Rosangela Pesenti

  

Il materno e il politico

Il tema sembra proporci due termini antitetici, da un lato lo spazio di una relazione che nasce ai confini, ancora molto inesplorati, del corpo biologico, il materno infatti evoca quel processo di riproduzione della specie che ci accomuna a tutti i viventi sulla terra, dall’altro il terreno interamente “artificiale”, perché costruito dagli umani, delle relazioni adulte; cioè le forme, di volta in volta storicamente definite, attraverso le quali viene pensata organizzata praticata la possibilità della sopravvivenza su questo stesso pianeta.

Potremmo definire in generale la politica come il sistema storicamente mutevole inventato dagli umani per il governo delle possibilità nella contingenza del tempo e dello spazio.

Un terreno continuamente ridisegnato da paradigmi che, definendone i confini, stabiliscono implicitamente o esplicitamente i criteri dell’accesso alla sopravvivenza.

Le gerarchie sociali che la politica assume e solidifica altro non sono, ancora oggi nelle nostre civili democrazie, se non la garanzia di sopravvivenza per alcune linee genealogiche anche a scapito o a condizione dell’estinzione di altre.

La politica decide la definizione dell’umano, come ben sanno gli schiavi e soprattutto le schiave, la cui pratica riproduttiva non conosce il diritto di tradursi in ciò che si definisce maternità come riconoscimento sociale del valore di un nuovo individuo messo al mondo.

In parole più semplici: non fa scandalo che un neonato occupi le pagine del gossip internazionale e la sua nascita sia pubblicamente festeggiata e un altro muoia senza nome tra le braccia di sua madre in un gommone di disperati alla deriva nel mare che ancora definiamo “nostro”.

Ho usato i termini ‘spazio’ e ‘terreno’ perché il tema, proponendo due aggettivi ad uso sostantivo, risulta ambiguo e  fortemente allusivo.

Non si tratta della maternità o della politica, due temi sui quali esiste, separatamente, una vastissima letteratura, ma del tentativo di guardare oltre i confini artificiali segnati dalle discipline e condivisi nei luoghi delle pratiche così come nei discorsi.  Un confine che, come sempre, è in realtà una sorta di terra di nessuno in cui continua ad esistere tutto ciò che è stato escluso.

Il significato della parola maternità si estende dal nucleo originario che riguarda il processo di maturazione del feto nel grembo di una donna fino al parto, a tutto il multiforme lavoro di affiliazione e crescita del bimbo o della bimba, la cui nascita non a caso viene efficacemente espressa dalla metafora ‘mettere al mondo’.

Nell’essere messi/messe al mondo è insita la radice e la possibilità della politica come invenzione di relazioni tra soggetti abitanti un luogo comune che richiede, piaccia o meno, una qualche condivisione.

In realtà la politica nasce, in quell’origine che noi stabiliamo nella Grecia ateniese, come sistema di convenzioni per regolare i rapporti tra uomini adulti, in ordine al possesso e alla gestione delle risorse fondamentali per la sopravvivenza su un dato territorio.

Tra le risorse sono considerate prima di tutto la terra con i suoi frutti e la donna per la sua intrinseca capacità di dare frutto, di consentire cioè all’uomo di pensarsi come eterno nella riproduzione della specie.

 

La storia in cui si riconosce l’occidente racconta l’origine della politica come contratto tra maschi liberi e autoctoni che hanno sedimentato da qualche secolo, per eredità di generazione, il diritto di proprietà e si misurano tra loro dentro un modello di Stato che governa, attraverso un sistema di patti regole e leggi, scritte e non, la personale e reciproca utilità.

La guerra e la sopraffazione sono incluse come legittimi mezzi di alternanza e/o condivisa sospensione delle regole civili a favore del militare, perché nel patto è implicito che le “utilità” legittimamente riconosciute non riguardano la conservazione delle vite umane individuali e certamente non quelle dei soggetti che non partecipano del patto stesso, più o meno variamente nei secoli: stranieri, schiavi, lavoratori, proletari, non possidenti, handicappati, neri gialli rossi, indigeni e, ovviamente, donne, cioè straniere, schiave, lavoratrici, proletarie, povere, handicappate, nere gialle rosse, indigene, ma anche possidenti, ereditiere, principesse.

Le donne, di tutte le classi e condizioni, sono escluse, relegate in un gineceo di cui sappiamo poco, comunque si chiami e qualsiasi sia il suo confine, delegate a quel compito di fare e allevare figli e figlie che a lungo è stato ridotto a puro accadimento biologico o enfatizzato in uno stereotipo di ruolo, sempre e comunque ambito di una ‘natura’ immobile ciclica ripetitiva, tanto che ancora oggi non è a disposizione del pensiero femminile l’elaborazione della maternità, che oscilla tra i tecnicismi invasivi della scienza medica e i miti melensi e subdoli di una pubblicità interamente venduta all’ideologia più sessista e conservatrice.[1]

Non si parla a scuola di maternità, al massimo di riproduzione come argomento di biologia, ma non è argomento di storia né tema di riflessione filosofica. Le ragazze ammesse alla “parità” imparano tutte le minute vicende delle guerre e, implicitamente, l’insignificanza del processo di costruzione ed elaborazione della sopravvivenza.

Si tratta di una vera e propria rimozione culturale che riguarda donne e uomini, perché la procreazione è un evento sociale, anzi è l’evento che attraversa gli individui e costituisce la possibilità del sociale.

Nella percezione corrente la politica è il luogo in cui si definisce il significato della collettività in relazione alla gestione di ciò che viene concretamente percepito, e quindi definito, come risorsa, alla quale viene attribuito un valore in termini di ricchezza.

In questo senso il materno, come luogo materiale e immaginario in cui le donne portano a compimento la generazione e ne curano la crescita, è l’altra faccia della politica, il luogo che la rende possibile e per questo non a caso, oggi come un tempo, lasciato nell’oscurità e considerato come risorsa gratuitamente a disposizione.

Delegando il materno alle donne, e confinandolo nel privato, gli uomini si arrogano il diritto di “legittimazione” attraverso la “legge del padre” che definisce l’accesso dei nati al consesso civile, ancora oggi segnalata in Italia dall’ovvietà dell’attribuzione del cognome paterno.

 

La lingua, che sempre riflette i rapporti di potere tra i soggetti presenti sulla scena della comunicazione ed è così radicata nella nostra “struttura del sentire” che rende inconsce e pervasive forme di sopraffazione e cancellazione sessiste, talvolta perfino lontane dalle intenzioni dei parlanti, esprime efficacemente lo slittamento semantico che svaluta e oscura il ruolo femminile nella generazione sin dalle cosiddette origini della civiltà, quando diventa multiforme istituzione l’asimmetria di potere tra donne e uomini sui destini propri e dell’ambiente abitato. [2]

Come spiega molto bene Page DuBois, analizzando la regressiva trasformazione delle metafore, ricorrenti nelle pratiche greche di rappresentazione del femminile, da campo, solco, forno, pietra fino a tavoletta, che rappresenta il puro supporto significante per quel significato di scrittura che è di pertinenza esclusivamente maschile, la trasformazione decisiva sarà il passaggio alla logica metonimica di Aristotele che riscrive la donna come “soggetta”, debole, inferiore.

Dichiarando l’intento polemico nei confronti di una cultura che, con la sola eccezione di Saffo, non ci trasmette parole di donna, DuBois ci invita a considerare “un’importante trasformazione della logica della differenza sessuale, una trasformazione ideologica che è inestricabilmente connessa con il dualismo della metafisica occidentale, con la valorizzazione del filosofo, del maschio, del bene, in un sistema di categorie e di pratiche che oggi vengono messe in discussione, non solo dalle donne, ma da persone di luoghi del mondo un tempo marginalizzati, subordinati, “femminilizzati” in rapporto al “primo” mondo”.[3]

E’ ancora presente nel nostro linguaggio la femminilizzazione del nemico come l’insulto più svalutante e di nuovo si insegna ad un bambino che è vergognoso “fare la femminuccia”, mentre ormai sempre più spesso madri e padri compiaciuti sottolineano il comportamento da “maschiaccio” della figlia, come prova di qualità superiori a quelle tradizionalmente definite femminili.

Nella storia insegnata a scuola alla cancellazione delle donne si accompagna spesso quella di uomini che hanno espresso posizioni politiche favorevoli all’uguaglianza tra i sessi, valga per tutti in Italia il nome di Salvatore Morelli, deputato indipendente della Sinistra storica che si occupò di tutti gli aspetti del diritto proponendo leggi paritarie in ogni campo, dall’istruzione al diritto di famiglia, legato alle correnti progressiste europee e noto anche fuori dall’Italia, oggi da noi dimenticato.

Ho fatto questa digressione, necessariamente breve rispetto agli studi attuali, perché dietro l’uso proprio del senso comune, che non ricorre certo a dizionari filosofici per decifrare il significato di ‘materno e politico’, c’è la struttura profonda del significato sociale di “designazione” del sesso e dell’organizzazione fondata sulla differenza di genere.

Nell’attribuzione apparentemente neutra del termine ‘cura’ all’ambito del materno e di ‘decisione’ a quello della politica c’è tutta l’elaborazione dell’agire umano che trova anche nella divisione sessista quella gerarchia del fare che garantisce il dominio dell’uno sul molteplice.

Non è un caso che, contro ogni evidenza, sia stata lungamente negata la potenza generatrice delle donne, la cui partecipazione al concepimento è stata rappresentata dalla scienza medica come quella pura passività che diventerà poi, soprattutto a partire dall’Ottocento, anche norma di comportamento morale come esclusione dal piacere sessuale.

Lo sguardo scientifico che impara a leggere e dominare il mondo fisico[4] ancora fino al settecento continuerà a vedere nel grembo materno poco più che un contenitore, la materia offerta al maschio perché agisca la sua capacità di determinare il processo di trasformazione che bene esprime la fantasia di superiorità maschile di autogenerazione, per cui l’uno, il maschio, rappresenta l’esito positivo della procreazione e la nascita della femmina semplicemente il risultato minore del cattivo funzionamento del grembo stesso.

I caratteri genitali maschili e femminili sono stati a lungo “visti” e raffigurati in termini di identità anatomica e la differenza, l’essere esterni o interni al corpo, descritta in termini di perfezione/imperfezione che designava poi “naturalmente” una gerarchia sociale.

“[…] nessuno si mostrò gran che interessato a cercare prove dell’esistenza di due sessi distinti, ad indagare le concrete differenze anatomiche e fisiologiche tra uomini e donne, finché queste differenze non divennero politicamente importanti. (…) E quando delle differenze furono scoperte, esse erano di già, nella forma stessa della loro presentazione, profondamente segnate dalla politica di potenza del genere”.[5]

All’inferiorità del sesso femminile si sostituisce la complementarità dei due sessi con la coeva separazione delle sfere di pertinenza: il privato alle donne, il pubblico agli uomini.

Analogamente tutto il lavoro della riproduzione: biologica, partorire e allevare bambini e bambine, domestica, rendere vivibili gli ambienti e prendersi cura dei corpi, e buona parte di quella sociale, curare malati, accompagnare morenti, conservare sani, fornire le istruzioni primarie per occupare agevolmente un posto nel consesso sociale, allargato a tutte le minute pratiche di “manutenzione” dell’ambiente e delle relazioni umane, è stato escluso da ogni considerazione e valorizzazione economica e totalmente svalutato nella complessità delle sue pratiche.

Ancora oggi si parla di ‘lavoro di cura’ relegando nella genericità della definizione, che in realtà attiene al modo di svolgimento di questo lavoro, un insieme di mansioni, pratiche, abilità, consuetudini, che richiedono insieme specializzazione e flessibilità, senza le quali non potremmo vivere.[6]

“La politica, latamente intesa come la competizione per il potere, genera nuove maniere di costituire il soggetto e le realtà sociali entro le quali gli esseri umani vivono.”[7]

Eppure la politica, se si occupasse davvero del bene comune, potrebbe trovare proprio nelle pratiche della cura e nei lavori del casalingato le caratteristiche di un fare capace di misurare il progetto, la previsione, con le risorse, l’ambiente, le persone e l’imprevisto.

Il materno è di fatto diventato, e interpretato come, un diffuso maternage attraverso il quale le donne (prevalentemente) erogano, nel modo della cura, un surplus di lavoro non riconosciuto sul piano economico che rappresenta un’enorme quota di ‘ricchezza delle nazioni’ la cui autorappresentazione nei bilanci annuali risulta completamente distorta e segnala la persistenza di un’antica sopraffazione anche nelle più avanzate democrazie.

Non si tratta di pensare ad un salario per il lavoro domestico, fantasia arcaica per quanto nata da una nobile istanza di più equa redistribuzione del reddito, quanto al ripensamento proprio delle basi materiali, e quindi economiche, su cui si costruisce il sistema delle scelte politiche; iscrivere questo lavoro nel bilancio dello Stato consentirebbe di cominciare a discutere delle tipologie e qualità degli investimenti pensando ad una collocazione delle risorse meno iniqua dell’attuale, che continua a fondarsi sulla preminenza degli interessi maschili.

Basta banalmente, e nel piccolo, guardare la quantità di denaro erogato, anche nei bilanci comunali, per il gioco del calcio, che continua ad avere partecipazione e fruizione ad ampia prevalenza maschile ed alimenta logiche conflittuali distruttive, violente e costose per la collettività, mostrando il proprio potere simbolico proprio nella persistente marginalizzazione delle donne, sia come professioniste che come spettatrici,[8]mentre vengono minimizzati gli attuali successi delle donne in tutti gli sport.

Esiste un costo sociale del modo maschile di vivere il mondo che meriterebbe una riflessione politica e qualche decisione economica, come suggeriva argutamente dieci anni fa Elena Gianini Belotti[9].

Attualmente la “contrattazione”, rispetto al maternage erogato dalle donne, avviene quasi unicamente nelle cosiddette relazioni private e il matrimonio ne rappresenta la forma più standardizzata e diffusa.

L’enfasi attuale sul valore della famiglia che pesca nell’irrazionalità di desideri e paure abilmente mescolati, alimentando attese e richieste indefinibili, rappresenta la ferrea logica mercantile di una precisa politica delle risorse, che cancella i singoli soggetti e la specificità dei bisogni nell’indistinto di un’istituzione in cui il vantaggio maschile è ben mascherato dietro le forme di un buonismo paternalista, pronto ad esplodere in violenza non appena moglie e figli avanzano istanze d’identità impreviste.

La nota frase indirizzata dalle madri alle figlie “cercati un marito ricco”, che rappresenta la traduzione nella cultura popolare delle politiche matrimoniali praticate da sempre dalla nobiltà prima e dalla borghesia poi, è tornata di moda dopo un periodo di breve e felice censura negli anni del femminismo e poco oltre, utile a segnalare che dietro la nuvola bianca degli abiti da sposa e il gossip dei romanzetti rosa tra calciatori e veline, nonché principesse e principini, la concretezza del matrimonio risiede nello scambio tra la potenza generativa materna, ormai ipercontrollata da medici e media, e il potere economico-politico maschile, non importa se reale o solo immaginario.

Il rapporto tra patrimonio e matrimonio,[10] presente in tutte le culture, è ben documentata in Occidente proprio dalla politica ecclesiastica in relazione alla definizione del sacramento.[11]

L’accesso delle donne allo spazio politico attraverso l’allargamento della cittadinanza è così recente che ancora si fatica a rendere visibili buone idee e pratiche, che pure ci sono state e ci sono, ed attualmente la visibilità è tutta per quell’emancipazione imitativa con cui poche e selezionate donne s’illudono, in buona o in cattiva fede a seconda della tipologia e origine dei privilegi goduti, di aprire qualche spazio di partecipazione attraverso un servizio di maternage portato (e magari poi mal sopportato), come mogli o direttamente in proprio, nei luoghi della politica, in forme talvolta perfino più avvilenti che nel privato.

Non voglio essere fraintesa, non vorrei che le poche donne arrivate nei luoghi delle scelte politiche se ne andassero in nome di una malintesa purezza d’intenti e nebulosa solidarietà di genere, ma la scarsa consapevolezza di sé, di quella complessa e lunga storia di costruzione sociale dei generi di cui sono intrisi pelle e pensieri, che molte purtroppo esibiscono, non favorirà un più largo e davvero democratico accesso di tutte al godimento dei diritti perché diventa una forma di sostegno al modo con il quale viene erosa la cittadinanza di tutti.

Anche sulla scena politica, come alla TV, i corpi femminili sembrano diventare un mero significante che funziona da supporto a significati interamente e tradizionalmente maschili, come le tante statue femminili che simboleggiano i valori di libertà e giustizia proprio nei luoghi di maggiore esclusione delle donne reali.

Quando Olympe De Gouges nel 1791 scrive la dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, non si limita a fare una semplice operazione inclusiva, speculare alla dichiarazione esistente, ma entra direttamente nel merito di quella nuova definizione della politica aperta dall’enunciazione dell’uguaglianza e la ridisegna completamente, proprio rendendo visibili i legami che genera il corpo femminile con la procreazione, e le costruzioni sociali che ne derivano, esplicitando quell’originaria sessuazione della specie che fa del due e del molteplice, non dell’uno, il fondamento delle relazioni umane e quindi politiche.[12]

Dietro l’apparente neutralità dell’uomo come soggetto di diritto si nasconde in realtà l’antico e noto pater familias il cui potere autoritario e gerarchico fonda la politica come perenne guerra di appropriazione e sopraffazione; la pluralità di soggetti insita nel principio democratico non può che rifarsi alla concreta condizione, cui tutti partecipiamo, dell’essere figli e figlie e quindi fratelli e sorelle, ai quali giustamente si appella De Gouges nell’appassionato incipit del suo scritto.

Non a caso a lungo una delle richieste più importanti delle femministe emancipazioniste, la cui storia accompagna e feconda con l’originalità del pensiero e l’innovazione delle pratiche tutto il dibattito interno ai movimenti democratico e socialista, sarà l’equiparazione dei diritti tra figli nati dentro e fuori dal matrimonio, turpe legge che bollava bambini e bambine con l’epiteto infamante di bastardo, che in Italia verrà cancellata solo nel 1975 dal nuovo diritto di famiglia, grazie all’inedita alleanza tra un vasto e diffuso movimento nutrito di pensiero femminista e la presenza in parlamento di donne con una cultura politica di solido e solidale emancipazionismo.

Una storia politica significativa, che potrebbe essere utilmente insegnata a favore delle ragazze, che lì troverebbero una più ampia gamma di personalità e biografie in cui sperimentarsi e potrebbero avere delle donne in generale, e delle proprie madri, una diversa e più interessante considerazione, e dei ragazzi che imparerebbero a colmare quel vuoto di significati relativi alle donne che li attende alla conclusione dell’infanzia, dentro un percorso scolastico che prevede certificazioni di competenze e nessun apprendimento, né valorizzazione, dell’autonomia nella gestione di sé e nella cura del proprio piccolo mondo.

Quando nel 1982, in Italia, una grande maggioranza determina la vittoria del referendum, confermando la legge 194 relativa all’interruzione volontaria della gravidanza, si verifica un evento la cui portata storica è stata successivamente deformata e oscurata tanto che poco o nulla resta nella memoria delle giovani donne.

L’affermazione dell’autodeterminazione della donna, che prevede finalmente la legge, riconosce nei fatti quel nucleo originario della cittadinanza che recita in italiano “abbi la disposizione del tuo corpo” e si completa quel lungo percorso di acquisizione dei diritti che per le donne è stato di fatto capovolto rispetto a quello maschile.

Se utilizziamo la distinzione proposta dal sociologo Thomas H. Marshall nel 1949 tra diritti civili, diritti politici e diritti sociali,[13] rivendicati e successivamente acquisiti in successione (in particolare nella società inglese) tra Seicento e Ottocento, scopriamo che in realtà si tratta di uno schema che vale solo per gli uomini, per le donne la strada comincia con i diritti sociali, istruzione e sanità in ordine soprattutto alla procreazione (tutela della lavoratrice madre), seguono i diritti politici, eleggere ed essere eletta, e si conclude con l’acquisizione dei diritti civili, almeno in Italia, solo dopo l’approvazione della legge sul divorzio, il riconoscimento dell’autodeterminazione attraverso la legge 194 e lo spostamento della violenza sessuale da reato contro la morale (meno grave del furto di una mela) a reato contro la persona.

A metà degli anni ’80 il percorso dell’emancipazione si può definire concluso. Le donne hanno vinto, e grazie alla saldatura, sul piano politico, tra la generazione uscita dalla seconda guerra mondiale, quella dell’Udi per intenderci,[14] e il neofemminismo diffuso capillarmente attraverso il movimento dei Collettivi. Una vittoria che non è solo l’esito di un lungo e complesso patteggiamento politico, ma il punto d’arrivo di una larga maturazione di autocoscienza femminile che determina enormi cambiamenti in tutte le relazioni umane della società.

Per la prima volta le donne che guidano i movimenti e le associazioni, pur con qualche confusione e incertezza nella definizione di ruoli politici assolutamente nuovi sulla scena sociale, anche quando rivestono più tradizionali incarichi dirigenti o sono presenti nelle istituzioni, sono davvero l’espressione della maggioranza, non solo portavoce designate, ma voce reale e concreta nella quale moltissime altre si riconoscono.

Sull’aborto, certamente la questione più spinosa, le opinioni sono anche molto diverse, ma vale per tutte il rispetto della capacità di scelta di ognuna e la richiesta forte di sostegno pubblico e finanziato alle scelte, qualunque esse siano, rispetto alla maternità di cui si afferma con articolata chiarezza il valore sociale.

E’ ancora in buona parte da studiare la successiva sconfitta politica delle donne alla fine degli anni ’80, diventata oggi un fenomeno che potremmo definire perfino imbarazzante se non fosse uno dei motivi del grave degrado del dibattito politico ed ancora più grave riduzione del livello di civiltà della società. Alla recrudescenza del sessismo, con perdita di potere sociale da parte delle donne in tutti i luoghi e relazioni, si accompagna oggi la xenofobia e il razzismo con una sequenza che si ripete puntualmente nella storia recente.

 

Una sconfitta che è stata certamente anche l’esito di una precisa vendetta sociale del mondo maschile che si identifica nel patriarcato, perseguita attraverso tutti gli strumenti di potere, da quello economico a quello mediatico e che oggi si esprime anche nell’innalzamento del tasso di violenza nei confronti di donne prima di tutti, ma poi anche di bambini e bambine, uomini miti e soggetti considerati socialmente più deboli.

Occorrerebbe indagare più a fondo il rapporto tra neopatriarcato e neocapitalismo, anche come esito di una lunga storia dell’Occidente, oggi foriero di nuove e impensate sudditanze e schiavitù.

In quella sconfitta c’è però anche una parte di responsabilità femminile e penso che molta parte della rinnovata fatica con cui s’intreccia il dialogo tra vecchie e nuove generazioni di donne riguardi anche l’incapacità di fare i conti con vicende e parole di anni recenti.

Abbiamo chiesto, nei nostri giovani anni settanta, di conoscere le storie delle donne perché l’eredità non fosse più la muta trasmissione delle generazioni precedenti, per questo penso che dovremmo assumere oggi, noi generazione del neofemminismo, la responsabilità di rendere interamente visibile e fruibile la storia dei nostri anni come eredità di cui i giovani, donne e uomini, possano liberamente e creativamente disporre.

Le riflessioni sulla maternità sono state convogliate sull’immagine virtuale del feto, ingigantito e prematuramente sottratto al grembo materno che non appartiene più al “sentire” della madre ma a minacciose elucubrazioni scientifiche e alle giovani viene proposto il modello di un corpo mascolinizzato e accessoriato secondo le più arcaiche fantasie erotiche maschili.

L’interpretazione riduttiva dell’emancipazione come adeguamento delle donne al modello maschile, quella che Lidia Menapace ha definito emancipazione imitativa, è stata proposta ad ampio raggio dai media e sostenuta dall’omertà della scuola, soprattutto media, superiore e università, rimasta legata ai caratteri originari di istituzione per soli maschi nelle forme organizzative e più ancora nei contenuti trasmessi,  che pur avendo vissuto una progressiva femminilizzazione del corpo docente e l’ingresso massiccio delle ragazze con risultati di gran lunga superiori a quelli maschili, a sfatare quel pregiudizio per il quale si distingueva, ancora alla fine degli anni ‘60, a parità di risultati, tra i maschi intelligenti e le ragazze semplicemente diligenti, non ha recepito la questione della formazione dell’identità come nodo culturale che fonda la cittadinanza e quindi il senso della scuola pubblica aperta a tutti e tutte.

“Sappiamo che non basta essere donne e la scuola ce lo dimostra con la persistenza di modelli e saperi trasmessi con una fedeltà che anni fa, non a torto, ha motivato l’accusa alle insegnanti di essere le vestali della classe media.

Ho scelto di fare l’insegnante perché pensavo che la scuola poteva essere un luogo di esercizio della cittadinanza nella feconda relazione con giovani generazioni.

La scuola non ha cambiato me (e nel tempo ho escogitato e praticato tutte le forme di resistenza nonviolenta all’ottusità,  alla prevaricazione, alla mortificazione di allieve e allievi) ma io non ho cambiato la scuola che è rapidamente peggiorata con l’introduzione di logiche aziendali obsolete ormai perfino nei luoghi della produzione dove sono nate.

La scuola è il luogo che più di ogni altro ci cattura nella complicità, spesso involontaria, richiamandoci alla tutela della sopravvivenza quotidiana che disperde, in mille gesti e parole e fatiche di cura, la possibilità di fermarsi e scegliere consapevolmente.

Se da un lato la scuola sta in piedi grazie alle donne, non è detto che abbia davvero un senso l’azione di babysitteraggio sociale, misconosciuto sul piano economico come su quello dell’immagine, ed è talvolta davvero sconfortante la meschinità collettiva della mia generazione, oggi la più vecchia presente nella scuola, per il silenzio complice sulla trafila di pratiche umilianti alle quali vengono costretti giovani colleghi e colleghe che per necessità avventura o passione vogliono ancora cimentarsi con questa nobile professione.”[15]

La deriva mediatica nell’uso e nei modi di esposizione del corpo femminile, la cancellazione e deformazione dei contenuti politici del femminismo e quella che definirò sbrigativamente la perdita di laicità della scuola, sono fenomeni coevi, e a mio avviso strettamente connessi, alla progressiva irrilevanza politica delle donne e alla riproposizione di razzismo, machismo e misoginia come collante sociale, purtroppo non solo in Italia.

 

La politica  avrebbe potuto essere il luogo di elaborazione del patto tra individui differenti, anche attraverso l’esplicito impegno a rimuovere ogni ostacolo alla piena espressione della cittadinanza, secondo la lungimirante stesura della Costituzione, e invece ha favorito le pratiche più meschine di interpretazione riduttiva dell’emancipazione e certo l’assenza della soggettività politica femminile non è estranea al degrado attuale delle istituzioni e alla mediocrità del dibattito o alla volgarità dei comportamenti.

L’inesistenza sociale di luoghi in cui far crescere una riflessione su di sé, unita all’incertezza sociale e al rinnovato potere ideologico del Vaticano, sono alcuni degli ingredienti che hanno determinato la conservazione di un’assurdità giuridica come la Legge 40, oggi per fortuna modificata nella pratica giuridica, di cui molte donne hanno sperimentato sulla propria pelle la volontà persecutoria.[16]

L’esistenza di questa legge segna simbolicamente il punto d’arrivo di quel progressivo peggioramento della condizione delle donne attraverso rinnovati e subdoli modi di imposizione del silenzio che definisco come sconfitta politica delle donne italiane negli ultimi vent’anni.

A molte, della mia generazione politica, è toccato in sorte di trovarsi involontariamente in quel ruolo di Cassandra che così bene era stato rivisitato da Christa  Wolf proprio in quegli anni.[17]

Una diffusa euforia per quelli che sembravano risultati stabilmente raggiunti dalle donne determinò all’inizio degli anni ’90 una strana convergenza tra le donne della destra, che ricominciavano a misurarsi con la politica dopo il lungo silenzio, decretato anche dalla loro emarginazione ad opera dello stesso fascismo nel passaggio tra i primi passi rivoluzionari e la gestione di un potere dittatoriale che necessitava dell’alleanza con ‘trono e altare’, e un’area del femminismo, abbastanza visibile anche grazie ai legami diretti o indiretti con il potere accademico, che decretò raggiunta la libertà femminile come dimensione ontologica dell’essere donna, trasformando quel processo che aveva identificato nella parola ‘liberazione’ il variegato esprimersi di una soggettività finalmente multiforme che indagava/rifletteva sulla propria storia ed esistenza in tutte le direzioni, in un assunto quasi fideistico.

L’orizzonte era ovviamente quello minuscolo di un’Italietta perfino più ristretta dei propri confini, che cominciavano ad essere attraversati da donne e uomini alla ricerca del miraggio di una sopravvivenza dignitosa, e già allora nel nostro mondo “libero” sperimentavano le peggiori schiavitù.

Con grande lungimiranza una storica, Claudia Koonz, colse questo aspetto del fenomeno scrivendo, nella prefazione italiana al suo libro sulle donne del Terzo Reich,: “[…] anche le donne della destra italiana venute alla ribalta dopo le elezioni del 1994 condannano con fermezza l’emancipazione delle altre donne, con uno stile politico moderno e dinamico. La loro apparizione sulla scena politica, tuttavia, sarebbe stata impossibile senza la precedente esistenza di un forte movimento femminista. […] Le vittorie femministe (per quanto minime possano sembrare alle femministe) hanno politicizzato quelle donne tradizionaliste che avevano sempre delegato la politica agli uomini. Le femministe hanno inoltre permesso ad elettori e politici di familiarizzarsi con la presenza delle donne nella sfera pubblica”.[18]

Molte donne, e non solo dichiaratamente di destra, visto che negli anni settanta non eravamo in molte a dichiararci femministe, hanno tratto vantaggio dal femminismo, utilizzandolo nel privato per ottenere una parità a lungo negata, ad esempio nell’accesso a patrimoni ed eredità, od ottenendo l’accesso a carriere, tra cui appunto quella politica, proprio presentandosi in pubblico come antifemministe, accentuando l’esibizione di ruoli e caratteristiche stereotipate del femminile tradizionale o il piglio virile di uno stile mascolino, omaggio diverso e complice alla forma simbolica della struttura di potere tra i generi.

Contemporaneamente nell’area del femminismo l’enfatizzazione della libertà femminile come evento collettivo, di cui ogni singola coscienza femminile era di per sé testimone, si univa all’esaltazione di madri e sante come modelli di potenza femminile ai quali finalmente riferirsi per uscire dalla tradizionale soggezione alla cultura maschile. Quella che era stata davvero la libera scelta di solidarietà tra pari si trasformava nel vincolo di un affidamento che utilizzava la genealogia del materno per costruire, o ribadire, relazioni gerarchiche tra donne speculari a quelle tra uomini.

Eravamo una generazione che aveva dovuto separarsi dalle madri per crescere, avevamo dovuto rifiutare quel loro silenzioso e sottomesso casalingato per affermarci come persone, anche se ci era arrivato da quelle stesse madri l’invito all’emancipazione attraverso gli studi e l’autonomia del lavoro, e forse per molte l’omaggio alla madre e alla potenza materna è sembrato un modo per risarcire la propria di madre, e riaprire la possibilità di un dialogo e una ricomposizione affettiva.

Prevalse allora la gerarchia del pensiero, l’ubriacatura filosofica, l’astrattezza degli assunti, mentre la realtà mutava in peggio per le generazioni di giovani donne che ci crescevano accanto.

Sono bastati pochi anni perché venisse legittimata la precarietà nel lavoro, che penalizza soprattutto le donne, tagliati i finanziamenti ai servizi sociali, appaltati al cosiddetto privato sociale con relativa decurtazione dei salari, riesumate le parole competitività e merito, addirittura meritocrazia, per ciò che la Costituzione definisce come diritto, ad esempio il successo formativo invece del diritto allo studio, cancellato l’equo canone per la casa, aggredita la legge 194 attraverso l’obiezione di coscienza di medici compiacenti o ricattabili, mortificata la partecipazione sociale nei consultori, esaltato il volontariato come luogo d’impegno sostitutivo della politica e ammortizzatore gratuito dei tagli al welfare.

Sono bastati pochi anni perché lo spazio politico diventasse stretto e asfittico e mentre le giovani generazioni sono ridiventate analfabete di una politica che avvertono come estranea alla realtà della vita, ragazzine compiacenti interpretano la loro particina da servette sulla scena mediatica in cui si recita la politica, mentre i giovani maschi si sentono legittimati a costituirsi in “banda” più o meno armata.

A fronte di una collettività che sembra tornata alla sudditanza restano grandi urgenti questioni aperte, dalla povertà all’ambiente, su cui campeggia di nuovo la guerra come soluzione.

 

Nei conflitti sociali della contemporaneità, come nelle vere e proprie guerre, le donne non hanno ancora saputo/potuto esprimere una soggettività politica capace di portare la sfida di Lisistrata[19] al potere. Impegnate nella costante cucitura dei tanti frammenti in cui si sbriciola la quotidianità, le donne, qui in Occidente, non sanno produrre un’istanza politica che possa rompere le ambiguità di quel patto d’amore stretto con gli uomini nei mille e mille nodi dei legami cosiddetti privati.

L’impraticabilità del terreno politico, interamente occupato da spinte corporative e interessi di casta o classe o semplicemente individuali, ha ricostruito l’immaginario di un privato che se da un lato è davvero costituito da bisogni alla cui soddisfazione ancora provvedono prevalentemente le donne, dall’altro contribuisce a sbriciolare le identità nelle rappresentazioni rozze di appartenenze definite dai confini rigidi di religioni, etnie, famiglie.

Quando il movimento delle donne affermava che il privato è politico portava l’intera vita umana, nelle infinite sfaccettature individuali, nel limite temporale delle generazioni, nel suo presentarsi molteplice, nel suo costante divenire, nel suo radicamento materiale, nella storicità dei suoi caratteri, dentro il cuore della cittadinanza, la cui definizione astratta avrebbe finalmente potuto misurarsi con la realtà.

Oggi l’intuizione di un percorso di liberazione per sé che diventasse terreno di crescita della libertà di tutti si è oscurata, persa nei mille rivoli delle vite individuali, delle fatiche quotidiane, che non riconoscono più un possibile luogo di rappresentazione collettiva.

Una perdita che non è solo delle donne  perché alla miseria di una politica avvertita come estranea si accompagna quello smarrimento dell’identità che porta ad inventarsi appartenenze e somiglianze riduttive ed escludenti, nell’illusione di poter perseguire il fine della propria sopravvivenza individuale contro e non con gli altri.

Quando poi i luoghi della politica sono devastati e i soggetti ridotti ad un obbediente mutismo a ogni donna allora si ripresenta il dilemma di Antigone, l’eroina di Sofocle che sceglie di seppellire il fratello, considerato traditore, opponendosi alla “legge del Padre”, il re Creonte, che definisce confini appartenenze legittimità fedeltà, in ordine alla conservazione e trasmissione del potere e del patrimonio.

Incapaci di sottrarsi alle molte complicità e dettare, come soggetto politico, le condizioni della pace, le donne sono comunque costrette a scegliere da che parte stare, nella solitudine che condanna spesso all’insignificanza.

Tra le tante riletture e interpretazioni che il mito greco ha suscitato io sento che vale per me quella di Maria Zambrano, la ragazza Antigone che non si suicida, non si sottrae: ferma, oltre la soglia della tomba a cui è stata condannata dal racconto maschile, pone a tutti domande fondamentali chiedendo conto della propria sorte.

Il corpo di Antigone drammaticamente esibito nel gesto, quello della compassione per il fratello come della condanna di sé, viene sottratto simbolicamente alla scena dal testo di Zambrano e sigillato nella tomba che la città ha costruito a protezione della propria legge radicata nel privilegio.

Dall’oscurità della tomba, di una morte decretata ma non accettata, Antigone riaccende la luce della vita facendosi parola.

“[…] Tra gli uomini, vittima degna di sacrificio è chi non ne è andato in cerca, chi non ha disposto del proprio essere e della propria vita in funzione di quella ricerca di sacrificio tanto frequente nei tempi moderni […] Questo tempo ancora palpitante, ancora popolato di vittime in cerca di sacrificio per non saper che fare dell’essere e della vita, per vertigine del tempo […]”.[20]

Sottratto il corpo all’inutile testimonianza dell’eroismo individuale, Antigone si propone nella concretezza storica della rete di relazioni famigliari che esprimono la complessità del suo essere figlia di padre e madre, sorella di maschi e femmina, nipote, amata, e chiama gli altri al dialogo.

“[…] Finché la storia che ha divorato la giovinetta Antigone, quella storia che esige sacrificio, proseguirà, Antigone continuerà a delirare. Finché la storia familiare, quella delle viscere, esigerà sacrificio, finché la città e la sua legge non si arrenderanno, anch’esse, alla luce vivificante. E non sembrerà strano, così,  che qualcuno ascolti questo delirio e lo trascriva il più fedelmente possibile.”[21]

Nelle parole di Zambrano, dolenti e commosse, non c’è accusa, ma solo domande perché la colpa più grave è la cecità della madre in quella sudditanza al padre che espone figli e figlie all’insignificanza o alla morte nel vincolo di un’eredità familiare che diventa catena e condanna.

Se c’è una legge a fondamento della polis, non è legge giusta se non ha radici nel dialogo tra ognuno e tutti, sistema di regole che consente la tessitura di tutti i fili, l’intreccio di tutte le mani, non la costruzione piramidale che rende gli uni gradino di altri.

In quell’inestricabile groviglio che spesso lega al silenzio e all’omertà i membri di una famiglia, condannati alla gerarchia dei ruoli che tutelano le successioni legittimate ad ereditare poteri e risorse, Antigone di Zambrano trova la strada che può condurci fuori dall’oscurità del labirinto, la parola che ci mette nella possibilità della vita come continua creativa nascita nella libera costruzione dell’identità.

Perché non ci sono eredità innocenti, anche per le donne e lo sanno bene quelle che possono accedere ad una parità di privilegio in cambio di una complicità nella conservazione delle gerarchie sociali che oggi nel mondo globale espongono tutta la ferocia della loro ingiustificabilità.

Ma esiste anche un’altra strada, che oggi noi possiamo solo intravedere o forse sognare aguzzando la vista verso l’orizzonte dell’alba lattiginosa di un giorno che non conosceremo per intero: pensare ad una cittadinanza che non si fonda sulla difesa ma sulla cura della terra, non la proprietà che richiede cittadini in armi, ma la possibilità di concreta fruizione di ciò che definiamo “bene” attraverso la condivisa cura collettiva.

Il materno in questo senso è il luogo in cui la potenza si fa limite consegnandosi ad un tempo “scoordinato” da quello dell’altro che nasce; le donne sanno che la maternità è lo spazio del desiderio che diventa vincolo e necessità, radice del dolore e della gioia, terreno d’invenzione dell’amore e sperimentazione della sottrazione e della finitezza.

Se la coppia maschio-femmina è l’origine che ci accomuna ad altri animali, nella grande e misteriosa catena del vivente, l’essere nati e nate da donna è ciò che costituisce la nostra individuale storia d’origine dentro la grande storia e lì dove ci si riconosce fratelli e sorelle nasce la politica come responsabilità e cura.

Lontana sia dal dono che evoca l’ambiguità di un gratuito troppo spesso estorto alle donne con la manipolazione dei sentimenti e l’oppressione nel vivere quotidiano, sia dal servizio che evoca una posizione di subalterna funzionalità con il rischio della degenerazione servile, o l’aggettivazione uniformante del militare, la responsabilità è la parola dell’autonomia adulta che nella cura trova il modo pacifico di agire il progetto senza prescindere dallo sguardo dell’altro. Azione e gesto di un essere non eroicamente impegnato a dare, ma serenamente consapevole che il proprio limite umano fonda lo spazio di libertà che consente a tutti e tutte di muoversi verso il futuro.

Nel riconoscerci fratelli e sorelle, quindi pari, assumiamo la responsabilità della nostra singolare vicenda storica, liberando la madre e il padre dai ruoli, consentendo loro di pensarsi figli dei propri stessi figli, come di fatto avviene nella realtà del procedere della vita, nel succedersi delle generazioni.

Al potere del patriarca non serve opporre la potenza del materno perché ne è da sempre il sostegno occulto, forse a noi serve oggi cominciare a pensarci come figli e figlie cresciuti, adulti e adulte che si muovono autonomamente in quello spazio della politica costruito proprio dal riconoscimento dell’essere differenti e consentire ad ognuno e ognuna di uscire dagli stereotipi di genere e pensarsi in un percorso d’identità che è continua nascita e scoperta di sé.

La madre che riconosce come propri solo i suoi figli e ne cerca il bene contro i figli di un’altra madre non diventa solo un agente di disgregazione sociale, ma nega ai suoi stessi figli e figlie di avere il mondo come orizzonte, relegandoli nella gabbia, magari dorata, di quell’appartenenza famigliare che da sempre fonda, insieme alle gerarchie sociali, la possibilità stessa della guerra di tutti contro tutti.

Togliere i propri figli dalla classe con troppi bimbi stranieri poveri non è un gesto di protezione materna, ma l’esercizio di un illegittimo diritto di proprietà sulle persone amate che apre la strada a conseguenze dolorose per tutti.

Imporre un modello duale di genere, infarcito di stereotipi e rigidi ruoli istituzionali, contro l’evidenza di esperienze e biografie ben più varie e ricche di possibilità, significa dimenticare che la sopravvivenza della specie è frutto delle differenze.

Il discorso è qui solo avviato, ma oggi in questo paese noi donne adulte, che godiamo pienamente dei diritti politici, abbiamo il dovere di riaprire la riflessione su questi temi, chiamando gli uomini di buona volontà su questo terreno, perché il momento è adesso e non si può rimandare.

Con la concretezza, che ci viene proprio da quell’esercizio del materno che tutte abbiamo imparato a tradurre nella capacità di prendersi cura del pezzetto di mondo che ci sta intorno e del piccolo collettivo di abitanti con cui lo condividiamo, possiamo guardare interamente l’orizzonte e cominciare a decidere se e quali passi ci portano davvero insieme verso il futuro.

 

 


[1] Cfr.: Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico, Bollati Boringhieri, 1991 e Barbara Duden, I geni in testa e il feto nel grembo, Bollati Boringhieri, 2006

[2] Cfr Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 1987

[3] Page DuBois, Il corpo come metafora, Laterza, Bari 1990,  p. 47

[4] Cfr.: Carolyn Merchant, La morte della natura, Garzanti, 1988 (Tit. or.: The Death of Nature, 1980)

[5] Thomas Laquer, La sessualità dai Greci a Freud, Laterza 1990, p. 15

[6] Cfr.: Lidia Menapace, Economia politica della differenza sessuale, Felina libri, Roma 1987

[7] Thomas Laquer, La sessualità dai Greci a Freud, Laterza 1990, p. 16

[8] Cfr.: Ida Magli, Alla scoperta di noi selvaggi, Rizzoli, Milano, 1981, pp. 50-53

[9] Elena Gianini Belotti, Apri le porte all’alba, Feltrinelli, Milano, 1999, p. 106

[10] Chiara Saraceno, La dipendenza costruita e l’interdipendenza negata, in G. Bonacchi, A. Groppi (a cura di), Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, Laterza, Roma-Bari, 1993, pp. 166-89

[11] Cfr.: George Duby, Il cavaliere la Donna il Prete, Laterza, 1987 (Ed. Or. Le chevalier, la femme et le prêtre. Le mariage dans la France féodale, 1981, Hachette, Paris)

[12] Cfr.: Judith Lorber, Sesso e genere, Il Saggiatore, Milano 1995

[13] Lucia Motti, Silvana Sgarioto (a cura di), La cittadinanza asimmetrica, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2000,  p. 73

[14] Udi: Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia, cfr.: Michetti, Repetto, Viviani, Udi: laboratorio di politica delle donne, Rubbettino 1998 (prima edizione 1985); Marisa Ombra (a cura di) Donne manifeste, Il Saggiatore, Milano 2005

[15] Rosangela Pesenti, Quale rapporto tra donne e nonviolenza?, in Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino" Direttore responsabile: Peppe Sini. Numero 110 del 6 maggio 2007

[16]Cfr.: Barbara Duden, Op. cit.

[17] Cfr.: Christa Wolf, Cassandra, Edizioni E/O 1985

[18] Claudia Koonz, Donne del Terzo Reich, Giunti, Firenze 1996

[19] Cfr.: Lisistrata di Rosangela Pesenti in Donne Disarmanti, a cura di Monica Lanfranco e Maria Di Rienzo, Intra Moenia 2003

[20] Maria Zambrano, La tomba di Antigone, La Tartaruga, Milano 1995, (Or. 1983) p. 58

[21] Maria Zambrano, Op. cit., p. 67