Rosangela Pesenti

  

Donne nella CGIL

Si può scrivere di storia ignorando le donne? Si può scrivere una storia del sindacato ignorando la presenza femminile? Pur trattandosi di due domande reali e non retoriche le risposte non sono scontate e non solo perché l’umano è il regno del possibile, ma perché è stato a lungo fatto e sembra spesso storiograficamente corretto.

La mole di studi sulla storia delle donne e dei generi, fiorita soprattutto dalla fine degli anni settanta, è riuscita al massimo ad incuneare in opere più generali (valgano per tutte i manuali scolastici) una “finestra”, più o meno spaziosa, sul genere femminile.

Eppure, nonostante le difficoltà ancora presenti, la differenza di genere, non necessariamente presupposta come categoria ontologica dell’essere, ma piuttosto guardata nelle forme storicamente vissute da donne e uomini, tra persistenze e mutamenti, è comunque ormai un’imprescindibile chiave di lettura dei rapporti umani e in particolare dei rapporti di potere che strutturano, in modo diverso per i due generi, l’accesso alle risorse attraverso modelli culturali che legittimano modi di essere e di agire, dall’intimità delle relazioni umane fino alle forme della rappresentanza politica.

 

Le donne quindi, che da sempre sono la metà del cielo, come si diceva in modo poetico un tempo e che per quanto riguarda il lavoro invece sappiamo dai dati ONU che ne svolgono i due terzi sulla terra, percependo però un decimo del reddito, non dovrebbero mancare in una storia sindacale.

Ma da dove cominciare, mi sono chiesta, per restare dentro i confini del mandato assegnatomi senza eludere però le grandi questioni che fanno da sfondo ad ogni ricerca particolare e che riguardano prima di tutto il rapporto donne-lavoro a partire proprio dalla definizione economica dello stesso?

Come ritagliare un oggetto di ricerca specifico in assenza o inaccessibilità dei dati che possono farlo “emergere”, quelli relativi al rapporto lavoratori/lavoratrici, iscritte/iscritti al sindacato ad esempio, nei vari periodi, e per ogni singola categoria, come dato da poter mettere in relazione alle politiche e alle presenze sindacali definite dal genere, ma anche dalle singole individualità che agiscono dentro specifiche variabili temporali, territoriali, relazionali?

Infine l’esperienza delle donne nella CGIL andrebbe letta nel confronto con altri sindacati, per quanto riguarda Bergamo certamente almeno la CISL, per cogliere davvero elementi di trasversalità ed elementi di specificità.

Ma del resto, in assenza di una lettura della storia di uomini e donne che tolga dall’opacità il sistema delle relazioni umane, anche una storia circoscritta, non meramente aggiuntiva, può avere l’ambizione di aprire piste di ricerca su cui poi altri o altre sapranno ulteriormente lavorare, ma anche, al minimo, la modestia di proporre semplicemente un punto di vista, che comunque può contribuire alla decostruzione delle presunzioni di completezza e oggettività che ancora attraversano come mitologie potenti la storia ufficiale.

 

Le tracce che proporrò per una possibile storia delle donne nella CGIL di Bergamo sono in realtà, viste da vicino, una costellazione di domande che mi riguardano direttamente.

Non a caso ho scelto di utilizzare le fonti orali, intervistando alcune attiviste e funzionarie sindacali entrate nel mondo del lavoro, e immediatamente nel sindacato, tra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta, figlie quindi politicamente di quell’onda lunga del femminismo rinato all’inizio degli anni settanta anche grazie al massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro e nell’istruzione, dopo la conquista dei diritti civili, avvenuta quasi compiutamente per i paesi occidentali tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni sessanta.

Otto donne nate quasi tutte tra il 1949 e il 1959 (una sola della generazione precedente, nata nel ’36), anni che nella periodizzazione della storia italiana sono quelli del boom economico, che vivono quindi direttamente, e spesso agendo in prima persona, i cambiamenti dei modelli di vita non solo nelle strutture materiali del quotidiano, ma soprattutto nelle relazioni fondamentali, tra genitori e figli e tra uomini e donne.

Otto donne, otto storie, ancora giovani per essere consegnate alla propria biografia, compiutamente adulte però per sentirsi impegnate dalla consapevolezza di aver acquisito una solida capacità di guardare lucidamente il proprio percorso di vita.

Alcune hanno frequentato la scuola per un triennio dopo la terza media (prevalentemente segretaria d’azienda, soprattutto per chi ha seguito il vecchio triennio di “avviamento” prima della scuola media unificata), alcune sono andate a lavorare subito dopo la terza media (pur avendo frequentato magari quella con il latino, che consentiva l’accesso ai licei) e c’è anche chi, dopo la quinta elementare, ha seguito la trafila dei lavori “femminili” di babysitteraggio o aiuto sartina in attesa del posto in fabbrica e ha conseguito il diploma di terza media successivamente, con le 150 ore.

Del processo di emancipazione che vive la popolazione femminile giovane in quegli anni le donne che poi militeranno nel sindacato rappresentano certamente una sorta di ‘avanguardia’ e questo vissuto si avverte nel racconto soprattutto quando torna il ricordo dell’infanzia come un tempo già segnato da un precoce desiderio di autonomia e spesso da vere e proprie ribellioni per la propria affermazione.

A parità di condizioni di vita e di appartenenza a quella che un tempo si definiva, senza tanti eufemismi, classe, spesso il percorso di una donna è più tortuoso e faticoso di quello di un uomo, perché per una donna non ci sono facilitazioni, non fruisce cioè di quell’insieme di piccole o grandi eredità familiari, non necessariamente di natura materiale o monetaria, che servono però da sostegno ai propri progetti di vita.

Fondamentale risulta essere però il sostegno materno, magari muto all’inizio, che diventa concreto successivamente se ci sono figli da accudire e proprio con la concretezza dell’accudimento dei nipoti si esprime spesso l’approvazione all’impegno extrafamiliare della figlia.

La mancanza di questo sostegno aggravata magari da una costante disapprovazione rende prima difficile e poi quasi impossibile mantenere il ruolo raggiunto come rappresentante sindacale o addirittura funzionaria.

Non è facile prescindere dai giudizi dei familiari nella costruzione della propria vita, ma sembra essere in molti casi proprio la madre, con la sua capacità di muovere, pur rimanendo in uno spazio privato, i molti fili degli intrecci relazionali, a determinare la cancellazione di un veto all’agire sociale della figlia che altrimenti diventa difficilissimo da superare e non senza qualche ferita profonda.

La storia che raccontano intreccia tre filoni principali attorno ai quali si attorcigliano gli innumerevoli fili che compongono una vita: il significato del rapporto con il lavoro e dentro questo il senso della militanza sindacale, il rapporto col sindacato anche come luogo e sistema di relazioni, le scelte di vita che che vanno dai progetti, alla loro realizzazione, al bilancio.

Centrale è quindi, e sembra un’ovvietà, il rapporto con il sindacato o meglio l’essere sindacalista: due definizioni che non suggeriscono lo stesso significato e l’oscillazione tra il sentirsi sindacalista e il tentativo di guardare lucidamente al proprio rapporto con il sindacato dice la difficoltà di una collocazione alla quale non basta la chiarezza del ruolo che comunque si riveste.

Le donne sembrano essere alternativamente, o perfino contemporaneamente, dentro e fuori, parte attiva interna ai meccanismi organizzativi  e osservatrici collocate fuori dal muoversi frenetico dei sistemi relazionali. A sua volta il sindacato diventa un dentro, luogo simbolico stabile, anche quando sofferto, di percezione della propria identità, e contemporaneamente un fuori, luogo concreto di un vissuto fatto di spazi fisici, di tempi, di incontri che danno forma ai gesti, ai pensieri, al corpo stesso che abitandolo vi si adatta in una continua frizione/tensione tra l’interrogarsi su di sé e il formulare questioni pertinenti al luogo stesso.

Il sindacato è per tutte anche una grande scuola, che sostituisce al meglio quella spesso precocemente interrotta, perché offre un ricco terreno di informazione sulla realtà e induce a misurarsi con competenze che liberano lo sviluppo di attitudini e talenti personali.

Se definirsi una lavoratrice è stato, nell’adolescenza di queste donne, un passaggio fondamentale per l’assunzione di quell’autonomia che fonda la propria esistenza sociale, il lavoro sindacale ha rappresentato il riconoscimento di specifiche qualità individuali, di un modo di essere e di esistere che aveva al fondo la richiesta forte di reale cittadinanza.

Attraverso l’esperienza sindacale hanno sperimentato se stesse in una modalità di impegno che ha consentito loro di elaborare una visione del mondo e della vita, per questo forse il lavoro sindacale resta, anche per chi se ne è allontanata, un punto fondamentale dal quale leggere tutta la propria esperienza, spesso un’eredità da lasciare a figli e figlie attraverso il racconto.

Se la storia del “come” sono arrivate al sindacato attiene anche al percorso di assunzione del ruolo di lavoratrice, il nodo del racconto è per quasi tutte poi sul restare o andarsene anche se in realtà non c’è mai una vera separazione, ma solo un mutamento di impegno, un allontanamento da ruoli e condizioni magari avvertite a un certo punto come troppo pesanti da sostenere.

Ricorre continuamente nel discorso la frase “ha retto, non ha retto” nella descrizione di sé o di altre che vengono nominate, anche da parte di chi è riuscita tutto sommato a costruirsi uno spazio rispondente alle proprie competenze e convinzioni, come se il lavoro al sindacato fosse per le donne anche una sorta di prova iniziatica che però in vari casi può durare così a lungo da sfinire.

In realtà ci si sottrae in alcuni casi al modello totalizzante dell’impegno sindacale perché risulta poco compatibile con i ritmi familiari, con la presenza dei figli soprattutto, e ci si sottrae attraverso varie strade: si sceglie il “part-time”, tradizionalmente malvisto come segno di scarsa emancipazione individuale e sindacalmente poco tutelato, oppure si riduce il proprio impegno sindacale per la categoria dedicandosi maggiormente al proprio posto di lavoro, al tessuto di sindacalizzazione più spicciola, e in sostanza si rinuncia ad una possibile “carriera” e al funzionariato, senza però proporre questo problema ad una discussione generale sulle forme e i tempi dello stesso lavoro sindacale ma risolvendolo in modo assolutamente privato.

Tanto privato da non sentire il bisogno, o forse da non sentirsi capaci, nel senso proprio di non saper trovare tempi, spazi, opportunità adeguate all’oggetto, di discuterlo con le stesse donne che magari, anche se non in stretta vicinanza, hanno vissuto la possibile carriera di una compagna come un momento fortemente simbolico per tutte.

Ci sono esperienze di sottrazione a un ruolo prestigioso, dato per abbastanza tranquillamente acquisito, che vengono vissute con maggiore amarezza proprio dalle compagne per la carica simbolica che gli si attribuisce, più che dalla protagonista stessa, che ha fatto i conti con le concretezze e le possibilità reali della propria vita ed è in grado di fare della sua scelta un bilancio lucidamente critico, ma sostanzialmente sereno.

Da alcune viene chiaramente espressa la consapevolezza che dentro al sindacato senza un qualche appoggio, sostegno, alleanza maschile, che può andare da una stima pubblicamente espressa a un legame affettivo più profondo, fino al matrimonio, non si resiste a lungo, anche se poi le esperienze concrete non legittimano del tutto queste conclusioni.

Ad uno sguardo esterno quello che viene letto come un proprio ripiegamento in ruoli o situazioni di minore importanza, sembra una straordinaria capacità di riqualificazione delle proprie competenze e flessibilità non passiva delle proprie convinzioni, a fronte di una rigidità che in realtà è uno dei grossi problemi dell’organizzazione stessa.

Donne quindi pienamente adulte, capaci di elaborare sconfitte e perdite e di “reggere” un alto grado di solitudine, delle vere dirigenti si potrebbe dire, perciò se alla fine del racconto c’è quasi per tutte una sorta di capitolazione è alla fine di una resistenza che in alcuni casi avrebbe i tratti dell’eroismo se non fosse totalmente misconosciuta e oggetto di ben altre letture.

La fragilità che talvolta queste donne si attribuiscono, mettendo impietosamente sotto accusa tratti del proprio carattere, sembrano essere invece fragilità dell’istituzione che si avvolge nei suoi riti per timore delle proprie stesse dinamiche interne.

Il luogo vero della prova “iniziatica” non è quindi il lavoro sindacale, lo scontro con il padronato, ma il conflitto dentro il sindacato.

Se infatti il conflitto è strettamente sindacale, e cioè richiede un’esposizione forte anche personale in fabbrica, sul territorio, contro il padronato, le donne lo affrontano, sono disposte ad imparare tattiche e strategie, imparano a sostenere ogni tipo di attacco anche quello personale che arriva fino al maldicenza, mezzo ancora forte nel tessuto sociale dei piccoli paesi. Le donne in questi casi affrontano tutto, forti della consapevolezza di battersi per una causa giusta utilizzando quindi il significato sociale dell’azione e la legittimazione dell’appartenenza sindacale come un’aura protettiva.

Si racconta anche la paura delle azioni repressive, pesanti in quegli anni, che nei momenti di scontro duro arriva al timore per la propria incolumità fisica, ma l’aura protettiva funziona anche come generatrice di un coraggio che consente di esporsi fino a quello che oggi viene giudicato il confine dell’incoscienza.

Diversa la situazione se il conflitto da agire è interno al sindacato perché quando la protagonista è una donna viene facilmente letto come “personale” con tutto ciò che comporta in termini di aggressione psicologica, come se la divisione tra pubblico e privato che ha percorso la storia dell’occidente, pure in parte cancellata proprio dall’emancipazione femminile, conservasse una sua potenza simbolica che relega le donne nella dimensione del privato come luogo dei sentimenti, del carattere, delle relazioni personali anche quando l’agito è interamente sul piano pubblico, del rapporto di lavoro e del rapporto politico.

Le donne si sottraggono a questo punto, avvertono la profondità dell’ingiustizia, ma fanno fatica a trovare le parole politiche per denunciarla proprio perché è attuata attraverso la confusione dei piani e mira a rendere precaria l’esistenza femminile sul piano “pubblico” utilizzando elementi tradizionalmente appartenenti al privato.

Difficile resistere quando non c’è appoggio da parte della famiglia d’origine, del compagno di vita, e se perfino dentro i vissuti di solidarietà, che si generano nelle battaglie condivise, quello che ritenevi un amico avanza proposte che ti riducono ad un’immagine avvilente di te.

Una situazione estrema di fatica che non diventa però oggetto di attenzione e magari di ammirazione, ma al contrario genera una sorta di collettiva ripprovazione che si accentua se a fronte di tante difficoltà c’è lo sbandamento di una crisi depressiva  come se il soccombere fosse il segno di un’ovvia fragilità femminile e non un prezzo troppo alto pagato per la tenacia della propria passione politica.

Le donne in questi casi se ne vanno, rinunciano, accettano spostamenti e perfino dequalificazioni sul piano della carriera.

Nell’andarsene però trovano l’opportunità di rifare i conti con la propria vita, rimescolano le carte, rimettono tutto sulla bilancia, vita affettiva, amicizie, figli, interessi culturali, voglia di tempo libero e trovano una nuova strada dignitosa e creativa da percorrere che consente loro di vedere come ci sia sempre qualcosa di pericoloso in un impegno totalizzante, qualcosa che impedisce una visione chiara e soprattutto contestualizzata nel tempo e nel luogo di quello stesso impegno.

Anche qui non c’è una regola, un percorso che vale per tutte, ma mi sento di dire che se il conflitto è interno al sindacato e riguarda il ruolo e la posizione politica allora le donne si sottraggono perché sanno che la posta in gioco arriva fino alla distruzione psicologica e spesso si sottraggono, quando il conflitto è diretto, tra persone, perché temono la vittoria quasi quanto la sconfitta: un comportamento a lungo praticato storicamente dalle donne che non denuncia solo paura per sé ma anche per l’altro.

Si agisce in questo senso quasi d’istinto e il conflitto è portato fino in fondo solo se si ha la certezza di una sconfitta dell’altro solo ed esclusivamente politica: viene agita così la consapevolezza di quella comune fragilità che attiene agli essere umani, tutti, donne e uomini, al di là delle corazze individuali o sociali di cui ognuno ha saputo provvedersi.

E tanto più appaiono consapevoli quanto più hanno sperimentato la solitudine come autonomia sia nel mondo delle relazioni private che nello spazio del sindacato o in altro pubblico.

Se nel tempo che precede gli anni settanta la presenza femminile è così rara da apparire ad un tempo anomala ed eccezionale e la fatica della costruzione di una propria identità dentro un luogo totalmente maschile porta a mettere in primo piano, e legittimamente, la propria singolarità eccezionale, per la generazione che arriva al sindacato negli anni ottanta vi è invece un’alta consapevolezza del fatto che nel sistema di cooptazione generale ci sono per le donne difficoltà e rischi sconosciuti agli uomini.

Una consapevolezza chiara dei meccanismi di inclusione ed esclusione, che quando però viene sperimentata in prima persona lascia lo strascico amaro della sensazione di un fallimento, di non essere riuscite là dove si è dato un impegno al limite delle proprie possibilità e allora si cercano anche le mancanze personali che nel racconto diventano le colpe “è anche colpa mia, del mio carattere”.

E torna qui, come uno stereotipo di lunga durata, quel cattivo carattere che fu addirittura di Teresa Noce[1] e, per restare a Bergamo, di una donna per tanti versi straordinaria, nel mondo della sinistra e del P.C.I. del primo dopoguerra, come fu Lavinia Guastalla.

Le situazioni di discriminazione sono “oggettive” e vanno dallo spostamento immotivato da una categoria all’altra, al non riconoscimento del lavoro svolto che viene attribuito ad altri e arrivano alla non assunzione nel funzionariato, anche in presenza di un chiaro e riconosciuto successo in una categoria che viene addirittura costruita dal nulla e si arriva poi all’assunzione molto più tardi, nel ruolo impiegatizio e in un’altra categoria, come il minimo dovuto almeno per tutela di quel lavoro che rappresenta la ragion d’essere stessa del sindacato, e l’elenco potrebbe continuare.

Queste donne però, che sanno restituire con un’analisi precisa, con la lucidità propria di una capacità di pensiero esercitata nelle vertenze più dure, ai tavoli di contrattazione, i passaggi e le ragioni della propria esclusione, sembrano poi regredire ad uno stato emotivo di incertezza, per cui alle ragioni oggettive si accompagna il dubbio di una propria soggettiva incapacità, o peggio di un carattere inadeguato che curiosamente è appunto un cattivo carattere, un atteggiamento di eccessiva aggressività oppure, al contrario, e ancora più curiosamente, un eccesso di mitezza, una capacità di misura e discrezione che, se è stata vincente sul piano del vero e proprio lavoro sindacale in frangenti difficili e delicati, diventa un handicap per assurgere al ruolo di sindacalista vero e proprio, ruolo che sembra così conservare i tratti di un antico stereotipo virile.

Così se il conflitto è sindacale le donne lo affrontano, disposte ad imparare tattiche e strategie e di ‘caratteri’ anche molto diversi viene alla ribalta il tratto comune della tenacia, del rigore, della determinazione, della capacità di operare con fermezza nelle scelte e di agire nelle relazioni interpersonali con quell’attenzione flessibile che può andare dalla freddezza glaciale fino all’empatia, con la pratica di una “competenza emotiva”, antica eredità femminile, che viene lucidamente esercitata come strategia per sostenere i lavoratori e le lavoratrici di cui ci si occupa o, al contrario, per indebolire la controparte.

Torna nel racconto il senso quasi epico delle battaglie condivise: un lungo braccio di ferro con il padronato, un’occupazione con poche possibilità, ma portata avanti fino alla vittoria, e anche la capacità di stare dentro una manifestazione nazionale con parole e immagini proprie, anche se poi nelle fotografie proprio l’immagine ingloba le donne in quella più generale della manifestazione, lasciando scorgere poco le stratificate specificità.

Si può concludere che il lavoro sindacale pur avendo una forte caratteristica conflittuale intrinseca ha un effetto di potenziamento delle qualità individuali, della sicurezza di sé, dell’autostima mentre il conflitto all’interno dell’organizzazione depotenzia come se intaccasse uno strato profondo dell’identità.

Del resto l’organizzazione sindacale si presenta da subito con elementi di fatica con la sua caratteristica di luogo vuoto della presenza femminile, in cui è difficile, per donne che vi giungono in età molto giovane, costruirsi un’identità, perché i modelli sono esclusivamnete al maschile Così si va per tentativi e prove e se è comune tutto sommato la scelta di una sorta di irrigidimento, di immissione in una forma che è quasi una divisa, alla quale si adeguano gesti, atteggiamenti e perfino abbigliamento, vari sono poi gli esiti individuali, che vanno da una sorta di nascondimento nell’estrema sobrietà e rigore, uniformando comportamento e abbigliamento ,a piccoli tentativi di provocatoria esposizione di modi e forme più appartenenti alla storia dell’immagine femminile, fino all’assunzione di modi e gesti totalmente maschili.

C’è infatti chi assume come propri modi ed espressioni verbali tipicamente maschili (sempre nella visione stereotipata dei due generi) come sostegno ad un processo di costruzione di un’autonomia perfino estrema che arriva a una pratica di coraggio non comune, pratica che è insieme una sfida alle minacce del padronato in fase di contrattazione dura, ma anche sfida a se stessa e al proprio essere donna.

Le sindacaliste si mettono continuamente sotto esame, tutte, e la prima fase di questo esame è spesso in quegli anni un vero e proprio autocontrollo del proprio abbigliamento e quindi della propria immagine, che non deve offrire il fianco a pettegolezzi, anche se poi in realtà qualcuno che “ci prova” c’è e la questione è tanto più amara se a considerarti una donna “disponibile”, e cioè “a disposizione” è proprio il compagno con cui le lotte condivise ti hanno fatto pensare di aver costruito un rapporto di solidarietà amicale o il dirigente stimato.

Se la crisi del militante è un sintomo di disagio dell’intera organizzazione che vivono anche gli uomini, per le donne, più colpite per le ragioni già dette, gioca però in favore la risorsa dell’altro tempo che continuano ad abitare, quello degli affetti in senso lato, non necessariamente solo famigliari, come se avessero sempre una risorsa cronologica, per dirla con Catherine Bateson,[2] riescono a guardare da un altro luogo le vicende pur così amare e scottanti in cui sono immerse, e l’altro luogo restituisce una capacità di contestualizzare e relativizzare che è anche un buon esercizio di adultità.

Spesso è proprio il rapporto con un figlio a consentire una salutare presa di distanza dai conflitti e perfino nei rari casi in cui non sembrano esserci ostacoli alla carriera, un figlio ridisegna il tempo e il suo senso e si può lasciare un posto anche perchè diventa insopportabile la vuota ritualità di molte riunioni in cui si parla intorno allo stesso oggetto per il puro piacere di autorappresentarsi nella parola, più che per ragioni intrinseche all’oggetto stesso in discussione.

In questo caso l’abbandono del ruolo raggiunto, quantitativamente irrilevante proprio perché irrilevante è la presenza femminile, diventa invece segnale qualitativamente forte di un modo di essere del sindacato che costruisce esclusioni dentro i meccanismi stessi di costruzione dell’inclusione.

Significativo è il fatto che il consenso delle altre donne, delle lavoratrici, non basta per decidere di restare, perché si tratta comunque di categorie poco considerate, perfino quando appartengono a settori industrialmente rispettabili come nel caso del tessile.

Ma il rapporto con le lavoratrici, con le altre donne, resta il più importante nella memoria;  si tratta di un rapporto che nelle categorie a maggioranza femminile ha segnato il passaggio, spesso breve, dalla percezione di sé come lavoratrice, status che viene presentato e opposto con qualche orgoglio specialmente nei confronti della famiglia dalla quale ci si emancipa, all’identità di sindacalista, ad essere cioè, oltre che lavoratrice, soggetto di rappresentanza, con la responsabilità di  comprendere ed esprimere bisogni e problemi non da tutte ancora portati alla coscienza, con la pratica di una sicurezza che mantiene anche alcune connotazioni di cura della crescita delle persone e contemporaneamente l’assunzione quasi fisica del ruolo di rappresentazione di un modo di essere lavoratrice che trova nella militanza sindacale la sua piena realizzazione sociale.

Se nel sindacato come organizzazione centrale la cifra del vivere è la solitudine e non si crea né socialità né conoscenza tra donne, nel lavoro sindacale sul territorio è invece proprio la relazione umana con le altre donne, nella quotidianità come nel vivo delle vertenze più dure, che viene ricordata con affetto.

Nella memoria resta il percorso di costruzione di un ruolo che richiede capacità di vicinanza alle altre che diventa talvolta disponibilità fino alla con-fusione, capacità di rendersi simile e nello stesso tempo di assumere la distanza che consente all’altra, alle altre un rassicurante rispecchiamento.

Così ci sono tratti di materna, affettuosa tenerezza nella descrizione delle ragazze del commercio, categoria a lungo snobbata come sindacalmente poco aggredibile e che invece porta risultati significativi proprio per la capacità della sindacalista di riconoscerne le oggettive condizioni di sfruttamento, intrinseche al modo stesso di presentarsi sul luogo di lavoro, che è l’obbligo di essere carine, sorridenti e ben vestite, modo che contribuisce alla loro invisibilità sociale agli occhi di chi, anche nel sindacato, guarda ai lavoratori e alle lavoratrici dalla lente deformante del modo tradizionale di rappresentare la fatica del lavoro e non sa vedere  davvero ciò che accade e che oggi, a distanza di vent’anni è sotto gli occhi di tutti.

Oppure c’è una sorta di pietas nella descrizione delle donne che scelgono i turni di notte per poter stare con i figli e adempiere ai compiti del casalingato di giorno.

Erano donne pallide, mi racconta una sindacalista, donne che non vedevano mai la luce del sole perché passavano dal chiuso della fabbrica al chiuso della casa snza mai avere il tempo per una passeggiata all’aria aperta.

O ancora c’è una sorta di identificazione tra il processa della costruzione di sé come sindacalista e la vera e propria costruzione di una categoria come quella dei dipendenti delle assicurazioni, che se vede soprattutto uomini nei ruoli più prestigiosi e nelle fasce salariali più remunerative e si basa sul lavoro diffuso delle donne e al gradino più basso.

Anche qui un lavoro invisibile socialmente e quindi anche sindacalmente poco tutelato.

C’è un legame forte tra donne quindi, tra lavoratrici e sindacaliste, ma non si traduce in legami significativi tra donne dentro al sindacato e tentativi di commissioni o gruppi vivono a stento come se ci fosse una persistente estraneità tra le donne e il luogo fisico in cui poi vive l’organizzazione sindacale.

A generare questo senso di estraneità, che rende difficile il reciproco riconoscimento tra donne, più che le scelte politiche e perfino le forme organizzative sembra essere la strabordante presenza di una socialità maschile che costruisce il tessuto delle relazioni interpersonali diventando un modello così forte al quale sembra  impossibile opporre il proprio che del resto è spesso l’oggetto di ridicolizzazione nei discorsi da corridoio.

Se nei momenti d’incontro ufficiale ogni donna ha imparato a proporsi e proporre il proprio pensiero, a stare su un piano di parità e anche ad emergere come soggettività forte, il tessuto delle relazioni e degli spazi informali è interamente dominato dagli uomini che determinano le forme della socialità così come gli argomenti e la struttura dei discorsi.

Perciò ogni donna che lavora in sindacato preferisce ritagliarsi uno spazio proprio, piccolo, spesso invisibile a chi non fruisce direttamente dei servizi erogati e spesso fisicamente spostato nelle sedi periferiche, considerate tutto sommato meno appetibili e in cui le donne sanno poi invece ritagliare uno spazio di vivibilità e di pratica sindacale eccellente.

Solo le metalmeccaniche come parte di quella che è stata a lungo considerata un’aristocrazia operaia riescono a costruire un legame tra donne fruendo della categoria unitaria FLM per costruire il Coordinamento femminile che della sigla unitaria finisce purtroppo per subire poi le vicende.

Nelle loro interviste si coglie il vissuto concreto di una socialità femminile che non traspare nella solitudine dei vissuti delle altre donne intervistate.

In una categoria interamente maschile in cui le donne scontano inizialmente la doppia emarginazione del proprio genere e di essere collocate nella categoria impiegatizia tradizionalmente considerata poco combattiva e quindi sindacalmente inesistente, le donne che riescono ad affermarsi hanno già superato, spesso in assoluta solitudine, una serie di prove che facilitano la reciprocità del riconoscimento quando s’incontrano nella militanza sindacale.

Sarebbe interessante studiare le vicende proprie del Coordinamento donne FLM e del successivo scioglimento e analizzare più a fondo la dissoluzione di questo terreno di socialità che lascia amarezze o rassegnazioni, ma in tutte una forte carica di nostalgia nel senso proprio dell’origine greca del termine di “ritorno”, capacità di tornare, con la memoria alla dimensione anche emotive del tempo passato e soprattutto resta, per le altre con cui si è condivisa quell’esperienza, un’affettuosa stima.

La dissoluzione del gruppo comincia subito dopo che è riuscito a porre alcune questioni cruciali, attraverso un questionario, a tutto il direttivo e quindi anche agli uomini

Dalle testimonianze appare difficile trovare un oggetto di lavoro condiviso sul piano sindacale: si parla del lavoro notturno, si comincia ad affrontare il tema delle molestie sui luoghi di lavoro, ma si avverte una fatica a tirare le fila, a trovare proposte forti, a trovare un terreno specifico dal quale aggredire le forme organizzative.

Gioca certamente in questo un persistente ritardo nell’elaborazione teorica del lavoro anche in relazione al significato economico, oltre che sociale e politico, del lavoro di riproduzione,[3] compreso quel casalingato che si allarga e restringe a fisarmonica erogando servizi sociali non pagati e mantenendo le donne come esercito di lavoro di riserva al servizio di logiche occupazionali che non le favoriscono e le sfruttano.

Ma avanzo l’ipotesi che sulla crisi del gruppo pesi anche un’influenza più esterna: alla fine degli anni ’80 il femminismo ripiega sul piano teorico astratto delle filosofie ontologiche censurando e disprezzando quella tradizione di femminismo sociale che è stata propria in Italia delle grandi associazioni come l’Unione Femminile di Milano ai primi del ‘900 e L’Udi, l’Unione donne italiane, nata dalla Resistenza che ha saputo intrecciare la presenza di donne in Parlamento con quell’originale capacità di mediazione che ci ha fruttato le leggi per la completa emancipazione e cittadinanza.

Nel momento in cui si chiude l’esperienza del Coordinamento siamo comunque in presenza di un meccanismo che se emargina le donne per la loro estraneità lo fa con un movimento centrifugo che non lascia indenni gli uomini e uno spiraglio lo offre proprio il questionario che viene considerato come l’ultima azione significativa del gruppo femminile della FIOM, che vive ancora in parte il patrimonio del vissuto sindacale dell’ex coordinamento donne FLM.

Il questionario sui vissuti dentro il sindacato mette il dito sulla piaga e politicamente restituisce al luogo proprio quello che era visto come un vissuto esclusivamente femminile.

A questo punto sono molte le domande che si aprono e riguardano anche il contesto politico generale dentro cui sembra sparire l’esperienza politica delle donne trascinando con sé i microcosmi che ne costituivano il mosaico con un movimento di “corto circuito” al quale non sono estranei i rapporti tra “società politica” e “società civile”, partiti, sindacato, movimento delle donne.

Consapevole dell’esiguità delle fonti utilizzate, che lasciano questa ricerca fortemente aperta ad altre piste di lavoro, resto convinta che la generosità con cui queste donne hanno risposto alle domande ha messo tra le mie mani una ricchezza di informazioni  che mi hanno consentito una riflessione pienamente compiuta, anche se con i limiti evidenziati.

Dalle interviste mi resta la sensazione di una parola che aveva dentro anche lunghi silenzi, come se per queste donne, abituate a parlare e con rara proprietà di linguaggio, fosse necessario varcare il confine di una profonda emozione per scoprirsi a raccontare una parte fondamentale della propria vita e leggere come questione politica anche quello che a lungo è apparso come un problema personale.

Occuparsi di donne nel sindacato, nella CGIL di Bergamo, mi ha dato la sensazione di lavorare ai margini del quadro, eppure più ci si avvicina all’immagine più si riesce a vedere che il rapporto figura-sfondo è sempre capovolgibile e ciò che appare sullo sfondo diventa essenziale per capire e cogliere appieno il disegno della figura.

La marginalità, l’assenza, l’invisibilità delle donne è un problema delle donne o un problema del sindacato?

 

Rosangela Pesenti

 

Nota:

Per quanto ho scritto, di cui assumo ovviamente l’intera responsabilità, mi sono avvalsa delle testimonianze di Uliana Bianchi, Giovanna Ghilardi, Giusi Paganelli, Vanna Panza, Bepi Persico, Lucia Previtali, Mari Zanardi, Miriam Zanotti, che ringrazio sentitamente per la disponibilità e la pazienza con cui mi hanno accolta.

 

 


[1] Cfr.: Teresa Noce, Rivoluzionaria professionale, La Pietra, 1974

[2] Cfr.: Ctherine Bateson, Comporre una vita, Feltrinelli, 1992

[3] Cfr.: Lidia menapace, Economia politica della differenza sessuale, Felina, 1987