Rosangela Pesenti

  

E io crescevo...

Velia Sacchi, una ragazza nella Resistenza a Bergamo

 

INTRODUZIONE


Ho conosciuto Velia Sacchi più di dieci anni fa.

Verso la metà degli anni ottanta il femminismo, a Bergamo come altrove, si ritirava dall’esposizione pubblica nelle manifestazioni, di piazza o d’altro, si scioglievano i collettivi, l’Udi viveva un analogo travaglio incastrata nel dibattito dell’XI Congresso, ormai trasformato in polemica sterile e recriminazioni meschine.

Dal 1978, da quando avevo traghettato il mio femminismo nell’alveo di un’associazione nazionale come l’Udi, mi interrogavo sulle “origini”: le donne che incontravo, di una generazione appena più grandi di me, riportavano frammenti imbalsamati e vaghi di storie lontane e raccontavano una sopravvivenza di piccolo cabotaggio che aveva l’odore chiuso di un’infanzia degli anni ’50.

M’infastidiva la subalternità ai partiti, perfino alle formazioni della nuova sinistra, dalla quale ci eravamo politicamente emancipate in modo definitivo con gli ultimi due congressi e che segnava invece ancora pensieri e pratiche di molte, svuotando di possibilità i progetti che pure sentivamo urgenti per le nostre vite e per la politica in generale.

Avvertivo una fatica della parola che si aggiungeva a quella della “militanza”, come la chiamavamo allora, che apriva domande inevase sul senso di ciò che stava accadendo.

Sembra un passato remoto ed è l’appena ieri, concluso da cambiamenti rapidissimi che aspettano strumenti adeguati di lettura e forse generazioni di sguardi “successivi” e meno coinvolti.

Le incertezze del presente mi sembrava avessero radice in un passato che pareva essersi chiuso, opaco, dietro di noi.

Come era nata l’Udi? Conoscevo le cronologie ufficiali, ma non le donne che l’avevano costruita giorno per giorno, per anni, in tutta Italia: diffidavo delle poche notizie che riportavano una costante subalternità ad una storia di partito vissuta come esperienza più significativa dalle protagoniste stesse di quegli anni.

Così cominciai a cercare, guidata dagli scarni verbali del C.L.N. di Bergamo depositati all’ISREC[1].

Il primo incontro fu con Lina Dasso, la professoressa, come la chiamavano tutti, di fede socialista ancora salda, una signora arguta e garbata, il secondo fu con Lavinia Guastalla, comunista, di cui mi colpì la dignitosa pacatezza con cui velava i segni di una sofferenza di lunga data e non dovuta solo alla malattia.

Storie diverse, ma entrambe di forte, tenace e intelligente emancipazione e qualche vago disinteresse se non proprio disprezzo per un lavoro solo tra le donne visto come gradino inferiore di un impegno politico perseguito anche come luogo di espressione di un sé che nel partito appunto poteva trovare più solido riconoscimento.

Entrambe mi suggerirono di cercare Velia, entrambe con la stessa frase: lei ci credeva proprio alle donne.

Soprattutto Lavinia, che era stata con lei nel P.C.I., ricordava Velia con affettuosa ammirazione, come una donna “diversa”, più libera, più intelligente e, appunto, che credeva nelle donne.

Del resto anche Pina Callegari dirà di lei: “Donna veramente emancipata e di forti sentimenti, che esprimeva nella sua arte, voleva essere tra i protagonisti del momento storico che stavamo vivendo.”[2]

Da queste interviste non emergeva però quello che stavo cercando, una matrice interamente femminile che colmasse i vuoti di una storia politica nella quale la sensazione esaltante, e ingenua, di essere le prime ad affermare quella che chiamavamo l’autonomia del soggetto donna, si accompagnava ormai al senso di una precarietà che poteva inabissare di nuovo il nostro protagonismo in quel fiume carsico di cui si parlava con efficace e preoccupata metafora.

Ero una giovane donna alla ricerca come tante di un’eredità che qualcuna doveva aver pure lasciato per me.

Incontrare Velia ormai mi appariva una necessità.

Ricordo bene la prima volta, la signora bella e minuta, dal viso intenso che rispondeva senza reticenze e senza enfasi alle mie domande, con una cortesia appena velata a tratti di stupore e mi chiedeva, a sua volta, di Bergamo, dell’Udi, del femminismo, commentando ogni cosa con ironia bonaria.

Con lei il discorso era alla pari, uno scambio intenso, era una donna del mio tempo, una coetanea solo più accorta e saggia, il passato nelle sue parole ridiventava un vissuto presente con la densità e il colore che da tempo cercavo.

A questo primo colloquio assisteva muta una sua bimba in gesso, sdraiata a pancia sotto, il visetto curioso appoggiato a una mano e i piedi sfarfallanti: la Sirenetta, come lei la chiama.

A lungo dentro di me l’immagine minuta della signora con le sue domande discrete e precise, i commenti puntuali sull’attualità, il sorriso aperto e divertito, si sovrappose al viso ammiccante della bimba di gesso.

Avevo trovato quello che cercavo e mi sentivo inadeguata, molto al di sotto della possibilità di trarre dalla conversazione, puntualmente registrata e sbobinata, e dal groviglio dei miei pensieri, una storia all’altezza di quell’immagine, inafferrabile per me come una visione.

Tra me e Velia si misero allora le mille cose che aggiustavo come un patchwork intorno al correre della mia vita: lavoro (allieve, allievi, colleghi, programmi), i miei figli, l’Udi nazionale in cui mi ero assunta nuove responsabilità, la difficile appartenenza ad un’Udi locale in cui faticavo a riconoscermi, le carte dell’Udi di Bergamo da cercare e riordinare, urgenze del quotidiano e l’ingombro dei pensieri che rallentavano ogni gesto.

Poi la stagione della storia delle donne si fece per me più intensa incontrando la Commissione didattica della Società Italiana delle Storiche, il gruppo di ‘Generazioni’,[3] ma ancora faticavo a trovare le coordinate in cui collocare l’incontro con Velia che intanto continuava a lievitarmi dentro.

La sua storia mi accompagnava come un ritmo di sottofondo che a tratti armonizzava, a tratti confondeva i tanti suoni di cui si compone la mia vita.

Il riordino dell’archivio dell’Udi e dei collettivi di Bergamo occupava il mio scarso tempo libero.

Tornai a trovarla dopo alcuni anni, l’impegno nell’Udi nazionale un po’ allentato, scelte difficili compiute, angoli di molti vicoli ormai aggirati verso direzioni nuove.

Non sapevo bene a che punto fossi della mia strada e forse non è dato sapere a chi della mia generazione si è reinventata passo dopo passo (e non smette ancora). Volevo riascoltare Velia, e lo feci, in più incontri, ogni volta che un impegno mi portava a Roma mi concedevo d’incontrarla come un dono che mi nutriva a lungo.

La sua testimonianza, ormai densa e approfondita, se non completa, restava tra le mie mani che sentivo colpevolmente impotenti.

Non erano solo gli impegni e/o le pigrizie di cui mi autoaccusavo, ma proprio il senso di inadeguatezza a collocare questa sua storia.

Nell’Udi bergamasca di quegli anni d’origine la sua figura sporgeva come un altorilievo dalle linee nettissime su uno sfondo incerto e incolore.

Altre storie di vita, che pure conoscevo, non si accostavano alla sua se non per l’analogia delle vicende storiche vissute.

Non avevo tempo, né mandato, né probabilmente competenza per cercare altri approfondimenti.

Ho scelto allora di lavorare sul “negativo”: sottratta finalmente al compito della storica che non posso essere, fedele alla mia inadeguatezza, lascio che il racconto di Velia viva della sua forza espressiva così come io l’ho ascoltato, con poche aggiustatine formali, per la trasposizione dal parlato allo scritto, condivise con lei.

Il suo racconto mantiene quindi la scansione delle nostre conversazioni, l’andirivieni della memoria, anche alcune ripetizioni che non ho voluto tagliare perché segnalano la trama solida dei pensieri su cui poi si costruisce lo scorrere dei ricordi.

Velia comincia da brevi note biografiche, i genitori, gli studi e poi subito l’attività politica, e le donne, quell’Associazione per la pace e la libertà cui era tanto affezionata, brevi note che si dispiegheranno più avanti in un racconto affettuoso delle origini che insiste con particolare fierezza sulla forte genealogia materna, la madre pittrice, e poi la nonna, operaia a Milano, anche se il padre resta figura presente con la sua creatività laboriosa e l’amore per la sua donna.

Mi parla, consapevole della distanza degli anni e delle vicende, cercando nella memoria i sentimenti vissuti senza evitare la responsabilità di uno sguardo radicato nel qui ed ora, luogo in cui la vita, forse solo appena più pacata, continua ad alimentare lo stesso desiderio di conoscenza di allora.

La sua comprensione del mondo passa attraverso la comprensione delle forme, fissate in un momento esistenziale proprio, che ne coglie l’intima essenza: così è per la scultura come per la passione politica che per Velia è una forma del vivere, un fare che assomiglia molto a quel plasmare con le mani che è per lei fonte di conoscenza, sperimentazione di possibilità, accoglienza del mondo, piacere di sé.

Quel piacere che Velia bambina ha scoperto nelle ore di solitudine accanto alla madre intenta al proprio lavoro, il piacere di giocare con i pensieri e con le mani, di essere la fonte del proprio gioco e del piacere della scoperta, l’esperienza di una felice autonomia che l’accompagnerà nelle scelte di tutta la vita.

E’ proprio la ricerca dell’autonomia e di una propria storia, dentro la storia più grande che allora si andava facendo, che la porta a cercare quell’impegno politico che consente la condivisione, perché in quel momento“chi aveva un minimo di ansia di libertà si ritrovava insieme”.

Lo ripete spesso come dimensione del vissuto comune di quel gruppo di giovani nel quale si è ritrovata a fare l’esperienza della lotta di liberazione, così come ripete il sentimento di delusione e fastidio per la posizione d’inferiorità delle associazioni delle donne nel C.L.N “ammesse, ma senza diritto di voto”.

Un’attività politica, quella di Velia, che germoglia senza soluzione di continuità da quell’antifascismo esistenziale, così ben definito da Giovanni De Luna[4], favorito proprio dall’atmosfera soffocante di un regime che si propone di controllare anche la sfera privata degli individui, oltre a quella pubblica, sovrapponendosi come un rafforzativo, non lo dimentichiamo, alla tradizionale diffusa azione della Chiesa Cattolica, particolarmente sentita a Bergamo.

Nasce così in queste ragazze, Velia ma anche la sua amica Mimma Quarti e Cocca Casile e altre, quell’inquietudine che è insieme insofferenza, ribellione e ricerca, che le porterà alla scelta dell’antifascismo e poi della Resistenza dentro una crescente consapevolezza dei propri diritti di donne e cittadine.

Un sentimento di sé e del mondo che resta, per Velia, come trama tenace nel tessuto dell’impegno politico che si precisa e consolida con la militanza nel P.C.I.

All’inizio definisce quello delle donne un lavoro da “ausiliarie”, per la posizione assegnata, soprattutto nell’ambito dei Gruppi di difesa della donna, poi però il racconto riporta alla memoria l’impegno suo e delle altre e il desiderio comunque di esserci, proprio come donna, proprio perché donna: un desiderio che guida e sostiene anche il suo passaggio dal Partito d’Azione al partito Comunista per il fortissimo bisogno di una società diversa e di un impegno concreto, in prima persona, per costruirla.

Un’esperienza forte, esaltante, totalizzante, che oggi può guardare con affettuoso ironico giudizio “dall’alto della mia vecchiaia”, senza sminuirne il valore: “Eravamo fanatici, tanto che ci sembrava che se ci allontanavamo o facevamo un'ora di meno crollasse il mondo, un mondo che credevamo di aver messo su noi, per cui ci rimettevamo anche la salute. Stavamo lì giorno e notte”.

Più avanti ci sarà l’amarezza del conflitto col Partito, sulla questione dell’URSS, ma ben più profondo e inconciliabile sulla questione dell’aborto, per la persistente insofferenza del Partito stesso nei confronti del riconoscimento di quell’autonomia di ogni donna che pure è il fondamento della cittadinanza.

L’affermazione di quell’”io sono mia” che appartiene alla stagione del femminismo, ma che pure tante ragazze come Velia seppero dire col coraggio delle scelte come diritto a “crescere” e ad essere se stesse, prima che un’altra generazione, e certo anche grazie alla loro esperienza, trovasse finalmente “le parole per dirlo”.

La stessa insofferenza avverte, oggi come allora, nei confronti della violenza, di quella “libertà di delinquere” che ogni guerra consente e finisce col contagiare tanti che pure si battono per le idee di giustizia e libertà.

Nel racconto di Velia non ci sono mai generalizzazioni improprie, stereotipi ricorrenti e con lucida consapevolezza espone ricordi che sa in parte deformati dal tempo e dall’aver vissuto in “un turbine che certe cose se l'è portate via”.

Si racconta con generosità, ma poi ha, soprattutto all’inizio, molti dubbi sull’utilità della sua storia che le appare frammentaria e poco significativa; solo più tardi mi scrive, in una bella lettera, “superata la mia ritrosia a mettermi, per così dire, in piazza, e fermamente decisa a non abbellire o giustificare i tanti errori compiuti, comincio a pensare che anche tutto ciò possa essere degno di essere raccontato”.

E davvero il suo racconto è capace di restituirci la precisione delle vicende e il senso dell’averle vissute allora e di poterle ripercorrere oggi insieme a noi.

Velia aveva già scelto, con la scultura e la pittura (e la poesia) una sua forma di narrazione di sé: ha parlato, lungo tutta la sua vita, attraverso i quadri, le sculture, il legame con materia e codici che raccontano il mondo in forme più universalmente comprensibili, meno chiuse dentro i limiti della lingua.

Antonello Trombadori nella presentazione di una mostra delle sue sculture nel 1957, ha scritto:“E’, quella di Velia Sacchi, un’esperienza singolare, trattenuta dentro i confini d’una eccessiva modestia, quasi che l’autrice, pur avendo molte cose da esprimere non osasse varcare la soglia della riserbatezza e preferisse suggerire, alludere, anziché comunicare a chiare note. In questo stato dell’animo consiste tuttavia un aspetto della poesia sottile delle sue sculture che non è melanconico amore di crepuscolo. Eppure in tutti questi ritratti e nudi e statue v’è una mordente ironia, una serena pietà, una introspezione sentimentale, tutt’altro che decadenti.”

Conoscendo un poco Velia però, più che di eccessiva modestia, parlerei di profondo rispetto, dovuto proprio a quella capacità d’introspezione che conosce la potenza dello sguardo e si dà una misura propria, che non supera mai con la violenza l'intimità dell'altro, colto nella materia nuda del suo vivere, ma pure lasciato al suo mistero, al quale Velia si accosta con grande affettuoso partecipe rispetto.

Un senso etico del fare che ritroviamo nel suo racconto come nelle sue opere e già era nei suoi scritti della giovinezza quando, sulle pagine dell’edizione bergamasca di Noi Donne, invitava a non considerare colpevoli i figli dei fascisti per le colpe dei padri, a saper distinguere le responsabilità e non fare di ogni erba un fascio.

Un senso etico che sa trovare nei sentimenti un fondamento sicuro per una società rinnovata nella quale diventi possibile trasformare le eredità ricevute in nuove libertà e inedite speranze per tutti e tutte.

E’ forte in Velia, allora come oggi, il pensiero per le giovani generazioni, la necessità di lasciare un mondo più libero perché più giusto e quindi più giusto proprio perché più libero.

Nel suo vissuto la felice scoperta/assunzione dell’essere donna come una delle irrinunciabili dimensioni creative della propria vita consente una serena interezza dell’esperienza che non conosce le dicotomie in cui molte (e molti) si sono aggrovigliate, tra mente e corpo, ragione e sentimento, pensiero e azione, lavoro artistico e lavoro politico, politica e quotidianità.

Una “naturale” emancipazione, già presente nella ragazzina che all’Accademia Carrara portava con sé la preziosa lezione di autonomia della madre, con la quale poteva serenamente misurare la propria acerba identità.

Il corpo di Velia è presente, nella sua vibrante, raffinata  sensualità di pensiero, è presente per la prossimità fisica con la materia che le sue mani plasmano, per lo sguardo attento e curioso, il corpo giovane della ragazza che è stata, ma anche il suo corpo di oggi, che come la sua memoria sembra man mano sciogliersi nella luce, nonostante lei mi rammenti che “siamo fatti di luci ed ombre e spesso le ombre sono più importanti della luce stessa”.

Forse per questo la sua memoria non è un elenco di fatti, ma percezioni, sentimenti, vicinanza fisica, paura, dolore, entusiasmo, allegria, esuberanza, la stessa che consente a me di immaginare la ragazza che è stata e che ancora permane nei suoi gesti, nel sorriso insieme ironico e dolce di chi sa prendere il mondo e se stessa alla giusta distanza, ma conosce anche la compassione, quel patire insieme che va oltre la comprensione intellettuale e consente la condivisione dell'esperienza, la vicinanza muta ed eloquente dei corpi, dei gesti, delle scelte.

Una parola che si fa densa nel dialogo intrecciato con me e si presenta invece scarna, nuda essenzialità nelle poesie che hanno accompagnato, quasi un contrappunto all’altro suo linguaggio, lo scorrere del suo tempo.

Velia usa la parola come la creta, nelle sue multiformi possibilità, dal ventre gravido e accogliente di una maternità alle figure aeree sospese tra il soffitto e il pavimento del suo studio che fanno di lei un essere terrestre capace di librarsi nell’aria, fatto di garza e fil di ferro come il suo autoritratto.

Appartengo a quella generazione di donne che, come disse acutamente Luisa Passerini, è passata “dalla soggezione alla soggettività affermando un doppio diritto: ad essere nella storia, ad avere una storia”[5], cercando di trovare una distinzione non riduttiva tra vita e politica allora, e oggi, ancora, tra vissuti e politica, realtà e rappresentazione, storie e “storia”, responsabilità e abbandono: per questo la storia di Velia mi è preziosa.

Per me come per altre si tratta di una ricerca ancora in corso, con esiti multiformi, accompagnata come da un’eco ripetuta, dall’ostentata noia di Catherine, la protagonista del romanzo L’abbazia di Northanger di Jane Austen per una storia in cui “gli uomini in genere sono dei buoni a nulla e le donne  praticamente non ci sono mai” e dalla preoccupazione di Hannah Arendt per quell’eredità senza testamento, ripresa dall’efficace commento di René Char alla perdita inevitabile della straordinaria esperienza di libertà condivisa durante la Resistenza.[6]

Quale storia, se l’elenco neutro delle vicende ci appare insignificante, ma contemporaneamente avvertiamo pressante la necessità di esserci e non solo di “partecipare, contribuire”, categorie ambigue con le quali fin troppo a lungo è stata segnalata la presenza delle donne, a cominciare proprio dalla Resistenza?[7]

Desiderio di storia, desiderio di una storia,[8] ma anche di belle storie, come quella di Velia, che va letta nella complessità di una memoria costruita sulla temporalità di tutta una vita, nella quale il vissuto della lotta di liberazione, come lei sempre la chiama, è l’occasione storica di un’esperienza che si fa radice solida per una possibilità di crescita leggibile nell’intero percorso biografico.

Sta qui forse tutto il senso del nostro temporaneo sodalizio di parola e dell’aver voluto scriverla.

Rosangela Pesenti

 

 


SONO NATA A BERGAMO…

Sono nata a Bergamo da una famiglia che vi si era trasferita per lavoro negli anni Venti, dopo la prima guerra mondiale, e qui ho vissuto per vent’anni. Mio padre faceva il fotografo, mia madre la pittrice, io ho studiato fino al liceo e poi ho frequentato l’Accademia delle Belle Arti, l’Accademia Carrara. Così sono diventata una pittrice e soprattutto una scultrice.

Di politica ho cominciato a interessarmi quando ho conosciuto alcuni esponenti del Partito d’Azione,  grazie a Mimma Quarti che era stata mia compagna di scuola, tra il ’41 e il ’42, negli anni immediatamente precedenti la lotta di liberazione: avevo vent’anni.

In pieno clima fascista, prima dell’occupazione tedesca, a Bergamo avevamo costituito l“Associazione femminile per la pace e la libertà”, coscienti dell’urgenza di avere quelle libertà e quei diritti civili che la dittatura ci aveva negato.

Noi ci eravamo ispirate a Louise Michel che aveva portato istanze femministe nella Comune di Parigi. Allora l’idea di chiamarci “femministe” non ci era venuta in mente anche se le istanze erano prettamente femministe. Noi non sapevamo niente del movimento femminista tanto che nel partito comunista ci raccontavano che le femministe, le famose suffragette inglesi e il femminismo americano, erano cose da borghesacce. Solo dopo aver conosciuto, più tardi, una certa pubblicistica delle femministe inglesi abbiamo saputo come avevano lottato e cosa avevano ottenuto, diritto di voto e altro ancora.

L’associazione si era data un primo compito, quello dell’antifascismo militante, e quindi il ricercare alleanze con tutti i partiti antifascisti.

Avevamo trovato aderenti a Brescia, Pavia oltre che a Bergamo, ma eravamo pochissime. Il clima culturale era veramente povero. Allora c’era ben poco da cui poter attingere, quel poco che si trovava da leggere lo avevamo pescato in biblioteca. Stranamente il fascismo, così attento alla censura dei giornali, non aveva tolto dalle biblioteche i libri antifascisti, o forse nessuno ci aveva pensato: dalla biblioteca comunale prendevamo in prestito libri di Lenin, di Trotzkij. Ho letto allora “Stato e rivoluzione” e il “Che fare?” C’erano i libri di Vittorini, quelli americani e i classici russi: Tolstoj, Dostoevskij, Gogol, Gorkij, Avercenko, Babel, e poi c’era anche Ghandi i cui libri mi interessavano soprattutto per l’idea di una lotta attiva, non violenta. Stranamente negli anni del fascismo Ghandi era molto pubblicato, forse per la sua posizione anti-inglese.

Le mie cognate si stupivano che leggessi questi libri e mi suggerivano di leggere “Mani di fata”.

L’idea di un’associazione di donne era nata forse come reazione al clima di repressione che le donne subivano in generale sin da piccole, in casa e fuori. Nella mia famiglia la situazione era un po’ diversa; nella nostra casa le donne avevano sempre lavorato: mia nonna era stata operaia a Milano e le zie, cinque, erano artigiane, una era cantante e mia madre pittrice.

Il ritornello “No, questo non si può fare perché sei una donna, e basta!” era però diffuso, ed erano molte le donne che non si ribellavano a quest’idea, forse pensavano che convenisse, oppure questo stato di cose a loro non dispiaceva, non so.

A certe, invece, non andava giù e allora la vita è stata un impegnarsi su questo obiettivo che bisognava raggiungere, almeno la parità, la possibilità di avere un proprio lavoro, una propria funzione, anche sociale.

Noi per queste cose, che credevamo minime, passavamo per matte, senza parlare poi delle questioni che riguardavano il sesso. In realtà facevamo una vita molto austera, tra le difficoltà esterne e quelle di un impegno anche pericoloso, ma il fatto che uscissimo la sera per ritrovarci alle riunioni era considerata una cosa scandalosa un po’ da tutti. Gli uomini ci consideravano pazze. Ci sembrava di vivere in una situazione che oggi definiremmo islamica.

 

Ricordo il periodo della Resistenza come un tempo molto proficuo e non solo per me - che pure avevo trascurato la mia produzione artistica, istintivamente sicura che sarei tornata al mio lavoro più matura -, ma per tutte quelle donne che vi hanno partecipato. Eravamo tanto ingenue nel nostro entusiasmo che, quando cadde il fascismo, il 25 luglio del ’43, sostituito dal governo Badoglio, come Associazione inviammo un’istanza in otto punti al nuovo governo che, naturalmente, non ci rispose. Chiedevamo, tra l’altro, che fosse riconosciuto il diritto di voto alle donne; credo che la nostra associazione sia stata la prima a proporlo.

Ma la guerra non era finita. Con l’occupazione tedesca e con la costituzione del C.L.N. a Bergamo, arrivarono da Milano le rappresentanti di un’altra associazione che si chiamava “Gruppi di difesa della donna e di aiuto ai combattenti per la libertà” da cui, più tardi, sarebbe nata l’Udi. Noi, oggi penso inavvedutamente, sciogliemmo la nostra organizzazione, che pure contava una cinquantina di aderenti, per entrare in questa più grande, che già manteneva rapporti con il C.L.N., e alle cui riunioni partecipava però con un voto solo consultivo, dunque non alla pari nei fatti.

Scoprimmo poi che l’organizzazione in cui ci eravamo sciolte aveva finalità in parte diverse dalle nostre; in quella sigla era compreso un po’ di tutto: l’aiuto ai combattenti, la difesa della libertà e dei diritti delle donne. Molto blanda questa difesa, anche perché la maturità politica delle donne non era tale  da consentire loro (e a noi stesse quindi) di imporre un punto di vista proprio.

 

I partiti praticamente non esistevano a Bergamo, lo stesso P.C.I. non esisteva; c’era qualche vecchio comunista del ’21, qualche anarchico e poi un piccolo gruppo raccolto attorno alla figura di Ernesto Rossi, si chiamava “Giustizia e Libertà” che, diventato poi Partito d’Azione, ruotava intorno alla famiglia Quarti che ne era un po’ il perno.

La mia ansia di libertà e di sapere, aggiunte alla stima per la straordinaria figura di Ernesto Rossi, mi spinsero a entrare nel suo gruppo. Al Partito D’Azione di allora però non interessava la questione delle donne e i suoi dirigenti bergamaschi snobbavano l’Associazione che avevamo costituito.

Con me c’erano Mimma Quarti e Bianca Artifoni, cognata di un certo Bruni, liberale.

A Bergamo i comunisti, più organizzati degli altri, suscitavano un certo timore, alcuni ne parlavano come di persone da evitare, perché erano totalitari. Lo consideravano un difetto, come del resto lo considero oggi anch’io, ma allora non davo molto peso alla cosa, per quell’ansia di fare, quella voglia di attivismo che è propria dei giovani. Potevo muovermi con una certa facilità perché, nonostante avessi una bambina piccola, c’era una ragazza mia compagna di scuola, un’istitutrice tedesca, che andava nelle case a tenere i bambini, che aveva accettato di aiutarmi.

E’ stata l’ansia di agire che mi ha spinta a lasciare il Partito d’Azione per entrare nel Partito Comunista. In questo partito mi sembrava di aver trovato un ascolto maggiore sui temi delle donne; la realtà poi fu un po’ diversa, deludente. Però il diritto di voto alle donne, per esempio, era anche una loro richiesta, e non era una cosa da poco! Comunque i comunisti avevano una certa considerazione per questa forza che pensavano si potesse utilizzare.

C’erano vecchi compagni dell’apparato, tra cui Pina Callegari, in seguito autrice del libro “Piccola Borghese”, arrivata a Bergamo col marito, un certo Brandani, quando noi avevamo già costituito l’associazione femminile. Con lei c’erano le sue due sorelle: Libera che aveva sposato un partigiano e Lina, l’insegnante. Erano molto legate da amicizia e collaborazione anche a Ugo La Malfa, che era di Giustizia e Libertà, il gruppo che poi sarebbe divenuto il Partito Repubblicano.

Tutti erano ospiti nella grande villa dei Quarti che fu una specie di centro di comando della Resistenza. C’erano anche liberali e socialisti. Questi ultimi venivano per lo più dalle fabbriche e tra loro c’era anche qualcuno che aveva costituito il partito prima del fascismo.

Durante il governo Badoglio vivevano in questa casa anche agenti dei Servizi segreti inglesi e americani: era praticamente un centro politico e militare. Cominciarono a venire anche i comunisti usciti dal carcere e, più tardi, anche quelli tornati dal confino. Tanta compresenza di idee differenti era per me una cosa affascinante: correvo come una pazza da un’idea all’altra.

 

Come Gruppi di Difesa avevamo costituito una specie di comitato aperto a tutte le donne, specialmente cattoliche, che a Bergamo erano una presenza forte, dirette da Betty Ambiveri, presidente dell’Azione Cattolica e nome già noto e rispettato dalla borghesia.

Con l’Ambiveri, che più tardi venne presa dai tedeschi quando venni presa anch’io, ci siamo ritrovate in una caserma-prigione: la ricordo che faceva il “tombolo” tutto il giorno mentre recitava le preghiere accanto a me che venivo invece da una famiglia evangelica non praticante. Mandata in un campo di concentramento in Germania quando aveva già tra i quaranta e i cinquant’anni, è una delle poche sopravvissute di quell’età. La ricordo come una donna di grande coraggio.

Noi lavoravamo con un Comitato che aveva il compito di far evadere i prigionieri di guerra dal campo di concentramento della “Clementina”, alla periferia di Bergamo. Qui i tedeschi avevano concentrato slavi, russi, inglesi e tanti da tutte le parti del mondo. Molti di loro volevano partecipare alla lotta contro il fascismo e quindi ci chiedevano di andare coi partigiani. Altri invece, che non avevano idee politiche, venivano aiutati a riparare in Svizzera. Per farli fuggire avevamo organizzato una rete di ferrovieri: attraverso i caselli ferroviari si facevano partire i prigionieri nei vagoni merci.

 

Dopo la liberazione i Gruppi di Difesa sono diventati l’Unione Donne Italiane (Udi), che allora era organizzata in circoli. Probabilmente eravamo un po’ fuori tempo, non c’era molta adesione perché le cattoliche erano diffidenti sulla questione dell’emancipazione della donna; non accettavano l’idea della donna che si emancipa con il lavoro, che era alla base dell’Udi. Questa posizione cambiò solo dopo molti anni.

L’Udi di Bergamo vivacchiava. Allora la sua adesione al Partito Comunista era totale anche se per il Partito la questione delle donne, ottenuto il diritto di voto, era considerata risolta. Inoltre, le donne politicamente impegnate preferivano lavorare nei partiti, in quanto in questo modo sembrava loro di incidere  maggiormente nella società.

Si tentò anche di mettere in piedi l’associazione ”Ari” (Associazione ragazze italiane dell’Udi) che finì in niente.

Nel ‘44-’45 la sede centrale dell’Udi era a Milano, sotto la direzione di Gisella Floreanini e di Giovanna Barcellona; noi mandavamo dei rapporti sull’attività che si faceva a Bergamo e ricevevamo le direttive; venivano anche a trovarci. L’8 marzo, anniversario del massacro delle operaie di Boston del 1908, veniva commemorato clandestinamente anche durante la lotta di Liberazione. Eravamo in poche, ma ritrovarci serviva a fare circolare le nostre idee. All’inizio non c’era un grande afflusso di donne perché c’era sempre il problema delle comuniste che facevano paura perché parlavano di aborto, di emancipazione. Gli uomini ci guardavano come il fumo negli occhi, ci accusavano  di portare le donne fuori di casa, dicevano che così nascevano liti in famiglia. Insomma, vivevamo la contraddizione di voler parlare di certi temi, come la libertà di scelta nella maternità, ma, nello stesso tempo, di vedere le stesse donne osteggiarci. Quelle che poi erano già separate e stavano per conto loro erano addirittura tacciate di immoralità.

Un’altra attività dell’Udi nel dopoguerra fu l’organizzazione delle colonie estive per ospitare in famiglie del nord i bambini del meridione che allora vivevano in una condizione molto grave anche dal punto di vista alimentare: la professoressa Lina Dasso, del Partito Socialista, ha lavorato molto in questo campo con l’appoggio anche delle cattoliche. Questa iniziativa era stata creata da Maria Maddalena Rossi, una delle prime deputate al parlamento. L’organizzazione delle colonie suscitò allora molta impressione, anche perché smontava la campagna anticomunista dei fascisti che avevano fatto circolare storie di bambini strappati alle loro madri per essere deportati in Unione Sovietica. Io lavorai poco in questo settore, sia perché non mi era molto congeniale, sia perché mi ero già trasferita a lavorare al giornale.

 

I Partiti in generale non ci appoggiavano. Ricordo una scena decisamente umoristica: dopo la Liberazione, nel ’46, come Udi avevamo ottenuto una sede nel grande Palazzo della Libertà, a Bergamo, dove c’erano anche le sedi dei vari partiti; un prete aveva brigato molto per avere la nostra sede da dare ad un’associazione cattolica, infine ottenendola. Quando arrivò con un documento ufficiale non so di quale autorità a prendere possesso della sede, noi ci sedemmo sui tavoli facendo opposizione passiva. Ci cacciarono con la forza, portando giù i tavoli con noi sopra.

Ricordo un altro episodio legato ai nostri rapporti con il C.L.N.  Volendo noi fondare nuovi circoli Udi, la sera andavamo a tenere conferenze in vari paesi della provincia; il C.L.N. ci metteva a disposizione le macchine con l’autista, ma gli esponenti dei partiti spesso ce le soffiavano sotto il naso e noi si restava a piedi.

Avevamo circoli a Treviglio, a Romano, ad Alzano Lombardo e in alcuni paesi della Val Seriana. C’erano tante compagne di cui adesso non ricordo il nome… ho memoria però di una persona, Rita, il cognome non lo so perché ci chiamavamo solo per nome. Forse quello era il suo nome di battaglia avendo partecipato alla Resistenza. Io, per esempio, ero conosciuta come Rosa, e tanti non conoscevano il mio vero nome.

Dopo la guerra sono entrata come redattrice al “Lavoratore bergamasco”; all’inizio c’era un direttore che poi ho di fatto sostituito quando se n’è andato. Il segretario della federazione comunista sosteneva che a Bergamo non sarebbe stata accettata una donna come direttrice: erano più realisti del re, quindi mi nominarono redattore capo, un fatto ridicolo visto che la redazione era composta da una sola persona, me. Il direttore era lo stesso segretario della Federazione comunista.

Tra i segretari di federazione ricordo Negarville. Mi facevano certe correzioni! Mi cambiavano completamente l’articolo ed io, pur vergognandomi, lo firmavo.

Ricordo di averne scritto uno, che non fu cambiato, imperniato sulla “degenerazione dei figli”. Sostenevo che la nostra degenerazione doveva essere motivo di orgoglio perché i nostri padri erano stati dei conformisti. Per questo noi eravamo degeneri dal loro punto di vista perché volevamo cose diverse per il nostro futuro. Parlavo anche della sessuofobia, una cosa di cui non volevano si parlasse, perciò mi hanno tagliato tutto il pezzo. Ricordo di aver rivisto l’articolo con la mia firma e non volevo che uscisse,ma ormai era stato stampato.

Firmavo anche corrispondenze per “L’Unità” di Milano, ma anche queste venivano stravolte. Oggi non solo non oserebbero farlo ma non sarebbe neppure concepibile.. Il problema era che io non avevo abbastanza grinta, ero molto giovane e, a distanza di tempo, capisco che avevo una carenza culturale enorme anche dal punto di vista politico. La stessa storia d’Italia la conoscevamo in modo diverso.

 

Dopo la Liberazione sono entrata in un turbine di lavoro così intenso da arrivare al punto di dormire in ufficio, sulla poltrona, notti e notti, perché il lavoro era tanto. Eravamo fanatici, tanto che ci sembrava che se ci fossimo allontanati o avessimo fatto un’ora di meno il mondo sarebbe crollato, un mondo che credevamo di avere messo su noi.  Ma  questo turbine certe cose se l’è portate via.

Lavoravamo tutte insieme sul futuro, senza distinzione di partito, pensavamo di costruire una grossa organizzazione, di formare tanti circoli dove le donne potessero ritrovarsi, dove potessero parlare dei loro problemi.

Tuttavia alcuni argomenti erano tabù, non solo tra le cattoliche che per questo si ritirarono dal lavoro in comune.Sulla liceità dell’aborto, ad esempio, molto sentito soprattutto dalle donne povere, eravamo isolate anche nel nostro partito che allora non riteneva opportuno che la questione venisse sollevata, pur se alcuni vecchi compagni continuavano a battersi per le nostre idee.

Ci trovavamo bene, invece, con le socialiste, con le indipendenti e con un piccolo gruppo di liberali. Il partito liberale era piccolissimo ma le donne erano presenti. C’era un certo Bruni, un avvocato con tutta la famiglia attorno e ancora altre persone. Le sorelle e le cognate di Bruni avevano lavorato parecchio nella Resistenza. Una di cui mi ricordo era impiegata nell’azienda tranviaria di Bergamo, era molto anziana, una liberale che andava in giro la sera ad attaccare i volantini, faceva anche cose pericolose. Si chiamavano Artifoni, erano due sorelle e una si chiamava Bianca.

Talvolta penso che l’Udi sia nata sotto il segno di una contraddizione: in alcune donne c’era l’aspirazione alla libertà e alle pari opportunità; però l’intento di chi sosteneva l’Udi era di strumentalizzare questo organismo per poter raggiungere l’obiettivo della costituzione del partito di massa. Per fare questo ci volevano le donne, le associazioni di donne.

Allora la propaganda anticomunista era fortissima, perciò si doveva perseguire l’obiettivo del cambiamento, ma poco a poco, altrimenti le donne non ci avrebbero seguito. Questa paura si riversava tutta sulle donne che non dovevano fare niente che spaventasse le altre. Nel partito erano arrivati al punto di chiedere a quelle che dovevano lavorare con le donne di non fumare, perché era scandaloso.

Il progetto del P.C.I. era l’emancipazione attraverso il lavoro: le donne dovevano essere a poco a poco convinte ad uscire dalle loro case e ad andare a lavorare perché il lavoro è l’unico mezzo di emancipazione. Di certo, però, era carente sulle questioni della sessualità e degli anticoncezionali, che non si potevano nemmeno nominare.

Ho ancora il documento con cui le donne dell’Internazionale comunista, nel ‘50, prendevano posizione contro gli anticoncezionali e contro il controllo delle nascite. Era un documento delle donne comuniste di tutto il mondo, legato alla vecchia campagna contro Malthus: allora si pensava che se fossero diminuite le nascite tra i proletari questi non sarebbero stati in grado di sopraffare i nemici e prendere il potere.

 

I fondatori dell’Aied, che avevano fatto la campagna per la programmazione delle nascite, erano visti nel Partito Comunista come gente immorale, come nemici.

Anche quando c’è stata la battaglia per la libera scelta della maternità, con cui le femministe chiedevano la depenalizzazione totale dell’aborto, le compagne continuavano a insistere che non si poteva dare alle donne questa responsabilità, dicevano che così tutte avrebbero potuto abortire, cosa che peraltro loro facevano. Le compagne, se volevano un figlio, lo facevano, altrimenti usavano gli anticoncezionali, allora proibiti per legge, o abortivano, con legge o senza legge, e io non capivo perché se per loro andava bene non potesse andare bene per le altre.

Dicevano che per certe cose bisogna essere preparati. Per certe cose senz’altro, per governare o altro, ma per stare un po’ meglio rispetto ad un dramma come l’aborto clandestino, la malattia e la morte, non c’è bisogno di essere preparati, si tratta di far stare la gente in condizioni più umane e civili, come accadeva in molti altri paesi.

Ricordo un articolo di Natta su Rinascita che mi aveva fatto molta impressione: le donne -diceva- non vanno lasciate sole, la donna che ha libertà d’abortire crede di essere libera, ma in realtà non lo è. La libertà vera delle donne consiste nel fatto che siano gli altri a decidere per loro. Si esprimeva non proprio in questi termini, ma il succo era questo.

E’ vero che, in caso di liberalizzazione totale, è una grande responsabilità che la donna assume tutta su se stessa; però, siccome le donne hanno sempre abortito e lo facevano in modi atroci, al punto di arrivare anche a morirne, lo Stato non può e non deve interferire su un fatto così intimo.

 

Oggi, in quest’epoca di post-femminismo in crisi, vedo le donne portare a casa quel poco che hanno ottenuto, che pure è tanto. Effettivamente un miglioramento c’è stato, soprattutto sul piano legislativo e del costume: alcune cose sono cambiate e questi periodi di ripensamento hanno una loro funzione anche sul piano culturale. Gli opinionisti e gli editorialisti certe cose non osano più dirle. Il Corriere della Sera e altri grandi giornali d’informazione sostenevano idee oggi considerate, per fortuna, assurde. Ricordo, a questo proposito, un articolo a tutta pagina su una direttrice d’orchestra, intervistata da un giornalista che di lei diceva: “E’ pazza, non riuscirà mai a fare quel lavoro perché lei non potrà mai comandare degli uomini”; del resto erano gli anni in cui sul Corriere si scriveva che non si poteva stringere la mano a Visconti perché era omosessuale. Queste cose si dimenticano, invece si dovrebbe ricordare.

Per quello che riguarda le donne nel partito si è cominciato a parlare dell’aborto attorno agli anni ’70. In alcuni casi si parlava di legalizzazione. Alcuni dirigenti erano arrivati al punto, ed è stata una delle cose più basse che il Partito potesse fare, di proporre in Parlamento che fosse una commissione di tre medici a decidere se la donna poteva abortire o meno.

La lotta era su due fronti perché bisognava lottare sia dentro che fuori il partito. A volte penso che se fossi stata una di quelle donne forti, grintose (io non sono una donna forte), sarei rimasta a lottare nel partito, continuando a portare avanti certe battaglie e continuando a litigare.

Il famoso cattivo carattere di Teresa Noce e di altre donne non era altro che questo. In fondo anche nella lotta di Liberazione portavo armi, facevo tutto quello che potevo, ma ero una paurosa. La mia paura più grande era che il fascismo potesse vincere e rimetterci nella gabbia dove eravamo stati prima, e questa paura sovrastava tutte le altre e mi spingeva ad agire.

 

In un primo tempo ho trovato nel Partito un grande appoggio, per me è stato come un grande padre che nella maturità si contesta. Mi ha dato la possibilità di avvicinare gente capace come Giorgio Amendola, Eugenio Curiel, Arturo Colombi, Giancarlo Pajetta, Luca Pavolini e tanti altri. Loro per me sono stati degli educatori. Soprattutto mi hanno aiutata a vedere più chiaro in me stessa. Con Amendola collaboravo con entusiasmo ma anche ci litigavo. Per me comunque il partito, anche nei momenti di massimo fanatismo, è sempre stato uno strumento che si costruisce per uno scopo determinato. Uno strumento, non una chiesa o qualcosa cui sei legato sentimentalmente. Quando ho visto in me i germi di questo pericolo mi sono fermata.

Nel ’50 mi sono trasferita a Roma dove ho lavorato nella sede della direzione del Partito Comunista e ho ripreso il mio lavoro artistico. Ho cominciato a staccarmi dal P.C.I. quando c’è stata l’invasione ungherese e poi ancora di più per la questione cecoslovacca.

Non mi sembrava sufficiente che il P.C.I. disapprovasse solo l’invasione della Cecoslovacchia.

Poi c’è stato il compromesso storico, che non mi piaceva. Non per il compromesso in sé, che in politica è cosa normale, ma non mi sembrava che allora vi fosse la chiarezza necessaria perché questa operazione producesse effetti positivi. Mi sembrava che il Partito si dibattesse tra grandissime difficoltà perché, diventato partito di massa, si trovava a dover difendere interessi fra loro troppo contrastanti.

 

Molte convinzioni poi dipendono dagli incontri che fai, dalla tua formazione. Io ragiono con la testa di oggi ma allora anch’io ero diversa, ero estremista, settaria. Per me Stalin era un eroe perché era riuscito a realizzare quello in cui credevo; oggi so che non era vero. Certe cose non me le sarei mai immaginate, i GULag e tutto il resto.

Allora eravamo un po’ illuse, pensavamo ai partigiani come a degli eroi, il bene da una parte il male dall’altra. Hanno fatto quel che dovevano fare, la guerra. Ma dopo la Liberazione, parlando coi compagni, ho saputo cose irripetibili fatte da alcuni partigiani che qualche volta anche se ne vantavano. Mai l’avrei immaginato e per me fu tremendo accettarlo. Pensavamo che le cose orribili, le torture, le violenze sulle donne, le facessero solo i fascisti.

Fu una delusione, ma oggi mi rendo conto che sono i fatti della guerra perché la violenza chiama violenza quindi scatena qualcosa negli uomini, in molti, di qualsiasi parte siano.

E’ come se qualcuno dicesse che in quel momento si può delinquere, fare tutto ciò che viene in mente. Adesso la vicenda della Iugoslavia mi ha ricordato queste cose.

Al momento forse più che delusa sono rimasta turbata perché sia io che quelli che lavoravano con me mai ci saremmo sognati di agire in quel modo, mentre invece il grosso dei combattenti aveva esperienze diverse dalle nostre.

Se ci ripenso qualche voce era arrivata. Mi ricordo una volta che avevamo chiesto ad Amendola qualcosa sulle voci di torture fatte ai fascisti, noi dicevamo di essere contrari ma Amendola disse che gli altri le facevano e che se c’era bisogno le facevamo anche noi.

A noi questo fatto è sembrato enorme, ma oggi capisco che le cose sono sempre molto complicate.

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La verità è che tutta le conoscenze di un certo periodo ci erano sconosciute. Fino ad una certa età non avevo mai saputo che ci fossero i confinati politici, così come non sapevo che ci fossero prigionieri politici mentre invece il lavoro fatto da questi confinati è stato enorme: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, hanno cominciato a Ventotene a pensare all’Unione Europea.

Nella nostra ingenuità di giovani, dopo la guerra ci aspettavamo di fare un’Italia socialista, un socialismo come quello sovietico. Eravamo convinti che, dopo aver sconfitto i fascisti, avremmo preso il potere, sconfiggendo anche i borghesi che incarnavano il capitalismo. Questo modo di pensare è durato finché si è capito che laddove si era affermato il socialismo reale era sorto un altro tipo di sopraffazione dell’uomo sull’uomo equivalente a quello del capitalismo. Anche sulla liberazione della donna in URSS avevamo dubbi, troppe donne sparivano dalla scena senza spiegazioni.

E’ stato pubblicato il libro di un giovane russo ‘Storia di un torturatore sovietico’, che racconta come è diventato un torturatore. E’ terribile vedere un bravo ragazzo che andava in giro nelle campagne russe cercando di persuadere i contadini a portare all’ammasso il grano, per convincerli che le cooperative erano fatte nel loro interesse. Ma i contadini, attaccati all’unica cosa che avevano, si rifiutavano. Quando poi si accorse che quelli che attendevano fuori in piedi erano convincibili più facilmente di chi attendeva seduto, tolse le panche. Quello fu solo l’inizio: dalle panche passò ad altro, divenendo così un torturatore.

Allora ero convinta che si potessero eliminare tutte le brutture e le cattiverie dalla faccia della terra, soprattutto nei confronti delle donne e dei più deboli. Ero convinta che anche la guerra in tal senso fosse positiva. Oggi penso che non è affatto così. Non è il fine a giustificare i mezzi, ma sono i mezzi a prefigurare il fine.

 

Dalla classe operaia, nel dopoguerra, mi aspettavo qualcosa di diverso per le donne invece appena dopo la Liberazione, nel sindacato si diceva che le donne dovevano tornare a casa perché rubavano il posto agli uomini. La CGIL a Roma, ma anche il Partito, sono stati gli ultimi a dare alle proprie impiegate lo stesso stipendio che ricevevano gli uomini. La differenza di retribuzione veniva giustificata col fatto che spesso i maschi venivano da altri lavori ben retribuiti, per esempio il giornalismo, e che senza un adeguato compenso non avrebbero mai assunto l’incarico di funzionari. Comunque una dattilografa, se viveva sola, non poteva sopravvivere con quel che guadagnava.

Sul voto alle donne, invece, ci siamo subito trovati d’accordo perché Togliatti lo voleva. C’erano alcuni che si opponevano perché temevano che le donne avrebbero votato in massa Democrazia Cristiana. Ma Togliatti si impose dicendo che anche i contadini all’inizio votavano per i loro padroni perché non avevano chiaro il problema, e che poi avevano imparato a votare per chi tutelava i loro interessi. Lo stesso avrebbero fatto le donne.

Ho votato per la prima volta a Bergamo nel ’46, ma la cosa non mi fece molto effetto. Molte donne che ho conosciuto, anche fuori dall’ambito del Partito, hanno vissuto quest’accadimento come me, senza particolare emozione.

Del resto il voto in Italia era praticamente una novità per tutti.

 

ERA BELLO E GENTILE…

Mi sono sposata giovanissima, nel ’40, a diciotto anni, con un ragazzo bello e gentile: era medico e con lui ho conosciuto la vita del medico di campagna. Siamo stati insieme pochissimo tempo, fu un bell’amore giovanile che oggi si vivrebbe senza sposarsi, allora ci si sposava o niente. Ci sposammo in chiesa per comodità, poiché sposarsi in municipio era allora molto complicato. Lui era cattolico, però mi lasciava fare. Il problema era che culturalmente eravamo distanti.

Era laureato da poco e, poiché aveva avuto l’incarico di medico condotto, ci trasferimmo subito a Montisola nel Lago d’Iseo, un luogo sperduto di campi, senza strade, selvaggio, che è rimasto nel mio cuore come l’isola dei sogni. Lo avevo conosciuto proprio lì, che faceva già il medico; io vi andavo d’estate in vacanza con la famiglia.

Avevo diciannove anni quando a Montisola nacque mia figlia. In quell’occasione ho trovato sul cancello un biglietto d’auguri e un nastro rosa, e insieme, come regalo da parte del podestà, la tessera di piccola italiana per mia figlia. Io la rimandai al mittente, dicendo che la bambina era troppo piccola per scegliere. Non so se il podestà si sia offeso.

Una volta sposati mio marito aveva chiesto di fare il medico condotto a Tignale del Garda, un paesino meraviglioso a 500 metri di altezza sul lago. Abbiamo trascorso lì i primi mesi del nostro matrimonio, poi siamo tornati a Montisola perché al medico condotto davano anche la casa, un bel casolare. Era uno spazio bellissimo e lì dipingevo, scolpivo: uscivo allora dall’Accademia delle Belle Arti. E’ stato un periodo felice, anche se c’erano sempre cose che non funzionavano.

A Tignale ero diventata vegetariana e animalista. Uscivo la mattina presto a scardinare le trappole per gli uccelli. Leggevo Ghandi e dipingevo. Quando mi ammalai mio marito mi disse: “Ora che sei malata li uccidiamo i microbi o anche loro sono da salvare?” Ho lasciato che mio marito uccidesse i microbi perché non volevo morire.

Una volta, avendo scoperto un nido di topi nel camino, ho imposto a mio marito di non ucciderli. Lui li stordiva con il fumo e io, armata di grossi guanti, li buttavo fuori dalla finestra.

Allora vivevo tutto come un dramma. Ero vegetariana non solo per compassione verso gli animali indifesi, ma per una ragione filosofica, era il “non uccidere” del Nuovo Testamento.

A Montisola il problema più grosso era rappresentato dai microbi e dalle zanzare che odiavo. Gli unici proventi degli abitanti, oltre alla pesca, venivano da due grosse fabbriche di reti dove andavano a lavorare ragazze giovanissime. Queste fabbriche erano piene di pulci e le ragazze le portavano a casa addosso e sui sentieri pieni di polvere.

 

All’isola dipingevo. Avevo riempito la casa di quadri, spogliavo tutti e tutte nudi per dipingerli. Dovevano circolare dicerie terribili sul mio conto per questo fatto. Dove abitavamo c’era anche l’ambulatorio e, dunque, tutti potevano vedere i miei quadri.

Una ragazza di Bergamo, l’Osvalda, mi aiutava in casa. La usavo anche come modella, la spogliavo nuda, e  la facevo posare.

Mi ero messa a dipingere anche degli affreschi: ho dipinto mio marito col camice bianco e una siringa in mano. Talvolta, siccome certe cose mancavano, le dipingevo; ad esempio, nel periodo in cui sono tornata alla carne, avevo voglia di un pollo arrosto e me lo sono dipinto.

 

Nel ‘42 mio marito dovette partire per la guerra d’Africa. Quando tornò, fiero delle sue imprese africane, era convinto che tutto fosse rimasto come prima. Io invece, tornata a Bergamo, avevo già preso contatto con la Resistenza; l’occupazione tedesca poi mi costrinse a lasciare la città, dove ero ricercata.

Deve avere sofferto per quella incomunicabilità che scopriva all’improvviso, ma allora ero crudele come tutti i giovani e le questioni di principio diventano insopprimibili. Mio marito aveva avuto una giovinezza triste, la madre era morta quando aveva nove anni, il babbo poco dopo. Era stato allevato dalle sorelle e poi mandato in collegio dai salesiani. Forse per questo aveva una mentalità un po’ chiusa, troppo diversa dalla mia, anche se mi sono sempre piaciuti quelli diversi da me.

Mio marito non approvava la mia scelta; se aggiungi che gli amici che lo venivano a trovare erano ex commilitoni fascisti, si capisce come tutto questo facesse crescere l’incomprensione fra noi. Non riuscivamo a parlare senza litigare.

Non solo lui premeva su di me, ma tutto l’ambiente esterno: una donna che faceva politica allora era una cosa impensabile.

Per capire il tipo di incomprensione tra noi basti questo episodio. Mia figlia è stata battezzata di nascosto, in occasione di una mia assenza di qualche giorno per lavoro. Al mio ritorno mio marito non mi disse niente. Lo seppi solo quando la bambina compì cinque anni; avevo deciso di iscriverla ad una scuola diretta da suore vicino a casa dove facevano la “primina”. Eravamo già separati ma lui veniva a trovarci regolarmente e, in una di queste occasioni, parlammo del fatto che non avevo ancora iscritto la bambina perché non era battezzata e allora me lo disse. Ci rimasi male, gli dissi che era circonvenzione di minore.

Mio marito ora è morto da tempo e ho un buon ricordo di lui, eravamo molto giovani.

 

Curiosamente mi sono sempre innamorata di medici. Anche il mio primo grande amore da tredicenne è stato un medico, aveva ventitre anni quando lo conobbi. Oggi a quell’età si è ancora ragazzi. Lui era già un uomo anche a causa delle disgrazie della famiglia che da ricchissima era diventata povera. Poveri come sono poveri i ricchi.

Più tardi al mio primo grande amore è venuta una terribile malattia, un’infezione: oggi sarebbe vivo grazie agli antibiotici.

 

 

TORNATA  A BERGAMO…

Tornata a Bergamo sono stata, con marito e figlia, ospite da mia madre, che aveva una casa grande in quella che allora si chiamava piazza Cavour, poi Matteotti, di fronte al Municipio, con un grande cortile dove c’era lo studio di mio padre. Abbiamo poi trovato casa in via Manzoni, vicino alla stazione, un appartamentino che stavano costruendo in cui ricavai anche il mio studio; e lì che ho ripreso a scolpire. Riuscivo a vendere le mie sculture.

Ho lavorato anche con l’architetto Turani, più tardi ucciso dai tedeschi.

Venivano i miei compagni dell’Accademia che talvolta mi aiutavano a fare le forme di gesso delle statue. Amavo questo lato del lavoro, più tecnico, ma anche pieno di sorprese e di possibilità espressive. All’Accademia eravamo tredici maschi e due femmine: io e una certa Mariuccia Cantoni, eravamo tutti molto uniti.

A Bergamo ripresi i contatti con alcune vecchie amiche, fra cui Mimma Quarti, mia compagna al ginnasio. Stava facendo gli ultimi anni di medicina. Seppi che era in contatto con Ernesto Rossi allora al confino. La nostra attività consisteva soprattutto nel fare da tramite con i confinati politici di Ponza e Ventotene che mandavano clandestinamente dei documenti da ricostruire e trascrivere a macchina per poterli diffondere. I confinati erano culturalmente molto più avanti di noi: come sappiamo, a Ventotene è stato scritto il primo manifesto per la Confederazione europea e altro ancora, idee che noi assorbivamo con grande interesse. Pensavamo che queste riflessioni interessassero a molti; in realtà erano pochissimi. Scoprimmo che la classe operaia, più che alle teorie e agli ideali di principio, era interessata piuttosto a tutto quanto riguardava i problemi concreti della vita di ogni giorno.

Per evadere la censura c’erano molti sistemi: una volta ci mandarono delle noci che erano state svuotate e all’interno erano state messe delle striscioline di carta e poi re-incollate. Bisognava riuscire a leggerli e poi batterli a macchina.

Nel ’ 43, con la caduta di Mussolini, durante il Governo Badoglio, Ernesto Rossi uscì dal confino e venne a Bergamo; lo conobbi in quell’occasione.

Frequentando la casa di Mimma ebbi modo di incontrare anche Ada Rossi, poi diventata dirigente del Partito Radicale. Venni così coinvolta in diverse attività: propaganda, raccolta di fondi, raccolta di materiale per i confinati che avevano bisogno di tutto. Più tardi, a causa delle ristrettezze dovute alla guerra, riuscivano a sopravvivere solo con i pacchi di viveri che ricevevano da casa. Per noi, a Bergamo, non andava troppo male dal punto di vista alimentare, perché il mercato nero funzionava abbastanza bene. Per raccogliere fondi, nel ’42 credo, tenni, in un salone alla Rotonda dei Mille, una mostra di mie sculture insieme alla Bibi (Alda) Ghisleni, devolvendo il ricavato delle vendite al Partito d’Azione. Un certo Pia ci recensì su L’Eco di Bergamo.

Allora facevo una scultura legata agli schemi classici del ‘900 italiano, come Messina. Ero un’appassionata di Wilt, un tedesco molto quotato, un virtuoso del marmo. Poco a poco ho abbandonato la scultura pesante per arrivare ad un’idea di scultura leggera fino quasi alla trasparenza. Ho cominciato a lavorare con le reticelle, con materiali trasparenti, con la colla.

 

Scolpivo e mi davo da fare con il lavoro politico. Ero affascinata soprattutto dal bisogno di cambiare tutta la società che esprimevano i comunisti, società in cui le donne avrebbero trovato il loro posto. Allora c’era un gran parlare della Kollontaj, della Krupskaja, della Clara Zetkin. La Zetkin scriveva delle cose che poi abbiamo letto nel ‘68, era molto avanzata. Purtroppo, soprattutto in Russia, molto poco venne realizzato dai comunisti. Col potere sono diventati altro. Lo stesso Stalin era molto diverso quando lottava.

 

A quel tempo ero già entrata nel Partito Comunista, dove c’erano dei rigidi controlli e una selezione. Si doveva presentare una propria biografia e spiegare perché volevi entrare nel partito. Dovevi essere una persona fidata, perché nella clandestinità il pericolo era sempre in agguato. Ero entrata nel Partito presentata dal marito della Callegari, la data esatta non la ricordo. Cominciai a partecipare alle azioni di propaganda dei gruppi partigiani in città. Partecipavo alle riunioni, organizzavo le staffette che andavano in montagna dai partigiani, e le fughe dei prigionieri dal campo di concentramento, con i sistemi che ho già raccontato.

Avevo conosciuto così anche Cocca Casile, aveva diciassette anni e aveva già fatto con i G.A.P. delle azioni armate molto audaci. Era figlia di un ufficiale dell’esercito.

Tra le donne con cui ho lavorato ricordo Lavinia Guastalla, poi passata nei ‘comitati partigiani della pace’ nel ’50. Era una donna molto intelligente, abile nel parlare, anche se soffriva del fatto di non avere studiato, di non avere una cultura. Aveva avuto un’infanzia tremenda, i suoi genitori erano antifascisti e avevano dovuto emigrare in Francia lasciandola a sei anni con certi parenti che le facevano fare la guardiana dei porci, animali di cui aveva molta paura.

Ricordo anche una certa Carmen Zanti, di Reggio Emilia, che è rimasta a Bergamo per un certo periodo.

 

Cominciai la Resistenza nel gruppo di Giustizia e Libertà, poi ho continuato con il P.C.I. e ho perso un po’ di vista Mimma Quarti. Lei ha cominciato a lavorare a Parigi; dopo la guerra ha preferito andare a Parigi per esercitare la professione di psichiatra, anche se neppure la Francia era molto progressista nei confronti delle donne. Una mia amica, ad esempio, scoprì a Parigi che le donne non potevano aprire un conto in banca. Non per niente, dopo la liberazione dell’Algeria, De Gaulle disse: “E adesso decolonizziamo le donne”.

Mimma era una donna di grande intelligenza, il suo libro ‘Les Parents’ è curioso, una proposta utopistica, interessante dal punto di vista sociale. Propone che si riorganizzi la società affidando agli insegnanti elementari, pagati dallo Stato, la cura e l’educazione di otto bambini da aggiungere magari ai propri in famiglia, da tenere tutto il giorno, in modo da lasciare alle madri la possibilità di lavorare. E’ qualcosa di simile ai kibbutz israeliani. Lei lo proponeva in Francia. Si proponeva di risolvere il continuo conflitto fra la donna che lavora e la madre  che vuole educare i figli, ma non riesce a combinare le due cose, a meno che non affidi ad altri l’educazione.

Mimma ha scritto anche un altro libro importante, ‘Il Dolore’, tema molto attuale per la difficoltà di cura dei malati terminali.

Quando ero piccola a Bergamo c’era una sola donna medico ed esercitava in una scuola per bambini subnormali. Andava in giro vestita come una mendicante e la gente la considerava strana, non la prendeva in considerazione come medico. Una volta si è presentata al cancello di casa mia e la cameriera la prese per una mendicante e la cacciò; mia mamma invece la chiamava perché pensava che una donna potesse essere più delicata per noi bambini.

 

Mi piacerebbe ricordare tutte le donne che ho conosciuto. Ho memoria di una certa Dorina di Alzano Lombardo che mi ospitò nella sua casa, nascondendomi in solaio quando arrivavano i tedeschi, di Adriana Locatelli che faceva la parrucchiera, di una certa Piera, operaia, di Assunta Bonaita, operaia alla cartiera Honneger di Alzano Lombardo, che mi aveva ospitata in momenti difficili. Dopo la Liberazione, ho cercato di far avere loro il certificato di riconoscimento di partigiana.

Bisognava vedere come mi ha trattata il funzionario addetto, mi ha gridato: “Ma cosa crede, che appena una alza un dito…?!”. Per se stessi, però, ebbero subito il riconoscimento. I riconoscimenti poi arrivarono con “infornate” collettive, ma senza il riconoscimento economico che invece toccò ai primi e che sarebbe stato giusto per queste donne che erano povere. Io lo ebbi da Giovanni Spadolini trent’anni dopo.

 

 

UNA VOLTA SONO STATA PRESA DAI TEDESCHI…

Ero stata arrestata per sbaglio. Avevo un appuntamento con un capo dei prigionieri di guerra, uno slavo già evaso al quale avevo procurato i biglietti del treno per la Svizzera. Il tragitto era già programmato, guai se fosse venuta meno anche una sola rotella del progetto.

Aspettavo e nessuno arrivava. Disperata mi ero chiesta: “dove vanno i compagni a passare la notte quando a Bergamo li sorprende il coprifuoco?”. Lui era clandestino, e perciò mi venne in mente che poteva essersi nascosto dall’architetto Turani che conoscevo per motivi di lavoro e sapevo che organizzava azioni militari contro i tedeschi. Chi, come me, faceva un lavoro politico non aveva contatti diretti con lui; le due attività, quella militare e quella politica, dovevano rimanere rigorosamente separate.

Senza pensarci troppo, presi la bicicletta e andai da Turani. Salgo le scale e incontro una donna che mi fa segnali strani che non capisco. Come una stupida suono il campanello nel modo convenuto, si apre la porta e spunta un fucile e dietro un biondino, un soldato tedesco. Avevano fucili a canne mozze, corti. Vedo il fucile, lo guardo e dico: “allora torno domani” e mi giro. Lui mi ha presa per un braccio e mi ha sbattuta dentro.

Dentro, dietro un lungo tavolo, c’erano gli altri che avevano già preso, mi guardavano con una faccia triste Era l’autunno del ‘43. I tedeschi avevano saputo di una riunione di partigiani e avevano fatto una retata; ora stavano arrestando tutti coloro che salivano in casa. Per fortuna lo slavo non c’era. Presero circa quaranta persone, tra loro Turani, e molti giovanetti di quindici, sedici anni. In città li chiamavamo pazzi, perché era da pazzi andare in giro armati, di certi vecchi fucili. Si rischiava la fucilazione.

La spia era un italo-tedesco, un certo Stromenger, che lavorava con Turani. I tedeschi avevano di proposito lasciato libertà di movimento al gruppo. Ecco spiegato perché questi pazzi riuscivano a girare armati e indisturbati; il disegno era di prenderli tutti. Fummo processati come ‘Banda Turani’ alla caserma nell’ex-collegio Baroni. Per portarci alla caserma hanno aspettato il coprifuoco. Ci avevano legato i polsi con una lunga corda e quello davanti tirava. Si è messo a piovere e io ero l’ultima di questa lunga fila. Un tedesco che mi stava a fianco, quando ha visto che pioveva mi è venuto vicino e con l’ombrello mi ha riparato.

Ho trovato in caserma anche Betty Ambiveri che era già stata catturata.

Lei lavorava al tombolo, pregava e sgridava i tedeschi. Erano soldati giovani, biondi, avevano una paura folle di essere mandati in Russia. Lei li rimproverava perché le disfacevano il suo tombolo per guardare cosa c’era dentro, li rimproverava col piglio della professoressa, e loro arrossivano.

In carcere siamo stati sottoposti ad interrogatorio.

 

Mi trovarono un foglietto con dei numeri che li insospettì. La verità è che sull’isola c’era un telefono a bocchetta dove gli abitanti, se avevano bisogno del medico, potevano andare per telefonare e lasciare un indirizzo. Io ricevevo queste chiamate e me le appuntavo. Spesso il punto dove si trovava la casa del paziente non era ben delineabile perché i sentieri non avevano numerazione stradale; allora facevo la piantina e mettevo una crocetta dove mio marito doveva andare. Non so come uno di questi foglietti fosse rimasto nel mio portafogli.

Mi interrogarono su cosa fosse quella mappa, pensavano ad un attentato. Sul momento non sapevo cosa dire perché non capivo cosa fosse, non me lo ricordavo più. Quando ci hanno presi ero riuscita a far sparire dei volantini che avevo in tasca perché i soldati per scaldarsi avevano acceso un fuoco e io, passeggiando, avevo buttato questi volantini nella stufa. Poi mi è venuto in mente cosa fosse, e glielo dissi, ma loro non ci credevano perché sembrava troppo fantasioso. Non mi torturarono o bastonarono. Si convinsero che dicevo la verità dopo aver interrogato mio marito che confermò il mio racconto. Inoltre, nell’elenco fatto da Stromenger io non c’ero, e Turani confermò la mia versione dei fatti, che facevo la scultrice e che ero andata lì per questo motivo.

La notte ci chiusero in una specie di refettorio in cui c’erano tavoli lunghi e stretti, con panche su cui ci stendemmo. Un piantone girava fra di noi. Mi ero tolta le scarpe e mi ero addormentata. Ad un certo punto ho sentito un fruscio e ho visto un tedesco che guardava le mie scarpe che avevano all’interno un rialzo di sughero, per evitare che mi venissero le vesciche. Ha pensato chissà cosa si nascondesse sotto quel rialzo e mi ha disfatto le scarpe.

Nell’interrogatorio Turani ha fatto di tutto per coprire i suoi giovani amici perché sentiva la responsabilità di averli esposti al rischio. Dopo il processo lui e due suoi luogotenenti furono condannati a morte e fucilati: una decina furono mandati nei campi di concentramento in Germania, gli altri furono rilasciati. Almeno una ventina di quei giovani venne invece liberata già nella fase istruttoria. In quel primo periodo di occupazione i tedeschi sembrava ci tenessero a conservare una parvenza di legalità.

 

Ho ricominciato le mie attività, però avevo sempre la vaga sensazione che qualcuno potesse riprendermi: un giorno che tornavo a casa, in via Manzoni, prima di svoltare per entrare nella stradina che conduceva al cancello, ho visto una macchina dei tedeschi. Mi sono subito rifugiata nel palazzo di fronte e ho aspettato finché li ho visti andare via. Entrata in casa, ho scoperto che erano andati per fare una perquisizione. Ho riferito il fatto al Partito che, per evitare il rischio che potessero scoprire tutto, mi ha mandata a Milano con il compito di fare la segretaria di redazione de “L’Unità” clandestina, allora settimanale. Avevo avuto altri segnali di stare all’erta, di non restare a Bergamo, anche da un mio vecchio professore di pittura, Barbieri, che mi stimava come allieva, pur essendo un fascista della prima ora.

 

Dopo la liberazione ho diretto per diverso tempo un settimanale “Il Lavoratore Bergamasco”,  tra il ‘46 e il ‘48 circa, poi nel ‘49 sono stata a Firenze, per un anno, dove ho frequentato l’Accademia. Poi ho ripreso il mio lavoro artistico a Bergamo e successivamente a Roma dove mi sono risposata o meglio “riaccoppiata” visto che allora non c’era il divorzio. Ottenuta la legge sul divorzio mi sono sposata.

Prima di andare a Milano ho vissuto per un po’ ad Alzano Lombardo dove sono rimasta un mese o due e dove ho conosciuto molte donne operaie che lavoravano alla cartiera Pigna. Una di loro mi ha ospitata.

Lì ho conosciuto un mondo diverso da quello che ero solita frequentare, un mondo di gente straordinaria; il mondo operaio. Vivendo con loro ho scoperto cose del tutto nuove, sia come modo di pensare che come modo di vivere.

Io appartenevo ad una famiglia abbastanza agiata e non pensavo neanche lontanamente che si potesse vivere così poveramente, perché la differenza nel modo di vivere delle classi era molto più accentuata di quanto non sia oggi. Per me era più vicina Parigi che la classe operaia di Bergamo.

 

Le case operaie avevano un ballatoio che dava sul cortile e dentro ogni stanza c’era una famiglia. In un caseggiato con un unico gabinetto nel cortile viveva un centinaio di famiglie; avevano poco da mangiare, ma molto spirito di collaborazione e d’amicizia. Non avevano istruzione, ma una capacità di vedere l’andamento delle cose che noi non avevamo. C’erano molte donne: una certa Assunta Bonaita, considerata dalle sue compagne una zitella avendo quaranta-cinquant’anni. Abitava una stanza intera, tutta per lei, cosa che la rendeva una privilegiata.. Ero sua ospite.

Dormivamo insieme nel suo lettone matrimoniale. Aveva anche una piccola antistanza con un camino. Quando mi faceva fare il bagno accendeva il fuoco e metteva una tinozza di zinco davanti, scaldava l’acqua, mi denudava e mi lavava.

Per il mio lavoro uscivo di giorno presto e tornavo la sera.

A volte tornavo a mangiare. Portavano fuori dalla cartiera dei grandi secchi di minestra, un minestrone schifosissimo. Un giorno mi era venuta una febbre improvvisa, fortissima. Assunta, dopo essersi consultava con gli altri, decise che la febbre mi era venuta perché mangiavo pochissimo.Si procurarono perciò un pollo arrosto tutto per me. Non avevo fame, ma se non l’avessi mangiato in quella occasione non l’avrei mangiato più: ne ho mangiato solo un pezzo. Dopo due giorni non avevo più febbre. Non ho mai capito perché mi fosse venuta.

 

Una volta sono venuti i tedeschi. Degli operai ci hanno avvertito in tempo del loro arrivo e riuscii a nascondermi in un solaio. Ogni tanto i tedeschi andavano per le case e a volte si impadronivano del bestiame o addirittura della casa.

Con la bici andavo in città e quando non riuscivo a rientrare prima del coprifuoco mi fermavo a dormire da Cocca Casile. Andavo in quella casa alla sera a dormire solo quando dovevo portare qualcosa. Era un’attività limitata la mia di allora, ma mi serviva per mantenere un contatto col Partito.

A un certo punto mi hanno comunicato che dovevo partire per Milano, avrei dovuto fare la segretaria di redazione a “L’Unità”. Avevo già scritto per i giornali clandestini. Chissà se ci sono ancora negli archivi. Può darsi che siano a Milano.

 

 

CLANDESTINA A MILANO…

Non ho mai avuto l’occasione di usare armi. Quando ero ad Alzano Lombardo, prima di andare a Milano, un compagno operaio mi ha portato una rivoltella dicendomi: “Ti servirà”. Mi esercitavo per la mira contro le foglie degli alberi. Non l’ho mai usata. A guerra conclusa ho restituito l’arma. A Milano, al Centro di direzione del Partito Comunista, non c’erano armi, anzi era assolutamente proibito portarle.

A causa dei bombardamenti, mia madre con la mia bambina, che allora aveva due anni, erano sfollati sopra Gandino, a Barzizza. Io e mio marito eravamo invece rimasti a Bergamo. In famiglia non ho detto niente, sono sparita e il Partito si è occupato di avvisare.

Sono partita in treno per Milano, mi sembra fosse l’inverno alla fine del ‘43.

Avevo l’indirizzo di un bar dove dovevo incontrare Amendola. Mi avevano detto che l’avrei riconosciuto subito perché era grande e grosso. Mi sono guardata in giro e l’ho visto ‘spaparacchiato’ su una sedia con davanti il suo caffè che leggeva ”L’Unità” clandestina.

Mi sono diretta verso di lui, avevamo le parole d’ordine, mi ha fatto sedere e mi ha detto “Tu ti sorprenderai perché sto leggendo così, ma il fatto è che quando mostri le cose la gente non se ne accorge”. Psicologicamente è vero. Era una persona che sperimentava molto, era più flessibile di quelli che nella clandestinità avevano una posizione rigida, parole d’ordine, travestimenti, nomi in codice. Dopo avermi spiegato cosa dovevo fare, andai nella casa di via Domenichino, al n. 17.

Avevamo tre covi in diverse parti di Milano e ci si spostava in caso di pericolo. Il nostro lavoro consisteva nel fare l’Unità clandestina che, stampata in diverse tipografie, veniva diffusa solo nell’Italia occupata.

A Milano mi sono trovata bene, ma fino ad un certo punto perché i compagni di cui ammiravo il coraggio e le capacità erano inconsciamente maschilisti, anche se in confronto al maschilismo delle nostre case sembravano eroi del femminismo.

 

A Milano mi dettero una nuova identità: mi sarei chiamata Francesca Brazzi Antonino. Mi dettero anche un documento che certificava che avevo una tubercolosi in atto e che quindi dovevo frequentare il sanatorio di Milano. Compagni dell’ufficio tecnico del Comune ci fornivano i documenti che, essendo legali, ci permettevano di andare in giro abbastanza tranquillamente. Ai posti di blocco, il fatto di essere donna mi aiutava, visto che la mentalità tradizionalmente maschilista di allora non prevedeva che le donne si esponessero nella lotta clandestina.

 

Rivedendo oggi i fatti di allora, mi sembra di aver vissuto la clandestinità come in un sogno, una vita tutta mia, così diversa da quella che mi si prospettava e che aborrivo. Volevo separare la mia vita da mio marito, da quel tipo di famiglia, dall’idea di finire come l’artistucola dilettante che fa la madre di famiglia. Mi sentivo come se gli altri volessero impedirmi di crescere, mi sentivo di fronte ad un muro: marito, famiglia. Adesso capisco le loro ragioni, ma allora non le accettavo.

 

A Milano, con Giorgio Amendola c’era Eugenio Curiel, poi io e altre due ragazze: una compagna che faceva la dattilografa, Bianca Diodati, e un’altra di cui non ricordo il nome. Più tardi ci hanno raggiunto Marcucci e Maria Maddalena Rossi, la quale aveva lavorato in Svizzera sempre con il Partito. Facevamo “La nostra lotta”, un quindicinale con articoli di carattere ideologico e “L’Unità” clandestina che invece dava i resoconti delle iniziative clandestine, le manifestazioni che si tenevano nelle diverse città, resoconti di partigiani.

Nella prima riunione Amendola ci disse: “Dobbiamo definire l’organizzazione. La casa è questa -una bellissima casa- voi dovete fare il giornale e poi ci sarà da far da mangiare, da pulire e visto che ci sono qui tre donne...”. Io mi dissi “guarda guarda dove sono capitata” e gli risposi: “Ho visto che ci sono delle mense di guerra qui vicino, a mangiare vado lì visto che in cucina non ci so fare. La mia stanza me la pulisco io e il letto me lo rifaccio io, però per voi non posso fare altro che la segretaria di redazione, che è il mio incarico”.

Lui è rimasto ‘secco’ perché non si aspettava la mia risposta: nell’universo maschilista era ovvio che le donne dovessero occuparsi delle faccende di casa. Per cinque giorni sono andata alla mensa di guerra dove mi davano una fetta di mortadella con sopra una prugna secca. Poi Amendola mi disse che aveva risolto la cosa, era arrivata una compagna da Torino, una certa Alba. Faceva un po’ come la mamma, si occupava della casa e aveva uno stipendio come tutti e tutte noi.

Amendola era figlio del ministro Giovanni Amendola, ucciso dai fascisti, ed era di origine liberale come il padre. Poi è diventato comunista. Penso che avesse allacciato un rapporto col Partito perché pensava che lì c’era la politica e l’azione antifascista, mentre altre formazioni come Giustizia e Libertà o il Partito d’Azione non avevano quel tipo di organizzazione forte.

Di lui ho diversi ricordi. In un suo libro “Una scelta di vita”, Amendola dice che facevo male il risotto che, in realtà, non ho mai fatto per loro ed era il piatto che sapevo cucinare meglio. I ricordi a volte giocano brutti scherzi: ci raccontava spesso di sua madre che era una russa, un’intellettuale e come donna di casa non valeva niente; invece andava alle conferenze, alle riunioni, aveva seguito i figli negli studi, ma si era preoccupata meno di accudirli in tutto e per tutto come facevano le mamme italiane. Raccontò di una volta che lei aveva buttato la pasta nell’acqua fredda e poi se ne era andata a fare altro; il risultato è stato una colla.

Anche mia madre lavorava sempre nel suo studio e ogni tanto si ricordava che doveva fare da mangiare e spesso buttava la pasta nell’acqua bollente, ma poi se la dimenticava. Io il gusto vero della pasta l’ho conosciuto più tardi, prima ho sempre pensato che la pasta fosse quella colla con un po’ di pomodoro concentrato scaldato col burro. Un giorno aveva scoperto che una vicina quando faceva la pasta guardava l’orologio, per lei era una scoperta, rideva, le sembrava bizzarra.

A me e mio fratello però il fatto che la mamma lavorasse sempre non dava un senso di abbandono, anzi, eravamo orgogliosi di lei.

Una volta Amendola ci raccontò del suo amore per una ragazza francese, di cui ha parlato anche nei suoi libri, Germaine, conosciuta al ballo del 14 Luglio.

Era rimasta in Francia. Giorgio aveva già una figlia con questa Germaine, una figlia bellissima coi capelli biondi, quasi bianchi. La vidi che poteva avere otto o nove anni, arrivata a Milano con la madre al momento della Liberazione. Si erano sposati al confino. Amendola nel frattempo era stato mandato a dirigere il Partito a Torino e avevano mandato con noi Arturo Colombi, che lavorava con Luigi Longo a Milano.

 

Arturo Colombi era un operaio giunto alla massima dirigenza, un operaio autodidatta che portò nella nostra piccola comunità una ventata d’aria nuova. Era nella direzione del partito. Sembrava avesse molto a cuore la causa dell’emancipazione femminile, e questo me lo rese subito simpatico. Anche lui, come noi, aveva un’illimitata fiducia nell’Unione Sovietica e perfino dopo il XX Congresso, quando tale illusione aveva già abbandonato molti di noi (eravamo negli anni ’50), un giorno che andai a salutarlo a Botteghe Oscure, mi raccomandò di non credere a niente di quello che scrivevano i giornali. Erano -diceva- tutte bugie. Ma le denunce di Krusciov erano così circostanziate e confermate da tanti fatti (i Gulag, le persecuzioni di intellettuali come Esenin e la Cvetaeva, i suicidi di Majakowki e della Krupskaia) che non si poteva avere dubbi. Lo lasciai tristemente pensando che doveva essere terribile per chi aveva votato tutta la vita ad un ideale affrontando lotte, carcere e confino, confessare a se stesso il lato oscuro di questo ideale. Egli è rimasto nel mio ricordo come una persona dolcissima e affascinante per la sua generosità e intelligenza.

 

Eravamo pagati bene in clandestinità. Nella dirigenza si era stabilito che si doveva essere pagati tutti allo stesso modo, dalla dattilografa al capo servizio; molti soldi li mandavo a casa per mia figlia.

Questo finché ho vissuto a Milano.

Il lavoro era impegnativo, dalle 8.00 alle 12.30 e poi tutto il pomeriggio fino a sera; non c’era tempo per altro. I partigiani ci portavano da mangiare, una volta anche un’oca intera che abbiamo mangiato per non so quanti giorni, uno schifo. Ci avevano mandato anche otto tessere annonarie, uno sproposito. Si faceva spesa coi bollini, non pativamo la fame, eravamo dei privilegiati.

 

Il periodo più duro è stato tra il ’44 e il ’45 e poi quando hanno ucciso Eugenio Curiel con cui eravamo molto amici, perché la vita clandestina spingeva all’affiatamento. Ne ho un ricordo molto bello.

Nella casa di Via Domenichino ci dormivo prevalentemente io, un periodo da sola, poi ci sono stati periodi in cui ci dormivano anche altri. C’erano giorni in cui passava l’ora del coprifuoco e allora mettevamo brande in terra e dormivamo tutti lì. Abbiamo cambiato case per tre volte, perché c’era pericolo.

Ricordo che una volta una delle dattilografe disse: “Io dormo là” ed era il letto di Curiel. Io dissi che dormivo in un’altra branda e Curiel in un’altra ancora. La ragazza dice: “Eh no! Curiel dorme con me”. Era Bianca Diodati, aveva diciannove anni e lui era un ragazzo gentile. Prima, a sedici anni, era stata la compagna del fratello più giovane dei Pajetta, che era morto presto, e da cui aveva avuto un bambino. Poi si era messa con Curiel, lasciando il bambino alla famiglia.

Nel febbraio del ’45 i tedeschi hanno ucciso Curiel e per lei è stato terribile. Più tardi fu mandata a raggiungere una formazione partigiana del Piemonte, dove aveva la famiglia, perché era rimasta sconvolta e pensavano che dovesse cambiare ambiente.

Curiel usciva tutti i giorni con documenti falsi, sfidando i posti di blocco. Era di Trieste dove era già stato arrestato come antifascista, ma a Milano aveva documenti validi. Quel giorno il caso ha voluto che incontrasse due triestini della milizia fascista che lo riconobbero; mentre quelli armeggiavano con i suoi documenti, lui ha tentato la fuga. Gli hanno sparato, proprio sotto casa nostra, uccidendolo. Noi non abbiamo assistito alla scena ma, non vedendolo arrivare, abbiamo pensato che fosse successo qualcosa.

Poi abbiamo saputo da una portinaia, che aveva trascinato Curiel nell’androne pensando si potesse far qualcosa per lui, che era morto. Dal suo racconto abbiamo capito che si trattava di Curiel. Amendola era in contatto con la direzione del partito e quindi sapeva che il 25 Aprile ci sarebbe stata l’insurrezione, così è andato all’obitorio dove avevamo dei compagni e ha detto loro di nascondere il cadavere fino al 25 Aprile. Curiel era stato ucciso il 14 Febbraio del ‘45. Pochi giorni dopo il 25 aprile gli hanno fatto un funerale solenne a Milano per il ruolo che aveva di direttore de “L’Unità” e per aver fondato anche “Il Fronte della Gioventù”, organizzazione a cui apparteneva anche Gillo Pontecorvo che allora era un ragazzetto.

 

Il primo numero quotidiano de “L’Unità” legale è uscito il 25 aprile.

Il 25 aprile Colombi, io e altri, ci siamo diretti verso via Solferino, alla sede de “Il Corriere della sera”. Di quel giorno mi è rimasto impresso il nostro correre tenendoci per mano per le strade di Milano deserte. L’ordine era di occupare quella sede.

Gli unici mezzi in circolazione erano camion pieni di tedeschi che, in ritirata, sparavano a caso su tutti. Un nostro compagno è stato colpito di striscio sul viso, era un siciliano che lavorava a Milano.

Alla sede del Corriere gli unici rimasti erano quelli della tipografia che ci hanno accolto con grande gioia. Avevamo preso contatto con loro e stampavano “L’Unità” e “L’Avanti!” Dopo pochi mesi la redazione de L’Unità si è trasferita in via Statuto.

In quel primo giorno all’inizio tutto sembrava fermo. Ci eravamo affacciati alla finestra e si vedeva da lontano una fabbrica da cui uscivano operai con un fucile in mano, che correvano lungo il muro.

Ricordo ancora tutta la folla sotto e noi sui balconi. Un reporter inglese era venuto a vedere la struttura di questo partito fino ad allora clandestino.

Nei cinque giorni dopo il 25 aprile non abbiamo dormito, eravamo tutti come matti.

Il primo giorno abbiamo messo il foglio de “L’Unità’ nella bacheca dove prima c’era il ‘Corriere della Sera’. E’ stato in quei giorni che hanno appeso Mussolini e gli altri in piazzale Loreto.

In quei giorni arrivarono a Milano anche Vittorini, Treccani, Pajetta che presero possesso della redazione: Vittorini era molto scosso per i fatti di Piazzale Loreto. Anche a noi sembrò un atto barbarico, soprattutto la morte della Petacci che non aveva fatto niente ed era solo innamorata del duce. A noi è sempre sembrata una cosa da non fare, mentre invece sulla morte di Mussolini c’erano opinioni varie.

Il patto con gli alleati era che venisse consegnato, noi sapevamo, ma vagamente, perché eravamo molto isolati e le persone che collaboravano con noi erano poche.

Sono rimasta lì tra Aprile e Giugnodel ‘45, poi sono tornata a Bergamo per il referendum sulla monarchia e anche per stare con mia figlia che aveva ormai tre anni ed ho cominciato a lavorare al settimanale della Federazione Comunista, ‘Il lavoratore bergamasco’, un giornale che dalle poche centinaia di copie è arrivato a venderne duemila e anche cinquemila. Era diretto da un siciliano molto capace, Francesco Cataluccio, un professore universitario che poi ho rincontrato a Firenze.

 

MIA MADRE ERA PARTICOLARE…

Mia madre si chiamava Corsiera Cavallina ed era particolare; era libera, rispettosa. Io vedevo le altre mamme quando venivano a prendere le mie compagne di scuola, e notavo la diversità.

Le altre mamme, per esempio, vestivano le bambine anche se erano già grandine. Mia mamma non si è mai sognata di vestirci, non perché non le importasse, era molto attenta alla nostra salute, ma ci dava molta autonomia. Forse incideva la sua origine milanese, e forse anche l’ambiente  del proletariato urbano da cui proveniva che, seppur poverissimo, era, per così dire, colto.

Molti erano socialisti anarchici, si erano formati su Bakunin, erano cultori di Darwin e spesso erano atei.

Mia madre stava sempre in casa a lavorare, quando usciva era un avvenimento. Faceva tante cose anche per telefono, non andava mai a fare la spesa e si faceva mandare la roba dai fornitori; avevamo anche una donna di servizio.

Lavorava moltissimo, fino a tardi, faceva tante cose anche per lo studio di mio padre, come ritoccare i negativi per le foto artistiche, e poi, quando lui invecchiò, anche le fotografie.

Mio padre era appassionato di fotografia, attento sempre alle novità. Ogni venerdì andava a Milano per aggiornarsi, sperimentare nuove tecniche e acquistare nuove apparecchiature per lo studio, ma a Bergamo era tempo sprecato, la gente usava la fotografia solo per documenti ufficiali.

Mio padre aiutava anche in casa. Non era femminista, anzi, ma riteneva che mia madre fosse un’eccezione e non voleva che perdesse con le faccende domestiche il tempo da dedicare alla pittura. Quadri importanti di mia madre, ritratti e soggetti sacri, santi e madonne, sono oggi visibili in parecchie chiese della provincia e di Bergamo.

Mia madre era una persona che si faceva obbedire corrugando le sopracciglia, non alzava mai la voce. Persino il cane –avevamo un bel lupo siberiano– quando lei lo guardava aggrottata, diventava matto. Quando scendeva le scale, lui si buttava per terra e le faceva una vera e propria riverenza.

Non mi stancavo di chiederle notizie sulla sua vita. Mi raccontava di sua madre, della nonna, del nonno, vissuti in una metropoli in cui il sindacalismo anarchico di fine ‘800 aveva lasciato un grosso segno. Mia madre è nata nel 1885 e ha vissuto la sua infanzia e adolescenza a Milano, senza però mai impegnarsi politicamente.

Mio padre e mia madre hanno solo cercato in tutti i modi di uscire dallo stato di miseria in cui vivevano le loro famiglie e ci sono riusciti con il lavoro.

Aveva cominciato a lavorare in una fabbrica a dieci anni e la sera andava a scuola di pittura. Finita la scuola serale è entrata in una fabbrica di tessuti dove faceva i campioni dei disegni e dei colori delle stoffe, guadagnando più dei suoi fratelli. Era l’unica donna del suo reparto.

Allora fare cinque anni di scuole elementari era già qualcosa. Dopo le scuole elementari il padre portava i figli in fabbrica dove lavoravano dodici ore al giorno. Non erano però dodici ore di lavoro filato, dentro. c’era tutto, si cantava, si giocava, si mangiava. Anche lei ha fatto questa vita mentre frequentava la scuola serale. Diceva che però si stancava molto di più stando a casa, con tutti i bambini  -i suoi fratelli minori- a cui badare.

Successivamente è andata a lavorare in un’azienda più piccola, nella redazione di quei giornali per signore dove facevano il modello del ricamo con allegato il campione del ricamo stesso. Lei faceva la redazione dei disegni; intanto dipingeva anche quadri, a casa.

Si è sposata tardi. Mio padre lo conobbe in una sala da ballo. A Milano c’era un circolo che si chiamava “La dea Tersicore” e la sera andavano a ballare la mazurka e il valzer. Mi raccontava che a volte non andava nemmeno a casa a dormire, ballava tutta la notte e la mattina andava al lavoro, solo che non poteva uscire da sola, doveva avere un fratello maschio che l’accompagnasse.

 

Mio nonno, che si chiamava Fausto Cavallina, era un tipo strano; l’ho conosciuto da piccola perché lui è morto a soli sessantaquattro anni, ma a me sembrava vecchissimo.

Faceva l’operaio in una fabbrica che produceva materiale per le ferrovie dello stato, lavorava al tornio ed era appassionato di matematica e di meccanica, studiava e leggeva molto. Preparava tutti quelli che si presentavano all’esame di caposquadra. Lui però non ha mai voluto promozioni ed è rimasto sempre con un salario basso, diceva che non voleva diventare un aguzzino.

Mio nonno, un tipo balzano, la mattina non voleva alzarsi perché la notte studiava, leggeva; la nonna allora lo vestiva di tutto punto, lo metteva contro il muro, apriva la porta e lo sbatteva fuori quando sentiva la sirena della fabbrica. Il nonno, al lavoro, si era inventato un aggeggio che faceva funzionare la macchina in modo che lui potesse continuare a dormire anche in fabbrica.

Non si era mai posto il problema di guadagnare di più, come non si era mai posto il problema di fare meno figli. Era di famiglia evangelica e quando ha conosciuto mia nonna, che si chiamava Teresa, sono sorti problemi tra le famiglie, perché lei era cattolica. Ci sono state grandi discussioni, prima fra tutte su dove sposarsi. Alla fine hanno annunciato che si sarebbero sposati solo in municipio, cosa allora scandalosa. La gente li considerava concubini. Pur essendo anticonformisti, di figli ne hanno fatti uno all’anno, nove in tutto, come si usava a quel tempo.

Allora i figli erano una forma di previdenza, perché si sarebbero occupati dei genitori in vecchiaia.

 

Mia nonna non aveva pensione pur avendo sempre lavorato, operaia a domicilio come allora usavano le donne sposate. Da ragazza aveva lavorato in una fabbrica di scarpe, faceva tomaie. Quando si è sposata, dalla fabbrica le portarono la macchina in casa, e doveva fornire un certo numero di tomaie la settimana. Se non riusciva a produrre la quantità richiesta, non la pagavano. In casa era perciò un inferno perché, anche se incinta, doveva produrre quanto concordato. La conseguenza era che mia madre già a cinque anni faceva da balia ai fratellini più piccoli.

Mia madre raccontava di non aver mai giocato. Solo quando è andata a scuola si è riposata un po’. Poi c’è stato il lavoro e diceva di aver cominciato a giocare a ventisei, ventisette anni, cioè quando si è sposata.

Ha avuto solo due figli, ma qualche volta ricordava anche l’altra faccia della medaglia: le gioie di una grande famiglia, avevano studiato tutti uno strumento musicale, alcuni cantavano e spesso facevano della musica insieme.

 

I miei genitori non leggevano molto, solo libri che riguardavano il loro lavoro. Mio padre aveva libri di tecnica fotografica. Mia madre, invece, tutte le volte che faceva un quadro, per esempio su Santa Teresa o Santa Caterina, oppure su Sant’Antonio, comprava il libro con la loro vita. Queste storie eravamo noi a leggerle a lei quando lavorava ritoccando i quadri o quando faceva altri lavori.

Io e mio fratello siamo cresciuti con l’idea che essere artisti fosse una cosa normale ma senza teorizzarlo mai, perché mia madre sosteneva che bisognava andare a lavorare. I miei genitori non incarnavano l’ideale dell’artista alla Van Gogh che moriva in povertà. Loro non apprezzavano questo ideale: il lavoro si fa per guadagnare.

Noi, però, eravamo già un’altra generazione, avevamo idee diverse.

Mia madre ricordava spesso un fatto della sua infanzia. Sua madre, sempre legata alla macchina, aveva mandato lei bambina di quattro anni a fare la spesa e le aveva dato una lira. Con questa lira in mano, lei, che si divertiva a camminare sul muricciolo del Naviglio, c’era caduta dentro. Una volta ripescata, qualcuno l’aveva portata in una bottega vicina per asciugarla e poi a casa. Nonostante quel trambusto, quando è arrivata a casa si era accorta che stringeva ancora in mano la lira, tanto era consapevole di quanto fosse importante non perderla.

 

Quando mio padre ha deciso di sposarsi solo in municipio e non in chiesa, lo annunciò a sua madre con qualche apprensione, pensando che potesse reagire male. Invece la risposta è stata molto sobria, in dialetto: “Noi il nostro dovere di genitori l’abbiamo fatto. Adesso tocca a te”. Quel “tocca a te”, “ti tuca” in milanese, è entrato nel nostro lessico familiare e significa insegnare ai figli, ma anche ad altre persone, ad essere liberi e responsabili.

A Bergamo i miei genitori avevano molto lavoro e ad un certo punto hanno comprato una casa in periferia su tre piani, di cui l’ultimo, con un enorme lucernario, serviva da studio a mia madre. Ecco perché la ricordo sempre che scende le scale. Adesso probabilmente quel luogo è nel centro della città, ma allora sembrava fuori dal mondo, era l’ultima casa in una trasversale di via S. Bernardino, via S. Tommaso. Intorno c’erano prati con tanti pioppi e ruscelli e noi, io e mio fratello, scorazzavamo in lungo e in largo.

Mio fratello era un appassionato naturalista e catalogava tutte le cose, i minerali, le farfalle, gli insetti. A me non interessava molto però ho imparato da lui i nomi di animali e piante che c’erano nei prati. Era molto diverso da me, non condivise mai la mia passione per la politica, però non c’è stata mai una rottura, oggi capisco anche le sue ragioni, allora ero estremista.

 

Mia madre aveva un’intelligenza duttile. A volte votava comunista, pur non essendolo, considerando le ragioni contingenti. Secondo lei si doveva appoggiare ora questo ora quel partito, laicamente, secondo il programma dichiarato.

I miei genitori ondeggiavano sempre tra la tradizione -ad esempio volevano i figli in casa la sera- e un permissivismo più moderno. Ritenevano importante che noi bambini si andasse al mare, ma senza accompagnarci. Ci mandavano in colonia. Nelle colonie ci dividevano fra maschi e femmine e quindi io da una parte e mio fratello dall’altra. Erano i momenti in cui amavo di più mio fratello. Ricordo la rete che divideva la spiaggia e mio fratello con la testa rasata; a noi i capelli li tagliavano solo un po’.Io ero piccola, sette, otto anni o forse ancora più piccola. Mio padre, che era venuto a trovarci, quando ci ha visti in quelle condizioni ci ha  portato subito a casa.

Un’altra volta, potevo avere fra i dieci e gli undici anni, avevano deciso che noi bambini avevamo l’età per potere andare al mare da soli. Ci hanno mandato in una pensione di Bergamo che metteva a disposizione un albergo che aveva al mare a Varazze. Nessuno badava a noi, era meraviglioso non avere i genitori che ti dicevano cosa fare, godevamo di una libertà enorme. Io e mio fratello facevamo vita separata, lui coi suoi amici e io con le mie amiche, e ci vedevamo solo la sera. Avevamo il compito di scrivere una lettera settimanale ai genitori, nella quale raccontavamo balle. Sono venuti a trovarci solo per riprenderci, ma non era un abbandono, era una cosa ragionata. Di giorno, a differenza delle mie amiche che si muovevano sempre accompagnate, andavo da sola. Invece, può sembrare curioso ma, pur avendo io già quindici anni, mi era proibito andare fuori di sera.

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Avrò avuto quattro o cinque anni quando ho cominciato a dipingere e a giocare con la plastilina. Mio fratello andava a scuola, e mia madre quando lavorava non voleva essere disturbata, e allora mi dava delle scatole di plastilina. Mi annoiavo perché non potevo fiatare, né fare alcun rumore e ricordo che soffrivo di questa cosa perché non potevo nemmeno scendere in giardino. Ad un certo punto, però, questa costrizione si era trasformata nella gioia di trasformare quel materiale, scoprendo che si poteva giocare col cervello; da allora non mi sono annoiata più. Poi mia madre decise di mandarmi a lezione di disegno da un pittore, insieme a mio fratello. Ci insegnava a disegnare copiando dai gessi, dalle fotografie, da altri disegni. Ricordo di aver copiato uno dei pochi quadri di Pisanello che era alla pinacoteca dell’Accademia di Bergamo Una volta restaurato, rivedendolo, non lo riconoscevo più, io che ero stata lì a riprodurre tutte le crepe del viso. Nel ‘400 lavoravano tutto a strati e io avevo cercato di riprodurre questo modo di dipingere. Ricordo che a volte andavo nel giardino dell’Accademia con il quadro, passavano operai che in bergamasco dicevano: “la fa so al Pisanello”, ed erano operai che non avevano nessuna nozione, ma sapevano che era il Pisanello.

Quando sono entrata all’Accademia ho lasciato il liceo a sedici anni. Prima mi avevano mandata a lezione da Gianni Remuzzi, uno scultore accademico che aveva lavorato all’altare della patria a Roma. Aveva uno studio enorme e da lui ho imparato tutte le tecniche. Eravamo sette allievi. Noi dovevamo farne lo scheletro delle sue statue enormi..Un giorno alla settimana andava a Milano e ci lasciava padroni dello studio; le cose che facevamo sono inenarrabili.

Con lui ero in conflitto, come con mia madre, a causa della loro avversione per l’arte moderna che io invece amavo. Ero innamorata di Modigliani. Per me era quello l’avvenire. Al liceo e poi all’Accademiatra noi giovani eravamo molto amici. Una di loro è diventata famosa, Alda Ghisleni, una pittrice, purtroppo morta precocemente a trentanove anni.

 

 

ALL’INIZIO DEL ’49…

All’inizio del ‘49 sono andata a Firenze dove ho fatto un lavoro per la ditta Pattarino che faceva le ceramiche e ho frequentato l’Accademia delle Belle Arti, poi ho voluto dare gli esami a Brera, a Milano.

Sono stata circa un anno a Firenze, mi ero trasferita lì perché c’era un gruppo di persone con cui eravamo molto amici, e c’era Francesco Cataluccio che lavorava lì e mi ha preparata per gli esami a Brera. Io avevo fatto l’Accademia a Bergamo che però non dava diplomi per insegnare.

Il mio attuale compagno, che avevo già conosciuto durante la guerra,  invece l’ho ritrovato tra il ‘49 e il ’50, quando sono tornata a Bergamo.

Siamo venuti a Roma nel 1950 e la bambina mi ha raggiunto dopo pochi mesi perché finiva l’anno scolastico, era andata a scuola a cinque anni e a Roma ha fatto la quinta.

Sono venuta a Roma con lui pensando di lavorare per il partito o per il giornale, infatti sono stata anche a L’Unità, perché avendo fatto quel giornaletto a Bergamo pensavo di fare qualcosa in un quotidiano, invece mi sono trovata malissimo.

Ricordo alcuni che adesso sono famosi come Gabriele De Rosa, diventato poi uno storico della DC, che lavorava con me a L’Unità. Erano bravissimi: lavoravano tutta la notte e alle dieci del mattino andavano in giro a fare riunioni, alle sedici erano al giornale e lavoravano fino alle quattro del mattino.

Ho resistito per qualche mese prima di andarmene, un giornalismo di fretta non era il mio genere (in quindici minuti avrei dovuto scrivere un articolo), e poi non reggevo a non dormire la notte. Quando facevo il settimanale ne decidevo io l’impostazione, mi rapportavo con una rete di corrispondenti nella provincia, sceglievo e sistemavo i pezzi.

A “L’Unità” invece ero solo una rotellina che non funzionava bene. Quando venni via, mi assegnarono ad un’attività nell’ambito culturale. Mi occupavo di libri sulla memoria della resistenza, quello di Camilla Ravera, ad esempio. Poi ho lavorato nella Commissione femminile con Lina Fibbi, un po’ sono stata nella commissione femminile, poi nella commissione stampa e propaganda con Giancarlo Pajetta.

Il mio impegno era a part-time, cosa che mi permetteva di ricominciare a scolpire dopo aver aperto uno studio in via Margutta; ho fatto anche due o tre mostre. Fino al ’65 sono rimasta a Roma, anche se nel frattempo ho cominciato ad andare di tanto in tanto a Parigi. Già nel ’70 lavoravo per conto mio.

 

A Milano ero in contatto con Mario De Micheli, un critico noto. Un giorno gli chiesi di fare una mostra a Milano. Lui mi ha mandato da un gallerista, un certo Fumagalli. Questi, appena mi ha vista, mi ha bloccata dicendomi di non aprire neanche la cartella dei miei lavori che lui le donne non le faceva esporre. Certo non tutti la pensavano così, ma allora la cosa era piuttosto usuale.

Invece Cairola, della Galleria della Spiga di Milano, mi ha aiutata, vendendo diverse cose mie e organizzandomi una mostra.

 

Alla Biennale di Venezia, tra le diverse nazioni partecipanti, c’era anche lo stand dell’URSS con i suoi artisti. Ricordo che Antonello Trombadori, importante critico romano, non sapeva cosa scrivere su questi artisti perché i quadri sovietici assomigliavano maledettamente ai quadri dell’epoca fascista. Ricordo un quadro intitolato “Le galline del kolchoz”, e un altro, enorme, tutto scuro, da cui emergevano Lenin, Stalin e Trotsky in pose ieratiche, davanti alle masse. Il titolo diceva “I grandi costruttori del socialismo, Lenin e Stalin”; Trotsky, pur essendovi ritratto, non era nominato. L’Enciclopedia sovietica –ci spiegarono- avendo eliminato Trotsky, non permetteva loro di nominarlo.

A quel tempo era viva una lotta ideologica tra astrattisti e neorealisti. Io ritenevo inconsistente questa polemica, non andavo d’accordo né con gli uni né con gli altri. Così mi sono ritirata nel mio guscio: finché stavo nel mio studio mi trovavo bene, mi piaceva il lato tecnico del mio lavoro. Per guadagnare facevo copie di quadri famosi da vendere. Mi piacciono i quadri che mostrano i segni del tempo. Il Michelangelo restaurato della cappella Sistina è una cosa terribile, non sono andata a vederlo.

 

Durante la Resistenza immaginavo che la nostra lotta avrebbe portato al socialismo, che non fosse solo una lotta per la liberazione dal nazifascismo.

Il mito dell’Unione Sovietica resisteva anche dopo la fine della guerra perché chi ne ritornavano raccontava meraviglie.

Allora ero convinta che in quel tipo di organizzazione andasse tutto bene. La prima volta che ho pensato che le cose potevano essere diverse, è stato quando ho letto un libro di Gjlas, ex compagno di lotta di Tito, incarcerato perché denunciava l’esistenza di una nuova classe, la burocrazia. Il suo libro mi ha fatto molto pensare perché si raccontava l’affermarsi della burocrazia -una macchina per gestire una società fortemente centralizzata costituita da un enorme apparato- sul socialismo, trasformandolo così in un cancro incontrollabile dai lavoratori.

Era un periodo in cui non si voleva vedere, e non tanto per malafede ma perché è facile vedere solo quello in cui si crede, e se c’è qualcosa che non va, si sorvola.

E’ un lavorio che fai dentro di te, che ho fatto anch’io, e che l’occupazione dell’Ungheria da parte dell’Unione sovietica ha reso evidente. Si vide chiaramente che l’URSS si comportava in modo imperialista, esercitando la sua autorità sugli stati satelliti.

Per capirlo c’è voluto un bel pezzo. Soprattutto per me che non avevo una cultura politica, quando ho incontrato queste persone molto colte credevo a ciò che dicevano.

Allora ero completamente acritica, un po’ per l’età e poi perché quella vita mi affascinava, anche se c’erano delle durezze.

 

Ricordo che, era l’inverno del ’44, eravamo senza riscaldamento e, neanche a farlo apposta, era nevicato. C’era un freddo cane nella casa di via Domenichino! Versavamo nei bicchieri gelati l’acqua bollente perché l’unica cosa da fare era bere liquidi caldi, e così spaccavamo i bicchieri. Ricordo che Curiel ci aveva procurato una di quelle stufette elettriche che tenevamo sotto la sedia fino a bruciarle, per scaldarci almeno il sedere e le gambe.

Malgrado tanti disagi e pericoli, forse anche per l’età giovane, ricordo quegli anni come  un periodo ricco, di gente che mi piaceva, che mi insegnava cose nuove, di sviluppo personale.

Come se prima mi avessero messo una cosa in testa per impedirmi di crescere.

Dopo io crescevo, ecco!

 

 


[1] Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Bergamo

[2] Giuseppina Callegari, Piccola borghese, La Pietra

[3] Società Italiana delle Storiche, Generazioni. Trasmissione della storia e tradizione delle donne, Rosemberg & Sellier, Torino, 1993

[4] Giovanni De Luna, Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana 1922-1939, Bollati Boringhieri, Torino 1995

[5] Luisa Passerini , Storia e soggettività, La Nuova Italia, Firenze 1988, p.7

[6] Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, 1991 (Between Past and Future: Six Exsercises in Political Thought, 1954)

[7] Cfr. Anna Bravo, In guerra senz’armi, Laterza, 1991 p.15

[8] Cfr. Emma Baeri, I lumi e il cerchio, Editori Riuniti, Roma, 1992