Rosangela Pesenti

  

Donne Disarmanti

Donne Pace e Democrazia

in Donne disarmanti, a cura di Monica Lanfranco e Maria Di Rienzo, Ed. Intra Moenia, Napoli 2003

 

Difficile parlare di pace dentro l’urgenza del fare che ognuna di noi sente come impellente necessità di fermare guerre e massacri, unita al sentimento di impotenza per i pochi gesti che abbiamo davvero a disposizione e che ci riconducono di colpo ad una realtà di mancanza di potere sul terreno delle decisioni politiche che avevamo in questi anni accantonato.

Parlo al plurale perché sento ancora il sentimento di condivisione di una soggettività politica collettiva che è stata la scoperta, l’avventura e la costruzione della mia giovinezza, ma che oggi avverto quasi solo come una memoria incisa sulla mia pelle che non posso cancellare, ma che non so più di poter agire.

Non mi sottraggo alle parole brevi e incisive degli slogan e degli appelli, ma sento la responsabilità di restituire alle parole tempi e luoghi adeguati perché avverto che proprio nell’illusione di dover abbreviare i discorsi per raggiungere più in fretta le nostre mete è nascosta una trappola che invalida poi ogni nostra azione.

Parlo di tempi e luoghi perché sono le dimensioni imprescindibili del vivere umano e la loro qualità, definizione, costruzione concreta, consente e condiziona ogni relazione sociale.

Nel loro modo di abitare il tempo e lo spazio gli esseri umani introducono la memoria come capacità di accumulare le esperienze riducendo il passato a sintesi utili per il futuro.

Proprio la disciplina storica, soprattutto nella sua versione “divulgativa” e scolastica ci insegna che pace e guerra sono temi fondamentali sui quali sperimentiamo la nostra capacità di “fare sintesi” e non possiamo non chiederci quanto utili per il futuro.

Perché questa premessa per parlare di ‘pace, donne, democrazia’ e che cosa lega davvero questi tre termini?

Mi sono accorta di aver usato i verbi ‘sentire, avvertire’ prababilmente perché riguardano la percezione del corpo, il luogo in cui non c’è confine tra pelle e pensieri e so per esperienza che la traduzione in parola scritta significa attraversare il vuoto, la terra di nessuno, che ci unisce/separa ad/da altre/altri.

Una terra di nessuno che non è mai luogo neutro, ma già ridondante di segni tra i quali si corre il rischio dello smarrimento, del tradimento di sé.

Aggiungere un segno, una sillaba, un gesto significa contemporaneamente disegnare una relazione e divenire partecipi di opportunità e responsabilità dentro il territorio che abitano i nostri piedi e i nostri pensieri.

Sul terreno della politica stiamo certamente come esseri umani, uomini e donne, col nostro corpo fragile intriso di storia e di cultura.

La lingua che parliamo parla di noi, anche a prescindere dai contenuti che vogliamo esprimere, attraverso le costruzioni sintattiche, la struttura metaforica, i processi di cancellazione, distorsione, generalizzazione, rivelando gli strati profondi della cultura che ci ha formati, così come gesti e atteggiamenti del corpo dicono dei nostri pensieri e della nostra storia più di quanto ricordiamo.

Il terreno della parola per eccellenza diventa così anche un luogo parlante di per sé, dove nell’azione siamo agiti dai nostri stessi gesti e nella parola siamo parlati dalla lingua che usiamo.

Corpo e parola, per quanto si cerchi astrattamente di separarli, connotano con la stessa inestricabile visibilità la politica, nei luoghi come nelle leggi, nelle procedure, nelle decisioni, nelle rappresentazioni.

Tutto questo riguarda la pace?

La guerra certamente riguarda i corpi e diventa inutile tutto il nostro sforzo per coprirli di significati che riempiano di contenuti utili le piccole sintesi che prepariamo per il futuro; i corpi dei morti in guerra restano nella terra di nessuno, privi di nome e di significato, memorie ingombranti che celebriamo invano.

Se guardiamo ai corpi, le guerre che conosciamo, di cui conserviamo e tramandiamo memoria, hanno un inequivocabile segno di genere: uomini, pienamente adulti o vecchi, le decidono, perché più uomini che donne occupano posti di governo (e la maggior parte dei governi non nasce da una rappresentanza “di genere”), uomini, in maggioranza giovani, le combattono, perché gli eserciti sono stati a lungo riserva maschile, luoghi fondanti per il mito della virilità, spesso posti a fondamento della nazione e dell’idea stessa di cittadinanza.

E’ accaduto e accade che donne si facciano seguaci, ancelle, provvide imitatrici, sostenitrici delle politiche maschili, ma stante la divisione per generi del lavoro umano, e i saperi pratici che ne derivano, resta affidato alle donne, più che agli uomini, il compito di ricucire i danni delle guerre nel tessuto quotidiano. Non le grandi opere di pacificazione (di cui in realtà sappiamo poco o niente) ma la minuta riparazione delle condizioni di sopravvivenza, delle relazioni affettive, dei patti sociali impliciti nei microcosmi delle relazioni umane.

Si costituisce così, sulla selezione e distorsione di alcuni dati storicamente reali, uno stereotipo di divisione sessuale tra guerra e pace, la prima dentro lo scenario della vita pubblica, politica, ‘naturalmente’ occupata dagli uomini, la seconda come dimensione del privato e delle donne, tempo senza eventi, di cui non si parla e non si fa memoria perché non possiede qualità memorabili anche quando i fatti suggerirebbero il contrario.

Stereotipi che cancellano dall’una e dall’altra parte l’agire delle persone reali, i disertori di tutte le guerre, coloro che si sono sottratti all’uccisione del nemico, che hanno preferito la propria morte all’impunità del diventare assassini, coloro che hanno saputo, anche dentro la guerra, produrre gesti di riparazione, di salvaguardia della vita, di azione non violenta con la capacità di creare talvolta fragili ma tenaci microcosmi di speranza.

Con la stessa distorsione della realtà scompaiono dentro l’indistinta ‘pace quotidiana’ tutte le azioni di complicità e connivenza, non necessariamente mute e irrilevanti, delle donne, a sostegno di persone e processi che preparano e attivano la guerra.

Chiamiamo pace un tempo intriso di guerra in cui forse semplicemente non accade a noi, ai nostri cari, ai nostri figli, amici, parenti, ai nostri concittadini di morire.

Dentro il confine breve della nostra “pace quotidiana” parliamo, ci agitiamo, raccogliamo fondi, prestiamo aiuto a profughi, orfani, disperati, ma non vorrei dimenticare che tutte le nostre dichiarazioni, tutti i nostri aiuti, anche se urgenti e necessari, ci costringono nello spazio angusto del gesto riparatore che ci colloca nella tradizione di una subalternità complice, affidataci spesso per appartenenza di genere, nella divisione dei ruoli che, chi ha il potere di decidere la guerra, prescrive.

I gesti di riparazione non modificano la realtà perché ricostituiscono, nell’immaginario sociale, l’integrità violata; così, sostenuta da un impercettibile slittamento semantico la parola “pace” copre la realtà di una semplice tregua tra due guerre successive, adattandosi all’ipocrisia di una minuta distinzione territoriale in un’epoca in cui, in tutte le discipline, dall’economia alla letteratura, si ragiona in termini di villaggio globale.

Come sappiamo quale politica stiamo realmente sostenendo? Sono le nostre dichiarazioni, le nostre colte relazioni ai convegni, la nostra presenza nei luoghi che contano per la rappresentazione sociale del pacifismo o perfino sui luoghi delle tragedie, a dire la qualità delle nostre azioni?

Convivono nella pace e nella guerra una questione che riguarda l’ambito delle scelte e delle decisioni e una questione che riguarda le rappresentazioni sociali e quindi anche l’elaborazione della memoria, che partecipa dei modelli sociali introiettati dai singoli a formare quelle mappe affettive e cognitive che vengono agite poi nella vita e trasmesse tra le generazioni.

Ci sono le scelte, le decisioni politiche, e contemporaneamente la loro visibilità attraverso corpi, voci, atteggiamenti, collocazioni che rivelano, a chi vuole leggerli,  il senso profondo dell’agire e quindi spesso prefigurano gli esiti.

Se la lunga permanenza degli stereotipi disegna con chiarezza la posizione di donne e uomini sullo scenario della guerra, i movimenti e le associazioni che si dichiarano e lavorano a favore della pace dovrebbero esprimere uno scenario totalmente diverso in cui lo svelamento delle falsificazioni sociali diventa una delle pratiche per rendere visibile la pace come possibile condizione di vita.

Vediamo invece che nei testi in circolazione, e nei numerosi convegni o apparizioni televisive, gli esseri umani che enunciano il discorso sulla pace sono prevalentemente uomini, i cui nomi tutti conoscono, che incarnano, spesso anche fisicamente, i tratti di quel mito dell’eroe che percorre da secoli l’immaginario collettivo, e in modo non innocente; le donne sono poche ed ‘eccezionali’ a consolidare l’idea che non è quella la realtà della maggioranza.

Questi uomini e queste donne parlano di pace perché si occupano spesso, e con analoga dedizione e coraggio, di riparare i danni delle tante guerre disseminate sul pianeta, hanno quindi una competenza diretta, ma restando sul terreno “di genere” vedo che per gli uomini questo lavoro diventa spesso “mestiere”, per le donne resta prevalente il “volontariato”.

Una divisione del lavoro che riproduce la società così com’è, dove è ancora vero per larghi settori della popolazione che gli uomini governano autonomamente il proprio tempo mentre le donne hanno quasi sempre un piccolo/medio collettivo umano da curare, fatto di figli e figlie, genitori anziani, nipoti, parenti acciaccati, amiche in crisi, gatti randagi e altro, che segna e limita la disponibilità del tempo.

Anche la pace dunque, come la guerra, vede gli uomini al governo dei processi e le donne, invisibili, a sostenerli?

Ma quale posizione occupano le donne nella società e quale nelle rappresentazioni sociali?

E dove sono collocate le donne che si muovono sulla scena politica?

Nelle professioni come nei luoghi della politica le donne lavorano numerose ormai, anche se sono ancora assenti ai livelli alti della dirigenza, e spesso con grande competenza e ottimi risultati, ma restano comunque appendici di una rappresentazione sociale declinata interamente al maschile in cui scompaiono quegli elementi di sapere e di storia che appartengono alla costruzione sociale del femminile, con cui le donne reali hanno fatto i conti rielaborandoli nella invenzione/definizione creativa di identità individuali in grado di abitare con consapevolezza la nuova posizione sociale acquisita.

Se tra realtà e rappresentazione si apre una forbice dovuta a cancellazioni, distorsioni, generalizzazioni improprie c’è sempre un rischio che dalle pratiche comunicative si passi alle azioni e si costringa la realtà a conformarsi alle rappresentazioni.

Quando ci lamentiamo dell’assenza delle giovani donne dall’orizzonte della politica dovremmo imparare a guardare meglio là dove sono, impegnate nel lavoro a perseguire quella realizzazione di sé di cui tanto abbiamo parlato, alle prese con bambini piccoli, chiusi insieme a loro in un recinto privilegiato per il bombardamento di messaggi contraddittori e di dissennate spinte al consumo, affaticate non solo dal lavoro, ma anche dall’aver acquisito una competenza del sociale che non ha luoghi accessibili dove spendersi.

A loro viene riproposto l’ambiguo valore della famiglia quando ancora non è entrata nel vocabolario la parola individua, sono andate a scuola con ottimi risultati, ma nessuno ha tradotto per loro in un linguaggio comprensibile il complesso cammino del soggetto donna e della cittadinanza femminile.

Anzi, proprio quando le ragazze hanno raggiunto la parità quantitativa nella scuola questo luogo ha subito un processo di svalorizzazione sociale che ha investito sia l’istituzione che i soggetti, guarda caso in maggioranza donne, che ne reggono le sorti attraverso il lavoro.

La scuola è ancora costruita su un modello gerarchico e autoritario (e la modifica aziendalistica l’ha forse solo peggiorato) che si esprime in pratiche ormai sfilacciate e ininfluenti, che lasciano un vuoto di senso non sostituito da un tessuto autenticamente democratico e da quelle pratiche cooperative sperimentate solo in poche oasi felici.

Il vuoto di senso toglie a ragazzi e ragazze l’opportunità di sperimentarsi e crescere sul terreno della cittadinanza nell’unico luogo sociale dove sono presenti i generi e le generazioni fuori dai legami parentali.

Quando affermiamo di aver educato figli e figlie secondo gli stessi principi e identiche pratiche dimentichiamo che muri di carta velina separano gli spazi delle nostre case dalla città che abitiamo ed è comune la terra su cui appoggiamo i piedi.

E se per caso le giovani donne vogliono fare politica vedono chiaramente che bisogna aver raggiunto una posizione sociale attraverso un miscuglio, quasi sempre casuale, di piccoli/grandi privilegi e/o opportunità che operano come reciproca conferma tra l’individuo e il tessuto sociale che lo nutre.

Molte di noi hanno già sperimentato la fatica di un impegno sul terreno della democrazia, che significa prima di tutto costruire spazi in cui si possano liberamente scambiare ed elaborare idee e poi condizioni concrete per realizzarle misurandosi con i dati di realtà, ma anche investendo la realtà di speranza e fiducia.

Costruire luoghi e forme in cui far vivere la democrazia è molto molto più faticoso che andare in giro spiluccando un convegno qua e là per alimentare la propria cultura o la propria immagine e posizione personale.

La democrazia infatti non può essere svilita a puro sistema di regole e procedure da applicare in sede decisionale, ma va restituita al senso profondo di una pratica che può investire ogni luogo e aggregazione sociale.

Sappiamo che la democrazia come semplice regola del numero è un guscio vuoto senza quell’uguaglianza non formale che consente ad ognuno di esprimere pienamente le proprie potenzialità ed essere pari nell’esercizio della cittadinanza, ma non c’è possibilità di camminare verso la giustizia sociale senza la strada della democrazia.

Spesso anche noi donne ci illudiamo di poter accantonare la fatica della costruzione di un terreno democratico verso forme di semplificazione che sostituiscono l’apparente facilità della rappresentazione ai passaggi della rappresentanza.

Si tratta di una modalità di espressione che sembra ormai strutturale nella nostra società, nel senso che la corsa all’autorappresentazione sociale diretta sembra sostituire la partecipazione soggettiva alle esperienze della comunità in cui si vive.

L’autorappresentazione è disegnata però ormai nelle forme proposte dal mezzo televisivo che per ragioni oggettive contrae le dimensioni spazio temporali riducendo le presunte autorappresentazioni dei soggetti alla pura enunciazione di tipologie o stereotipi in cui scompare la specificità delle storie, quella stessa singolarità dell’esistenza la cui visibilità si rincorre invano.

La crisi della forma partito nella politica maschile ha segnato il ritorno a vecchie forme di leaderschip più o meno carismatica, mai del tutto scomparse, sostenute spesso da accordi di “notabilato” che circoscrivono l’attività politica ad una casta di addetti ai lavori come nei primi decenni della nostra unità nazionale.

La politica non è più il terreno d’incontro di soggetti collettivi portatori di istanze elaborate attraverso pratiche democratiche, ma diventa una scena su cui si muovono singoli personaggi dotati di capacità di autorappresentazione mediatica.

Una scena accessibile anche alle donne purchè restino nelle posizioni “ancillari” tradizionalmente definite: poche, molto brave o molto “appariscenti”, posizioni talvolta così gratificanti e redditizie sul piano individuale (non necessariamente venale) che si può decidere di sottrarsi solo se diventa altrettanto attraente per la propria identità e collocazione nel mondo la fatica richiesta dalla costruzione di una soggettività politica collettiva.

Non è un caso che il bisogno di partecipazione alla vita sociale e comunitaria della cosiddetta gente comune, e quindi soprattutto delle donne, si esprima nei luoghi e nelle associazioni di volontariato dove l’impegno acquista un senso collettivo che restituisce identità sociale al singolo individuo.

Identità sociale che non si traduce però in istanza politica e talvolta occulta, non sempre in modo inconsapevole,  i danni inferti dalla politica alla qualità della convivenza civile.

Affidare al volontariato malati, handicappati, immigrati, senza trovare forme di integrazione tra bisogni e istanze della società civile e istituzioni, significa escludere dalla cittadinanza dei soggetti che vengono trasformati in categorie da tutelare, male, fornendo servizi come favori, ma significa anche legittimare forme di sfruttamento di tempo e competenze che dovrebbero invece essere occupati in veri e propri posti di lavoro.

L’idea di complementarietà tra i sessi, che si fa strada nella cultura maschile dell’ottocento, quando la biologia dimostra in modo incontrovertibile (e comunque in ritardo rispetto ai progressi generali della disciplina) che le donne non sono uomini mal riusciti che hanno solo la funzione di nutrire “l’homunculus” depositato dall’uomo nel loro grembo, ma sono uno dei due esseri originari di cui è costituita la specie umana, continua ancora oggi ad esistere insinuandosi come subdola legittimazione di politiche sociali che riducono il pieno riconoscimento della cittadinanza delle donne.

Si riducono i servizi sociali per anziani e anziane, bambini e bambine, giovani, introducendo nel dibattito politico il ricatto affettivo sulle donne e talvolta alcune giovani, che vivono la difficoltà di trovare spazio sociale, un lavoro adeguato, e un autentico riconoscimento sociale del diritto ad essere madre, travisano la dimensione affettiva del ruolo materno utilizzandolo come una nicchia di privilegio e un surrogato di ruolo e presenza sociale.

La fatica di conciliare lavori diversi, la mancanza di riconoscimento del lavoro di cura delle persone e dei luoghi, l’incertezza delle regole nel mercato del lavoro, unite alla persistenza di pregiudizi e all’asimmetria delle responsabilità nelle relazioni tra donne e uomini, soprattutto in presenza di figli, riconducono le donne a scelte che salvaguardano prima di tutto la vivibilità del quotidiano, escludendole dall’accesso ai luoghi di decisione dove quello stesso quotidiano viene deprivato delle risorse indispensabili.

Le donne, ancora una volta, restano collocate lì dove la necessità di salvaguardare servizi essenziali le distoglie dal vedere e dall’agire contro chi toglie risorse a quegli stessi servizi disegnando un modello di convivenza che alimenta le tradizionali gerarchie sociali tra uomini e donne, giovani e adulti, ricchi e poveri.

Le gerarchie sociali, l’ineguale distribuzione delle risorse, l’ostentazione della ricchezza, il vuoto di partecipazione politica, la svalutazione delle pratiche democratiche, la riduzione della democrazia a semplice regola del numero, l’enfasi posta sul carisma di pochi individui (anche se variamente collocati, anche se donne) insieme alla cancellazione e distorsione di pezzi significativi della storia (prima di tutto di quella politica delle donne), contribuiscono a costituire il solido selciato su cui camminano le possibilità della guerra.

Un discorso difficile quello sulla pace, ma che resta indissolubilmente legato alla democrazia e alle donne per ragioni profonde che riguardano la nostra stessa esistenza sociale e le forme con cui pensiamo e gestiamo la convivenza e la sopravvivenza su questa terra che abitiamo insieme.

Inscrivere nella democrazia il corpo femminile significa fondare il patto sociale non sull’individuo astratto ma sulla dimensione umana dell’essere, ognuno e ognuna, nato e mortale, significa accogliere la realtà del generare e quindi l’idea del passaggio e dell’eredità tra generazioni.

Significa iscrivere nella democrazia il governo del tempo e del mutamento, dati costitutivi del vivere individuale e del vivere sociale, uscendo dal sogno astratto di un’immortalità che può essere pensata forse solo nella dimensione di una fede, ma non in quella della convivenza su questa terra.

Spendiamo molte parole per dipingere l’orrore della guerra, le nostre migliori capacità letterarie per trascrivere la profondità dei sentimenti che ci agita di fronte ad ogni massacro, tutto il nostro impegno e la nostra intelligenza per essere presenti su un giornale, a un dibattito, ma una visibilità che non si misura anche con la costruzione di quegli spazi di democrazia che consentono di arrivare davvero, come soggetti di una politica propria e non attraverso scorciatoie, ai luoghi dove si decide, non alimenta le possibilità della pace.

Ogni donna che in questi anni si è misurata in vario modo con la politica non può non chiedersi a quale mulino sta fornendo la sua acqua, non può non dichiarare su quale terreno porta la sua azione.

La pace chiede soprattutto pratiche diffuse ed efficaci a lungo termine e ancora non le abbiamo sperimentate.

Le donne che vivono ancora oggi, e non solo oltre i confini del nostro Paese, in condizioni di emarginazione e di oppressione, non hanno bisogno della nostra carità, ma della nostra democrazia, di decisioni limpide sul piano degli interessi in gioco e di una coerenza che renda credibili le nostre istituzioni perché giuste.

La guerra riguarda la politica nei suoi fondamenti, da un lato la costituzione di uno Stato e cioè l’identità collettiva in cui si riconosce la popolazione stanziata su un territorio e dall’altro il ruolo che ha nella costituzione la popolazione stessa e cioè quello che noi oggi definiamo come cittadinanza e che un tempo è stata la sudditanza.

La guerra è stata parte del modello identitario nel costituirsi delle nazioni europee e le costituzioni liberali affermatesi tra ‘800 e ‘900 l’hanno spesso assunta come parte di un’eredità necessaria dei secoli precedenti, anche se non è mancato un appassionato dibattito sulla questione da parte dei nuovi soggetti politici.

I termini nazione, stato e cittadinanza sono strettamente legati nella storia europea degli ultimi secoli e rispetto a questi termini, e al loro concreto radicarsi nella vita di individui e collettività, la storia politica delle donne ha prodotto riflessioni proprie, spesso divergenti rispetto alla storia politica della cittadinanza maschile.

Vorrei richiamare la storia politica femminile perché la pace non è questione che attiene solo ai buoni sentimenti individuali, così come la guerra non è genericamente violenza.

Le donne non cominciano ad occuparsi di pace solo quando la guerra invade i territori, ma introducono la pace da subito nel dibattito politico quale fondamento dello stato e della cittadinanza.

Parlo di donne, ma in realtà si tratta di quelle donne che hanno scelto, come individue o in gruppo, di praticare lo spazio della politica e riconoscerlo come luogo imprescindibile di costruzione/contrattazione della convivenza tra i generi e le generazioni. Ripercorrerne la storia significa riportare alla luce un filo continuamente interrotto e riannodato, di una tradizione politica democratica femminile che da subito ha individuato nelle condizioni della pace il senso dello Stato.

La cittadinanza delle donne è così recente che non è mai diventata fondativa di un patto costituzionale, ma è come se vi fosse aggiunta secondo la convinzione culturale e linguistica ancora diffusa, vorrei dire fino a qualche anno fa, in realtà ancora oggi, che l’uomo è sinonimo di umanità mentre la donna ne rappresenta un caso particolare.

La storia della cittadinanza, dall’habeas corpus, all’universalità del voto, dal diritto all’istruzione, al lavoro, alla salute, a quell’inviolabilità del corpo e libertà della mente che sembrano così difficili da affermare per le donne, deve oggi poter proseguire verso la progressiva cancellazione di ogni confine e il definitivo superamento di quell’idea di patria che ha fondato sulla radice paterna l’idea del possesso e dell’esclusione.

Tra i nostri desideri individuali e la terra che abitiamo insieme, stanno le molteplici forme di socialità tra umani che sperimentiamo: la democrazia può diventare la bussola che ci guida perché il desiderio individuale non diventi licenza di prevaricazione da parte del privilegio, perché le relazioni sociali non prevarichino la dimensione individuale, perché troviamo insieme forme di convivenza che alimentino le possibilità del futuro.

Ci sono strade difficili che possiamo percorrere solo insieme.

Un discorso questo che vale per tutti, ma io mi rivolgo alle donne perché sento che se non riusciremo ad esprimere una soggettività politica autonoma che renda visibile un’altra storia e un altro modo di guardare e vivere il mondo, gli uomini difficilmente si metteranno sulla strada di pratiche autenticamente democratiche, e i giovani uomini che pure rifiutano il militarismo e con-fondono volentieri parole e gesti con le loro coetanee, nelle manifestazioni pacifiste come nella vita quotidiana, non sembrano ancora in grado di fare i conti con la propria storia di genere.

Purtroppo le parole hanno subito talvolta un processo di appiattimento dei significati e sembra poco diffusa la consapevolezza che anche il linguaggio è sede di “contrattazione” dei significati, ora esplicita ora implicita, e riguarda direttamente i rapporti di potere esistenti nei sistemi relazionali.

Tra le molte parole scritte dalle donne sulla pace e la democrazia, quasi sempre ignorate dagli stessi movimenti pacifisti, mi sembra giusto e utile ricordare un vecchio e prezioso testo di Franca Pieroni Bortolotti sulla prima straordinaria e dimenticata Associazione femminile per la pace, la libertà e l’unità democratica d’Europa, fondata da Maria Goegg nel 1868 a Berna, nata quindi tra Risorgimento e Socialismo, come dice il primo titolo della premessa.

Franca ricorda nell’introduzione di essersi trovata “come una persona che, volendo semplicemente arrivare a un’isoletta amena e sconosciuta, si sia accorta che stava inoltrandosi in un continente di rispettabili dimensioni, in una parte consistente cioè della storia della democrazia europea” e questo restando “fedeli al punto di partenza (…) di un movimento di emancipazione con sue proprie scadenze, e i suoi propri ritmi, e segnato dal suo civilissimo metodo”.[1]

Non a caso alla cancellazione di tutto un mondo femminile che si muove sul terreno della propria emancipazione affermandolo come elemento imprescindibile della democrazia e della pace corrisponde in Italia la cancellazione di Anna Maria Mozzoni [2]che con la sua straordinaria lucidità politica aveva già capito come l’ostilità all’emancipazione della donne fosse ostilità alla democrazia, pura e semplice.

Il testo di Franca restituisce densità a quella miriade di azioni pacifiste, a quel fitto dibattito, di cui a noi restano oggi poche figure isolate che non passano neppure nei manuali scolastici.

Quel movimento andrebbe studiato non solo perché rivela il senso profondo di tante vicende politiche e l’esistenza di opzioni concrete là dove una storiografia superficiale ci consegna un succedersi degli eventi quasi come esito di processi naturali, ma soprattutto perché facendo chiarezza su quel passato ancora  vicino, che ha visto l’Europa del progresso precipitare se stessa e il mondo intero nel baratro delle guerre che hanno segnato il ‘900, potremmo aprire nuove strade al dibattito del presente.

Se infatti l’autrice sceglie di concludere il suo scritto ricordando ciò che il movimento per la pace riuscì a realizzare, per non confondersi con gli storici che, bloccando l’attenzione sulle sue sconfitte, ne cancellano il significato storico e politico, ricorda però che “se ci chiediamo quali carenze politiche produssero la crepa del 1914, nel pacifismo europeo, noi vediamo benissimo oggi che il punto debole di quello schieramento restò sempre il varco aperto tra le due zone sociali rivolte alla difesa della pace, dagli anni ’80 del secolo scorso [1800] in poi: diciamo per simboli, restò una zona di diffidenze, di malintesi, di disaccordi tra il mondo di Bertha Von Suttner da un lato e quello di Rosa Luxemburg dall’altro. Furono due mondi che non riuscirono a congiungersi e dal quel varco passarono le forze della guerra.”[3][4]

La storia scritta dalle guerre e da molti uomini si è poi incaricata di cancellare il pacifismo di entrambe, lasciandoci orfane di un’intera eredità.

A quella perdita oggi si aggiunge quella più recente che ha cancellato la dimensione e il senso dei movimenti per la pace che s’incuneano nel difficile secondo dopoguerra alimentando le successive speranze dei movimenti giovanili degli anni ’70.

Una patina di smemoratezza viene stesa sull’Unione Donne Italiane che nel 1947 raccolse un milione di firme contro la proliferazione delle armi nucleari portando il proprio appello al rappresentante dell’O.N.U.

Quelle stesse donne dell’Udi, per la maggior parte iscritte anche al Partito Comunista Italiano, negli anni ’50, in piena guerra fredda continuarono ad affermare il proprio pacifismo anche negli incontri internazionali delle donne comuniste dichiarando ufficialmente il proprio dissenso nei confronti di un’Unione Sovietica che cominciava allora gli esperimenti nucleari.

Manca una storia della cittadinanza femminile nell’Italia del secondo dopoguerra che dia conto della tessitura di dibattito politico e di azione condotte dalle associazioni delle donne che si sono mosse, nella Resistenza prima e nelle strettoie della vita politica della Repubblica poi, aprendo spazi inediti di protagonismo e conquistando quell’insieme di leggi che hanno cercato di attuare quell’orizzonte politico della nostra Costituzione che parla di uguaglianza e giustizia sociale.

Manca una storia che dia conto delle relazioni politiche tra donne e uomini e dentro quella storia ritrovi il filo rosso pacifista e non violento che ha segnato e segna ancora la visibilità pubblica dei movimenti oggi.

Viviamo un tempo smemorato, un presente affollato di informazioni labili e paure ataviche che avvolgono di ottusità le coscienze, così non vediamo quello che ci accade e la tragedia  non è altrove, ma vive delle nostre vite come una malattia mortale.

Allora se i ragazzi e le ragazze di questo nostro mondo bianco occidentale aggressivo ci ricordano che non siamo solo eredi di guerre e violenze, ma anche di uno straordinario patrimonio di democrazia, possiamo pensare che davvero un altro mondo è possibile e lavorare insieme per il futuro.

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Franca Pieroni Bortolotti, La donna, la pace, l’Europa, Franco Angeli, Milano, 1985, p. 8

[2] Cfr.

[3] Franca Pieroni Bortolotti, cit. p. 320