Karen Blixen in un famoso racconto, ma troppo spesso la nostra mano è costretta e guidata dentro una cornice che non ci appare come modificabile costruzione umana, ma piuttosto come un obbligato confine naturale. (8)

Per le donne il confine è segnato dalle condizioni materiali di vita, dalle norme che regolano l’accesso alle risorse, dallo spazio di movimento consentito in una data società, dalle relazioni possibili e praticabili.

La seconda citazione per la parola “Contadina”, nel testo di Paola Di Cori, riguarda l’Emilia nei secoli XVIII-XIX: “Le donne (…) si trovavano a ricoprire nelle economie familiari appoderate ruoli differenti, sempre tuttavia gerarchicamente inferiori a quelli maschili. Ma quali meccanismi determinavano questa asimmetria di potere tra i sessi? Uno dei più importanti riguardava il diverso accesso al patrimonio, che in quei contesti assumeva forme tipiche e molto indicative della diversa collocazione dei soggetti nell’ambito domestico.

Le economie familiari dei mezzadri, dei piccoli proprietari e degli affittuari coltivatori davano vita infatti ad una forma di proprietà, denominata dai giuristi ‘comunione familiare’  tacita e regolata da norme consuetudinarie, la cui efficacia assumeva particolare evidenza in occasione della divisione tra le varie stirpi, un evento assai frequente nel corso dell’Ottocento. (…) Nelle opere dell’avvocato bolognese Girolamo Calzolari (1709) e del giureconsulto fiorentino Gregorio Fierli (1796) viene sancita la totale esclusione delle donne dalla comunione tacita familiare. Scrive Fierli che i soci sono quei membri della famiglia che hanno riconosciuta ‘dalle leggi la potestà di obbligarsi’, con esclusione quindi di ‘minori, furiosi, mentecatti e femmine’.” (9)

La cornice, per restare nella metafora, diventa sempre più rigida e ingombrante.

Siamo alla vigilia della Rivoluzione Francese e vale la pena di ricordare in questa sede che solo qualche anno dopo, nel 1992, alla proposta di Olympe De Gouges, all’Assemblea nazionale francese, di una carta dei ‘Diritti della donna e della cittadina’ che sancisse anche per le donne quell’uguaglianza appena proclamata, consentendo l’accesso alla tribuna, così come già esisteva quello al patibolo, la risposta fu la ghigliottina e il passaggio dalla “sudditanza” alla “cittadinanza” verrà segnato da una discriminazione che ancora oggi agisce e interroga il patto sociale e le costituzioni esistenti.

Nella diversità degli insediamenti e delle caratteristiche dell’agricoltura che dividono l’Italia in tre tipologie principali, l’area del latifondo, quella mezzadrile e quella della grande cascina padana, la condizione delle donne appare analoga in tutta la penisola: ad una “minorità” sancita dalla legge, che ha escluso per anni le donne dalla successione patrimoniale e dal controllo dei frutti del proprio lavoro, corrisponde l’indispensabilità della presenza femminile nel mondo contadino, presenza che costituisce il vero cemento dell’unità familiare e spesso la garanzia della continuità.

Come dice con efficacia Amalia Signorelli “Il lavoro delle donne contadine può essere considerato a buon diritto una delle aree più vistosamente malconosciute della condizione femminile. Certi luoghi comuni quasi del tutto privi di riscontro oggettivo, come il confinamento delle donne in casa, sicchè si sarebbero dedicate ai lavori domestici e al più a quelli dell’orto e della bassa corte; o quello che le vuole escluse, per uso antichissimo addirittura consacrato da tabù, delle due operazioni più pesanti ma anche più importanti economicamente e simbolicamente del ciclo della granicoltura, l’aratura e la mietitura – tali luoghi comuni hanno trovato un credito tanto ampio quanto scarsamente giustificato. (…)

Si deve al nuovo ‘sguardo’ maturato negli anni settanta con la ricerca di ispirazione femminista, se ci si è resi conto delle reali dimensioni della ‘fatica’ femminile. C’era, innanzi tutto, il lavoro di riproduzione. Quello che era necessario svolgere nelle condizioni di vita più o meno generali delle campagne italiane del dopoguerra, era enorme: prestazioni sessuali coniugali come diritto maschile e dovere femminile , l’aborto come unico mezzo efficace di controllo delle nascite; abitazioni, quando non sovraffollate e malsane come spesso accadeva, comunque ancora quasi sempre prive di servizi, compresa l’elettricità, l’acqua corrente, bagni e servizi igienici, necessità di integrare il reddito familiare producendo direttamente per l’uso cibi conservati e calze di lana, materassi, imbottite e maglie, corredi da sposa e capi di vestiario; cura dei piccoli, cura degli ammalati e degli anziani e, nei limiti consentiti dalle condizioni di vita, responsabilità della sopravvivenza e del benessere di tutti i membri della famiglia.

C’era poi il lavoro femminile direttamente ‘produttivo’. Le donne in campagna non si limitavano a spigolare e vendemmiare, ma vangavano e sarchiavano, se necessario aravano, seminavano e mietevano, governavano il bestiame e trasportavano grossi carichi. Di fatto, non eranoescluse da nessuno dei lavori cosiddetti pesanti. Una caratteristica delle donne contadine che raramente è stata messa in evidenza è la capacità-disponibilità che avevano, spinte dal bisogno ma al tempo stesso dotate di una duttilità e di un’inventiva notevoli, di assumere i ruoli produttivi più svariati: negli interstizi che lasciava loro il lavoro di casa e quello agricolo riuscivano a ‘guadagnare qualche soldo’ facendo ogni sorta di cose: raccoglitrici-venditrici – talvolta al mercato locale tal’altra direttamente alle ‘signore’ del paese o della città vicina – dei prodotti selvatici (fragole, funghi, erbe,ecc.); produttrici-venditrici, alle stesse condizioni, dei prodotti della bassa corte e dell’orto; venditrici delle proprie competenze di massaie e di cuoche, in prestazioni saltuarie o fisse, alle stesse ‘signore’ o anche a vicine impossibilitate o, comunque, a chiunque volesse comprarle; persino manovali nella piccola edilizia autogestita locale”. (10)

Ho voluto riportare questa lunga citazione perché mette in luce con efficacia e precisione la fatica, ma anche la complessità e la creatività del ruolo della donna contadina, alla quale erano richieste competenze come la flessibilità, la capacità di improvvisazione, di adattamento, di riprogrammazione del tempo e delle risorse, di individuazione delle opportunità, di amministrazione dei beni e dei saperi famigliari, di gestione delle relazioni, che possiamo considerare di grande modernità.

Una storia di lunga durata, potremmo definirla, soprattutto lunga durata delle immagini, della mentalità, delle stereotipie, forse più che delle stesse norme e tradizioni, ma in questa storia è depositato anche un patrimonio di capacità e intelligenze che non possiamo permetterci di sprecare, cancellandone la memoria e sottovalutandone il valore.

Sfatato ormai, si spera, il pregiudizio del senso comune, secondo il quale il lavoro femminile sarebbe una delle conseguenze della modernità, proprio anche attraverso la ricostruzione della presenza femminile in agricoltura, resta la necessità di andare oltre il dato puramente lavorativo per cogliere la complessità di una presenza che, come dicevo all’inizio, non può non segnare tutti gli aspetti della società e quindi della storia.

Proprio cominciando dall’analisi del mondo rurale, possiamo cogliere la relazione tra “patrimonio e matrimonio” per dirla con una battuta, questione che intreccia alla struttura lavorativa quella delle relazioni parentali e affettive dentro norme e tradizioni, la gestione della sessualità femminile e insieme le strategie per conservare forme d’indipendenza o addirittura preservare scelte di solitudine, la trasmissione tra generazioni di donne dei saperi tradizionali, ma anche dei ‘permessi’ di trasgressione ed emancipazione nel rapporto madri-figlie.

L’analisi di un mondo contadino, solo in parte forse scomparso e trasformato, la cui continuità nei secoli è arrivata così vicina a noi, tanto che ne sopravvive ancora la memoria, non può prescindere oggi dall’ascolto della diretta voce dei protagonisti e delle protagoniste.

La voce anche di sofferenze mai dichiarate, come ricorda Gianluigi Della Valentina, all’inizio del suo bel saggio sul lavoro femminile nel Bergamasco di fine Ottocento (11) e vorrei riportare, come testimonianza significativa, proprio le parole di una delle donne intervistate da Nuto Revelli per il suo libro “L’anello forte” opportunamente riportata nel testo, già citato, di Paola Di Cori.

“Ah, io non vorrei più tornare indietro, oh, la vita che ho fatto. Io di bello ne ho visto poco. (…)” dice Anna Gazzera “Una volta era una martire la donna di campagna, una martire. Perché gli uomini andavano via in campagna, allora falciavano tutto a mano, anche l’uomo era martire perché lavorava tutto il giorno e di notte veniva l’acqua da irrigare. E la donna a casa aveva le vacche da mungere, ed i bambini da guardare, e poi il burro da fare, io non le posso spiegare tutto, passavo quasi tutte le notti senza dormire, poi ti viene il nervoso, la debolezza, perché quando uno fa questa vita non ha più voglia di mangiare, uno si lascia andare. Poi abbiamo migliorato, non vendevamo già più le uova per comperare lo zucchero, non per dire ma stavamo bene, in casa mancava niente, avevamo i nostri liquori, lo zucchero, il caffè, il formaggio, ammazzavamo il maiale, c’era di tutto. Ma non potevamo più gustare la roba perché ormai eravamo stanchi, sfiniti, logori, non dormire, tanto lavoro, i bambini che piangevano, che si aggrappavano alla sottana, no, no, la donna di campagna al tempo nostro era una martire, adesso è meno sacrificata perché ha le macchine, e poi le famiglie non sono più grosse. (…) Oh, una volta erano tante le famiglie numerose come la nostra. Una volta c’erano i preti, e le madri avevano paura di fare peccato. E poi è arrivata l’epoca del duce, dava ancora il premio a quelle che ne compravano tanti.” (12)

Testimonianza simili possiamo ritrovare negli studi, non proprio numerosi comunque, non solo dal nord al sud dell’Italia, dalla montagna alla collina, alla pianura, ma quasi certamente dalla Francia alla Spagna, dalla Grecia alla Russia, e più lontano ancora, come ci ricordano le testimonianze delle donne latino-americane o delle africane o delle indiane.

Studiare la condizione della donna rurale può diventare una sfida storiografica con profonde valenze politiche, se la politica è pensata e praticata come il luogo di un patto tra i generi e le generazioni, che si occupa della convivenza civile anche attraverso la gestione delle risorse, della loro produzione e distribuzione secondo criteri di giustizia sociale.

Pur restando nel piccolo spazio di questa conversazione, che mi costringe a sintesi veloci e generalizzazioni un po’ grossolane, non possiamo costringere il nostro sguardo entro i confini di un territorio provinciale e neppure nazionale, perché la storia risponde prima di tutto alle domande del presente, nel quale trova le sue radici e il suo senso, un presente, il nostro, che può tenere nel cuore l’albero degli zoccoli, ma tra le mani ha ormai la responsabilità delle sorti dell’intero pianeta.

Ho citato il film perché ancora, a distanza di tempo, riporta a molti di noi le atmosfere del proprio passato, tanto poco erano cambiate le condizioni del mondo contadino, nelle nostre zone, dall’Ottocento agli anni cinquanta del Novecento.

Alla tenerezza che risvegliano le immagini, che a molti di noi riportano schegge d’infanzia, resta per me, oggi come allora, un sottile senso di incompiutezza, qualcosa che non quadra, un disegno dai contorni sfumati che celano altre e diverse immagini e verità.

Resta nella narrazione cinematografica il tabù di una presenza femminile più reale nell’espressione della sua esistenza: mancano i conflitti con gli uomini, ma anche tra donne, così come le scelte forti, le solidarietà, c’è la maternità, ma è taciuto il desiderio sessuale dietro una compostezza della figura della fidanzata che ricorda l’immagine quasi asessuata della Lucia di manzoniana memoria, c’è il corteggiamento garbato ma è assente quella promiscuità tra i sessi che intrecciava anche strategie di seduzione e forme di sopraffazione o violenza.

Non si può chiedere ad un film di essere testimonianza storica, ma solo opera compiuta della creatività del regista e sono altri i criteri attraverso i quali leggerne il senso e il valore, pure mi piacerebbebbe ritrovare sullo schermo la forza, la risolutezza e anche la durezza, quel mascherare l’affetto dietro un’attenzione un po’ ruvida, di alcune donne della mia infanzia in cascina, quelle donne lombarde, che non sono diverse da altre, certo, ma che vorrei ricordare, come suggerisce Annarita Buttafuoco, “in un tratto non sintetizzabile in un’immagine unica, ma composto dalla sovrapposizione di diversi elementi. (…) quell’attitudine che in termini ottocenteschi si sarebbe definita ‘morale’ e che, in un’estrema semplificazione, potremmo indicare come la tendenza diffusa delle donne lombarde ad ‘assumere responsabilità’ verso se stesse e verso la società in senso lato.” (13)

Non sono una studiosa o una ricercatrice, potrei definirmi una fruitrice appassionata di ricerche altrui, perché credo che sia parte integrante del mio ruolo d’insegnante la capacità di rendere visibili i contributi che le ricerche stesse ci forniscono senza accontentarmi delle pastette precotte, e non sempre ben confezionate, dei manuali, ma con la passione di accompagnare allieve e allievi alla scoperta di tutte le possibilità che ci offre la “libera proliferazione delle domande” e per questo vorrei aggiungere, sul tema, una piccola nota relativa alla cosiddetta preistoria, ricettacolo di molti degli stereotipi che restano inossidabili nell’immaginario dei nostri ragazzi da un ciclo all’altro della scuola.

Se è vero che nei primordi della nostra storia gli uomini erano cacciatori e se è stata la raccolta dei frutti, però, più che la caccia, come appare probabile, a consentire alla specie umana di sfamarsi, è alle donne che dobbiamo in buona parte la sopravvivenza e, successivamente, l’invenzione dell’agricoltura.

Non è stata un’invenzione da poco, ne conosciamo l’origine in modo approssimato come per molte altre questioni di cui non ci resta testimonianza, ma può rappresentare un’occasione per ricollocare il nostro sguardo in modo meno strabico perché riesca a vedere entrambi i generi nella storia e forse a svelare quei lati oscuri del passato che portano la loro ombra anche sul nostro presente e rendono opaca la possibilità di immaginare il futuro.

 

Rosangela Pesenti

 

1)      Arlette Farge, La storia senza qualità, Essedue edizioni, Verona, 1981. Titolo originale “L’Histoire sans qualité” Paris, éditions Galilée, 1979, p. 17

2)      Francesco Sabatini, Più che una prefazione, in Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 1987

3)      Arlette Farge, cit., p. 19

4)      Paola Di Cori, La donna rappresentata, Collana IRES, Ediesse, Roma 1993, p. 103-104

5)      Edith Ennen, Le donne nel Medioevo, Laterza, Bari, 1990, pp. 117-118

6)      Maria Giuseppina Muzzarelli, Paola Galetti, Bruno Andreolli (a cura di ), Donne e lavoro nell’Italia medievale, Rosemberg & Sellier, Torino, 1991, pp. 7 e 10-11

7)      Marina Vitale, Una donna dalla memoria lunga: la scrittura autobiografica dal basso, in A. Arru e M. T. Chialant, Il racconto delle donne. Voci, autobiografie, figurazioni, Liguori, Napoli 1990, p. 93

8)      Karen Blixen, Ultimi racconti, Adelphi, Milano 1995

9)      Maura Palazzi, Famiglia, lavoro e proprietà: le donne nella società contadina fra continuità e trasformazione, in Annali dell’Istituto Alcide Cervi, n.12, 1990, pp. 48-51

10)  Amalia Signorelli, Il pragmatismo delle donne. La condizione femminile nella trasformazione delle campagne, in Storia dell’agricoltura in età contemporanea, vol. II Uomini e classi, Marsilio, Venezia 1990, pp. 638-639

11)  Gianluigi Della Valentina, Il lavoro femminile nel Bergamasco di fine Ottocento, in Donna Lombarda 1860-1945, a cura di A. Gigli Marchetti e N. Torcellan, Franco Angeli, Milano, 1992

12)  Nuto Revelli, L’anello forte, Einaudi, Torino, 1985, pp. 39-40

13)  Annarita Buttafuoco, Introduzione a Donna Lombarda, cit. p.10

 

 

 

Sbobinatura a cura di Franca Ligi

 

“IL MONDO DELLA DONNA NEL MONDO RURALE”

(Prof. Rosangela Pesenti 1998-99)

Prima parte cassetta

 

Credo sia la prima volta che tengo una conferenza in questo paese in cui abito da vent’anni. Ho visto il titolo e la dicitura accanto al mio nome soltanto quando ho ricevuto l’invito e ci tengo a precisare che intanto non sono una scrittrice nel senso che in Italia la definizione di scrittore-scrittrice è data dal mercato io preferisco essere definita un’insegnante perché “l’insegnante” è il mestiere che mi sono guadagnata intanto con un concorso e poi con 15 anni di lavoro. D’altro canto fare l’insegnante non consente di diventare facilmente scrittrice nel senso che consente si di scrivere tanto ma certamente non di approdare sempre alla pubblicazione perché il tempo è abbastanza poco e uno degli elementi che ha faticato gli anni d’insegnamento per me è stato il tentativo per 15 anni di insegnare storia degli uomini e delle donne e siccome fare questo in mancanza totale di libri di testo che fossero adeguati alla storia che è la storia della specie umana e la storia della specie umana non può che essere la storia di uomini e di donne ha costituito una lunga fatica che ancora non si è interrotta, ancora non si è compiuta.

Il titolo “Il mondo della donna nel mondo rurale” inserito negli altri titoli dà conto di un’anomalia, se leggete gli altri titoli essi sono tutti declinati al neutro, c’è un mondo contadino, un agricoltore, una serie di tematiche: la religiosità l’istruzione fra questi temi, uno fra i tanti è la donna. Questo tipo di impostazione io l’accetto da molti anni, non c’è un altro modo di forare, di bucare il mondo della parola sulle donne, l’unico modo è accettare le condizioni date, ma certamente c’è un’anomalia che è quella che donne e uomini abitano il mondo da sempre, non c’è un altro modo di essere della specie umana che non sia quello di essere o donne o uomini quindi le donne non sono una particolarità accanto all’istruzione, gli anziani oppure com’è in tutti i testi di tipo sociologico in genere le donne vengono prima o dopo anziani, handicappati, come si dice a volte in una battuta: nel mondo degli sfigati della terra vengono anche le donne. Anche nelle ultime relazioni di politici noti, al governo e non, ho notato che siamo tornate, dopo una breve stagione in cui eravamo accanto, uomini e donne accanto, siamo tornate in questo elenchino e questo mentre il mondo sta cambiando in modo prepotente e l’accesso delle donne alla parola, alla scrittura, alla storia, pone problemi credo alla storia tout court, e non soltanto alla storia degli uomini.

Le donne nel mondo rurale si possono definire con una frase semplicissima allora, tra ‘800 e ‘900, come oggi dove coprono il 75% del lavoro le donne lavorano tanto più degli uomini, in lavori spesso più faticosi, considerati più marginali e da questi lavori non ricavo né valore personale né identità e neppure beni materiali. Le donne restano nel poter cumulare risorse materiali dal loro lavoro a quella che si è sempre chiamata comunemente la cresta sulla spesa e do la valenza a questo “cresta sulla spesa” è stata una strategia economica delle donne per avere comunque delle risorse per dei bisogni fondamentali spesso per sé ma più spesso ancora per i figli e le figlie. Ma categorizzarla in questo modo cioè le donne nel mondo rurale e oggi nei due terzi del mondo attuale suona appunto in questa condizione di subalternità e di sfruttamento ma comunque la categoria se poi dovessimo usare banalmente la categoria oppressori e vittime per leggere la storia degli uomini e delle donne noi perpetueremmo comunque un falso storico. Questo per dire che la questione del rapporto delle donne con la storia non è nemmeno così semplice se noi lo affrontiamo dal punto di vista della cancellazione della non esistenza, ci sono quindi a monte dei dati che pure ci sono e c’è tra l’altro un bel saggio di Gian Luigi della Valentina in un testo “Donna lombarda” proprio sulle donne contadine, quindi dati ci sono, le ricerche sul nostro territorio non sono moltissime ma comunque nel nostro immaginario, nella nostra memoria qual era la condizione delle donne nel mondo contadino è conosciuta ma è conosciuta dal punto di vista dei dati ma credo che sia meno conosciuta dal punti di vista della riflessione su questi dati del tipo di sguardo e del tipo di categoria interpretative con le quali noi leggiamo questi di dati. Vi faccio un esempio molto banale ma che fa sempre una storia, Anna Bravo, che a me piace molto, è una storica che ha studiato soprattutto le guerre mondiali e a studiato appunto la guerra che sembra un mestiere da uomini prevalentemente proprio dimostrando come le guerre in realtà rappresentano un’interrelazione complessa tra donne e uomini fra protagonismo maschie e protagonismo femminile e addirittura la seconda guerra mondiale potrebbe essere considerata una guerra al femminile per quanto soprattutto in Italia è forse soprattutto il protagonismo femminile che riesce a dare un senso a quella che è stata per metà una disfatta, ma non voglio dilungarmi sulla guerra. A me Bravo fa sempre un esempio per complicare le categorie storiografiche utilizzando proprio una rappresentazione delle donne tra ‘800 e ‘900 nell’uscita dal mondo contadino. I dati ci dicono che l’uscita delle donne dal mondo contadino, il lavoro in fabbrica, credo che lo sappiate tutti che la prima industrializzazione vede soprattutto la presenza delle donne e dei bambini all’estero come in Italia in contemporanea a quest’avanzata del lavoro in fabbrica da parte delle donne abbiamo un aumento delle nascite illegittime e delle donne nubili appunto che hanno bambini delle donne sole. Ad una prima lettura gli storici hanno accostato questi due dati, per dire come anche i dati non siano sempre oggettivi ma dipende dalla lettura che ne facciamo, ad una certa emancipazione delle donne. Allora le donne vanno in fabbrica quindi sono emancipate quindi si liberano dei tradizionali lacci e sono quindi anche più libere sessualmente. Fa una bella annotazione l’Anna Bravo dicendo che queste sono sempre le fantasie maschili che identificano la libertà delle donne come una maggiore libertà sessuale, in realtà lei dice qui è stato preso un clamoroso granchio perché nella prima trasformazione del mondo contadino in mondo industriale in questo scorcio di tempo fra fine dell’800 e inizi del ‘900 in Italia le nostre ragazze delle campagne vanno prevalentemente in città a fare la serva, non vanno in fabbrica. La prima uscita dalla campagna delle ragazze è fare la serva e la nascita dei figli illegittimi è molto più legata al fatto, e quindi è molto più tradizionale, nel senso che manca la tradizionale protezione della famiglia cioè il paese in qualche modo costringeva il corteggiamento a terminare con il matrimonio mentre in città le ragazze sole meno facilmente il corteggiamento si traduce in matrimonio e sono oltretutto alla mercé dei padroni i quali le usano e questo si vede anche in tutte le relazioni sulla prostituzione. Spessissimo l’accesso alla prostituzione delle donne fra ‘800 e ‘900 è dovuta proprio a questo fatto: vanno in città come serve, vengono sedotte e abbandonate dal padrone o dai giovani studenti e per mantenersi o mantenere il figlio all’orfanotrofio si prostituiscono quindi altro che emancipazione è la persistenza di una subalternità delle donne. Quindi queste nascite illegittime questa presunta maggiore libertà sessuale in realtà è un elemento di lunga durata del mondo precedente, del mondo patriarcale. Questa riflessione Anna Bravo la riporta sempre, infatti l’ho trovata in più di un testo, in più di una conferenza sua perché rompe tra l’altro le categorie cronologiche. Tale storia degli uomini e delle donne pone problemi alle cronologie costituite, alle temporalizzazioni così come noi le abbiamo conosciute a partire dalla domanda che ormai è diventata famosa: ci fu un rinascimento delle donne? che è una domanda non peregrina in contemporanea con il rinascimento comincia la grande persecuzione delle guaritrici le cosiddette streghe, delle guaritrici di tutto il mondo femminile portatrici di un sapere che veniva escluso dal sapere ufficiale quindi a partire dalla domanda “ci fu un rinascimento delle donne?” le periodizzazioni se noi parliamo di storia degli uomini e delle donne non valgono nel senso che le periodizzazioni e i momenti di mutamento non si collocano li dove noi li leggiamo. Questo è un ulteriore problema che complica la lettura. Ma non c’è solo questo, c’è il problema di una storiografia per come si è costituita negli ultimi due secoli e c’è tutta la questione del rapporto tra vissuti e narrazione quando come le donne accedono alla narrazione di sé alla narrazione della propria storia. Per dire la questione della narrazione ancora non risolta vi faccio due esempi che sono banali ma che credo siano efficaci: le insegnanti sono in maggior numero degli insegnanti non esiste a tutt’oggi narrazione diffusa e costituita del lavoro insegnante visto al femminile, anche i films, la scuola nei libri di Starnone per quanto simpatici, molto belli da leggere, divertenti eppure è una scuola guardata con uno sguardo maschile: da “La maestrina dalla penna rossa” alla “Professoressa” di Don Milani noi abbiamo una narrazione che racconta come gli uomini vedono e guardano la scuola, le donne sono delle macchiette appunto da “La maestrina dalla penna rossa” alla “Professoressa” di Don Milani alle “Vestali della classe media” per citare un altro famoso libro che credo tutti ricordiamo del 1968 che per quanto riportassero dati egregi cioè dati che come dire erano veri, io ho a lungo condiviso e citato nelle mie programmazioni scolastiche “Lettera ad una professoressa” di Don Milani per dire che volevo fare una scuola come quella in cui lui credeva ma resta il fatto che il racconto è misogino, il racconto della scuola, e la scuola italiana che comunque nel confronto con l’estero con tutti i problemi che abbiamo da buoni risultati nel senso che la scuola materna viene considerata tra le migliori, la scuola elementare a un buonissimo posto, ci collochiamo per la media e le superiori a metà insomma non proprio disastrati nonostante non vediamo riforme della scuola media e superiore da 50 anni, riforme significative. Questo ci dice che la femminilizzazione della scuola in realtà qualcosa di buono avrà pur dato, non è solo un dato negativo, ecco proprio per stare al dato, eppure non c’è una narrazione al femminile della scuola, non c’è una narrazione né tragica né ironica, non c’è narrazione, le donne si collocano qua e là come i maschietti, su questo ci sono alcuni studi interessanti sulle insegnanti. L’altra mancata narrazione è quella delle donne nella Resistenza, noi abbiamo splendide narrazioni della Resistenza che è il momento della guerra in cui la giovane generazione di allora di uomini e di donne scelse da che parte stare e si giocò, si giocò anche dal punto di vista biografico una propria storia nelle testimonianze delle donne e degli uomini si sente questo giocarsi a vent’anni la propria biografia con delle scelte importanti magari anche avventate come le raccontano perché sono le scelte dei vent’anni. La Resistenza fu un fenomeno di giovani prevalentemente. Noi abbiamo una narrazione maschile straordinaria se penso a testi come “I piccoli maestri” di Meneghello, “Il partigiano Jhonny” di Fenoglio, ce ne sono moltissimi è molto narrata la Resistenza al maschile. Manca una narrazione della Resistenza al femminile abbiamo un unico testo accreditato che è “L’Agnese va a morire” e è un testo che in qualche modo falsifica ed è interessante, io anche su questo non voglio dilungarmi ma ho fatto un lungo lavoro e ancora mi sto chiedendo perché Renata Viganò che è una giovane donna nella Resistenza sente la necessità di raccontare questa sua esperienza attraverso una grande madre, una grande madre muta che alla fine muore che quindi è un archetipo mentre c’erano le ragazze della Resistenza e ci sono delle bellissime testimonianze del vissuto di queste ragazze e del fatto che anche ragazze, io penso una donna come Marisa Ombra che partecipa alla resistenza al seguito del padre capitano, figura molto nota, lei era una ragazza giovanissima, però nel suo racconto ci va con motivazioni proprie, le donne non vanno in modo ancillare nella Resistenza non scelgono di darei vestiti agli sbandati solo per motivazioni di tipo familistico o comunque come leggiamo anche queste motivazioni la cura, l’affetto, la cura dei corpi, la cura dei corpi dei morti e dei vivi, l’affettività, il pensare io faccio questo a quest’uomo perché spero che altre donne lo faranno a mio figlio, per mio marito. Questo pensiero è un pensiero politico, è un pensiero non del privato, non è lo sconfinamento di un privato ma è un modo di vivere la cittadinanza prima ancora che le donne abbiano il diritto di voto prima ancora l’abbiano la cittadinanza. E’ un modo di sentirsi cittadini del mondo prima che appartenenti ad una famiglia, le donne scelgono fanno queste trasgressioni, rischiano la vita perché sapete che in quel tempo nascondere gli sbandati, i renitenti alla leva si rischiava la pena di morte, le donne lo fanno eppure tutta questa parte non è narrata, noi abbiamo una sorta di iconografia della Resistenza che mette in primo piano gli uomini armati per giunta e mette in secondo piano non solo le donne ma mette in secondo piano anche un grande pezzo di esperienza degli uomini, anche qui vado con degli esempi ancora più recenti, alcune delle medaglie d’oro nella guerra del Vietnam, sono state date ad alcuni soldati, anche questo viene citato da Anna Bravo però lo avevo letto anche da un’altra storica, vengono date ad uomini che hanno difeso i loro compagni con il proprio corpo. Di solito si legge questo gesto sotto il nome del cameratismo quel patto fra uomini che esclude le donne, il cameratismo fra uomini quello che si gioca allo stadio, in osteria quell’immaginario lì, ma non possiamo pensare invece che questi uomini hanno conosciuto dentro la guerra del Vietnam. Come in tutte le guerre, la vicinanza fisica dei loro compagni hanno imparato a prendersi cura dei corpi feriti, cioè dei corpi inermi. C’è una cura dell’altro da sé che non è patrimonio solo delle donne, è patrimonio della specie umana. Sono le letture che poi deformano come se le donne fossero sempre quelle che curano e gli uomini qualsiasi gesto fanno è per un eroismo superiore. Ecco credo che definire questi eroismi virtù quotidiane che si differenziano le virtù quotidiane dalle virtù eroiche sia poter trovare delle categorie di accesso alla storia per gli uomini e per le donne in modo diverso da come questa storia ci è stata raccontata. Recentemente una delle obiezioni che sempre si fanno, che si facevano, che sono state fatte per molto tempo al fatto che le donne non ci sono nella storia si diceva va bhè le donne non hanno fatto niente tanto stavano in casa, non ci sono fonti si diceva, e anche questo è stato smentito, ma era l’idea: il mondo è sempre stato così cioè le donne sono sempre state subalterne quindi c’è un qualche motivo originario di questa subalternità evidentemente; anche questa proiezione sul passato oggi è stata messa in discussione ci sono alcune… soprattutto una archeologa Maria Gibutas e un’antropologa Arianne Eisler, ristudiando tutti i reperti archeologici del bacino del Mediterraneo hanno formulato la tesi che prima delle società guerriere che nascono con il crollo dell’ultima civiltà minoica, prima di queste civiltà guerriere  c’è una civiltà che loro definiscono gilanica, non quindi un matriarcato loro dicono ma una società in cui il rapporto fra i sessi era paritario ed erano anche società a bassa gerarchia sociale, la differenza fra i capi e i lavoratori era meno alta. Loro ci trasmetto questa ipotesi di società tra l’altro suffragata da grandissimi studi e da testimonianze, ma certamente i loro studi sono guidati anche dal fatto che se noi pensiamo che il passato sia sempre stato così  difficile è pensare che in futuro possa cambiare. Anche proiettare su un passato di cui conosciamo poco un’idea diversa ci serve per poter pensare ad un futuro diverso e la loro tesi appunto è volta dimostrare soprattutto che la sconfitta di questa società gilanica non ha significato soltanto la sconfitta delle donne ma ha significato la sconfitta di uomini e donne e questo ha cancellato dalla storia anche tutta una tipologia di uomini che non rispondevano al canone dell’uomo guerriero. Oppure ha piegato l’interpretazione storia anche di gesta, di eventi sempre al mito del guerriero. Su questo, per stare nell’arco di tempo nel quale io non resterò perché la premessa sarà più lunga poi delle questioni sulle donne contadine, nella storia italiana sono stati cancellati proprio dai libri di storia tutti quegli uomini che hanno fatto battaglie parlamentari da subito per dare il voto alle donne. Un deputato parlamentare come Salvatore Morelli, che è stato ininterrottamente nel parlamento italiano dall’unità d’Italia per credo 30 anni, uomo di grande cultura conosciuto in Italia e all’estero, che ha fatto grandi battaglie, era iscritto ai movimenti femministi internazionali e a fatto continue battaglie per il voto alle donne, nei nostri libri di storia non compare. Come non compare un certo signor Moneta che nel 1906 riceve il premio Nobel per la pace, un uomo italiano, anche lui legato ai movimenti delle e donne italiani e internazionali. Così come non si dice mai, lo ricordo sempre come un aneddoto, che Garibaldi era legato ai movimenti femministi internazionali, che il Mazzini si salvò dalla repubblica romana nella carrozza di una femminista americana che aveva portato il si del suo governo, era una giornalista ed era riuscita ad avere dal suo governo aiuti per la repubblica romana perché allora gli USA avevano interesse a sostenere la nascita delle repubbliche. Mameli è morto fra le sue braccia. Questo per dire dei legami di una storia anche tradizionale ……..  per dire cosa vuol dire occultare le donne. In questo caso significa occultare un pezzo di risorgimento non insignificante.

E’ stata una premessa molto lunga ma credo che sia stata una premessa necessaria davanti a un auditorio di insegnanti perché in-segnare significa, affettuosamente, lasciare dei segni e non è indifferente la storia che raccontiamo per queste giovani generazioni di ragazzi e di ragazze che si misurano con la propria identità, perché la questione non è tanto …..

 

II parte cassetta

… ed è un film che allora mi ha fatto insieme tenerezza e rabbia.  Tenerezza perché la nostra zona, la nostra storia non è narrata, noi non abbiamo narratori e narratrici, non abbiamo una tradizione di narrazione scritta, avevamo solo narrazione di tradizione orale, quindi per me è stata una grande emozione ritrovare pezzi della mia infanzia e questo mi piace, mi piace l’idea che l’idea che io e la mia generazione abbiamo potuto attraversare questo crinale di tempo appartenere a due mondi. I miei figli, le nostre figlie e figli appartengono a questo mondo soltanto. Noi apparteniamo a due mondi. Io appartengo al mondo de ..lescala siras.. spero che capiate il dialetto a …grata so i canu… erano questi lavori che si facevano e che facevano le donne perché mi ricordo che bambina andavo nei solai a grattare e ci si grattavano le dita da matti ed io che ero imbranato mi grattavo molto le dita, ero piccolissima. Quindi una grande tenerezza per questa narrazione di una storia che si è persa senza soluzione di continuità, cioè la nostra uscita dalla povertà è stata un’uscita con cancellazione dalla storia, con la cancellazione della memoria. Questa è una tragedia, quand’ero più giovane lo definivo un genocidio culturale. Ero un po’ più aspra allora adesso attenuo i toni eppure la sensazione è sempre la questa; quel mondo è sparito ritorna soltanto nel folclore ma nella memoria del folclore spesso a me non piace perché è una memoria falsa, cioè non sono i bei vecchi tempi, non era il “mulino bianco” era una fatica dannata, era un mondo anche violento, era un mondo difficile in cui, ad esempio,  i bambini con due sberloni si mettevano a posto. Non vorrei, io personalmente, tornare a quel mondo. Poi c’è questa nostalgia per un mondo non narrato e lì c’è una narrazione che io trovo straordinaria. La nebbia, quando lo racconto a chi abita in montagna anche qui a Bergamo trova difficile questa mia affezione alla nebbia, eppure noi qui tutto sommato se un inverno è proprio senza senza nebbia completamente , qualcosa ci manca, almeno a me manca ce non c’è proprio completamente. Poi magari mi arrabbio perché devo andare in macchina, ma è un’altra cosa.

Invece la rabbia per questo film è questa narrazione quasi vista dal punto di vista di un bambino, di un bambino maschio, non di una bambina, e un po’ come dire di figurine, quelle che ci mette lì sono figurine, soprattutto le donne sono figurine. Una giovane operaia che va in fabbrica, quindi che sperimenta questo pezzetto di libertà e poi non dimostra nessun desiderio fisico, nessun desiderio sessuale, è assolutamente assessuata nel rapporto con il fidanzato. Non è credibile. Non è credibile lo sappiamo nei racconti delle nostre nonne, e l’amore sul fieno, le trasgressioni, lo scappare dal vespro del pomeriggio, io ricordo ancora: le calze fine messe in fondo alla stradella. In casa ti lasciavano con i calzettoni fino a grande. Quindi non è credibile questa ragazza. Non è credibile la vedova e su questo se volete leggere un bel testo c’è un testo di una storica che chi si chiama Maura Palazzi su “Donne sole”. Le donne sole, c’è questo tema della solitudine. Chi sono le donne sole. Sembra che la solitudine: le singles siano un fenomeno dell’oggi, in realtà le donne sole appartengono a tutte le realtà delle generazioni della specie umana. E chi sono queste donne sole, io ricordo ancora quando ti trovavano in giro in un gruppo di ragazze ti dicevano: “cosa fate in giro tutte sole” ed eravamo magari 4 o 5. Perché una donna senza un uomo è sola. Io appartengo alla stagione in cui uno slogan divertente era: “una donna senza un uomo è come un pesce senza bicicletta” che uno diceva ma cosa c’entra il pesce con la bicicletta? Niente, appunto. Una donna sola è una donna anche se non ha un uomo. Questa però è proprio una battuta. Chi sono le donne sole. C’è questa vedova, questa vedova non è credibile. Che cosa non è credibile. Non è credibile la delega al figlio a mettere via o no i bambini? Queste donne sole sono donne che nelle nostre società che erano appunto le vedove, le zitelle, oppure era andare suora un modo per non restare sola ma entrare in un altro tipo di relazione, ed era un luogo di libertà per le donne tutto sommato. C’è anche una battuta che circola ancora adesso che le vedove rinascono tutte. Dal punto di vista della psicologia è stato a lungo studiato da una psicoanalista che si chiama Elvira Reale il fatto che di solito fino a una certa generazione il matrimonio faceva bene agli uomini e male alle donne tanto che una tipica malattia femminile si chiama esaurimento. Esaurimento che in genere è l’esaurimento delle forze, il cumulo dei lavori. Però queste donne sole. Cioè la vedova di questo film, come si colloca dal punto di vista lavorativo cioè come si collocano queste donne sole. Rendono più visibile che le donne nella famiglia il fatto che dal punto di vista lavorativo le donne si collocano in strategie che in qualche modo portano al cumulo di risorse familiari, un numero di risorse aggiuntive che consentono la sopravvivenza anche nelle stagioni magre cioè la donna fa la lavandaia, la donna fa la stiratrice, erano mestieri che le donne facevano anche quando avevano un uomo. Andavano a costituire un di più del bilancio familiare. Raramente poi le veniva riconosciuto questo lavoro, a parità di fatica e anche di uso della forza questo lavoro era pagato la metà, anche quando andavano in fabbrica il lavoro delle donne in Italia era pagato la metà rispetto quello degli uomini; è un fenomeno , tra l’altro, ancora presente perché nelle nostre fabbrichette il lavoro delle donne è spesso peggio pagato di quello degli uomini, è spesso in nero, è spesso un lavoro più precario. La realtà del problema lavoro non si è chiusa definitiva nella storia, per le donne. Ma io credo che appunto attraverso questo film noi vediamo alcune immaginette dietro alle quali invece ci sono strategie di vita che rappresentano anche strategie lavorative. Il mondo agricolo come il mondo industriale non è un mondo a lavoro monolitico, ma richiede una serie di lavori che definirei interstiziali cioè che sono necessari per, è la stessa cosa che se si lavora comunque in due la spesa qualcuno deve farla; andare a far i certificati in Comune qualcuno deve andare a farli e in genere sono le donne per usare una categoria dell’oggi. Ma sempre in tutti i mondi lavorativi le donne occupano qualche volta anche il lavoro pari agli uomini perché in assenza di manodopera maschile le donne fanno anche tutti i lavori maschili. Mungono le mucche, questo si è visto anche in tempo di guerra, nelle nostre campagne lo sappiamo benissimo, mungono le mucche, vanno a tagliare il fieno, tagliare il grano, fanno tutti i lavori maschili ma in più hanno una serie di lavori che rappresentano quel di più della famiglia contadina, quel piccolo benessere che ti consente la dote alla figlia, di mandare magari a scuola il bambino e che però nel momento viene a mancare il

Il capo famiglia rappresentano una risorsa lavorativa preziosa. Lavare i panni è un lavoro duro ma è un lavoro comunque che non manca mai e quindi resta una risorsa per la famiglia. Non è il vecchio non è il capofamiglia la risorsa non è nemmeno il ragazzo che va dal mugnaio ma resta questa donna, questa donna però che è mal pagata. Io sto buttando lì alcune evocazioni chiaramente, non più di tanto, però mi sembra importante perché l’idea di passare alle giovani generazioni di ragazze e di ragazzi questa dicotomia fra oppressori e vittime mi sembra oltre che ingiusta impoverente perché mai dovrebbero studiare la storia se dietro di loro c’è soltanto una narrazione in cui non ti puoi identificare né con gli uni né con le altre. Oppure in cui c’è un patrimonio di eroi con il quale per le ragazze è difficile identificarsi. Io credo che se possiamo passare alle giovani generazioni un patrimonio di conoscenze della specie umana, rispetto al come si conserva e si migliora la vita io credo che possiamo pescare nelle tradizioni di vissuto storico reale di donne e di uomini tramandando qualcosa di più interessante ad esempio delle sole guerre. Tra l’altro la ripetizione della storia che noi vediamo anche ultimamente cioè questa idea che per la mia generazione era stata una verità cioè la guerra era l’ultima guerra mondiale e non avremmo mai più visto guerre, non si è rivelata vera. I nostri ragazzi e le nostre ragazze sono di fronte un numero di guerre inenarrabili e spesso non hanno categorie interpretative per capire. Tra l’altro consentitemi anche questa digressione, le immagini che ci appaiono appunto così fisse nel film “L ‘albero degli zoccoli” che ci racconta la fine dell’800 continuano ad essere fisse quando ci raccontano la guerra dei giorni nostri. Io per la guerra in Jugoslavia ho fatto un lavoro con i ragazzi e le ragazze della scuola così come l’avevo fatto sulla guerra del golfo. La guerra del golfo era una guerra da video game, era una guerra raccontata con le metafore della sanità, quasi le stesse metafore che usava Hitler per distruggere i ghetti degli ebrei, queste metafore sanitarie hanno una lunga tradizione. Quando vuoi distruggere qualcosa dicendo che è un ben usi la metafora sanitaria. Della guerra nell’ex Jugoslavia noi abbiamo immagini estremamente stereotipate abbiamo visto soltanto i guerrieri e vecchie donne con il fazzoletto nero in testa, cioè le immagini erano analoghe a quelle della nostra prima guerra mondiale, nessuna immagine ci ha raccontato di tutte le associazioni di donne che si sono mobilitate, delle donne colte, delle donne di Sarajevo, Sarajevo era una città multietnica  una città in cui erano moltissime le associazioni di donne e le associazioni pacifiste, non ci hanno raccontato delle associazioni di donne che anche in Italia hanno accolto i disertori, non ci hanno raccontato dei giovani maschi che hanno disertato per non stuprare. Abbiamo visto dei guerrieri che si uccidevano fra loro, io credo che anche le immagini non sono neutre, quella guerra lì che ci hanno raccontato non è la sola guerra della ex Jugoslavia, non è la sola immagine della guerra, eppure anche di questa guerra a noi resta questa immagine stereotipata. Le donne come vittime, gli uomini guerrieri e basta. Ci sono biografie diverse, c’è questa persistenza delle immagini che è forse la preoccupazione più grande che abbiamo in questo momento come insegnanti e come storiche perché c’è di nuovo il rischio alla fine del ‘900 che non si sia una trasmissione di storia delle donne e tra le donne. Nel ‘900 si è interrotta tre volte la trasmissione della storia delle donne ed è un’interruzione estremamente grave perché una interruzione storica significa che si ritorna indietro e si ricomincia da capo. Che questo sia accaduto nel ‘900, quindi storia recente, ci dice ancora qualcosa su  di noi, la trasmissione storica si è interrotta prima della prima guerra mondiale quando tutto l’associazionismo femminile è entrato in crisi alle soglie della guerra e le donne sono state poi mobilitate dentro la prima guerra mondiale diventando un soggetto insignificante. Nella narrazione storia la lotta delle associazioni delle donne contro la guerra non è stata raccontata. Dopo la guerra le giovani donne che erano nate intorno ai primi anni del ‘900 non conoscevano niente della tradizione di lotte, della tradizione politica delle donne italiane che è una lunga tradizione politica. Era una tradizione che andava dal 1848. Permanevano invece delle immagini fisse, delle immagini stereotipate, anche qui vi do un’altra indicazione per avere idea di come tra i vissuti e le immagini che si trasmettono ci sia una grande divaricazione. Quando Manzoni scrive il suo libro si inventa questa immagine della monaca di Monza e la inventa con tutti i canoni del romanticismo, prendendo una storia che era la storia di una ragazzina stuprata e maltrattata che poi non era nenache una suora e quindi non ha violato nessun voto, la storia vera della monca di Monza è una ragazzina rinchiusa, che è stata stuprata con la complicità del vescovado di Milano che con grande lungimiranza ha consentito la pubblicazione degli atti della storia della monaca di Monza che è interessantissima, ma già Manzoni costruisce appunto quest’immagine un po’ perversa, un po’ inquietante che ci mette di fronte a immagini stereotipate: la madonna e la strega, le due immagini con le quali si confronta la storia delle donne continuamente. Lucia assessuata pura eccetera e questa donna inquietante, Due realtà, due stereotipi. Ma nel frattempo noi avevamo in Italia donne come Enrichetta Caracciolo che era una monaca forzata che riuscì a togliersi questa monacazione dopo l’unità d’Italia e fu una delle figura più importanti del risorgimento italiano. La narrazione veicola una immagine che non è già più quella delle donne anche della contemporaneità. Se una monaca nel 1848 riesce ad uscire dalla monacazione forzata e anche poi a fare una vita normale vuol dire che le immagini che vengono trasmesse sono più arretrate di quella che è la realtà del tempo stessa.

C’è una lunga tradizione di lotte delle donne di conquiste tanto che nei primi del ‘900 una donna dirigeva uno dei più importanti giornali italiani, Il Mattino di Napoli era diretto da Matilde Serao, quando si separa dal marito, Scarfoglio, il giornale resta a lei perché era lei la direttora del giornale, eppure di tutto questo, le ragazze, le donne che escono dalla prima guerra mondiale non sanno nulla. Annarita Buttafuoco una delle poche storiche italiane che si occupa della storia politica delle donne sostiene che uno dei motivi dell’avvento del fascismo in Italia è anche la sconfitta politica delle donne, soprattutto la sconfitta sindacale delle donne quando la CGIL non appoggiò la richiesta di lavoro femminile, di conservare il lavoro alle donne dopo la prima guerra mondiale ma disse è giusto che le donne tornino a casa e diano il posto agli uomini. Questo rappresenta una sconfitta sindacale perché le donne erano molto presenti nel movimento sindacale e fu uno degli elementi che, secondo Annarita Buttafuoco, portò al fascismo. Ma si interrompe per una seconda volta, il fascismo rappresenta una lunga cesura, le ragazze che fanno la resistenza non sanno nulla delle donne che le hanno precedute. Non conoscono assolutamente la storia delle donne italiane, mi raccontava Velia Sacchi una giovane donna bergamasca che ha fatto la Resistenza a Bergamo, che è poi entrata in clandestinità, è andata a Milano e ha svolto l’attività di giornalista con Amendola e Curiel, faceva l’unità clandestina, è ancora viva, vive a Roma, questa donna raccontava che lei era riuscita a trovare un libro su Louise Michelle, che è una donna della rivoluzione francese, lei e la sua amica Mimma Quarti si erano entusiasmate di questo libro e avevano deciso di lottare anche loro per la libertà, e questo a segnato la loro partecipazione alla Resistenza, ma mi raccontava che non sapeva nulla delle donne italiane: di Annamaria Mozzoni, di Anna ……. Niente non conoscevano, erano allo scuro di tutta quella che era la storia politica delle donne italiane. Quando io mi sono affacciata negli anni ’70 al mondo della politica, ero una ragazzina del ’68 e quindi negli anni ’70 ci siamo affacciati come generazione di uomini e di donne al mondo della politica io non conoscevo assolutamente la storia delle donne italiane comprese quelle della resistenza. Le donne della resistenza mi sembravano un po’ delle immaginette, cioè le donne che sì avevano lottato ma accanto agli uomini. I grandi modelli erano gli uomini. Le storiche italiane che hanno vissuto quegli anni, che hanno qualche anno più di me, Luisa Passerini, Anna Bravo, Annarita Buttafuoco, ce ne sono tantissime oramai di storiche in Italia, raccontano la stessa storia, la loro ricerca di una storia perché questa storia non la conoscevamo. Credevamo di essere le prime a parlare di libertà, a parlare di certe cose. Quando abbiamo scoperto gli scritti di Annamaria Mozzoni a me è venuto un colpo, ma credo a anche a tutte le altre, questa donna scriveva ai primi del ‘900 e scriveva con le parole che noi usavamo.

 

Per tre volte si è interrotta la memoria storica, ricominciare è faticoso, perché si tratta di ri-legittimarti e credo che debba ancora essere scritta, e io credo che si possa scrivere proprio attraverso le insegnanti e il lavoro che fanno con i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze nelle classi la storia di come le donne, con quali strategie le donne si sono affrancate da una serie di lacci  che erano quelli del mondo contadino. Cioè in che modo le donne hanno usato le loro strategie di sopravvivenza per veicolare anche alcune cose positive dal mondo contadino, cioè che cosa abbiamo conservato di quel mondo? Che cosa abbiamo trattenuto con noi in questo passaggio? Quale memoria? Ecco io credo che questa è una storia nella bergamasca in larga parte ancora da scrivere, qui nella bassa credo completamente. La storia delle donne della bassa  credo non sia stata scritta, almeno a me non risulta. E’ interessante andare a vedere in che modo le strategie di vita si sono trasmesse di madre in figlia, in che modo le strategie di vita, si sono trasmesse di generazione in generazione, in che modo all’interno delle famiglie uomini e donne hanno ripensato se stessi perché anche il ripensamento degli uomini vedi la scelta di far studiare le figlie negli anni ’70 è stata una scelta delle madri, perché erano le madri a premere su questo ma i padri in qualche modo sono diventati complici di questa scelta, hanno accettato. I che modo hanno ripensato la propria biografia, in che modo si sono ripensati padri di ragazze. Quindi non possessori della ragazza da dare in matrimonio al marito, che consegni sull’altare a un altro uomo, ma in che modo i padri hanno riscoperto la propria affettività, un amore parallelo per i figli e per le figlie, un investimento affettivo ma anche un investimento materiale  sui figli ma anche sulle figlie. Credo che questa sia la storia che ci attraversa dall’800 al ‘900. E’ questa la storia che mi appassiona e credo che il luogo in cui si può fare questa storia sia la scuola. Credo sia la scuola per due motivi. Il primo perché ripensare la storia significa porsi fortemente il senso del perché devo ricordare, e il perché devo ricordare può nascere solo dalle domande delle nuove generazioni. Ricostruire la storia è uno sguardo che dal presente va verso il passato quindi non può essere che uno sguardo, una domanda dei bambini e delle bambine che abbiamo in classe verso di noi non può essere una direzione cioè il vissuto storico da cronologicamente dal passato al presente ma la storia come narrazione ha una direzione contraria, noi non potremo mai narrare tutto il passato, è incommensurabile, la narrazione del passato rispetto al nostro tempo. Allora il che cosa narrare e il perché narrare. A cosa ci serve? Per quale utilità. Credo che queste siano le domande che pongono anche senza porle chiaramente, perché poi so che i ragazzi e le ragazze dicono dio che noia la storia. Ricordo che quando cominciavo a insegnare: cos’è la storia a cosa serve la storia? La risposta era sempre cos’è la storia: una roba noiosa da studiare, al 90% della classe, tranne qualche bravino o bravina che rispondeva la cosa imparata “la storia è una maestra di vita” che poi, appunto, quanto maestra non lo so,. E poi: a cosa serve? E questo era al 100%: BHO?! Forse a niente. Una cosa un po’ stufosa perché non studiamo solo ragioneria, perché insegnavo ai ragionieri. Io credo invece che anche dietro a questo loro “a cosa ci serve? Bho solo una cosa noiosa” ci sia qualcosa di interessante.

Chiudo con un tema che mi sono portata. Volevo fare una citazione ma invece di fare una citazione colta faccio una citazione da un tema di una mia ragazza e da un tema di un mio ragazzo perché si può fare storia degli uomini e delle donne e piace ad entrambi. Alle ragazze perché ritrovano l’idea che prima di me non erano tutte cretine, non sono la prima che tenta di studiare ce n’erano anche altre, ai ragazzi dà l’idea che possono pescare in due tradizioni come è stato per noi che abbiamo pescato nella cultura e nella tradizione prevalentemente maschile. Poter pescare in due storie in due tradizioni è comunque più utile che pescare in una sola.

Sulla storia questa mia ragazza dice:

“Durante questi ultimi anni il mio rapporto con la storia è profondamente mutato, la storia per era prima disgiunta dai corpi delle persone e quindi anche dal mio, poi ho elaborato una diversa concezione della storia che rappresenta un passo avanti per il raggiungimento della mia maturità personale, la storia non è solo il passato di una identità indefinita ma il vissuto di ciascuno di noi anche il mio ed è composta da emozioni oltre che da avvenimenti materiali”

Invece i ragazzo quando ripensa… il tema era grossomodo “Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa dentro i codici, le culture i  ruoli che di volta in volta ogni società modella in modo diverso ridefinendo attraverso il rapporto fra i due generi i caratteri fondamentali della sua identità. Riflettendo sulle generazioni che ti precedono racconta vicinanze e lontananze del tuo essere diventato un uomo-una donna”  questo era grosso modo il tema che ho dato dopo un lungo percorso. Il ragazzo racconta:

“Quando si è bambini non esistono differenze non vi sono codici e tantomeno ruoli che riescano a differenziare maschio e femmina. Si gioca indistintamente come se niente fosse. Non esiste addirittura il bianco e il nero. Quando io ero piccolo con i miei compagni e con le mie compagne giocavamo a far la guerra con la classe di fronte. Le femmine erano guerrieri come noi maschi e noi non esitavamo a dare pugni e calci alle bambine come se fossero bambini. Man mano che si cresceva ci si accorgeva che qualcosa cambiava. Si pensava due volte prima di picchiare una bambina e per noi le “nostre” diventavano principesse da difendere dagli altri. Il crescere e diventare più grandi coincideva con l’aumentare di un qualche cosa che non permetteva più a maschi e femmine di vivere sullo stesso piano. I maschi erano i temerari guerrieri forti e coraggiosi che dovevano proteggere le loro deboli creature dagli altri maschiacci cattivi.”

Poi prosegue.

 

Credo che questa consapevolezza di sé e della storia e di come gli stereotipi sono entrati nella tua vita e ti hanno trasformato sia il punto di partenza per le domande che si possono porre alla storia. Non ci può essere un altro punto di partenza. Non ci può essere una narrazione storica a prescindere dalle domande.

 

Finisco qui.