Rosangela Pesenti

Marea

Pause

Le parole sono piccoli doni preziosi che niente può consumare.

Quando mi regalano una parola, una piccola finestra nuova si apre nella mia casa e le stagioni hanno di nuovo colori.

Grazie e auguri per la rivista, bella, intelligente e molto, molto leggibile.

Rosangela Pesenti

Pause

 

La parola che mi propone la giovane donna dal sorriso morbido e accattivante s’insinua immediatamente tra i miei pensieri e s’insedia sorniona.

Perché non accogliere un così cortese invito, ci sarà bene qualche.......pausa in cui scriverne.

Almeno al plurale, perché al singolare una nemmeno ci si mette.

E invece la parola resta lì, col suo fastidioso ronzio, nelle giornate sovraccariche che non concedono aritmie alle mie mani.

Pensieri disarticolati, disordinati, disarmonici: tra l’uno e l’altro le pause sono voragini che divorano ogni nesso logico.

Cerco le pause nel quaderno, deve pure esserci stata un’estate pigra, stesa tra bei romanzi, gatti e petunie viola.

La vita scritta a spizzichi: piccole tappe accantonate con diligenza e forza d’inerzia di cui non ho memoria quando attorciglio le ore in cose utili

 

Una parentesi inattesa: sospesa nel vuoto di una luce che costruisce intorno miraggi mi dondolo sui fili di parole che allungano il tempo, svuotandolo delle consuete misure.

Una briciola di eternità catturata al transito veloce dei giorni mi appiattisce nell’erba sfocata dell’estate, sotto il verde cupo dell’albicocco: aderire alla terra fino a dissolversi, tra i vasi di gerani e una cavalletta stralunata.

Srebrenica è caduta in mano ai Serbi. Che stupida frase da manuale di storia per mille e mille atrocità che non turbano la calura delle vacanze.

I verdi di Greenpeace fronteggiano con la loro barchetta le corazzate francesi nella baia di Mururoa.

Due luoghi dagli orizzonti lontani, eppure nel mosaico della guerra sono due tessere contigue, ne sono certa.

Siamo assediati dalle catastrofi e ci comportiamo come se la nostra vita non potesse esserne segnata. Lo è già invece, ci è naturale vivere mostruosamente.

Scrivere per incollare insieme i frammenti di un mondo del quale mi sento sempre ospite, precaria e straniera.

Diventerò anch’io, per sopravvivere, una di quelle piante secche che espongono la loro morte con eleganza: le linee pulite dei rami, poche foglie ingiallite fissate ad arte, lucide di lacca, una sobrietà decorativa muta ed essenziale.

Un intervallo perenne e smemorato.

 

Intervallo: brusio discreto con una sorta di periodare stridulo. Nessuna voglia di muovermi in un finto agio, sorridendo forzatamente al nulla, cercando di non urtare gli invisibili tracciati che segnalano distanze e vicinanze e impongono lo stile degli scambi.

Spigolosità soffuse dalla luce barocca del pomeriggio romano.

Ripongo educata il disagio e schizzo via, alleggerita dell’eccesso dei pensieri cupi: un pizzico di sobrietà dei sentimenti  e approdo ad un ironico sereno disincanto.

Attraverso strade, gente che si muove pigra nel caldo domenicale, lame di luce intensa sull’ombra barocca dei palazzi: attraverso Roma assolata a passo veloce, senza stanchezze, senza cedimenti, senza emozioni.

 

Dormire. Cerco il sonno ma se il corpo è immobile fuoriescono dagli interstizi dell’anima parole dense che attraggono i fogli bianchi e pacati dei quaderni e occupano i sogni lasciandomi esausta davanti alle solerti tappe del mattino.

Di-vagare. Delle infinite reti di relazioni che uniscono, nel tempo e nello spazio, persone e cose, alcune sono e restano visibili a lungo, altre, sconosciute o negate alla nostra conoscenza, scorrono al di fuori del nostro breve orizzonte. Ma chi cammina può restarvi impigliata o scorgerle scivolare veloci nelle notti di luna.

E’ un attimo e per tutta la vita si cerca di districare, di riportare alla luce uno di quei nodi sepolti che tengono i legami più segreti e duraturi.

Una passione che solo raramente conosce la luce comune agli altri, sono strade che si percorrono a tentoni, ci si affina magari un proprio radar come certi animali.

Si chiama ”ricerca”, un nome comune e senza pretese: una dimensione del tempo, un sentimento della pelle,  una forma dello sguardo, un’impronta dell’anima, un ritmo del pensiero, i fitti interrogativi del cuore, una pausa delle ragioni.

È allora, nelle pause, che il tempo lievita il commestibile quotidiano.

 

Distrazione. Sfaccendo per casa immersa nel caldo, nei pensieri, nel silenzio, con ritmo serrato. Mi disturba qualsiasi impaccio nei programmi, qualsiasi increspatura familiare mi affatica: mi penso austera, rinsecchita, frustrata, acida e petulante. Passo dallo specchio e vedo un viso intenso e morbido: non mi riconosco.

Pausa.

 

Attesa. Una signora mi chiede:”Ma è un ragazzo o una ragazza quello lì?”

Guardo dal finestrino del treno che tarda a partire dalla stazione umida e vociante di questo maggio che mi rabbrividisce come un novembre.

Un essere sospeso tra l’infanzia e l’adolescenza: profilo sottile e occhi curiosi sotto il caschetto di capelli bruni, maglietta bianca, maglione brinato scuro, jeans neri e anfibi.

Se è un ragazzo non è effeminato, ha solo l’aria intelligente e gentile, se è una ragazza non è mascolina, ma decisa e dolce.

Lontani dagli stereotipi si confondono, maschile e femminile, in una libertà nuova, che supera finalmente le soglie della prima infanzia.

Lontana dagli stereotipi, anche da quello dell’androgino, un’umanità nuova in cui finalmente riconosciamo prima i caratteri del soggetto che quelli delle appartenenze, i pensieri prima delle famiglie, dei territori, dei sessi.

 

Leggere. La gente mi chiede bibliografie ansiosa di trovare quella sommatoria esaustiva di informazioni che delimita la conoscenza. Elenchi rassicuranti che ti mettono al riparo di un sapere consolidato e accessibile secondo i tranquilli ritmi dell’utile.

Io mi lascio trascinare dalle piccole passioni che lasciano una sorta di deposito fecondo nelle parole. Cerco le verità che scorticano i pensieri. Frasi che s’incidono sulla pelle da qualche parte inattesa, modificano gli organi interni di senso, li riplasmano in una mutazione irreversibile.

 

Scrivere. Piccoli interstizi evanescenti, giunture silenziose del tempo. Scriverne le riconduce a “fatto”, incanalate nelle maglie rigide del racconto occupano le righe come se il crogiuolo dei sentimenti sottostante non fosse narrabile senza definirne una qualche circostanza di luogo, di tempo, di occasione.

La sospensione di una nota, una sola, del suo martellare ingombrante sull’armonia delle altre e finalmente avverto suoni inesplorati, sottili implicazioni di un battito sconosciuto su cui ritmare il respiro.

 

Le donne non attraversano il tempo, lo abitano; non viaggiano, traslocano: sedimentano i giorni nei gesti, i gesti nelle relazioni, le relazioni nelle cose, traslocano le abitudini nelle memorie, gli affetti nei saperi quotidiani con cui rendono abitabili gli spazi e commestibile la vita.

Le donne non hanno pause, niente di così anonimo e generico, ogni tempo ha un nome, un desiderio, un interrogativo, un respiro, un sapore. Il mondo ha colori pieni e gli spazi soccorrono impronte durevoli e multiformi.

Non ci sono linee afone che percorrono spazi bianchi e insensati come corridoi d’ospedale. La tristezza è un deposito oscuro che è meglio non rimestare.

Anche l’arrabbiatura profonda contro la vita, che ribolle quando la stanchezza arriva alle massime temperature, finisce con l’acquietarsi: un respiro lungo e un buon caffè.

Pausa.

Rosangela Pesenti

 

13 maggio 1996

 

 

 

Cara Monica,

mi scuserai se non ho risposto subito alle tue sollecitazioni ma credo tu abbia sufficiente immaginazione per sapere com’è confezionata la mia vita.

Prima di tutto il tuo libro “Parole per giovani donne” mi è piaciuto molto e cercherò di farlo conoscere anche inserendolo nelle bibliografie che spesso mi chiedono.

Anche la proposta del corso mi è sembrata interessante e mi ha riacceso un desiderio che coltivo da molti anni come sogno senza trovare le strade adeguate per realizzarlo.

Mi piacerebbe trovare un luogo in cui più donne periodicamente intrecciano la propria proposta politica e culturale offrendo un insieme di appuntamenti che configurano una vera e propria scuola di formazione.

Ovviamente intendo scuola non come luogo di proposta univoca ma semmai come tessuto di pratiche convergenti sui significati di fondo, che raccolgono periodicamente quel patrimonio di cultura che rischia di essere disperso o assunto, in modi non sempre limpidi, dall’istituzione accademica, e lo propongono alle giovani donne come sapere imprescindibile per misurarsi con consapevolezza nella vita professionale, come nell’impegno politico o...nella vita senza aggettivi.

So per esperienza che i sogni in genere per essere realizzati devono conoscere lunghe mutazioni ma per me il movimento delle donne è stato anche un luogo in cui condividere sogni e di questo perciò penso di parlarne anche al gruppo Scienza della vita quotidiana di Lidia Menapace.

A proposito di Lidia penso ti possa interessare il fatto che ho cominciato a intervistarla sulla sua vita ed esperienza politica, perchè, nonostante sia più attiva di tutte noi e sia pienamente titolare della sua parola, una parte della sua storia è già così distante dal presente da poter essere interrogata a beneficio del futuro.

Ti mando anche quella parte di “Alfabeto del femminismo“, di cui ti avevo parlato, che è stato pubblicato da La Melagranata di Como (che come saprai ha sospeso le pubblicazioni).

Fammi sapere se vi può interessare perchè mi piacerebbe proseguire la collaborazione con la vostra rivista, ovviamente anche su altri temi come per il passato.

Spero che ci si possa conoscere più a fondo e faccio i miei migliori auguri a te e a tutta la redazione.

Un abbraccio

 

 

Rosangela Pesenti

Via Gramsci, 1

24050 Cortenuova (BG)

T. 0363/992238

uff. 035/284224


Le parole del femminismo

 

A come Autocoscienza

 

Le parole restano nella storia a raccontare di noi, le depositiamo nel tempo come una garanzia contro la cancellazione e la smemoratezza, riempiamo pagine e pagine di puntualizzazioni filologiche (qualche volta pedanti).

Poi loro mutano.

Non di colpo, ma piano piano, cadono in disuso con la leggerezza delle foglie caduche o mutano forma come pasta malleabile, e perfino significato, pronunciate da altri pensieri, vicini ma non contigui, approssimati alla fonte ma non identici.

Per conservarle accanto a noi, e vive, più di un vocabolario è necessario un affetto, una memoria, magari parziale ma non distratta, imprecisa su date e luoghi, ma ancora feconda nei sentimenti.

Così pensando alle parole, e a me, ho sgranato un giorno un alfabeto delle donne, un mosaico di amiche e storie, incompleto e affollato, senza pretese e senza modestie come le molte pezze di un patchwork che si può sempre modificare.

La prima è stata AUTOCOSCIENZA, una parola lunga come un bel respiro e radiosa come la A con cui comincia.

Una stagione di scoperte che per me e per molte ha coinciso con il dolore e la felicità di una giovinezza dei gesti non necessariamente anagrafica.

Ci si raccontava, ma era forse più un esercizio pubblico di ricerca, di parole appunto, che restituissero, con l’eco collettiva del loro suono, realtà a sentimenti che uscivano con noi alla luce della storia.

Le altre erano testimoni necessarie e parte in causa di un dialogo che scavava incessante i suoi cunicoli nel labirinto che chiamavamo “il sé”.

“Io sono mia” fondava la certezza di una percezione da cui nasceva finalmente la nostra volontà, libera, anche senza certezze.

Mi sembra che da lì, che proprio questa parola sia la culla delle altre che conservano la stessa radice affermandola con maggiore sicurezza.

AUTODETERMINAZIONE riassume la libertà di scegliere come assunzione di una responsabilità inoppugnabile e resta ad interrogare un patto sociale che ancora nicchia sul riconoscimento della nostra esistenza.

AUTOCONVOCAZIONE, la parola di un’Udi che vive nella faticosa reciprocità del riconoscimento di donne che hanno scelto la continuità in un appuntamento.

Una radice feconda l’autocoscienza, scivolata dall’etichetta, qualche volta enfatica, della comunicazione collettiva, al rigore individuale di una pratica ormai consolidata nei percorsi di vita.

Una parola che in qualche modo non ha più bisogno di dichiararsi quando è visibile nel moto lieve disegnato dalla plastica verità dei corpi.

E basta incontrarle, le donne dell’autocoscienza, per saperne l’autenticità.

 

Rosangela Pesenti

 

18.4.’95

 

B come Bambine

 

L’orgoglio di ciò che eravamo state. Di quel passato nebuloso e soffocante affrancato finalmente dal tempo di una giovinezza in cui avevamo imparato a dire “io sono mia”.

Troppo giovane, la maggior parte di noi, per pensare alle figlie, quel libro “Dalla parte delle bambine” (dalla nostra quindi) ci restituiva intera l’infanzia. Dava un nome a quel dolore muto che ci aveva cancellate nell’indistinto maschile, una voce a quella rabbia sorda che avevamo consumato in piccole, dure, quotidiane trasgressioni, svilite come capricci.

I segni che avremmo voluto cancellare perfino con arroganza e coprivamo invece con lunghi scialli e ruote di gonne a fiori, diventavano pieghe di una storia che si poteva sciorinare al sole perché degli altri, gli adulti che ci precedevano, era la colpa di averne generato l’ombra.

Eravamo state bambine, studiose e ribelli, fragili e mascoline, inzuppate di poesia e vestite di una scorza dura che voleva dimenticare la morbidezza dei colori con cui ci irretivano.

Del libro, che pure abbiamo letto e riletto, il titolo soprattutto diventò un segnatempo della nostra storia. Ci sembra di averlo scoperto ieri e già le figlie non sono più bambine.

Su di loro hanno rovesciato chilometri di tulle rosa e favole di bambole adulte ancheggianti a futuri radiosi per distoglierle dai nostri giochi, per separarle dalle nostre mani, per ammutolire le nostre parole.

Loro però (anche se più alte e sconosciute), approdano alla vita strette negli stessi jeans incolori e giubbotti informi che hanno protetto i nostri sogni.

Una scorza dura per salvare le loro domande da risposte troppo sollecite e accattivanti, una scorza comoda da mettere e togliere a piacere gabbando mode e morali.

Sanno di essere state bambine, saranno ragazze e poi donne...noi siamo comunque dalla loro parte.

 

 

C come Corpo

 

Alla C come eludere la parola “Corpo” ? Mi s’impone di prepotenza.

Stracarico di parole che gli abbiamo affibbiato e testardamente muto a qualsiasi dialogo coi linguaggi che pure l’hanno corteggiato da sempre.

Dipinto, scolpito, raccontato, celebrato, amato (e violato, censurato, stuprato) sostegno imprescindibile di quell’io che ci è tanto caro nella sua singolarità, eppure rimosso nelle correnti comunicazioni sociali, è stato, negli anni ‘70, l’unico luogo davvero certo per ritrovare il bandolo dei pensieri nella selva delle definizioni, dei ruoli, delle norme e certezze di cui gli altri ci avevano caricate.

Un corpo di donna libero di esistere per sé: dichiararlo fu immensamente più facile che viverlo.

Nei documenti di allora le parti invisibili e taciute (vagina, utero, clitoride ecc. ecc.) diventarono quasi metafore del tutto, nell’ansia politica di un’affermazione che scandalizzava, e forse scandalizza ancora.

Descrizioni quasi pedanti, disegni precisi, prescrizioni di pratiche in cui conoscenza del corpo e conoscenza di sé finalmente comunicavano; ma quando si parla del corpo qualsiasi concretezza, qualsiasi puntiglioso aggancio di realtà diventa astrazione poco più che convenzionale di fronte alla sua solida, ineluttabile esistenza.

Un’emozione, un dialogo fitto, un conflitto irriducibile, un’ombra fissa, un’appendice, una spia, un luogo, un tempo, una cuccia calda, una passione, un tormento, il corpo cela e tradisce i nostri segreti, resta lì quando vorremmo fuggire e non è mai nei posti e nelle occasioni giuste.

Punto di partenza da cui è impossibile pronunciare con fondatezza qualsiasi noi, è ciò che gli altri vedono e credono di me, radice di ogni rapporto, luogo di con-fusione, tra gli estremi dell’estasi e dello smarrimento.

Che sia un corpo di donna è il doppio complicato. Tra vuoto e pieno, attesa e perdita, nutrimento e sottrazione, infinità e limite, il pensiero può giocare finché gli piace se non fosse così...materiale la corporeità da cui nasce.

 

 

 

 

 

 

D come DIFFERENZA

 

Finite le dispute degli anni ‘80, acquisita ormai nel linguaggio quasi comune, definita sommariamente almeno quanto basta all’agibilità quotidiana, la parola differenza è finalmente restituita alle disquisizioni dei filosofi e delle filosofe e alle emozioni dei e delle comuni mortali.

Una parola neutra, distinta ma non solenne, né boriosa, frusciante come la seta ma puntigliosa come una zanzara, ci ha restituito un’interezza che sembrava traguardo irraggiungibile nella costante fatica di sessuare l’intero mondo.

Uno scarto felice da quell’essere donna rivendicato con orgoglio, costruito con tenacia, difeso con ostinazione, definito per giustizia, quasi la possibilità di un gesto intimo con cui spogliarsi delle intense giornate vissute in quel vasto agone della polis che per noi non distingue tra pubblico e privato, la felicità di provare abiti più leggeri che assecondano il corpo ed i pensieri.

Una parola comune che consente conoscenze  più intime del nome, più riposanti di un diario, più sicure della carta d’identità.

Una banchina di sosta sicura in un viaggio che non ricomincerà da capo, per ripartire più leggere verso altre terre, altri specchi, altre parole. A vent’anni di distanza ancora riporta l’eco di quell’”io sono mia” che fu la prima balbettata certezza di appartenenza.

 

 

E come EMANCIPAZIONE

 

Una parola dura, forse per i tempi in cui fu pronunciata, forse per la fatica di attraversare il tempo continuamente a rischio di essere travolta, tradita, travisata.

Caricata di istanze per il futuro e oggetto di incomprensione tra le generazioni, ci è cara oggi per la memoria di quelle donne che la usarono per sfondare la gabbia della tutela a cui eravamo state costrette nel difficile passaggio dalla sudditanza alla cittadinanza.

Chiara nelle istanze politiche, di volta in volta ridefinita con precisione e misura, ridiscussa, ri-pattuita, viene poi deprivata nell’uso quotidiano di ogni sua storia, ridotta a rivendicazione piccina, imitazione pedante (o rampante) di quel mondo politico-economico maschile da cui invece segnalò la prima coraggiosa distanza.

Parola amata come una vecchia zia che ci ha lasciato cose preziose per l’agio quotidiano e ci ricorda, dalle foto ingiallite, con lo sguardo ammiccante sotto i cappellini démodé, l’inaspettata ironia che insaporisce la vita.

Parola di tutela  che ci vediamo costrette a tutelare, segnale ambiguo di spazi conquistati magari a prezzo di ingratitudini sbandierate come superiore saggezza dell’oggi.

Distante, nel tempo della nostra memoria, resta nel “corredo”, riposto con cura ma non abbandonato, testimonianza di una tradizione da cui non ci sentiamo tradite.

Parola pesante, ma che una donna l’abbia pronunciata ieri, ci ha, nell’oggi, alleggerite.

 

 

 

F come FEMMINISMO

 

Se attribuito alle donne era quello “esasperato”, se al periodo storico, i famigerati “anni settanta”, è finito; le giovani ne prendono le dovute distanze dicendo “io non sono femminista ma...”, le meno giovani modificano il verbo: “mai stata...” e su tutti i possibili discorsi campeggiano giganteschi i fantasmi di chissà quali virago che volevano eliminare gli uomini (forse ingoiandoli) in un passato prossimo che appare oscuro e remoto come la stregoneria, esorcizzato per fortuna dai “tailleurini” per bene degli anni ‘80 e dal sano rampantismo (maschile e imitabile) degli anni ‘90.

Che l’astio culturale e la vendetta politica sulle donne siano stati così tenacemente perseguiti per quel nostro ironico “tremate, tremate...” la dice lunga sulla millenaria coda di paglia che qualcuno si portava appresso.

Che zoccoli, scialli e fiori, ancora più innocenti, siano stati così accuratamente censurati o fagocitati la dice ancora più lunga sui timori che suscitavano i corpi femminili liberi dai mille lacci, materiali e simbolici, come si usa dire, degli sguardi maschili.

Quel coraggio di “sputare su Hegel”*, che ancora non si insegna nelle nostre scuole, ha fatto paura perché non chiedeva vendicative rese dei conti alla storia ma ne riempiva la scena con la vitalità personale e collettiva di un soggetto che dichiarava la propria origine e i propri limiti e per questo sapeva guardare il futuro.

Lungi dal voler restituire schiavitù per schiavitù è stato il “Vai pure”* a far più paura di qualsiasi sfida, perché la libertà aveva finalmente il sapore denso e pregno delle parole di una storia, quella delle donne, che poteva ironizzare bonaria sull’onnipotenza delirante di chi sapeva innalzare monumenti ma non trovare da solo la biancheria nei cassetti.

Parola politica impastata da quasi duecento anni nei ritmi anomali di una cittadinanza che non sa ancora assumerne il patrimonio fecondo, viene raramente affrontata nel suo concreto storico sviluppo ma ribolle nell’immaginario collettivo catalizzando secoli di stereotipi sul femminile.

Parola consumata con sufficienza, benevolenza, acredine, sarcasmo, rinasce nel garbo sicuro, nell’ironia lieve delle donne che non temono l’usura del tempo perché conoscono l’arte della tessitura.

La modestia delle righe mi consente poche battute perché il tema, immodesto per definizione, richiederebbe una ben più seria e importante occasione.

Comunque per non chiudere frettolosamente su una storia a cui appartengo per età e su una parola che rifugge dalla naftalina delle nostalgie propongo qualche patto solenne e un po’ minaccioso tra femministe non pentite e giovani curiose.

 

Nota: “Sputiamo su Hegel” di Carla Lonzi  ed.- Scritti di Rivolta femminile

“Vai pure”                 di Carla Lonzi  ed - Scritti di Rivolta femminile

 

 

 

G come GEA - TERRA

 

Ricordo che dal mio angolo della casa in cui stavo appollaiata, bambina, trincerandomi dietro libri e scartoffie (e bambole), guardavo con sufficienza le pratiche domestiche delle donne della mia famiglia che spiavano e assecondavano i ritmi delle stagioni.

Guardavo con sufficienza insofferente io che, avevo già deciso, volevo solo studiare e nient’altro.

Dalle scartoffie che ingombrano, oggi, la mia scrivania, la mia stanza e la mia anima io mi sottraggo al primo temporale per “mettere all’acqua” le piante di casa, come faceva mia nonna.

Gli stessi gesti precisi e veloci ma poi io, inguaribile svagata, resto lì incantata a seguire i pois d’acqua punteggiare di scuro la terra, lucidare le foglie, sospendere sui fili d’erba piccole gocce perlate.

Resto lì ad annusare l’odore denso di terra che mi porta una primavera nuova e mi lascio bagnare, talvolta, rinnegando l’età dell’ombrello.

Gea - Terra: chi l’ha chiamata madre l’ha incatenata a quel ruolo di fruttifera oblatività che ha finito col deturparne il profilo, ma nel verde nuovo che un temporale di primavera infrange nei miei occhi la terra non è una madre, è una donna.

Ragazza fragile e ingorda, trasognata e decisa, coi piedi nudi nell’erba ancora rada e la testa bagnata di rugiada, rabbrividisce appena nell’incanto biancorosalilla delle fioriture.

Questa donna sa quando dare e quando togliere, gode del suo tempo fecondo e non teme la nudità del corpo di vecchia che scarno e altero si offre nel bianco preludio della morte invernale.

E’ una donna di pianura questa Gea che conosco: s’abbandona alla passione bruciante dell’afa estiva e s’intride senza ritegno di temporali come si gualcisce d’acqua il rosso vivo dei papaveri; sottile e tenace, generosa e acerba, s’impigrisce al carico dolce degli alberi estivi e spazza brusca e ridente le strade dell’autunno.

Se metafora vivente, è una donna la terra: Gea, che ci genera, ci cresce e ci abbandona perché impariamo, adulte e adulti, a generare, crescere e abbandonare.

 

4 maggio 1996

 

 

G come GENERE

 

Se di vocabolario si tratta e cioè di quell’elenco minimo di parole, magari ancora ostiche nella parlata corrente ma sedimentate dalla storia nel tessuto delle relazioni che hanno definito il terreno d’indagine, non posso glissare sulla parola “genere”.

Di uso corrente nello studio della grammatica, salvo poi sancire una cancellazione del femminile che ancora permane nello snobismo di definizioni e luoghi ai quali solo il maschile (o la sua piatta imitazione) è ammesso, diventa una categoria poco applicata alle discipline, tutte cresciute sullo sfondo di un neutro, maschio, imperante e imperialista, nella cultura come nei rapporti sociali.

Confuso con il sesso d’appartenenza il genere fa parte di quelle certezze su cui non appare necessario interrogarsi, forse perché, radicate sotto la soglia della coscienza, sostengono tutte le impalcature che abitiamo e quando vacillano producono terremoti.

E’ la definizione del genere infatti che per prima ha vacillato quando, perfino senza nominarlo, le donne hanno rivendicato la propria appartenenza come dato originario e non frutto di una costola maschile.

Appartenenza di genere, si usa dire, ma non si tratta dell’adesione a un modello quanto della rivalutazione di una storia di cui abbiamo riportato alla luce prima di tutto proprio le trasgressioni dal modello sociale vincolato al genere.

Perché se maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa, dentro i codici, le culture, i ruoli che di volta in volta ogni società modella in modo diverso ridefinendo, attraverso il rapporto tra i due generi, i caratteri fondamentali della sua identità, dalla dimensione dei rapporti individuali più intimi alla distribuzione delle risorse nel complesso rapporto tra economia della produzione ed economia della riproduzione.

E interrogarsi sulle modalità storicamente attuali di quello scarto, imprescindibile per ognuno e ognuna, tra il nascere e il divenire,  ha significato per le donne non solo trovare parole e gesti per definire il sè e il suo rapporto col mondo ma ripensare la tradizione e la trasmissione per offrire alle giovani generazioni un tessuto di relazioni sociali comprensibile e agibile con sempre maggiore libertà.

Oggi tutti gli interrogativi sono aperti perché tutti i vincoli sono stati messi in discussione e molte barriere definitivamente abbattute: interrogandosi sul genere ognuna di noi ha fatto i conti con la propria storia ed ha cominciato ad elaborare i propri desideri; raggiunta l’emancipazione, la domanda “cosa vuole una donna ?” ha ormai una dimensione collettiva che investe direttamente ogni cultura d’appartenenza fino a quella grande e comune chiamata umanità.

Non a caso lo scontro a livello sociale e politico implode sempre, tra i generi, sul “generare”.

Quando qualcuno chiede alle donne di adottare embrioni, spaventato da un gioco che non sa più governare, propone l’immagine di un femminile come maternità ipertrofica, grembo potente cui affidare, per destino, l’oscuro dosaggio della vita e della morte.

Proprio in questa inquietante vicenda la definizione di genere mostra le sfilacciature di una costruzione sociale a cui molte donne prima di tutti, ma ormai anche molti uomini, vogliono sottrarsi.

Non sono certa che la meta sia per tutte e tutti diventare cyborg, mi basta trovare compagnia per un viaggio che ci allontani dai miti rapaci dell’onnipotenza, di qualsiasi genere sia.

30. 7 ‘96

 

H come Handicap

 

Una lettera che non esiste come iniziale di parola nell’alfabeto italiano, “fatina muta” spiegava la maestra alle elementari, che con la sua presenza cambia i significati, definisce i suoni, separa la lingua parlata da quella scritta.

Nell’uso comune ormai H sta per handicap, lettera e categoria unite dal comune destino dell’invisibilità.

Cosa c’entra con il femminismo? E’ il terzo sesso, come ironicamente osserva Miriam Massari, ben visibile nei bagni pubblici che rispettano la legge sulle barriere architettoniche: maschi, femmine e handicappati.

Perché gli attributi del genere, vistosamente enfatizzati nella comunicazione dei media, vengono vistosamente sottaciuti per alcune categorie di individui e individue, per quella componente sessuale che nella volgarità contemporanea è indissolubilmente legata alla bellezza e alla salute.

Quella perfezione plastificata che ci inchioda agli stereotipi più antiquati del genere mortificando le individualità diventa così ideologia discriminatoria che precipita nel ridicolo ogni velleità di “buona” parola o azione.

Loro invece vengono inchiodati/e all’handicap: non sono mai un uomo, una donna, un bambino, una bambina, ma sono la cecità, la sordità, la sclerosi multipla.

Nelle pubblicità ci vengono presentati i bambini perché in questo caso è più comoda quella indistinzione sessuale propria dell’età che viene elusa per i cosiddetti “normali”, ridotti precocemente a scimmiottare Rambo e Barbie nell’universo artificiale dei consumi dove il corpo è prima di tutto merce.

Eppure lì dove il corpo sperimenta il limite, lo scarto, il dolore possiamo riscoprire la comune appartenenza a quel genere umano che nasce e muore, è giovane e vecchio, innamorato e indifferente, curioso e stanco, maschio e femmina e tutte tutte quelle variegate parole che ci raccontano, nella comune appartenenza, la nostra solitudine e singolarità.

 

 

 

I come Identità o Isteria?

 

Una parola che ha il sapore acre del passato o quella che sembra aiutarci a disegnare il futuro?

Noi qui appollaiate sulla precarietà del presente, incerte sui fardelli da conservare e sulle strade da prendere. E non dimentichiamo gli scherzi dell’inconscio.

Dall’ottocentesca isteria all’esaurimento anni cinquanta le malattie delle donne hanno poco di scientifico e molto di storico, parole così pesanti da attorcigliarsi strette intorno a una donna fino a definirne l’identità, lo status sociale, l’esistenza, il destino.

Si finiva in manicomio quando il corpo si ribellava agli stereotipi che lo costringevano nelle strettoie dei modelli e dei ruoli socialmente prescritti. Spesso era l’intelligenza il problema, quei talenti che hanno fatto la grandezza degli uomini hanno rappresentato troppe volte una maledizione per le donne, il prezzo della perdita di sé o il varco verso l’inesistenza.

Possiamo davvero parlarne al passato?

Quante siamo, fuori dalla schiavitù del velo? Come si costruisce l’identità di una donna che guarda il mondo da una feritoia? Abbiamo già percorso la strada che ha trasformato l’isterica in una ribelle, costringendo le parole a deporre l’ipocrisia e le donne a oltrepassare il lamento. Se dovremo ripercorrerla non sarà in silenzio.

Che l’identità sia ben più complicata di quella carta che ne certifica socialmente l’esistenza e della breve definizione assunta dalla filosofia come il primo principio della logica non ci dispiace, perché sembra, oggi, questa parola, dalla sonorità limpida e ritmata, farsi carico di molte storie, corpi, pensieri, appartenenze, distanze, scoperte, saperi e sapori, dubbi e risposte. Una sintesi efficace, come l’economia della lingua e la fatica della comunicazione richiedono.

Dall’autocoscienza alla pratica dell’inconscio alla costruzione della propria identità, libera, sembrava già così difficile portare alla luce le catene che avevamo sepolte nel cuore che non potevamo avere dubbi su quei diritti di cittadinanza che ci eravamo conquistate per affrancarci dalle catene della legge.

Ma quale legge? Quelle varie e variegate che reggono il mondo abbiamo appena cominciato a scalfirle.

Non è ancora tempo per dimenticare, non è certo più tempo per evocare lamenti. Non occorre la certezza di sé per chiedere il futuro. Non serve un’identità forte, ci basta sapere il desiderio di parole nuove e il potere di affermarle per come siamo, per come vogliamo essere ed esistere, qui ed ora, in questo mondo.

 

Adalgisa Conti  Manicomio 1914 Mazzotta Milano 1978

Anne Delbée  Una donna chiamata Camille Claudel Longanesi Milano 1988  Presses de la Renaissance 1982

Lea Melandri  Come nasce il sogno d’amore Rizzoli Milano 1988

 

 

L come Liberazione

 

Faceva da buon contraddittorio alla parola emancipazione in un tempo, appena ieri, che guardiamo già a distanza e rischiamo di vederlo annebbiato se non inforchiamo occhiali e pazienza critica e intelligenza del cuore per riordinarlo.

Guardate, appunto, a distanza, le due parole continuano a raccontare differenze ma non evocano più radicali esclusioni, piuttosto generazioni diverse, uno scontro tra madri e figlie, necessario, costruttivo, come si usa dire, per quel dolore del crescere che bisogna pur lenire nella memoria.

“Liberazione” affermava una necessità, imprescindibile, vitale, esprimeva la voglia di trasgressione e insieme la consapevolezza che non esistono regole valide se non quelle liberamente pattuite. Non volevamo essere le brave bambine ammesse ai territori della cittadinanza, sapevamo occupare le piazze con l’ironia antica di un girotondo che poteva salvaguardarci dalle gerarchie.

Nella memoria mi sembra che lo scontro tra le parole fu aspro e a lungo: temevamo antiche complicità, compromessi che potevano ancora occultare le ferite e avrebbero comunque censurato le nostre risate dissacranti.

Non ci illudevamo sui tempi del nostro cammino ma non c’erano solo mete da guardare sulla linea dell’orizzonte, c’era il piacere di una terra sotto i piedi, sentieri solitari e condivisi, per questo amavamo una parola che sembrava muoversi senza reticenze sull’onda energica dei nostri corpi.

Liberazione da lacci, vincoli, gabbie, catene, pregiudizi, stereotipi, leggi, regole, costumi, tradizioni…ma anche liberazione di pensieri, corpi, sentimenti, passioni, creatività, speranze, possibilità, opportunità, affetti, desideri…

Oscillavamo tra il vuoto di una storia di cui ci avevano negato la conoscenza e un pieno di parole che prolungava il presente oltre il tempo delle nostre vite.

Forse l’abbiamo fermata troppo presto questa parola liberazione nella sorella libertà, forse cercavamo di radicare le nostre storie in terreni meno approssimati, forse avevamo bisogno di solidificare discorsi così prolungati da diventare allusivi, forse avevamo bisogno di segnalare una tappa che ci consentisse di avanzare nel tempo in accordo con l’avanzare dell’età, forse…

E’ una storia così recente che mi sembra sospetto l’invecchiare precoce di ogni nostro motto. Conviene tenere qualche dubbio aperto, qualche sguardo più attento, basta anche un pizzico di nostalgia per ricordare quanto abbiamo camminato e quanto (e come e dove) possiamo/vogliamo camminare.

 

 

 

 

M come Madri

 

Fu il ritrovarsi insieme, a giocare la visibilità di storie diverse, a raccontare una presa di coscienza che segnava il tempo breve del diventare adulte dentro il tempo lungo di un mutamento che ci collocava in un crocevia della storia, fu la scoperta di appartenere ad una generazione accomunata dall’età di una sorellanza politica che ci affrancava dagli stereotipi della trasmissione femminile familiare …fu questo ed altro ancora, che si potrebbe minutamente documentare, a farci volgere insieme verso un passato, più sconosciuto del futuro stesso, dal quale volevamo essere state generate.

Non la madre che aveva partorito ognuna, velata e celata dall’ambigua figura che oscillava tra gli altari della religione e quelli della pubblicità, ma per noi, all’inizio, ci furono le madri.

Un plurale inusuale: donne che ci avevano regalato parole per uscire dal silenzio che fasciava i nostri pensieri, deformandoli come i piedi delle nostre coetanee cinesi.

Eravamo sorelle, figlie di una condizione comune, di un sentire che aveva radici vicine, così potenti da generare la nostre madri con la forza del desiderio.

Erano state cancellate dalla storia ma noi potevamo riscriverla: la loro voce, anche lontana, giungeva limpida fino a sovrastare le sbiadite immagini che ci avevano propinato.

Erano le madri di tutte noi e la forza della loro memoria aveva il calore di una prossimità fisica che leniva fatiche e ferite.

Furono incontri decisivi, un varco che non si sarebbe più richiuso.

Su questa strada, così faticosa da risalire all’indietro per i nostri piedi impazienti di futuro, ognuna poi ha dovuto camminare da sola incontro alla propria mamma vera, quella che ci ha tenute in pancia, quella che conosce il tempo di cui non abbiamo memoria, quella che abbiamo amata e detestata, desiderata e rifiutata, accompagnata e allontanata.

Non è stato semplice reinventare quel nome singolare pronunciato nelle prime lallazioni e restituire identità di donna alla mortificazione di un ruolo, ritrovando la storia di una relazione sfaccettata nelle biografie più diverse.

Abbandonate le convinzioni e le convenzioni sociali abbiamo imparato che non basta la potenza del generare e non si è madri se figlie e figli non ci riconoscono tali.

Viviamo ancora il nostro corpo a corpo col passato tra il rigore del riconoscimento e la scoperta della riconoscenza, in un legame con le madri che è insieme esperienza del limite e sapore d’infinito, per questo viviamo l’oggi senza ipoteche per il futuro.

 

 

N come Nascita

 

Nel movimento delle donne l’attenzione al corpo era insieme la filigrana dei discorsi e la promiscuità allegra delle riunioni, ognuna seduta accanto all’altra in una sorta di fervore collettivo sinuoso dei corpi e dei pensieri.

C’era sempre qualche bambino o bambina, dentro e fuori dalla pancia materna, a cui ognuna prestava una distratta attenzione, sufficiente a costruirgli intorno un recinto largo ma sicuro.

La nascita era per noi l’esperienza in fieri o in divenire, evento da riconquistare togliendolo dalle grinfie di un apparato sanitario che ci mortificava

Fu un impegno collettivo, anche per chi tra noi non aveva desiderio di maternità, perché in quell’evento, che ci veniva imposto come destino e governato contro di noi, c’era una radice della nostra identità di genere, una storia da ripensare e un’esperienza da togliere all’afasia nella quale era stata relegata.

E’ stato a quel punto credo che abbiamo cominciato a pensarci come “nate”. Eravamo uscite dal ventre di una donna e quell’esperienza così comune ad ogni essere umano era anche parte della nostra unicità.

Volevamo liberare la nascita dagli orpelli delle prescrizioni sociali e delle aspettative familiari per restituirla al compimento di un’attesa che appartiene solo ai due esseri che condividono il sangue e il respiro, l’uno, l’una, dentro il corpo dell’altra, naviganti verso l’approdo di quel primo abbraccio di cui nessuno deve violare l’intimità.

Si entra nella vita da un’altra vita, una vicinanza che non avremmo mai più vissuto così intimamente e di cui probabilmente serbiamo una memoria che non può trovare le strade della parola.

A nessuno è concesso risalire il tempo verso quell’inizio, ma ogni donna conosce quel luogo perché se lo porta dentro, nel ritmo del sangue mestruale, nelle vibrazioni del corpo che accompagnano per sempre ogni piega dell’anima. Ogni donna ha lo stesso corpo della madre e non ha bisogno di partorire per saperlo, le basta nascere.

Di solito si racconta della nascita il proprio diventare madre: l’esperienza magica del corpo, la pancia gonfia e leggera come un palloncino, la simbiosi dei pensieri in cui si muta quella dei corpi dopo il parto, il trasformarsi delle percezioni, il nuovo linguaggio dei sensi…A me è stato chiesto una volta di raccontare la mia nascita, il mio essere figlia nel momento stesso in cui mia madre mi aveva resa tale.

Non è stato facile ripercorrere il tempo all’indietro con un corpo di colpo troppo grande e una storia già ingombrante.

Ne ho fatto un racconto approssimato, costruito su una critica delle fonti che era insieme consapevolezza della distanza e timore per una vicinanza che forse non volevo rievocare.

Avevo lasciato che il rapporto con mia madre s’incrostasse  dei depositi delle stagioni difficili che segnavano intera la mia età.

Una crosta che aveva guarito molte ferite consentendoci da poco un piccolo territorio solido su cui ci incontravamo nei piccoli gesti e rituali della quotidianità.

L’idea di nascita mi riportava alla me stessa bambina che ricordavo piccolissima e imbronciata nel mondo impenetrabile e spigoloso di adulti e oggetti fuori dalla mia portata, e alla me stessa che non potevo ricordare, fissata nei racconti che ascoltavo con insofferenza, priva di immagini che inverassero quella memoria.

Della mia nascita non esistevano fotografie e i ricordi per me erano concentrati nelle parole di mia madre alle quali facevano da eco consenziente quelle delle zie.

Nell’afa di luglio, che i contadini dicono pesi come piombo sulla pianura della bassa bresciana, in una grande famiglia patriarcale in cui mio padre occupava la scomoda posizione del secondogenito e mia madre scambiava i turni del lavoro nei campi, che non riusciva a sostenere, con la sua capacità di sarta per tutta la famiglia e il vicinato, sono nata come una figlia desiderata e desiderata tanto da affrontare un’operazione chirurgica costosa, a quei tempi, per gente che aveva poco da mangiare, e desiderata femmina per tutte quelle qualità credo che si attribuivano alle femmine (e che io non possiedo).

Nessuno portava le scarpe in quel paese (tranne mia madre che era stata operaia a Milano e sembrava una signora) e le donne sedevano a mangiare fuori dalla porta di casa d’estate, col piatto in mano, perché la tavola era degli uomini, ma io, appena nata, dormivo in una culla di vimini con pizzi d’organza azzurra (gentilmente regalata dalla “padrona” di mia zia materna) e, meraviglia, portavo solo camicino e pannolino secondo le indicazioni della giovane ostetrica che mi aveva fatta nascere e di cui il paese diffidava perché lì i neonati si fasciavano stretti, anche in piena estate, dal collo ai piedi, braccia comprese.

L’intero paese venne, pare, per vedere la culla e la bambina senza fasce e quegli sguardi, di cui non potevo registrare la presenza, si sono fissati nella mia vita ben oltre la mia coscienza.

Dietro il racconto enfatico di mia madre erano tanti i fili da dipanare, aggrovigliati intorno alla mia culla, a cominciare da una povertà collettiva che si soffriva in mille modi e da cui si cercava il riscatto anche attraverso una figlia da “far studiare”.

E lì forse si àncora anche la mia passione per la storia perché in quel cortile polveroso e assolato oggi posso leggere un pezzo di storia del nostro paese: quegli anni ‘50 così difficili per le generazioni che uscivano giovani dalla guerra, con l’unico patrimonio di una vita scampata e tante speranze che non si sarebbero avverate.

Ricollocavo mio padre e mia madre in una storia che li allontanava da me, dall’asprezza dei nostri conflitti “generazionali” e li restituiva ad una sorta di compassione che sentivo come dovere etico, finalmente libera dal bisogno frustrante della condivisione e aperta a tutta la fatica della comprensione.

Pescare nell’autenticità del sentire ma restituirlo ad una narrazione che consentisse il dialogo, con l’altro prima di tutto, l’uomo, che a sua volta raccontava, una storia diversa e analoga, lontano da me nel modo di porsi, prima di tutto rispetto al corpo dal quale eravamo stati partoriti, ma vicino per gli interrogativi che si aprivano sulle nostre vite e nella rete di significati entro cui ci muoviamo.

Guardavamo insieme, e nel cerchio attento di chi era in ricerca con noi, un punto della nostra vita certo e sconosciuto, radice del nostro io presente e cancellato non solo dalla memoria ma forse dalle forme stesse in cui si configura socialmente questa memoria.

Non è stato un racconto facile e non ricordo a che livello di approfondimento fossi esattamente quella sera, ma so che non ho più smesso di avvicinarmi a quel punto focale della mia vita da cui ogni giorno mi allontana.

E forse quell’esperienza mi è cara perché mia madre morì improvvisamente l’anno dopo e il racconto della mia nascita è ormai irripetibile nella sua fonte primaria.

 

 

 

O come oppressione

 

Una parola pesante che si accompagnava alle lotte, alle battaglie, alle rivendicazioni, alle manifestazioni. Una parola a tutto tondo, senza sfumature, che legittimava richieste e proclami, parole dure e ribellioni aspre.

Una parola pulita che separava il mondo con un bel taglio netto e ci collocava nella certezza di un’identità collettiva senza incrinature.

Fu più complicato cominciare a scavare dentro le certezze che ad un’analisi più attenta avevano il sapore acido degli stereotipi sempre in agguato.

“Né puttane, né madonne, ma solo donne” avevamo gridato e questo plurale che ci affrancava finalmente da un’identità compressa e mortificante, restituendoci lo spessore storico delle singole individualità, lacerava anche la categoria compatta dell’oppressione nelle sfaccettature delle diverse responsabilità e condizioni.

Forse complicità era parola troppo pesante per quella deformazione dei pensieri e dei sentimenti che ci costringeva fin da bambine, ma certo molte preferivano la tranquilla acquiescenza di un’identità che forniva molte sicurezze, anche materiali, alla strada incerta che non trovava misura al di fuori di sé.

“La morale dello schiavo” era una definizione un po’ forte, ma efficace, per descrivere atteggiamenti e comportamenti che utilizzavano le parole inventate dal nostro desiderio di libertà per veicolare trasformismi accattivanti, giocati tra seduzione sleale ed emancipazione imitativa.

Paradossalmente sono state proprio loro, le immaginarie donne in carriera che si definiscono nei mestieri e nei ruoli solo al maschile, le donne “arrivate”che sorridono del femminismo con altezzosa supponenza, le donne publicizzate che scelgono il mestiere di moglie e di madre legittimando le discriminazioni sessiste del mercato del lavoro, a confermare che l’oppressione esiste e pesa ancora tanto da favorire i più subdoli adattamenti perché uscirne a testa alta non è certo indolore.

Esiste, eppure sarebbe inesatto definirla tale: troppo sintetica la parola per condizioni e situazioni che abbiamo bisogno ormai di raccontare intere.

Anche noi figlie della complessità dunque, che segnala prima di tutto la diversità dei soggetti, lo sfaccettato caleidoscopio delle biografie che “nel bene e nel male”, come si dice, non possono essere riassunte nel breve suono di una definizione comprensiva di tutto.

Un tutto più complicato, un ennesimo impegno, una rinnovata fatica, alla quale però non possiamo/non vogliamo sottrarci perché ci restituisce, nella feconda possibilità del ripensarci, anche il senso di una storia così come l’abbiamo desiderata, così come l’abbiamo vissuta.

 

 

O come Otto marzo (filastrocca  degli anni degli anni ‘80)

 

Il primo otto marzo è stato,

ricordate,

timido e sfrontato,

la prima volta in piazza

la prima volta insieme

guardate un po’ male dalla gente perbene

non funzionava l’altoparlante….

Il secondo, ricordo, eravamo in tante.

Poi ci fu un otto marzo col sole

uno con la nebbia

unocon tante mimose

uno con tanta rabbia

uno pieno di gente,

inaspettata,

e un film che non funzionava per niente.

Cartelli, libri, pasticcini

poesie vendute insieme a bambole e centrini.

Un otto marzo con tante mostre

uno con tante donne

uno con tanta stanchezza

uno persino con fierezza.

Un otto marzo per scelta

uno per tradizione,

uno perchè si doveva

uno che fu occasione

di nuovi incontri

nuove domande.

L’otto marzo del referendum

dell’attesa

della speranza,

poi l’otto marzo del silenzio

della solitudine

della distanza.

L’otto marzo di una ricomposizione

l’otto marzo della ripresa

ritornare in piazza

ritrovando un’intesa

non sui grandi progetti

e neppure nella sorellanza

ma cercando nel quotidiano

lo spazio per una diversa militanza.

Ottomarzo con poche illusioni

otto marzo della tenacia

otto marzo senza certezze

otto marzo e il rifiuto delle sicurezze.

Otto marzo in una filastrocca

ironia alla buona

ingenua ma non sciocca,

ironia su quelle che siamo state

sui nostri roghi

le nostre ferite

la certezza di mille strade aperte

l’orgoglio del separatismo

l’amarezza senza cinismo.

Uno sguardo disincantato

su di noi e sul mondo

ma l’indulgenza piena

per chi comincia adesso

il girotondo,

la diversità delle nostre scelte

una solidarietà più difficile

accettare le asperità,

una ricerca forse abbozzata

la più grande rivoluzione

è appena cominciata,

noi che ci siamo dentro

abbiamo distrutto la gloria

non possiamo festeggiare

un otto marzo della vittoria,

ci mancano gli eroi,

i capi storici, l’organizzazione,

soprattutto non ci sono subalterni

da mobilitare per l’occasione.

Siamo tutte qui?

neppure una defezione?

Tenacia, fiducia, ricerca, curiosità, attenzione,

voglia di mollare

e…

senza ironia

il nostro saper continuare.

 

 

 

 

 

 

Patriarcato

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Ragazze della Resistenza

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X dei cromosomi

Y Yourcenar

Zanzara

 

 

 

Immaginare... per un lunario dell’Udi

 

A volte abbandono le parole all’inettitudine dei significati che appiattiscono sulla carta, afoni, l’ingombro dei pensieri e seguo i gesti che una memoria remota riaffiora nelle mie mani.

Le stoffe, le carte, tese e sottili, lievitano paesaggi, orizzonti, profili, dove il tempo non possiede i colori della realtà e i pensieri sono ospiti muti.

Il giorno e la notte, l’oggi e il domani, i mesi, le stagioni, il succedersi dei giorni, sono un pre-testo e la memoria si appiglia più facilmente a un arco, un filo, un colore, un geroglifico dell’animo che cela nel suo volteggio lieve il mio segreto.

Un codice arcaico depositato nei luoghi di cui non conservo memoria gioca nell’orizzonte delle mie mani parole che io stessa non riconosco.

Un alfabeto minore, insediato nelle pieghe dei gesti, nell’affaccendarsi del corpo, negli interstizi dei pensieri, allontana le parole consuete e la loro tenace presa sul mondo, accantona la scrittura fitta che mi riempie i quaderni, regalandomi ore svagate a tu per tu con lo stupore delle cose.

Come se la scrittura attraversasse un luogo di me che non consente mediazioni, ci sono giorni stanchi ma luminosi in cui regredisco ai miei collages, ritagli, scampoli, sogni, a una materialità della vita più decifrabile e più discreta.

Un artigianato mite ma non arreso, immagini “buone” per giorni non sempre facili, piccole finestre gentili per case che le donne possano amare.

 

Rosangela Pesenti

 

 

Alle responsabili della sede nazionale dell’Udi

 

 

Carissime

ho visto il calendario Udi ‘96 e  mi trovo nella sgradevole necessità di comunicare i miei sentimenti al riguardo essendo come sapete  “parte in causa”.

Quando Giovanna Crivelli mi ha chiesto di fare le immagini per il suo progetto di calendario ho acconsentito con gratitudine per il riconoscimento ma anche con una certa riluttanza, cosciente sia dei miei limiti di dilettante sia della scarsità della risorsa tempo a mia disposizione.

Rassicurata dal fatto che Giovanna mi chiedeva di utilizzare immagini che già avevo realizzato, e che lei conosceva, ho potuto con un certo agio e piacere dedicarmi alle tre che mancavano per completare la serie dei mesi.

All’inizio di maggio mi è stato comunicato che il gruppo calendario riteneva che quattro delle immagini originarie non fossero coerenti con le altre dal punto di vista delle forme e dei materiali utilizzati.

Dopo uno scambio di idee con Giovanna e Liviana, durante il quale è stata vagliata anche la possibilità di utilizzare i particolari di alcune immagini per completare i mesi, ho accettato la richiesta di presentare dodici collages di carta che costituissero un percorso che si snodasse di mese in mese in modo coerente nelle forme e nei colori e a questo percorso ho lavorato con entusiasmo nonostante i tempi estremamente stretti e poco compatibili con i miei impegni di lavoro.

Quando in fase di realizzazione del calendario Giovanna Crivelli mi ha comunicato di non potersi occupare delle immagini e di aver delegato Liviana la quale mi chiedeva di poter scegliere liberamente tra l’immagine intera e i particolari non ho potuto che acconsentire contando sulla competenza e il senso della misura di entrambe.

Ho atteso fiduciosa la stampa del calendario ma certo non mi aspettavo che oltre ad un errore nel testo scritto (che ho mandato corretto per fax ben tre volte) le immagini fossero state a tal punto tagliate alcune, eliminate altre, spostate di mese e addirittura capovolte da rendermele estranee.

Ho riflettuto a lungo prima di scrivere perché, come si dice, con quel che succede al mondo questa è proprio una banalità ma i sentimenti, che sono poi il nostro modo più autentico di stare nel mondo, sono incoercibili e certamente sarebbero diversi e non avrei nulla da recriminare se, come è accaduto per il precedente calendario del       , fossero stati utilizzati lavori che avevo già pronti e non mi fossero state chieste immagini originali.

Forse la mia amarezza è eccessiva ma non vorrei che questo calendario rimanesse, come mi appare in questo momento, un’inquietante metafora del mio stare nell’Udi.

Sono convinta che non ci siano particolari responsabilità se non un concorso di sfortunate coincidenze e difficoltà personali indipendenti dalla volontà di ognuna perché Giovanna non ha trovato il modo di seguire di persona il calendario e Liviana si è trovata a dover fare un calendario che non aveva progettato direttamente in tempi troppo stretti ma non essendo certamente neppure mia la responsabilità dell’accaduto (avendo chiarito fin dall’inizio che non mi autoproponevo per fare il calendario ma accettavo solo di fornire le immagini a certe condizioni) con questa lettera sento di poter dimenticare il danno e di evitare però che vi si aggiunga, con il silenzio, anche la beffa.

Affettuosamente.

SCELTE

 

Difficili mi viene da dire subito, e sempre, per le donne. Come se la vita avesse plasmato nei pensieri dei solchi rigidi, e le parole fossero un calco che li cattura prima che noi possiamo decidere cosa o almeno come pronunciarli.

Difficili o no infatti le scelte appartengono all’area della possibilità: se dovessi dare una collocazione storica all'abbinamento semantico che mi si è presentato come naturale direi che la mia generazione ha dovuto affrontare molte scelte difficili, in continuità con quelle precedenti e probabilmente con quelle successive, ma in una specie di percorso progressivo che ha visto gli orizzonti allargarsi e le possibilità e le scelte farsi meno faticose.

Se conserviamo memoria di un tempo, diversificato nelle vicende biografiche individuali, ma certamente ancora collocato in questo secolo, in cui per le donne non c’erano scelte, possiamo vedere con piacere le giovani che ci crescono accanto calpestare le nostre orme e confonderle con passi più decisi e sicuri, ma anche più leggeri.

Ho bisogno di collocarmi nella storia, la mia e la nostra e di portarla con me nella valigia quotidiana in cui si arruffano più cose e vicende di quelle che potrei mai narrare.

Difficili per definizione quindi, le scelte, perché implicano sempre un impegno, una responsabilità di sé, una capacità di prendersi cura di un passaggio, di varcare una soglia, attraversare un tempo, un luogo, una relazione: si gioca tra consapevolezza del limite e desiderio di alterità, tra ciò che abbiamo imparato e un orizzonte sconosciuto.

Ma che cosa scegliamo davvero? La parola scelta infarcisce i nostri discorsi con un’enfasi che tradisce forse la nostra incapacità di misurarci davvero con il suono breve e piano di di questa parola.

Non ho scelto di nascere, non ho scelto i miei genitori, né il luogo in cui venire al mondo e crescere, né la lingua in cui pensare, né gli dei in cui credere, non ho scelto di chi innamorarmi e nemmeno i figli, credo, perché era così forte il desiderio di maternità da prevaricare la mia stessa volontà.

Non ho scelto il mio viso (anche se i segni del tempo lo rendono più simile a me), il mio colore, il primo orizzonte dei miei sguardi, il timbro della mia voce…

Se scaviamo a fondo nelle parole rischiano di ridursi a sabbia fine, sono i fragili castelli con cui cerchiamo di conquistare la realtà, e i significati sono insieme l’anello d’acqua che protegge il maniero e l’umidità che ne sgretola le fondamenta.

La parola scelta ha il sapore della libertà ma anche il retrogusto stantio di crocevia tra percorsi obbligati, senza cartelli chiari per chi non conosce appieno i codici adulti.

La scelta infatti è una parola adulta, di chi può agire con mappe minuziose e una bussola sicura, regalata a chi comincia il cammino è come una mela avvelenata che alletta con strade senza ritorno.

Dovremmo garantire, più che dire, a ragazze e ragazzi, che alla loro età si deve poter tornare sui propri passi e pensieri, senza nascondere che tutto resta comunque nel contachilometri dell’anima.

Mi muove, questa parola, una preoccupazione per i figli e le figlie, più che una riflessione sulla mia vita. Siamo fino alla fine in mezzo al guado e se poche restano le scelte, ora che vediamo con chiarezza i binari obbligati, restano comunque molte e diverse le narrazioni possibili di noi.

Perché questa davvero mi sembra, in questo momento della mia storia, l’unica scelta a misura delle mie possibilità: dare un senso a ciò che accade, un significato all’accaduto.

Non so se è molto o poco, ma mi appartiene questo disincantato viaggio verso il futuro, questo piccolo bagaglio che mi porto ogni giorno, questo conservare e abbandonare, risistemare, ricucire, riciclare, questo buttare con o senza rimpianti, riordinare per amore o per necessità, questo continuo camminare riempiendo valige che subito lascio per zaini più leggeri.

Non so se questo appartiene alle grandi scelte o a quel tessuto di continue decisioni quotidiane con cui curo la vita dentro e intorno a me.

Non registro il tempo repentino delle scelte ma quello lento dei mutamenti, e il ricordare si impasta tra gesti e memorie con gli ingredienti dell’oggi e lievita pensieri che prevaricano le piane scelte delle mie mani.

Perfino il vivere non so se sia consapevole scelta, placida abitudine, inesorabile adattamento o inarrestabile avventura.

 

 

 

Cara Monica

Ho ricevuto finalmente tutti i tuoi messaggi. Purtroppo ho avuto problemi con il computer (che viene utilizzato prevalentemente dai miei figli con le conseguenze che ti lascio immaginare) ma soprattutto ho lavorato da settembre a ritmi spaventosi tanto da non accorgermi del trascorrere del tempo che ormai misuro solo a scadenze.

Inoltre non ho più ricevuto nessun numero di Marea dopo il primo perciò mi sono adagiata nell’idea che forse avevate programmi diversi.

Non riesco a mandarti immediatamente le cose che mi hai chiesto perché sto partendo per un convegno.

Mi sarebbe possibile per la fine di novembre perché torno venerdì.

Il vocabolario devo “solo” trovare il tempo di trascriverlo in computer mentre il pezzo su SCELTE potrei scriverlo al convegno stesso.

Fammi sapere: mio figlio ha promesso di mandarmi di telefonarmi tutti i messaggi che arrivano.

Approfitto per dirti, anche se molto, molto in ritardo, che mi hanno commossa le parole che hai usato per presentare il mio libro.

Grazie e scusami per questi disguidi ma per ora faccio una vita che non potrei nemmeno de-scrivere.

A presto

Rosangela

 

 

M come Madri

 

Fu il ritrovarsi insieme, a giocare la visibilità di storie diverse, a raccontare una presa di coscienza che segnava il tempo breve del diventare adulte dentro il tempo lungo di un mutamento che ci collocava in un crocevia della storia, fu la scoperta di appartenere ad una generazione accomunata dall’età di una sorellanza politica che ci affrancava dagli stereotipi della trasmissione femminile familiare …fu questo ed altro ancora, che si potrebbe minutamente documentare, a farci volgere insieme verso un passato, più sconosciuto del futuro stesso, dal quale volevamo essere state generate.

Non la madre che aveva partorito ognuna, velata e celata dall’ambigua figura che oscillava tra gli altari della religione e quelli della pubblicità, ma per noi, all’inizio, ci furono le madri.

Un plurale inusuale: donne che ci avevano regalato parole per uscire dal silenzio che fasciava i nostri pensieri, deformandoli come i piedi delle nostre coetanee cinesi.

Eravamo sorelle, figlie di una condizione comune, di un sentire che aveva radici vicine, così potenti da generare la nostre madri con la forza del desiderio.

Erano state cancellate dalla storia ma noi potevamo riscriverla: la loro voce, anche lontana, giungeva limpida fino a sovrastare le sbiadite immagini che ci avevano propinato.

Erano le madri di tutte noi e la forza della loro memoria aveva il calore di una prossimità fisica che leniva fatiche e ferite.

Furono incontri decisivi, un varco che non si sarebbe più richiuso.

Su questa strada, così faticosa da risalire all’indietro per i nostri piedi impazienti di futuro, ognuna poi ha dovuto camminare da sola incontro alla propria mamma vera, quella che ci ha tenute in pancia, quella che conosce il tempo di cui non abbiamo memoria, quella che abbiamo amata e detestata, desiderata e rifiutata, accompagnata e allontanata.

Non è stato semplice reinventare quel nome singolare pronunciato nelle prime lallazioni e restituire identità di donna alla mortificazione di un ruolo, ritrovando la storia di una relazione sfaccettata nelle biografie più diverse.

Abbandonate le convinzioni e le convenzioni sociali abbiamo imparato che non basta la potenza del generare e non si è madri se figlie e figli non ci riconoscono tali.

Viviamo ancora il nostro corpo a corpo col passato tra il rigore del riconoscimento e la scoperta della riconoscenza, in un legame con le madri che è insieme esperienza del limite e sapore d’infinito, per questo viviamo l’oggi senza ipoteche per il futuro.

 

 

N come Nascita

 

Nel movimento delle donne l’attenzione al corpo era insieme la filigrana dei discorsi e la promiscuità allegra delle riunioni, ognuna seduta accanto all’altra in una sorta di fervore collettivo sinuoso dei corpi e dei pensieri.

C’era sempre qualche bambino o bambina, dentro e fuori dalla pancia materna, a cui ognuna prestava una distratta attenzione, sufficiente a costruirgli intorno un recinto largo ma sicuro.

La nascita era per noi l’esperienza in fieri o in divenire, evento da riconquistare togliendolo dalle grinfie di un apparato sanitario che ci mortificava

Fu un impegno collettivo, anche per chi tra noi non aveva desiderio di maternità, perché in quell’evento, che ci veniva imposto come destino e governato contro di noi, c’era una radice della nostra identità di genere, una storia da ripensare e un’esperienza da togliere all’afasia nella quale era stata relegata.

E’ stato a quel punto credo che abbiamo cominciato a pensarci come “nate”. Eravamo uscite dal ventre di una donna e quell’esperienza così comune ad ogni essere umano era anche parte della nostra unicità.

Volevamo liberare la nascita dagli orpelli delle prescrizioni sociali e delle aspettative familiari per restituirla al compimento di un’attesa che appartiene solo ai due esseri che condividono il sangue e il respiro, l’uno, l’una, dentro il corpo dell’altra, naviganti verso l’approdo di quel primo abbraccio di cui nessuno deve violare l’intimità.

Si entra nella vita da un’altra vita, una vicinanza che non avremmo mai più vissuto così intimamente e di cui probabilmente serbiamo una memoria che non può trovare le strade della parola.

A nessuno è concesso risalire il tempo verso quell’inizio, ma ogni donna conosce quel luogo perché se lo porta dentro, nel ritmo del sangue mestruale, nelle vibrazioni del corpo che accompagnano per sempre ogni piega dell’anima. Ogni donna ha lo stesso corpo della madre e non ha bisogno di partorire per saperlo, le basta nascere.

Di solito si racconta della nascita il proprio diventare madre: l’esperienza magica del corpo, la pancia gonfia e leggera come un palloncino, la simbiosi dei pensieri in cui si muta quella dei corpi dopo il parto, il trasformarsi delle percezioni, il nuovo linguaggio dei sensi…A me è stato chiesto una volta di raccontare la mia nascita, il mio essere figlia nel momento stesso in cui mia madre mi aveva resa tale.

Non è stato facile ripercorrere il tempo all’indietro con un corpo di colpo troppo grande e una storia già ingombrante.

Ne ho fatto un racconto approssimato, costruito su una critica delle fonti che era insieme consapevolezza della distanza e timore per una vicinanza che forse non volevo rievocare.

Avevo lasciato che il rapporto con mia madre s’incrostasse  dei depositi delle stagioni difficili che segnavano intera la mia età.

Una crosta che aveva guarito molte ferite consentendoci da poco un piccolo territorio solido su cui ci incontravamo nei piccoli gesti e rituali della quotidianità.

L’idea di nascita mi riportava alla me stessa bambina che ricordavo piccolissima e imbronciata nel mondo impenetrabile e spigoloso di adulti e oggetti fuori dalla mia portata, e alla me stessa che non potevo ricordare, fissata nei racconti che ascoltavo con insofferenza, priva di immagini che inverassero quella memoria.

Della mia nascita non esistevano fotografie e i ricordi per me erano concentrati nelle parole di mia madre alle quali facevano da eco consenziente quelle delle zie.

Nell’afa di luglio, che i contadini dicono pesi come piombo sulla pianura della bassa bresciana, in una grande famiglia patriarcale in cui mio padre occupava la scomoda posizione del secondogenito e mia madre scambiava i turni del lavoro nei campi, che non riusciva a sostenere, con la sua capacità di sarta per tutta la famiglia e il vicinato, sono nata come una figlia desiderata e desiderata tanto da affrontare un’operazione chirurgica costosa, a quei tempi, per gente che aveva poco da mangiare, e desiderata femmina per tutte quelle qualità credo che si attribuivano alle femmine (e che io non possiedo).

Nessuno portava le scarpe in quel paese (tranne mia madre che era stata operaia a Milano e sembrava una signora) e le donne sedevano a mangiare fuori dalla porta di casa d’estate, col piatto in mano, perché la tavola era degli uomini, ma io, appena nata, dormivo in una culla di vimini con pizzi d’organza azzurra (gentilmente regalata dalla “padrona” di mia zia materna) e, meraviglia, portavo solo camicino e pannolino secondo le indicazioni della giovane ostetrica che mi aveva fatta nascere e di cui il paese diffidava perché lì i neonati si fasciavano stretti, anche in piena estate, dal collo ai piedi, braccia comprese.

L’intero paese venne, pare, per vedere la culla e la bambina senza fasce e quegli sguardi, di cui non potevo registrare la presenza, si sono fissati nella mia vita ben oltre la mia coscienza.

Dietro il racconto enfatico di mia madre erano tanti i fili da dipanare, aggrovigliati intorno alla mia culla, a cominciare da una povertà collettiva che si soffriva in mille modi e da cui si cercava il riscatto anche attraverso una figlia da “far studiare”.

E lì forse si àncora anche la mia passione per la storia perché in quel cortile polveroso e assolato oggi posso leggere un pezzo di storia del nostro paese: quegli anni ‘50 così difficili per le generazioni che uscivano giovani dalla guerra, con l’unico patrimonio di una vita scampata e tante speranze che non si sarebbero avverate.

Ricollocavo mio padre e mia madre in una storia che li allontanava da me, dall’asprezza dei nostri conflitti “generazionali” e li restituiva ad una sorta di compassione che sentivo come dovere etico, finalmente libera dal bisogno frustrante della condivisione e aperta a tutta la fatica della comprensione.

Pescare nell’autenticità del sentire ma restituirlo ad una narrazione che consentisse il dialogo, con l’altro prima di tutto, l’uomo, che a sua volta raccontava, una storia diversa e analoga, lontano da me nel modo di porsi, prima di tutto rispetto al corpo dal quale eravamo stati partoriti, ma vicino per gli interrogativi che si aprivano sulle nostre vite e nella rete di significati entro cui ci muoviamo.

Guardavamo insieme, e nel cerchio attento di chi era in ricerca con noi, un punto della nostra vita certo e sconosciuto, radice del nostro io presente e cancellato non solo dalla memoria ma forse dalle forme stesse in cui si configura socialmente questa memoria.

Non è stato un racconto facile e non ricordo a che livello di approfondimento fossi esattamente quella sera, ma so che non ho più smesso di avvicinarmi a quel punto focale della mia vita da cui ogni giorno mi allontana.

E forse quell’esperienza mi è cara perché mia madre morì improvvisamente l’anno dopo e il racconto della mia nascita è ormai irripetibile nella sua fonte primaria.

 

 

 

O come oppressione

 

Una parola pesante che si accompagnava alle lotte, alle battaglie, alle rivendicazioni, alle manifestazioni. Una parola a tutto tondo, senza sfumature, che legittimava richieste e proclami, parole dure e ribellioni aspre.

Una parola pulita che separava il mondo con un bel taglio netto e ci collocava nella certezza di un’identità collettiva senza incrinature.

Fu più complicato cominciare a scavare dentro le certezze che ad un’analisi più attenta avevano il sapore acido degli stereotipi sempre in agguato.

“Né puttane, né madonne, ma solo donne” avevamo gridato e questo plurale che ci affrancava finalmente da un’identità compressa e mortificante, restituendoci lo spessore storico delle singole individualità, lacerava anche la categoria compatta dell’oppressione nelle sfaccettature delle diverse responsabilità e condizioni.

Forse complicità era parola troppo pesante per quella deformazione dei pensieri e dei sentimenti che ci costringeva fin da bambine, ma certo molte preferivano la tranquilla acquiescenza di un’identità che forniva molte sicurezze, anche materiali, alla strada incerta che non trovava misura al di fuori di sé.

“La morale dello schiavo” era una definizione un po’ forte, ma efficace, per descrivere atteggiamenti e comportamenti che utilizzavano le parole inventate dal nostro desiderio di libertà per veicolare trasformismi accattivanti, giocati tra seduzione sleale ed emancipazione imitativa.

Paradossalmente sono state proprio loro, le immaginarie donne in carriera che si definiscono nei mestieri e nei ruoli solo al maschile, le donne “arrivate”che sorridono del femminismo con altezzosa supponenza, le donne publicizzate che scelgono il mestiere di moglie e di madre legittimando le discriminazioni sessiste del mercato del lavoro, a confermare che l’oppressione esiste e pesa ancora tanto da favorire i più subdoli adattamenti perché uscirne a testa alta non è certo indolore.

Esiste, eppure sarebbe inesatto definirla tale: troppo sintetica la parola per condizioni e situazioni che abbiamo bisogno ormai di raccontare intere.

Anche noi figlie della complessità dunque, che segnala prima di tutto la diversità dei soggetti, lo sfaccettato caleidoscopio delle biografie che “nel bene e nel male”, come si dice, non possono essere riassunte nel breve suono di una definizione comprensiva di tutto.

Un tutto più complicato, un ennesimo impegno, una rinnovata fatica, alla quale però non possiamo/non vogliamo sottrarci perché ci restituisce, nella feconda possibilità del ripensarci, anche il senso di una storia così come l’abbiamo desiderata, così come l’abbiamo vissuta.

 

 

O come Otto marzo (filastrocca  degli anni degli anni ‘80)

 

Il primo otto marzo è stato,

ricordate,

timido e sfrontato,

la prima volta in piazza

la prima volta insieme

guardate un po’ male dalla gente perbene

non funzionava l’altoparlante….

Il secondo, ricordo, eravamo in tante.

Poi ci fu un otto marzo col sole

uno con la nebbia

unocon tante mimose

uno con tanta rabbia

uno pieno di gente,

inaspettata,

e un film che non funzionava per niente.

Cartelli, libri, pasticcini

poesie vendute insieme a bambole e centrini.

Un otto marzo con tante mostre

uno con tante donne

uno con tanta stanchezza

uno persino con fierezza.

Un otto marzo per scelta

uno per tradizione,

uno perchè si doveva

uno che fu occasione

di nuovi incontri

nuove domande.

L’otto marzo del referendum

dell’attesa

della speranza,

poi l’otto marzo del silenzio

della solitudine

della distanza.

L’otto marzo di una ricomposizione

l’otto marzo della ripresa

ritornare in piazza

ritrovando un’intesa

non sui grandi progetti

e neppure nella sorellanza

ma cercando nel quotidiano

lo spazio per una diversa militanza.

Ottomarzo con poche illusioni

otto marzo della tenacia

otto marzo senza certezze

otto marzo e il rifiuto delle sicurezze.

Otto marzo in una filastrocca

ironia alla buona

ingenua ma non sciocca,

ironia su quelle che siamo state

sui nostri roghi

le nostre ferite

la certezza di mille strade aperte

l’orgoglio del separatismo

l’amarezza senza cinismo.

Uno sguardo disincantato

su di noi e sul mondo

ma l’indulgenza piena

per chi comincia adesso

il girotondo,

la diversità delle nostre scelte

una solidarietà più difficile

accettare le asperità,

una ricerca forse abbozzata

la più grande rivoluzione

è appena cominciata,

noi che ci siamo dentro

abbiamo distrutto la gloria

non possiamo festeggiare

un otto marzo della vittoria,

ci mancano gli eroi,

i capi storici, l’organizzazione,

soprattutto non ci sono subalterni

da mobilitare per l’occasione.

Siamo tutte qui?

neppure una defezione?

Tenacia, fiducia, ricerca, curiosità, attenzione,

voglia di mollare

e…

senza ironia

il nostro saper continuare.

 

 

 

 

SCELTE

 

Difficili mi viene da dire subito, e sempre, per le donne. Come se la vita avesse plasmato nei pensieri dei solchi rigidi, e le parole fossero un calco che li cattura prima che noi possiamo decidere cosa o almeno come pronunciarli.

Difficili o no infatti le scelte appartengono all’area della possibilità: se dovessi dare una collocazione storica all'abbinamento semantico che mi si è presentato come naturale direi che la mia generazione ha dovuto affrontare molte scelte difficili, in continuità con quelle precedenti e probabilmente con quelle successive, ma in una specie di percorso progressivo che ha visto gli orizzonti allargarsi e le possibilità e le scelte farsi meno faticose.

Se conserviamo memoria di un tempo, diversificato nelle vicende biografiche individuali, ma certamente ancora collocato in questo secolo, in cui per le donne non c’erano scelte, possiamo vedere con piacere le giovani che ci crescono accanto calpestare le nostre orme e confonderle con passi più decisi e sicuri, ma anche più leggeri.

Ho bisogno di collocarmi nella storia, la mia e la nostra e di portarla con me nella valigia quotidiana in cui si arruffano più cose e vicende di quelle che potrei mai narrare.

Difficili per definizione quindi, le scelte, perché implicano sempre un impegno, una responsabilità di sé, una capacità di prendersi cura di un passaggio, di varcare una soglia, attraversare un tempo, un luogo, una relazione: si gioca tra consapevolezza del limite e desiderio di alterità, tra ciò che abbiamo imparato e un orizzonte sconosciuto.

Ma che cosa scegliamo davvero? La parola scelta infarcisce i nostri discorsi con un’enfasi che tradisce forse la nostra incapacità di misurarci davvero con il suono breve e piano di di questa parola.

Non ho scelto di nascere, non ho scelto i miei genitori, né il luogo in cui venire al mondo e crescere, né la lingua in cui pensare, né gli dei in cui credere, non ho scelto di chi innamorarmi e nemmeno i figli, credo, perché era così forte il desiderio di maternità da prevaricare la mia stessa volontà.

Non ho scelto il mio viso (anche se i segni del tempo lo rendono più simile a me), il mio colore, il primo orizzonte dei miei sguardi, il timbro della mia voce…

Se scaviamo a fondo nelle parole rischiano di ridursi a sabbia fine, sono i fragili castelli con cui cerchiamo di conquistare la realtà, e i significati sono insieme l’anello d’acqua che protegge il maniero e l’umidità che ne sgretola le fondamenta.

La parola scelta ha il sapore della libertà ma anche il retrogusto stantio di crocevia tra percorsi obbligati, senza cartelli chiari per chi non conosce appieno i codici adulti.

La scelta infatti è una parola adulta, di chi può agire con mappe minuziose e una bussola sicura, regalata a chi comincia il cammino è come una mela avvelenata che alletta con strade senza ritorno.

Dovremmo garantire, più che dire, a ragazze e ragazzi, che alla loro età si deve poter tornare sui propri passi e pensieri, senza nascondere che tutto resta comunque nel contachilometri dell’anima.

Mi muove, questa parola, una preoccupazione per i figli e le figlie, più che una riflessione sulla mia vita. Siamo fino alla fine in mezzo al guado e se poche restano le scelte, ora che vediamo con chiarezza i binari obbligati, restano comunque molte e diverse le narrazioni possibili di noi.

Perché questa davvero mi sembra, in questo momento della mia storia, l’unica scelta a misura delle mie possibilità: dare un senso a ciò che accade, un significato all’accaduto.

Non so se è molto o poco, ma mi appartiene questo disincantato viaggio verso il futuro, questo piccolo bagaglio che mi porto ogni giorno, questo conservare e abbandonare, risistemare, ricucire, riciclare, questo buttare con o senza rimpianti, riordinare per amore o per necessità, questo continuo camminare riempiendo valige che subito lascio per zaini più leggeri.

Non so se questo appartiene alle grandi scelte o a quel tessuto di continue decisioni quotidiane con cui curo la vita dentro e intorno a me.

Non registro il tempo repentino delle scelte ma quello lento dei mutamenti, e il ricordare si impasta tra gesti e memorie con gli ingredienti dell’oggi e lievita pensieri che prevaricano le piane scelte delle mie mani.

Perfino il vivere non so se sia consapevole scelta, placida abitudine, inesorabile adattamento o inarrestabile avventura.

 

 

 

 

 

Cara Monica

Sono riuscita finalmente a catturare il tuo messaggio, ho avvisato Lidia e ti mando il secondo blocco del vocabolario (che non ricordo a quale lettera era fermo).

Comunque con questo siamo a metà perciò la seconda parte, che penso di spedirti entro giugno, può essere divisa negli ultimi due numeri.

Un abbraccio e complimenti per la rivista che è davvero molto piacevole.

 

Rosangela Pesenti

 

E-mail di Lidia Menapace:     Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 


F come FEMMINISMO

 

Se attribuito alle donne era quello “esasperato”, se al periodo storico, i famigerati “anni settanta”, è finito; le giovani ne prendono le dovute distanze dicendo “io non sono femminista ma...”, le meno giovani modificano il verbo: “mai stata...” e su tutti i possibili discorsi campeggiano giganteschi i fantasmi di chissà quali virago che volevano eliminare gli uomini (forse ingoiandoli) in un passato prossimo che appare oscuro e remoto come la stregoneria, esorcizzato per fortuna dai “tailleurini” per bene degli anni ‘80 e dal sano rampantismo (maschile e imitabile) degli anni ‘90.

Che l’astio culturale e la vendetta politica sulle donne siano stati così tenacemente perseguiti per quel nostro ironico “tremate, tremate...” la dice lunga sulla millenaria coda di paglia che qualcuno si portava appresso.

Che zoccoli, scialli e fiori, ancora più innocenti, siano stati così accuratamente censurati o fagocitati la dice ancora più lunga sui timori che suscitavano i corpi femminili liberi dai mille lacci, materiali e simbolici, come si usa dire, degli sguardi maschili.

Quel coraggio di “sputare su Hegel”*, che ancora non si insegna nelle nostre scuole, ha fatto paura perché non chiedeva vendicative rese dei conti alla storia ma ne riempiva la scena con la vitalità personale e collettiva di un soggetto che dichiarava la propria origine e i propri limiti e per questo sapeva guardare il futuro.

Lungi dal voler restituire schiavitù per schiavitù è stato il “Vai pure”* a far più paura di qualsiasi sfida, perché la libertà aveva finalmente il sapore denso e pregno delle parole di una storia, quella delle donne, che poteva ironizzare bonaria sull’onnipotenza delirante di chi sapeva innalzare monumenti ma non trovare da solo la biancheria nei cassetti.

Parola politica impastata da quasi duecento anni nei ritmi anomali di una cittadinanza che non sa ancora assumerne il patrimonio fecondo, viene raramente affrontata nel suo concreto storico sviluppo ma ribolle nell’immaginario collettivo catalizzando secoli di stereotipi sul femminile.

Parola consumata con sufficienza, benevolenza, acredine, sarcasmo, rinasce nel garbo sicuro, nell’ironia lieve delle donne che non temono l’usura del tempo perché conoscono l’arte della tessitura.

La modestia delle righe mi consente poche battute perché il tema, immodesto per definizione, richiederebbe una ben più seria e importante occasione.

Comunque per non chiudere frettolosamente su una storia a cui appartengo per età e su una parola che rifugge dalla naftalina delle nostalgie propongo qualche patto solenne e un po’ minaccioso tra femministe non pentite e giovani curiose.

 

Nota: “Sputiamo su Hegel” di Carla Lonzi  ed.- Scritti di Rivolta femminile

“Vai pure”                 di Carla Lonzi  ed - Scritti di Rivolta femminile

 

 

 

G come GEA - TERRA

 

Ricordo che dal mio angolo della casa in cui stavo appollaiata, bambina, trincerandomi dietro libri e scartoffie (e bambole), guardavo con sufficienza le pratiche domestiche delle donne della mia famiglia che spiavano e assecondavano i ritmi delle stagioni.

Guardavo con sufficienza insofferente io che, avevo già deciso, volevo solo studiare e nient’altro.

Dalle scartoffie che ingombrano, oggi, la mia scrivania, la mia stanza e la mia anima io mi sottraggo al primo temporale per “mettere all’acqua” le piante di casa, come faceva mia nonna.

Gli stessi gesti precisi e veloci ma poi io, inguaribile svagata, resto lì incantata a seguire i pois d’acqua punteggiare di scuro la terra, lucidare le foglie, sospendere sui fili d’erba piccole gocce perlate.

Resto lì ad annusare l’odore denso di terra che mi porta una primavera nuova e mi lascio bagnare, talvolta, rinnegando l’età dell’ombrello.

Gea - Terra: chi l’ha chiamata madre l’ha incatenata a quel ruolo di fruttifera oblatività che ha finito col deturparne il profilo, ma nel verde nuovo che un temporale di primavera infrange nei miei occhi la terra non è una madre, è una donna.

Ragazza fragile e ingorda, trasognata e decisa, coi piedi nudi nell’erba ancora rada e la testa bagnata di rugiada, rabbrividisce appena nell’incanto biancorosalilla delle fioriture.

Questa donna sa quando dare e quando togliere, gode del suo tempo fecondo e non teme la nudità del corpo di vecchia che scarno e altero si offre nel bianco preludio della morte invernale.

E’ una donna di pianura questa Gea che conosco: s’abbandona alla passione bruciante dell’afa estiva e s’intride senza ritegno di temporali come si gualcisce d’acqua il rosso vivo dei papaveri; sottile e tenace, generosa e acerba, s’impigrisce al carico dolce degli alberi estivi e spazza brusca e ridente le strade dell’autunno.

Se metafora vivente, è una donna la terra: Gea, che ci genera, ci cresce e ci abbandona perché impariamo, adulte e adulti, a generare, crescere e abbandonare.

 

 

 

G come GENERE

 

Se di vocabolario si tratta e cioè di quell’elenco minimo di parole, magari ancora ostiche nella parlata corrente ma sedimentate dalla storia nel tessuto delle relazioni che hanno definito il terreno d’indagine, non posso glissare sulla parola “genere”.

Di uso corrente nello studio della grammatica, salvo poi sancire una cancellazione del femminile che ancora permane nello snobismo di definizioni e luoghi ai quali solo il maschile (o la sua piatta imitazione) è ammesso, diventa una categoria poco applicata alle discipline, tutte cresciute sullo sfondo di un neutro, maschio, imperante e imperialista, nella cultura come nei rapporti sociali.

Confuso con il sesso d’appartenenza il genere fa parte di quelle certezze su cui non appare necessario interrogarsi, forse perché, radicate sotto la soglia della coscienza, sostengono tutte le impalcature che abitiamo e quando vacillano producono terremoti.

E’ la definizione del genere infatti che per prima ha vacillato quando, perfino senza nominarlo, le donne hanno rivendicato la propria appartenenza come dato originario e non frutto di una costola maschile.

Appartenenza di genere, si usa dire, ma non si tratta dell’adesione a un modello quanto della rivalutazione di una storia di cui abbiamo riportato alla luce prima di tutto proprio le trasgressioni dal modello sociale vincolato al genere.

Perché se maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa, dentro i codici, le culture, i ruoli che di volta in volta ogni società modella in modo diverso ridefinendo, attraverso il rapporto tra i due generi, i caratteri fondamentali della sua identità, dalla dimensione dei rapporti individuali più intimi alla distribuzione delle risorse nel complesso rapporto tra economia della produzione ed economia della riproduzione, centrale per la vita sul pianeta.

E interrogarsi sulle modalità storicamente attuali di quello scarto, imprescindibile per ognuno e ognuna, tra il nascere e il divenire,  ha significato per le donne non solo trovare parole e gesti per definire il sé e il suo rapporto col mondo ma ripensare la tradizione e la trasmissione (e trasgressione, e tradimento…) per offrire alle giovani generazioni un tessuto di relazioni sociali comprensibile e agibile con sempre maggiore libertà.

Oggi tutti gli interrogativi sono aperti perché tutti i vincoli sono stati messi in discussione e molte barriere definitivamente abbattute: interrogandosi sul genere ognuna di noi ha fatto i conti con la propria storia ed ha cominciato ad elaborare i propri desideri; raggiunta l’emancipazione, la domanda “cosa vuole una donna ?” ha ormai una dimensione collettiva che investe direttamente ogni cultura d’appartenenza fino a quella grande e comune chiamata umanità.

Non a caso lo scontro a livello sociale e politico implode sempre, tra i generi, sul “generare”.

Quando qualcuno chiede alle donne di adottare embrioni, spaventato da un gioco che non sa più governare, propone l’immagine di un femminile come maternità ipertrofica, grembo potente cui affidare, per destino, l’oscuro dosaggio della vita e della morte.

Proprio in questa inquietante vicenda la definizione di genere mostra le sfilacciature di una costruzione sociale a cui molte donne prima di tutti, ma ormai anche molti uomini, vogliono sottrarsi.

Non sono certa che la meta sia per tutte e tutti diventare cyborg, mi basta trovare compagnia per un viaggio che ci allontani dai miti rapaci dell’onnipotenza, di qualsiasi genere sia.

 

H come Handicap

 

Una lettera che non esiste come iniziale di parola nell’alfabeto italiano, “fatina muta” spiegava la maestra alle elementari, che con la sua presenza cambia i significati, definisce i suoni, separa la lingua parlata da quella scritta.

Nell’uso comune ormai H sta per handicap, lettera e categoria unite dal comune destino dell’invisibilità.

Cosa c’entra con il femminismo? E’ il terzo sesso, come ironicamente osserva Miriam Massari, ben visibile nei bagni pubblici che rispettano la legge sulle barriere architettoniche: maschi, femmine e handicappati.

Perché gli attributi del genere, vistosamente enfatizzati nella comunicazione dei media, vengono vistosamente sottaciuti per alcune categorie di individui e individue, per quella componente sessuale che nella volgarità contemporanea è indissolubilmente legata alla bellezza e alla salute.

Quella perfezione plastificata che ci inchioda agli stereotipi più antiquati del genere mortificando le individualità diventa così ideologia discriminatoria che precipita nel ridicolo ogni velleità di “buona” parola o azione.

Loro invece vengono inchiodati/e all’handicap: non sono mai un uomo, una donna, un bambino, una bambina, ma sono la cecità, la sordità, la sclerosi multipla.

Nelle pubblicità ci vengono presentati i bambini perché in questo caso è più comoda quella indistinzione sessuale propria dell’età che viene elusa per i cosiddetti “normali”, ridotti precocemente a scimmiottare Rambo e Barbie nell’universo artificiale dei consumi dove il corpo è prima di tutto merce.

Eppure lì dove il corpo sperimenta il limite, lo scarto, il dolore possiamo riscoprire la comune appartenenza a quel genere umano che nasce e muore, è giovane e vecchio, innamorato e indifferente, curioso e stanco, maschio e femmina e tutte tutte quelle variegate parole che ci raccontano, nella comune appartenenza, la nostra solitudine e singolarità.

 

 

 

I come Identità o Isteria?

 

Una parola che ha il sapore acre del passato o quella che sembra aiutarci a disegnare il futuro?

Noi qui appollaiate sulla precarietà del presente, incerte sui fardelli da conservare e sulle strade da prendere. E non dimentichiamo gli scherzi dell’inconscio.

Dall’ottocentesca isteria all’esaurimento anni cinquanta le malattie delle donne hanno poco di scientifico e molto di storico, parole così pesanti da attorcigliarsi strette intorno a una donna fino a definirne l’identità, lo status sociale, l’esistenza, il destino.

Si finiva in manicomio quando il corpo si ribellava agli stereotipi che lo costringevano nelle strettoie dei modelli e dei ruoli socialmente prescritti. Spesso era l’intelligenza il problema, quei talenti che hanno fatto la grandezza degli uomini hanno rappresentato troppe volte una maledizione per le donne, il prezzo della perdita di sé o il varco verso l’inesistenza.

Possiamo davvero parlarne al passato?

Quante siamo, fuori dalla schiavitù del velo? Come si costruisce l’identità di una donna che guarda il mondo da una feritoia? Abbiamo già percorso la strada che ha trasformato l’isterica in una ribelle, costringendo le parole a deporre l’ipocrisia e le donne a oltrepassare il lamento. Se dovremo ripercorrerla non sarà in silenzio.

Che l’identità sia ben più complicata di quella carta che ne certifica socialmente l’esistenza e della breve definizione assunta dalla filosofia come il primo principio della logica non ci dispiace, perché sembra, oggi, questa parola, dalla sonorità limpida e ritmata, farsi carico di molte storie, corpi, pensieri, appartenenze, distanze, scoperte, saperi e sapori, dubbi e risposte. Una sintesi efficace, come l’economia della lingua e la fatica della comunicazione richiedono.

Dall’autocoscienza alla pratica dell’inconscio alla costruzione della propria identità, libera, sembrava già così difficile portare alla luce le catene che avevamo sepolte nel cuore che non potevamo avere dubbi su quei diritti di cittadinanza che ci eravamo conquistate per affrancarci dalle catene della legge.

Ma quale legge? Quelle varie e variegate che reggono il mondo abbiamo appena cominciato a scalfirle.

Non è ancora tempo per dimenticare, non è certo più tempo per evocare lamenti. Non occorre la certezza di sé per chiedere il futuro. Non serve un’identità forte, ci basta sapere il desiderio di parole nuove e il potere di affermarle per come siamo, per come vogliamo essere ed esistere, qui ed ora, in questo mondo.

 

Adalgisa Conti  Manicomio 1914 Mazzotta Milano 1978

Anne Delbée  Una donna chiamata Camille Claudel Longanesi Milano 1988  Presses de la Renaissance 1982

Lea Melandri  Come nasce il sogno d’amore Rizzoli Milano 1988

 

 

L come Liberazione

 

Faceva da buon contraddittorio alla parola emancipazione in un tempo, appena ieri, che guardiamo già a distanza e rischiamo di vederlo annebbiato se non inforchiamo occhiali e pazienza critica e intelligenza del cuore per riordinarlo.

Guardate, appunto, a distanza, le due parole continuano a raccontare differenze ma non evocano più radicali esclusioni, piuttosto generazioni diverse, uno scontro tra madri e figlie, necessario, costruttivo, come si usa dire, per quel dolore del crescere che bisogna pur lenire nella memoria.

“Liberazione” affermava una necessità, imprescindibile, vitale, esprimeva la voglia di trasgressione e insieme la consapevolezza che non esistono regole valide se non quelle liberamente pattuite. Non volevamo essere le brave bambine ammesse ai territori della cittadinanza, sapevamo occupare le piazze con l’ironia antica di un girotondo che poteva salvaguardarci dalle gerarchie.

Nella memoria mi sembra che lo scontro tra le parole fu aspro e a lungo: temevamo antiche complicità, compromessi che potevano ancora occultare le ferite e avrebbero comunque censurato le nostre risate dissacranti.

Non ci illudevamo sui tempi del nostro cammino ma non c’erano solo mete da guardare sulla linea dell’orizzonte, c’era il piacere di una terra sotto i piedi, sentieri solitari e condivisi, per questo amavamo una parola che sembrava muoversi senza reticenze sull’onda energica dei nostri corpi.

Liberazione da lacci, vincoli, gabbie, catene, pregiudizi, stereotipi, leggi, regole, costumi, tradizioni…ma anche liberazione di pensieri, corpi, sentimenti, passioni, creatività, speranze, possibilità, opportunità, affetti, desideri…

Oscillavamo tra il vuoto di una storia di cui ci avevano negato la conoscenza e un pieno di parole che prolungava il presente oltre il tempo delle nostre vite.

Forse l’abbiamo fermata troppo presto questa parola liberazione nella sorella libertà, forse cercavamo di radicare le nostre storie in terreni meno approssimati, forse avevamo bisogno di solidificare discorsi così prolungati da diventare allusivi, forse avevamo bisogno di segnalare una tappa che ci consentisse di avanzare nel tempo in accordo con l’avanzare dell’età, forse…

E’ una storia così recente che mi sembra sospetto l’invecchiare precoce di ogni nostro motto. Conviene tenere qualche dubbio aperto, qualche sguardo più attento, basta anche un pizzico di nostalgia per ricordare quanto abbiamo camminato e quanto (e come e dove) possiamo/vogliamo camminare.

 

 

 

Le parole sono piccoli doni preziosi che niente può consumare.

Quando mi regalano una parola, una piccola finestra nuova si apre nella mia casa e le stagioni hanno di nuovo colori.

Grazie e auguri per la rivista, bella, intelligente e molto, molto leggibile.

Rosangela Pesenti

Pause

 

La parola che mi propone la giovane donna dal sorriso morbido e accattivante s’insinua immediatamente tra i miei pensieri e s’insedia sorniona.

Perché non accogliere un così cortese invito, ci sarà bene qualche.......pausa in cui scriverne.

Almeno al plurale, perché al singolare una nemmeno ci si mette.

E invece la parola resta lì, col suo fastidioso ronzio, nelle giornate sovraccariche che non concedono aritmie alle mie mani.

Pensieri disarticolati, disordinati, disarmonici: tra l’uno e l’altro le pause sono voragini che divorano ogni nesso logico.

Cerco le pause nel quaderno, deve pure esserci stata un’estate pigra, stesa tra bei romanzi, gatti e petunie viola.

La vita scritta a spizzichi: piccole tappe accantonate con diligenza e forza d’inerzia di cui non ho memoria quando attorciglio le ore in cose utili

 

Una parentesi inattesa: sospesa nel vuoto di una luce che costruisce intorno miraggi mi dondolo sui fili di parole che allungano il tempo, svuotandolo delle consuete misure.

Una briciola di eternità catturata al transito veloce dei giorni mi appiattisce nell’erba sfocata dell’estate, sotto il verde cupo dell’albicocco: aderire alla terra fino a dissolversi, tra i vasi di gerani e una cavalletta stralunata.

Srebrenica è caduta in mano ai Serbi. Che stupida frase da manuale di storia per mille e mille atrocità che non turbano la calura delle vacanze.

I verdi di Greenpeace fronteggiano con la loro barchetta le corazzate francesi nella baia di Mururoa.

Due luoghi dagli orizzonti lontani, eppure nel mosaico della guerra sono due tessere contigue, ne sono certa.

Siamo assediati dalle catastrofi e ci comportiamo come se la nostra vita non potesse esserne segnata. Lo è già invece, ci è naturale vivere mostruosamente.

Scrivere per incollare insieme i frammenti di un mondo del quale mi sento sempre ospite, precaria e straniera.

Diventerò anch’io, per sopravvivere, una di quelle piante secche che espongono la loro morte con eleganza: le linee pulite dei rami, poche foglie ingiallite fissate ad arte, lucide di lacca, una sobrietà decorativa muta ed essenziale.

Un intervallo perenne e smemorato.

 

Intervallo: brusio discreto con una sorta di periodare stridulo. Nessuna voglia di muovermi in un finto agio, sorridendo forzatamente al nulla, cercando di non urtare gli invisibili tracciati che segnalano distanze e vicinanze e impongono lo stile degli scambi.

Spigolosità soffuse dalla luce barocca del pomeriggio romano.

Ripongo educata il disagio e schizzo via, alleggerita dell’eccesso dei pensieri cupi: un pizzico di sobrietà dei sentimenti  e approdo ad un ironico sereno disincanto.

Attraverso strade, gente che si muove pigra nel caldo domenicale, lame di luce intensa sull’ombra barocca dei palazzi: attraverso Roma assolata a passo veloce, senza stanchezze, senza cedimenti, senza emozioni.

 

Dormire. Cerco il sonno ma se il corpo è immobile fuoriescono dagli interstizi dell’anima parole dense che attraggono i fogli bianchi e pacati dei quaderni e occupano i sogni lasciandomi esausta davanti alle solerti tappe del mattino.

Di-vagare. Delle infinite reti di relazioni che uniscono, nel tempo e nello spazio, persone e cose, alcune sono e restano visibili a lungo, altre, sconosciute o negate alla nostra conoscenza, scorrono al di fuori del nostro breve orizzonte. Ma chi cammina può restarvi impigliata o scorgerle scivolare veloci nelle notti di luna.

E’ un attimo e per tutta la vita si cerca di districare, di riportare alla luce uno di quei nodi sepolti che tengono i legami più segreti e duraturi.

Una passione che solo raramente conosce la luce comune agli altri, sono strade che si percorrono a tentoni, ci si affina magari un proprio radar come certi animali.

Si chiama ”ricerca”, un nome comune e senza pretese: una dimensione del tempo, un sentimento della pelle,  una forma dello sguardo, un’impronta dell’anima, un ritmo del pensiero, i fitti interrogativi del cuore, una pausa delle ragioni.

È allora, nelle pause, che il tempo lievita il commestibile quotidiano.

 

Distrazione. Sfaccendo per casa immersa nel caldo, nei pensieri, nel silenzio, con ritmo serrato. Mi disturba qualsiasi impaccio nei programmi, qualsiasi increspatura familiare mi affatica: mi penso austera, rinsecchita, frustrata, acida e petulante. Passo dallo specchio e vedo un viso intenso e morbido: non mi riconosco.

Pausa.

 

Attesa. Una signora mi chiede:”Ma è un ragazzo o una ragazza quello lì?”

Guardo dal finestrino del treno che tarda a partire dalla stazione umida e vociante di questo maggio che mi rabbrividisce come un novembre.

Un essere sospeso tra l’infanzia e l’adolescenza: profilo sottile e occhi curiosi sotto il caschetto di capelli bruni, maglietta bianca, maglione brinato scuro, jeans neri e anfibi.

Se è un ragazzo non è effeminato, ha solo l’aria intelligente e gentile, se è una ragazza non è mascolina, ma decisa e dolce.

Lontani dagli stereotipi si confondono, maschile e femminile, in una libertà nuova, che supera finalmente le soglie della prima infanzia.

Lontana dagli stereotipi, anche da quello dell’androgino, un’umanità nuova in cui finalmente riconosciamo prima i caratteri del soggetto che quelli delle appartenenze, i pensieri prima delle famiglie, dei territori, dei sessi.

 

Leggere. La gente mi chiede bibliografie ansiosa di trovare quella sommatoria esaustiva di informazioni che delimita la conoscenza. Elenchi rassicuranti che ti mettono al riparo di un sapere consolidato e accessibile secondo i tranquilli ritmi dell’utile.

Io mi lascio trascinare dalle piccole passioni che lasciano una sorta di deposito fecondo nelle parole. Cerco le verità che scorticano i pensieri. Frasi che s’incidono sulla pelle da qualche parte inattesa, modificano gli organi interni di senso, li riplasmano in una mutazione irreversibile.

 

Scrivere. Piccoli interstizi evanescenti, giunture silenziose del tempo. Scriverne le riconduce a “fatto”, incanalate nelle maglie rigide del racconto occupano le righe come se il crogiuolo dei sentimenti sottostante non fosse narrabile senza definirne una qualche circostanza di luogo, di tempo, di occasione.

La sospensione di una nota, una sola, del suo martellare ingombrante sull’armonia delle altre e finalmente avverto suoni inesplorati, sottili implicazioni di un battito sconosciuto su cui ritmare il respiro.

 

Le donne non attraversano il tempo, lo abitano; non viaggiano, traslocano: sedimentano i giorni nei gesti, i gesti nelle relazioni, le relazioni nelle cose, traslocano le abitudini nelle memorie, gli affetti nei saperi quotidiani con cui rendono abitabili gli spazi e commestibile la vita.

Le donne non hanno pause, niente di così anonimo e generico, ogni tempo ha un nome, un desiderio, un interrogativo, un respiro, un sapore. Il mondo ha colori pieni e gli spazi soccorrono impronte durevoli e multiformi.

Non ci sono linee afone che percorrono spazi bianchi e insensati come corridoi d’ospedale. La tristezza è un deposito oscuro che è meglio non rimestare.

Anche l’arrabbiatura profonda contro la vita, che ribolle quando la stanchezza arriva alle massime temperature, finisce con l’acquietarsi: un respiro lungo e un buon caffè.

Pausa.

Rosangela Pesenti

 

13 maggio 1996

 

 

 

Cara Monica,

mi scuserai se non ho risposto subito alle tue sollecitazioni ma credo tu abbia sufficiente immaginazione per sapere com’è confezionata la mia vita.

Prima di tutto il tuo libro “Parole per giovani donne” mi è piaciuto molto e cercherò di farlo conoscere anche inserendolo nelle bibliografie che spesso mi chiedono.

Anche la proposta del corso mi è sembrata interessante e mi ha riacceso un desiderio che coltivo da molti anni come sogno senza trovare le strade adeguate per realizzarlo.

Mi piacerebbe trovare un luogo in cui più donne periodicamente intrecciano la propria proposta politica e culturale offrendo un insieme di appuntamenti che configurano una vera e propria scuola di formazione.

Ovviamente intendo scuola non come luogo di proposta univoca ma semmai come tessuto di pratiche convergenti sui significati di fondo, che raccolgono periodicamente quel patrimonio di cultura che rischia di essere disperso o assunto, in modi non sempre limpidi, dall’istituzione accademica, e lo propongono alle giovani donne come sapere imprescindibile per misurarsi con consapevolezza nella vita professionale, come nell’impegno politico o...nella vita senza aggettivi.

So per esperienza che i sogni in genere per essere realizzati devono conoscere lunghe mutazioni ma per me il movimento delle donne è stato anche un luogo in cui condividere sogni e di questo perciò penso di parlarne anche al gruppo Scienza della vita quotidiana di Lidia Menapace.

A proposito di Lidia penso ti possa interessare il fatto che ho cominciato a intervistarla sulla sua vita ed esperienza politica, perchè, nonostante sia più attiva di tutte noi e sia pienamente titolare della sua parola, una parte della sua storia è già così distante dal presente da poter essere interrogata a beneficio del futuro.

Ti mando anche quella parte di “Alfabeto del femminismo“, di cui ti avevo parlato, che è stato pubblicato da La Melagranata di Como (che come saprai ha sospeso le pubblicazioni).

Fammi sapere se vi può interessare perchè mi piacerebbe proseguire la collaborazione con la vostra rivista, ovviamente anche su altri temi come per il passato.

Spero che ci si possa conoscere più a fondo e faccio i miei migliori auguri a te e a tutta la redazione.

Un abbraccio.