Rosangela Pesenti

  

FORMAZIONE E COUNSELLING

Tra il corpo e la parola

Dialoghi e sguardi tra native e migranti

di Rosangela Pesenti

 

Luogo d’incontro, di parola di sguardo di gesto, dove ognuna traccia il confine della propria individualità e insieme si sporge verso l’altra, le altre, intreccia il dialogo dei corpi dove i fili si accompagnano si riconoscono si confondono.

Non è facile raccontare un laboratorio, ripercorrere la traccia dei propri sentimenti lì dove sono stati condivisi, assumere la responsabilità della propria parola districandola dalla gioiosa confusione dei momenti in cui il dialogo si è fatto più fitto e le differenze si sono intersecate nella memoria in un disegno collettivo.

Pure la responsabilità della conduzione, di aver tracciato il confine invisibile del cerchio in cui siamo state insieme, inizialmente disegnato dall’attesa dei corpi compostamente seduti e poi continuamente scomposto e ricomposto nel lavoro concreto, nelle piccole esperienze del conoscersi e riconoscersi, mi consente oggi l’azzardo di restituire sentimenti e parole che restano nella mia memoria con un senso compiuto.

 

Lo scambio che ha costruito il senso di quel cerchio in cui passavano e ripassavano parole, immagini, frammenti di storie, i piccoli passi di una ricerca di sintonie mentre il racconto si snoda dall’una all’altra,  mentre ognuna cerca la parola che esprima in modo preciso quel pezzetto di vita in cui poi l’altra, riconoscendolo, ritrova di sé un significato ulteriore e all’altra ancora evoca un nuovo racconto, resta nella mia memoria come una sinfonia di voci, intonazioni, pause, respiri, volti assorti e sorridenti, sguardi in cui si intravede la strada che si snoda all’indietro, in quel ‘prima’ che i frammenti di racconto sanno restituire anche per sottrazione.

Pochi giorni, una manciata di ore, nella memoria sono dense dell’emozione di un incontro che, pur nella cura con cui è stato predisposto e accompagnato dalle organizzatrici, resta comunque evento imprevisto e gioiosamente accaduto.

Curiosità, ‘sono venuta per curiosità’, è la parola chiave che circola nelle aspettative del primo giorno e subito però il racconto si snoda illuminando l’intreccio sapiente di relazioni tra donne che hanno saputo cogliere, nella casualità di vicinanze dovute alle più diverse vicende della vita, l’opportunità di un possibile incontro.

Per ogni donna presente c’è un filo al cui capo sta un’altra donna, che a sua volta è legata a un altro filo che arriva fino a quella rete sapiente delle associazioni delle donne che dice di una storia talvolta poco visibile, ma sempre tenace.

Non a caso il luogo che ci accoglie è la sede dell’Udi di Modena che ci parla di una socialità femminile, di un abitare la propria storia fatto di sapiente cura, di un procedere della consapevolezza come strada sempre aperta, ma solida e riconoscibile intorno a noi.

Il luogo parla in modo caldo e rassicurante come una casa in cui c’è posto per tutte, completando i brevi discorsi di apertura e presentazione del percorso di chi l’ha organizzato e lo conduce.

Nella scena iniziale si rendono visibili le due associazioni[1], una di donne italiane e una di donne straniere, che hanno pensato il percorso, ne hanno curato la realizzazione facendosi carico di quell’oscuro e prezioso lavoro di ricerca delle risorse e predisposizione delle condizioni che sa tradurre le intuizioni nella concretezza dei progetti, ma subito emerge come realtà vitale, e cuore stesso dell’esistenza associativa, l’individualità delle singole donne che hanno pensato alle altre a partire da sé, dai propri desideri, dai propri sogni, da quel piacere dell’incontro che si vuole radicare in un terreno più intimo della propria vita, dopo che è stato condiviso nel fare positivo dei progetti comuni.

Così, fin dall’inizio, nessuna si sente lì per caso, e l’attesa è intrisa di quella disponibilità che segnala la fiducia con la quale ognuna ha risposto alla chiamata di un’altra donna, riconoscendone la vicinanza, consapevole di un legame che è già parte di una rete irregolare e aperta a tutti i percorsi ancora possibili.

Ci presentiamo attraverso gli odori, sollecitando quello strato di memoria più antica che appartiene ad un vissuto non visibile del corpo.

Percezione che rimanda a gusti e disgusti, che possono stabilire armonie o spaccature profonde tra le persone e le culture, gli odori costruiscono talvolta barriere invalicabili, perché evocano quel senso arcaico della territorialità che il corpo riconosce come storia solo propria.

L’odore che ci attrae o ci respinge è depositato nella memoria del corpo e un odore amato, ricordato, presente fisicamente in quel sé che viene quasi sempre narrato come pensiero, è anche una parte segreta, che non si dichiara nei passaporti, nelle presentazioni formali, negli incontri istituzionali, nell’esercizio dei ruoli, è quella parte di sé che si scopre solo nelle convivenze, nella vicinanza intima, nella casa che ci viene aperta per un’occasionale convivialità.

Così l’odore può essere quello del caffelatte, per una giovane donna, filo di continuità tra le mattine dell’infanzia e lo scomodo appartamento condiviso con le compagne d’università in una città che appare straniera, anche se registrata come parte di un territorio nazionale comune, e profumo di latte è sinonimo di casa anche per un’altra giovane donna che forse sogna di migrare mentre è ancora troppo forte il richiamo del nido, il bisogno di sicurezza. O l’odore è quello della rosa, parte del significato del proprio nome e ricordo della terra d’origine, che torna anche nel profumo della papaia che cresce nel paese di nascita dei genitori e si associa a quello del the speziato, profumo che si può chiudere in una valigia e si porta con sé nel cammino dell’emigrazione come un pezzetto di casa che allarga ovunque la sua odorosa presenza.

C’è la lavanda, che profuma e accompagna viottoli percorsi in bicicletta, e l’elicriso della macchia mediterranea che cresce in Sardegna e ricorda l’atmosfera dei mercatini di fiori, annunciando l’arrivo a casa; c’è il profumo di menta intorno a chiacchiere fitte di donne, anche lì un cerchio che si costituisce spontaneo nel tempo lento dei pomeriggi estivi e quello dei tigli, lunghi viali di una memoria infantile che li unisce alla felicità delle grandi cassette di mandarini comprate per i bambini a Natale.  E poi c’è la campagna con i fiori modesti che illuminano di colore i prati e gli argini dei fossi per l’una e la semplicità delle margherite per l’altra, raccolte lentamente con lo svolgersi e riavvolgersi dei primi sogni, e per un’altra ancora la campagna è la mescolanza di odori, dei campi di riso, degli animali, delle galline libere sull’aia, della cucina, dove il lavoro di preparazione dei pasti comincia presto e allora la memoria si fa malinconia, sentimento che porta a un’altra donna la nostalgia del pane cotto nel forno, che univa nei gesti madre e nonna, immagine che oggi resta per la bambina di allora come l’eredità di una genealogia forte.

I profumi freschi, agrumati, che portano i colori del sud, la luce azzurra del cielo, il luccichio dei diamanti sul blu del mare, il disco potente del sole, possono richiamare a un’altra memoria il giallo dello zafferano, il lusso del risotto che illuminava certe domeniche uggiose con la solarità che la bambina avrebbe imparato più tardi dai girasoli di Montale.

La più giovane tra noi ci regala l’aroma della cannella e il piacere dei dolci, la sua golosità bambina che suscita tutta la nostra tenerezza.

Paesaggi evocati dalla memoria, territori lontani che si mescolano negli odori che percepiamo qui tra noi, nella potenza del sentimento con cui ognuna sa evocarli per le altre, nell’attenzione di un ascolto che sa riconoscere quella radice che ci rende inevitabilmente anche frutto di una terra e di un ambiente.

Nella riflessione finale ricordiamo l’odore buono dei neonati, l’odore delle nonne, percezioni della pelle e del cuore, l’odore di vicinanze eloquenti proprio perché spogliate delle parole, dense di silenzi rasserenanti.

Gli odori hanno stabilito tra noi il piacere di una piccola intimità che si apre alle chiacchiere intorno ai dolci che qualcuna ha portato, un dono pensato e preparato senza conoscerci, che chiude con piccole confidenze quotidiane quel cerchio che ora si sfalda nelle diverse strade che ognuna torna a percorrere nella propria vita, e resterà come immagine di noi conservata con cura nella distanza quindicinale degli appuntamenti.

 

Il percorso prosegue con alcuni stimoli che vanno ad indagare aspetti centrali di quella che viene percepita come densità identitaria. Domande apparentemente semplici, che incontriamo nella consuetudine degli scambi quotidiani anche solo rituali, a cui rispondiamo senza pensare, che vengono però proposte in una formulazione volutamente aperta perché ognuna possa scegliere liberamente il frammento di storia che vuole mettere in comune e la riflessione sia affrancata dai vincoli degli stereotipi e delle fedeltà.

Il passaggio dalla richiesta di dichiarare il proprio nome, domanda implicita a cui rispondiamo con naturalezza in ogni contesto, a quella più vaga di dire qualcosa sul proprio nome, riporta ognuna a quel punto d’origine in cui siamo nate non solo da un corpo di donna, ma anche dai pensieri, suoi, del padre e poi di parenti, amici, siamo nate anche nel pensiero di una cultura con le sue rigidità che i singoli riproducono adattandosi con maggiore o minore convinzione o a cui si ribellano.

Il nome così è ricordo d’origine, deposito di una tradizione, luogo di mediazione delle madri, compromesso, desiderio, speranza, augurio, segno di mutamento negli snodi della vita, scarto tra sentire profondo e regole della burocrazia, ricucitura di una ferita, riparazione di una perdita, conflitto, ricordo, pacificazione.

Dal nome che esprime la nobiltà di un’antica lingua semitica, alle diverse mediazioni con la tradizione che impone ai nipoti il nome dei nonni e poi degli zii  prima paterni e poi materni, secondo le regole sociali di una gerarchia tra i sessi che le donne scardinano velocemente nel corso del Novecento, generazione dopo generazione, le storie sono sempre diverse anche quando sono incluse in una cultura simile.

La grazia del suono di un nome doppio segnala inaspettatamente l’autonomia di una madre, praticata con discrezione, utilizzando a proprio favore la tradizione religiosa che vuole sacro il voto fatto a un santo.

La tradizione diventa tenero affetto e augurio quando si affida alla bimba nuova il nome della sorellina morta, il cui ricordo porta un dolore ancora vivo, e si incide sul muro di casa una preghiera perché la felicità che ha portato ai genitori, ed è il significato stesso del nome, l’accompagni per tutta la vita.

Le risposte sono state date nello spazio più intimo di un rapporto a due e nel cerchio l’una racconta l’altra con il rispetto, la tenerezza, l’attenzione che sanno costruire intorno alla piccola confidenza ricevuta un nido di calore che si espande nel respiro del gruppo in silenzioso ascolto.

Così si può anche sorridere della ricerca di significato attraverso cui riconciliarsi con un nome non del tutto gradito o dei pasticci anagrafici, che segnalano forse mediazioni faticose e poco riuscite, distrazioni sospette, che complicano i rapporti con le istituzioni e destano disagio nel diploma di laurea che sembra attribuito ad una sconosciuta.

Sullo scarto tra nome affettivamente riconosciuto come parte di sé e documenti anagrafici la discussione si accende perché la burocrazia è uno spauracchio in tutte le migrazioni, fatica di lunghe code per far coincidere prima permesso di soggiorno e certificato di nascita e poi carta d’identità, passaporto, patente, codice fiscale, libretto di lavoro, attestati, diplomi e tutto ciò che possiamo ignorare quando la nostra esistenza è certificata da un’appartenenza che solo in questo confronto scopriamo privilegiata.

Un nome femminile che termina con la O in lingua spagnola viene interpretato come maschile in Italia generando confusioni fastidiose e storielle surreali.

Due donne scoprono con piacere di portare lo stesso nome, espresso in lingue diverse, nome che di colpo perde la connotazione corrente di essere insieme antiquato e molto comune per diventare la gioiosa condivisione di due storie simili nate in terre lontane.

Un nome molto breve, due sillabe in italiano, porta la storia complessa di amore profondo dei genitori per la terra nuova che accoglie e il desiderio di non perdere il suono di una lingua molto diversa nella pronuncia e difficile nella scrittura, che risolvono nel raffinato equilibrio della trasformazione di un cognome straniero in un nome proprio, dal significato assolutamente italiano.

Di un nome genera fastidio lo spostamento d’accento con cui viene pronunciato nella lingua italiana, come se venisse sminuita quella carica eversiva del significato ‘testimone della disobbedienza a Dio’ molto amato anche perchè documenta di una vocazione ribelle che ha rappresentato la risorsa più significativa nella difficile vita di una migrante.

Il nome di un giorno della settimana ha rappresentato a lungo un peso, aggravato dai commenti ironici dei coetanei, ma ora è solo il ricordo di una nonna molto amata e della terra d’origine in cui è molto diffuso.

Un nome riconosciuto come tipico dei paesi dell’est racconta una storia di confini e sovranità ereditata dalla famiglia, che deposita nella nascita della bambina la speranza di una nuova stabilità. In un altro nome, che sembra un diminutivo infantile, c’è il ricordo paterno della speranza di riscatto perseguita attraverso il servizio militare in un paese ricco e importante.

Scopriamo che il nome con cui si presenta oggi una delle giovani non è quello con cui è partita dal suo paese, ma rappresenta la scelta di rinunciare all’appellativo comune, proprio di una tradizione che la classifica nella gerarchia famigliare come quella nata dopo i gemelli, a favore di un’identificazione con la prima patria d’emigrazione che coincide con la scoperta delle proprie possibilità ed esprime meglio l’orgoglio della nuova individualità, capace di trovare altri modi per testimoniare l’amore forte che conserva per la terra e la famiglia d’origine.

Storie collettive e storie affettive, nomi che portano con sé il racconto dei momenti felici e intensi di una coppia in attesa o il dono di una sposa che ricorda nella sua bimba il compagno amato con cui l’ha generata, nomi portati da sante e regine a segnalare il desiderio di riscattare una storia femminile emarginata o rimossa, nomi di zie non sposate, rimaste in casa come numi tutelari del buon andamento domestico.

Le storie dei nomi annodano episodi che hanno preceduto la nascita e relazioni famigliari, speranze, gusti, desideri, convinzioni, riflessioni, che mescolano i territori di provenienza cancellando i confini e ci restituiscono a quella responsabilità individuale che nel racconto del nostro nome sintetizza anche il modo con il quale pensiamo e pratichiamo le scelte importanti della vita.

Ognuna ha risposto parlando del nome proprio, qualcuna sente come affettuoso nome proprio anche l’appellativo comune con cui chiamano i figli, mamma, o gli alunni, profe., ma nessuna ha pensato al cognome, alla storia di appartenenza famigliare che pure in molte culture prevale come più importante per la definizione di sé, per la sicurezza di una propria collocazione nel mondo, per quella tranquillità di appartenenza che però troppo spesso per le donne significa subordinazione.

 

La seconda area che tocchiamo, ben più sensibile nella definizione identitaria, è l’appartenenza di genere, tema sul quale la convergenza degli stereotipi, in tutte le culture, non facilita la libera scoperta di sé, dei propri talenti e desideri, delle proprie inclinazioni e curiosità.

Sulla realtà della sessuazione della specie umana sono stati attivati, nei secoli, per strade diverse, ma molto simili nelle società conosciute, processi di cancellazione e distorsione che hanno generato una storia delle relazioni tra i sessi e della costruzione sociale e intima della propria identità da cui non è facile districarsi, anche a causa delle trappole linguistiche che tradiscono, con il peso storico dei significati a lungo praticati e condivisi, il senso profondo del racconto di sé che ognuno vive nella propria interiorità.

Dire una sola parola che esprima il sesso di appartenenza consente da un lato un rapido e indolore processo di sintesi ed esonera dal rischio di impantanarsi in discorsi astratti e prescrittivi lontani dai reali vissuti.

La spiegazione che poi accompagna spontaneamente le parole scritte velocemente, dopo una brevissima riflessione, e rese visibili a tutte su un cartellone, ha lo spessore della propria esperienza, ma anche di una lunga attenta osservazione delle donne di famiglia e dintorni.

Gesti, comportamenti, sguardi, vicende, oltre che parole, emergono nel ricordo di incontri che si snodano fin dalla prima infanzia, disegnando il percorso mai scontato di genealogie femminili nate e conservate nel riconoscimento reciproco.

La ‘pazienza’, espressa dalla più giovane tra noi, perde così i connotati di passivo adattamento alle condizioni date per diventare sapiente strategia di resistenza, che consente di superare difficoltà e incomprensioni evitando le asperità dei conflitti, in vista del raggiungimento di traguardi di cambiamento impercettibili nello scorrere del tempo quotidiano, ma enormi nel passaggio delle generazioni.

Così in Cina le donne hanno cancellato la crudele pratica della fasciatura dei piedi e, a lungo segregate dal mondo della cultura, hanno pensato e scritto in un loro linguaggio segreto.

Fierezza e orgoglio sono le parole di un’altra donna che si è conquistata la parità sociale anche attraverso il coraggio di una faticosa migrazione e oggi in queste parole ritrova l’identificazione col suo paese martoriato da una lunga guerra coloniale.

Complessità è la traduzione positiva di quell’incoerenza che viene talvolta attribuita alle donne per la loro necessità di conservare vitali i poli opposti delle cose, per il desiderio di non cancellare le contraddizioni, per essere insieme mente e cuore, per il fatto di apprezzare le sfumature del grigio, le nebbie invernali come i vapori estivi.

‘Tessere’ dice un’altra, recuperando l’azione di una tradizionale occupazione femminile che oggi legge nella capacità di inventare modi per tenere insieme quei fili delle relazioni che, soprattutto nell’esperienza della migrazione, rischiano di spezzarsi e ciondolare nel vuoto.

Per un’altra la parola è ‘fiore’, espressione di una grazia affidata alla tenacia dello sbocciare ovunque, anche da una pietra, natura che cresce serena pur nell’equilibrata consapevolezza di appartenere al tempo del nascere e del morire.

La ‘terra’ evoca in tutte noi le immagini arcaiche della ‘grande madre’ e induce la riflessione sulla condizione di una comune appartenenza che ci trascina con la sua misteriosa potenza, radicandoci nella vita al di là delle effimere distinzioni di quelle linee immaginarie che sono i confini nazionali.

‘Protezione’ è la madre, sempre lì come una gallina a riunire e difendere i pulcini contro l’aquila che sta volando, che protegge anche il padre nelle sue fatiche, la madre così grande e potente nel ricordo che diventa l’essenza stessa della vita, il simbolo più pregnante dell’origine.

‘Forte’ viene associato a sesso, quasi per spirito di contraddizione, per sfidare lo stereotipo linguistico e sociale che definisce debole il femminile e poi perché davvero, nella realtà, la vita quotidiana si regge sulla forza anche fisica delle donne, che si esprime nella capacità di cura di sé e degli altri come se lo spazio fisico dell’utero, capace di accogliere, potesse trasformarsi, pur nelle differenti interpretazioni personali, in uno spazio interiore aperto al dialogo.

Così alla forza si affianca la ‘decisione’ e la ‘lotta’, la capacità di non soccombere agli eventi, il coraggio di misurarsi in un corpo a corpo che vuole vincere l’avversario senza distruggerlo, conquistarlo alle proprie ragioni mettendo a nudo i sentimenti, senza timori o meschine rivalse.

E poi ancora ‘sensibile’ e ‘combattiva’ per dire l’ascolto delle proprie percezioni, l’accorta gestione di sentimenti, intuizioni, sogni, a cui non si rinuncia facilmente.

Parole che nella loro semplicità esprimono ciò che di meglio abbiamo pensato per la nostra esistenza, ciò che vogliamo conservare nel nostro bagaglio per i giorni a venire, ciò che vorremmo lasciare come eredità alle figlie e ai figli che ci crescono accanto nella realtà e nel sogno.

Ognuna sa che può esprimere qui il positivo di sé, della propria vita, dei propri pensieri, solo perché è consapevole di essere dentro un processo in cui è continua la scelta, un percorso fatto anche di notti buie, di risvegli dolorosi, di rinunce e sconfitte, di acredini ed errori, di necessaria severità e di paziente perdono.

Nel tempo breve dell’incontro si mette in comune quello che è stato utile per sé e può servire all’altra, il resto ognuna sa indovinarlo dai brevi silenzi, dal sorriso che attenua la reticenza, dalle battute discrete.

La fragilità femminile, come abbandono della responsabilità di sé, diventa la capacità di proteggersi senza inventare corazze, perché la tessitura richiede mani sensibili e sicure, pazienza e tenacia, la competenza del progetto e il coraggio dell’invenzione creativa, la delicatezza nel maneggiare materiali preziosi e la sicurezza accorta nel tagliare e ricucire gli strappi, la continuità e la rottura, il coraggio di buttare e l’invenzione nel riciclare.

E’ bello ricordare insieme il mito di Aracne, la fanciulla che ha sfidato la dea, forse così come oggi le donne si confrontano con gli ammiccanti stereotipi della mondanità di celluloide, e poi la generosità di Arianna, la furbizia di Penelope, le figure apparentemente minori di un sapere che ha saputo resistere nei secoli e ancora ci parla con la forza della metafora radicata nella vita concreta delle donne.

 

‘Di dove siete?’, è la terza domanda su cui lavoriamo e le risposte non sono affatto scontate.

Chi risponde immediatamente con il nome del Paese d’origine ci tiene a precisare che non è per nazionalismo, ma solo perché nessuna conosce la sua città e poi scopriamo che lei porta come secondo nome proprio quello della sua città di provenienza.

Del resto non è conosciuto da nessuna neppure il paesino della bassa modenese da cui proviene una donna che da anni risiede a Modena e un’altra modenese accosta alla città il nome Italia ricordando che quando viaggia all’estero anche lei nomina solo il Paese di provenienza perché sarebbe insignificante per tutti il nome della sua città.

Ricorda il viaggio a Santiago di Compostela e il senso di decentramento provato dove la mescolanza delle provenienze richiedeva di presentarsi per il riferimento geografico comunemente conosciuto e di colpo la città amata, il luogo del radicamento più intimo,veniva cancellata.

Con amarezza una donna ricorda che all’università le chiedono sempre se è africana, con la superficialità di chi dimentica che l’Africa è un grande continente, oppure citano la Nigeria alludendo alla prostituzione, la schiavitù a cui noi costringiamo molte donne provenienti da quella terra. Nomina il suo Paese con un misto di affetto, orgoglio e nostalgia raccontando le migrazioni dei genitori dall’interno alla costa, alla ricerca di un luogo dove garantire un futuro migliore ai figli.

Una donna che abita a Modena scrive ‘dal luogo dove la vita mi chiama’ perché questa è solo la città dell’ultimo approdo, dove comincia a mettere radici dopo un lungo vagabondare, prima per il lavoro dei genitori e poi per motivi di studio. La terra di nascita è un vago e dolce ricordo d’infanzia.

Anche quella che scrive ‘dal mondo’ racconta di lunghe peregrinazioni per studio e per lavoro, e di tutta una grande famiglia migrante, dispersa in Europa, in America, in altre città dell’Emilia Romagna, per cui i luoghi d’appartenenza sono tutti quelli che evocano una relazione affettiva, un pezzo di storia famigliare.

Un’altra allora accosta a ‘Modena’ la frase ‘nata da genitori emiliani’, per sottolineare un radicamento anche affettivo che considera un privilegio per la propria vita.

Ama questa città come tutte, approdate qui in tempi e per motivi diversi, ma nelle sue parole si coglie la gratitudine che nasce quando possiamo amare il luogo perché lì siamo molto amati.

Ricorda come le sembrasse banale la sua città durante l’adolescenza, quando invidiava ad altre compagne provenienze più ‘esotiche’, ora invece vive come una conquista della maturità il fatto di aver capito il valore delle proprie radici.

All’aggettivo con cui si definisce proveniente da una regione italiana del Sud, una donna aggiunge ‘pellegrina’ ad indicare un viaggio che non passa solo per i territori geografici, ma anche da quelli dell’anima, mentre un’altra tra due luoghi possibili sceglie Modena come terra d’identità per l’adesione ad un modello femminile di autonomia e indipendenza che non vede praticato nel paese d’origine di una regione dell’Italia del sud.

L’accento decisamente modenese di una ragazza, che esprime abitudini, stile di vita, pensieri, contrasta con i tratti somatici, costringendola a continue spiegazioni che la irritano, per questo lei decide di scrivere che viene ‘dal futuro’, dalla speranza di un mondo meno provinciale, dove nessuno la guardi con occhi sbarrati se all’università di Venezia risponde che è di Modena, solo perché ha gli occhi a mandorla.

Ridiamo con lei, con la sua giovane baldanzosa ironia perché in questo momento sappiamo nel profondo di essere tutte native e migranti, cittadine di un mondo affidato interamente alle nostre mani e ai nostri sogni.

Ci sentiamo vicine a chi si dichiara ‘di ogni posto e nessuno’ perché a casa sua, nella sua regione, tra la sua gente, si sentiva diversa, straniera, quando si ribellava alle tradizioni che la volevano sottomessa. Nel percorso di migrazione investe tutto il suo desiderio di libertà e scopre invece che in questo terra libera e democratica lei è sempre definita attraverso il suo Paese di provenienza, come se portasse un’etichetta e allora assume con orgoglio una tradizione femminile che rende visibile la sua diversità e si ritrova a praticare i riti religiosi della sua terra, da cui in patria si era allontanata, per dare ai figli il senso di un’identità dentro cui riconoscersi e proteggersi.

I confini delle terre che percorrono i nostri piedi non sempre coincidono con quelle che abitano i nostri pensieri.

Ognuna pensa silenziosamente a quanto talvolta anche la casa, la rete di affetti che ci siamo tessute intorno, ci stringa e costringa, rischiando di soffocarci, alla fatica di conservare uno spazio di possibilità per il futuro senza produrre strappi, lacerazioni, sofferenze, a come resta per molte ancora difficile tra il grido e il silenzio, scegliere la parola.[2]

 

Nel terzo incontro propongo di costruire, attraverso un collage, la mappa della propria vita.

I materiali sono carta colorata, giornali, riviste, fili di varia natura e consistenza, nastri, pennarelli, matite…dopo un momento di perplessità per la stanza è tutto un muoversi di corpi, il crescere di un lavoro alacre, sguardi e parole che si cercano e si allontanano per trovare la concentrazione necessaria.

Ognuna cerca uno spazio su cui distendere il proprio cartellone, chi si mette sul pavimento, chi si divide un tavolo, nell’incertezza si prepara un piccolo patrimonio di materiali che potrebbero essere utili e intanto che i progetti fioriscono tra le mani si chiacchiera e ci si aiuta. A qualcuna serve una gallina a un’altra il verde per le foglie, a un’altra ancora un pesce.

L’iniziale silenzio di fronte al foglio bianco è svanito: ad ogni elemento incollato o tracciato il disegno si definisce nella mente e la ricerca di materiali e immagini si fa più precisa.

Nel territorio della vita quante montagne abbiamo valicato? Ci sono mari o fiumi, laghi e oceani, strade diritte o tortuose, quante volte siamo tornate sui nostri passi? In quali città riconosciamo le nostre storie?

Si mescolano sulla carta luoghi fisici, di cui si cerca l’immagine più rispondente alla realtà, e territori dell’anima, passaggi cruciali della vita, incontri che inducono a mutare strada, persone animali affetti che riconosciamo nei nostri gesti quotidiani, oggetti che hanno abitato le nostre valige migrando da una casa all’altra.

Alcune compongono il puzzle seguendo un progetto che si è definito con chiarezza fin dall’inizio, un’immagine fissata con precisione di dettagli alla quale si resta fedeli fino alla fine, altre accostano i materiali seguendo il filo di un pensiero affidato solo alle mani e la conclusione diventa rivelatrice di una continuità o di un attaccamento di cui non si era consapevoli, un mondo sottomarino invisibile a pelo d’acqua.

Mentre il racconto orale è tutt’uno con il corpo, soggetto alle deformazioni e cancellazioni della memoria, l’oggetto prodotto diventa una sorta di fotografia che registra con precisione il tempo di una riflessione con cui sarà possibile in seguito confrontarsi per ristabilire vicinanze e distanze.

Il lavoro ci cattura per tutto il tempo a disposizione, alla fine ci sediamo in cerchio intorno a un tappeto fiorito di colore, ognuna segue le tracce segnate da altre storie, c’è un silenzio affettuoso, ammirato, curioso.

Porteremo le immagini negli occhi per tutto il tempo che ci separa dal prossimo incontro, ognuna pensa e ripensa all’immagine prodotta, i materiali si scompongono e ricompongono nel racconto interiore che aggiunge e riempie ogni spazio bianco. Quando salgo sul treno che mi porta a casa ho nei pensieri un caleidoscopio di colori che mi attrae e mi confonde.

Avverto la responsabilità della cura di queste storie che mi sono state affidate con generosità e fiducia, le sento lievitare dentro di me e vorrei saperle restituire come cibo che possa nutrire a lungo nel viaggio della vita.

 

Ci ritroviamo impazienti di raccontare, i cartelloni vengono sciorinati sul pavimento, ricomposti con cura i fili sgualciti, gli angoli piegati, ci guardiamo gravide d’attesa, ci si invita con pressione garbata a  cominciare.

“Sono partita dall’origine della mia famiglia”, enuncia con voce lenta, in sintonia col corpo flessuoso, una giovane donna, “erano agricoltori che si sono spostati dalla regione dove abitavano verso la costa, in cerca di fortuna e lì sono nati gli otto figli”. Di questo viaggio resta la fotografia di un ponte su un grande fiume, con una nave, che rappresentata la traversata dalla campagna alla città.

Di quel tempo d’infanzia resta la gallina, che la nonna le regalava perché si ricordasse di lei quando mangiava le uova ed era una lotta con la madre che voleva cucinare la gallina. Anche adesso la nonna le chiede di tornare da lei e la sua paziente attesa è per la nipote il ricordo più struggente.

Nella città il luogo amato è la spiaggia dove s’incontrano i giovani, dove si vivono le amicizie e gli amori dell’adolescenza, mentre il grande fiume navigabile è pericoloso, proibito dagli adulti che ricordano e tramandano la storia amara dello sbarco dei primi colonizzatori e l’inizio della vendita, dell’asservimento del Paese.

Nella grande città si cresce e ci si prepara al viaggio verso l’Occidente, dopo la maturità, dove la neve sarà la prima scoperta che affascina, mediatrice di gioco e condivisione con amici nuovi: viene toccata, guardata, perfino assaggiata.

L’Occidente è un luogo di opportunità ma anche di inquietudine, soprattutto l’Italia con la presenza di donne seminude in TV, corpi esposti come merci che appaiono degradati, diventando modelli di acritico asservimento, e non solo per le più giovani. Qui il radicamento richiede o propone conversioni: il passaggio dalla religione animista al cristianesimo è una scelta consapevole che esprime la disponibilità ad accogliere i riti della nuova terra e insieme la speranza di un legame universale che cancelli ogni traccia di razzismo. Nell’immagine ha messo due bimbi, uno bianco e uno nero, che si guardano sorridenti.

Un’altra donna racconta, illustrando il significato del grande sole che simboleggia il Paese d’origine; l’Italia in cui arriva sembra, per contrasto, un Paese buio “Ho pianto per un anno perché dovevo chiudere le finestre e mi chiudevo io stessa”.

Sul foglio ci sono le palme del suo paese, tante valige, una pecora e un grande fiore. Poche immagini, ma il racconto si fa denso: il dolore per la condizione di immigrata che colloca automaticamente in uno stato d’inferiorità e la nostalgia per l’antica nobiltà della famiglia, nonni e zii nel ruolo di governatori, e soprattutto per la madre che le ha indicato la strada dell’emancipazione. Nel paese d’origine alla nascita di un bambino la levatrice va sulla porta di casa ed eleva un grido tradizionale, sette volte per un maschio, quattro per una femmina, ma la madre, levatrice, grida sette volte per tutti, senza distinzione di sesso, e impone questa scelta anche alla sua nascita.

La pecora ricorda la nonna che gliene regalava una ogni volta che andava al paese a trovarla e alla fine, da grande, lei si è ritrovata con tante pecore che non ha potuto portare con sé in Italia.

Un’immagine illustra la guerra di indipendenza del suo Paese, si commuove ricordando i morti, parla con orgoglio del contributo femminile attraverso l’Associazione nazionale delle donne, e la loro presenza nel governo, oggi.

Ma la guerra è anche il motivo della sua partenza, lei, ribelle, sarebbe finita male e sono proprio i genitori a convincerla a partire. Per questo tante valige in cui ci sono abiti, libri, i gioielli regalati dalla madre, tutto ciò che si può trasportare per sentirsi ancora un po’ a casa. Poi la storia si snoda con il racconto degli studi serali, l’impegno politico, la ricerca di una casa, brandelli di vita e di fatiche che non hanno trovato collocazione sulla carta.

In tutto questo dolore il fiore rosso che spicca è la bambina, nata in Italia, simbolo dolce di un piccolo spazio di pace finalmente conquistata.

Lo scarto fra semplicità delle immagini e fiume della narrazione dice di una sovrabbondanza di memoria che ancora deve trovare un modo per placarsi nella serenità della nuova vita.

Guardiamo un nuovo collage, un intreccio di percorsi tra terra e mare, si riconosce il profilo dell’Italia solcato in lungo e in largo con linee diverse, una sequenza di puntini viola, piccole frecce verdi che si rincorrono mutando a un certo punto direzione, una lunga linea rossa che arriva ad un luogo affollato di case, nella memoria sono mari e fiumi a rendere riconoscibili e amabili i posti nuovi.

C’è un fiume anche nel paese dell’Alto Adige dove è nata, abeti e terra scura, un grande sole arancio ‘un po’ cupo’ che si apre come il cerchio di un ventaglio sul paesaggio, forse presagio del lunghissimo viaggio, tre giorni con tutta la famiglia in ‘cinquecento’ attraverso la pianura Padana e poi l’Appennino, che la porta a cinque anni nella solitudine della campagna sarda. Per questo il primo viaggio da ragazza è una fuga e il fiume è l’Arno di Firenze, e poi ci sono Modena, gli studi, il lavoro, il matrimonio, la figlia, la separazione. Linee altalenanti, che cambiano direzione, verticali per l’inquietudine, lo spaesamento, orizzontali per la serenità della nuova vita che sente crescere nel corpo e nei pensieri insieme alla sua bambina.

Ora il viaggio è un ritorno possibile, ci si allontana dalla sofferenza e si recuperano le origini, la casa ha il colore del sole dell’infanzia, meta di un andirivieni fecondo e finalmente libero tra molti luoghi, nei pensieri i progetti ondeggiano sul mare ancora lievemente mosso come una barca a vela che conosce molti approdi.

Chi attraversa l’oceano per arrivare in Europa ha tracciato il percorso con un unico filo rosso di grossa lana, caldo, luminoso, resistente, che attraversa sinuosamente tutto il foglio lungo un’immaginaria diagonale. Viene evocata la famiglia, affettuosa ma opprimente, un calore obeso al quale si risponde con l’anoressia e poi finalmente la fuga e il movimento politico, quel filo rosso che crea legami forti, capaci di superare le distanze, ritrovati nei ricordi condivisi con gli amici con cui si resta a chiacchierare fino al mattino. La tensione politica resiste, sostiene la faticosa accettazione del corpo che diventa morbido con le figlie ed ora esprime tutta la pienezza di una vita di cui si sente protagonista.

Lo specchio è metafora di un persistente sguardo su di sé, che nel presente sa ammorbidire l’autocritica per consentirsi una tenerezza ironica, diffusa sul suo viso diventato piano piano più dolce e giovane.

Questa sono tutta io, annuncia la ragazza. Sul foglio la parte in bianco e nero è il passato, è l’immenso paese orientale sconosciuto da cui vengono i genitori  che raccontano le storie di una grande famiglia patriarcale, moltissime persone conosciute solo attraverso le fotografie.

Nell’infanzia ci sono i cani, compagni affettuosi di tanti giochi, rassicuranti presenze amiche, e un mostro che rappresenta le paure che talvolta stendono ancora la loro lunga ombra sulla vita. Venezia è l’università e l’amicizia, il momento in cui ci si interroga sul passato e non bastano più le fotografie. Telecamera e macchina fotografica sono i simboli della ricerca e del viaggio, nel passato e nel futuro, mentre i mulini a vento raccontano il luogo di un incontro importante. Lei è tutta in una timida viola e in un piccolo robot, la sensibilità giusta per esplorare il nuovo e la coscienza di non sapere ancora quali saranno le trasformazioni.

Racconta e sorride, tace la natura delle ombre, che talvolta riappaiono, ma i colori sono la scoppiettante energia di chi saprà trovare dentro di sé le risorse per affrontare ogni desiderio.

Una donna più grande esordisce dicendo che questo lavoro le è piaciuto moltissimo: “non mi ero accorta di aver traslocato sei volte. Oggi abito nella sesta casa”. La prima casa resta la più importante, le esperienze dell’infanzia sono state determinanti e hanno orientato il percorso di tutta la vita. Nel lungo racconto ogni episodio è legato a quelle prime consapevolezze e alla grande abitazione contadina che ne è stata la culla.

La campagna a mezzadria era, a quei tempi, un destino di povertà, poi arriva la guerra, i bombardamenti sulla fabbrica di esplosivi, dove lavorano quattromila donne che hanno il coraggio di scioperare nel 1943, durante il fascismo, la casa viene occupata dai tedeschi, il padre è prigioniero, e poi ancora, due alluvioni, gli animali da salvare, la fatica di crescere e trovare il proprio posto nel mondo.

Una grande oca bianca, vinta alla prima festa democratica, è il simbolo della liberazione e della nuova vita che comincia. Il viottolo su cui cammina felice con l’oca legata ad una cordicella che le trotterella vicino è un’immagine che si moltiplica per l’intera vita, mentre le strade si fanno più grandi e numerosi i compagni e le compagne di strada.

Nel viaggio che la porta dalla prima alla seconda casa e poi in città, dove lavoro e responsabilità politiche riempiono di soddisfazioni la vita, centrale è il ricordo di un grande incontro di giovani a Mosca. Il fidanzato che non gradisce la partenza viene immediatamente lasciato, lo racconta con lo stesso tono con cui ci ha spiegato come ha lasciato il lavoro di sarta, imparato per necessità: “ora non attacco nemmeno un bottone!”. Avvertiamo l’entusiasmo di quel ritrovarsi tra giovani di tanti paesi diversi, la banda che accoglie ad ogni stazione, lo scambio di regali, il sogno comune di una pace duratura.

Poi l’incontro con il marito, i viaggi al sud (anche qui la ‘cinquecento’), i figli che nascono nella quarta casa. Le vicende private diventano tappe veloci mentre il racconto si allarga, si dilata, intorno alla Casa delle donne, luogo centrale dell’identità dove ancora fioriscono tanti progetti.

Una vita in movimento, affollata di persone e idee come il disegno è affollato di case, strade, piazze ad indicare traslochi che sono stati soprattutto nuove reti di relazioni intrecciate dentro più vasti orizzonti.

Una mappa metaforica è quella che ci presenta la giovane donna che “lavora con la psiche, con l’anima, aiutando le persone a trovare la propria strada”. La sua di strada si articola in grandi spirali che girano intorno al duomo di Modena, simbolo della città. Qui sono le radici, da qui si parte e qui si torna; ogni viaggio è importante, porta esperienze nuove, una nuova consapevolezza e non si potrebbe restare senza il coraggio di partire ogni tanto. Le frecce rivolte all’esterno e all’interno del cerchio sono solide, solari, dominanti, simboli di progetti concreti, di riflessioni importanti come importanti sono gli incontri che formano una costellazione di immagini nell’universo che orbita intorno a questa città.

Un’altra mappa che guardiamo è dominata da un grande cerchio luminoso: nata in una terra del sole, i raggi fitti sono i tanti sogni che fanno da corolla all’infanzia. Nei molti viaggi intrapresi il mare e il ritmo della musica restano una costante, quasi un richiamo arcaico alle origini che l’accompagna ovunque. Se le lingue talvolta separano, per lei sono questi i linguaggi e le esperienze fondamentali che uniscono e la fanno sentire a casa tra le persone definite straniere.

La ragazza che succede nel racconto è così giovane che la casa con cui ancora sente di dover fare i conti è quella della famiglia d’origine. Il luogo è rappresentato dal formaggio grana, un odore e un sapore che forse modellano anche uno stile di vita. La casa è isolata, anche se nella realtà era in un condominio, perché dichiara una lunga solitudine da cui comincia ad uscire con la scuola superiore e le nuove amicizie. Sono quattro le amiche e i quattro lacci segnalano un legame forte e duraturo che consente di muoversi liberamente su strade diverse. Poi ci sono altre case, quella della comunità in cui ha lavorato, una casa per sé e la casa dei sogni, tanto grande da contenere tutte le amiche e le loro storie d’amore.

Anche per un’altra donna l’autonomia è una casa con la sorella e la gatta: un luogo di serrato confronto, un ritrovarsi faticoso e felice, un punto di forza che consente di fare i conti con il ‘prima’, il rapporto con i genitori, una città diversa, altre storie, e con il ‘dopo’, che diventa un viaggio fatto di tante mete: equilibri raggiunti, traguardi di studio e di lavoro, nuovi rapporti, incontri sentimentali importanti. Il mare e il cielo stellato sono una bella storia d’amore, sul foglio si rincorrono ancora alcune nuvole, ma sopra c’è sempre una striscia di cielo limpido che continua, come la storia, anche oltre la luce bianca del foglio.

Alle nuvole in corsa verso il futuro si sostituisce l’immagine di un altro cartellone: un grande albero che occupa tutto lo spazio in verticale. Era una strada ad albero, racconta la donna, mi sono lasciata guidare dall’istinto e l’albero è cresciuto in discesa, verso le radici solide che sono la maturità raggiunta.

La grande chioma è l’infanzia, ricordo delle distese di ulivi e metafora della famiglia, talmente allargata da comprendere una quarantina di cugini e svariati zii e zie, che hanno consentito circolarità di affetti e molteplici possibilità di amicizia.

Le arti diplomatiche della madre mediano e mitigano la figura autoritaria del padre, traducendo le severe lezioni di onestà nei messaggi di libertà e autonomia che la figlia saprà cogliere appieno.

Lungo il tronco della crescita i nodi sono le difficoltà dell’adolescenza, quando la presenza di coetanee in famiglia favorisce i confronti e la ridondanza dei ruoli di figlia, sorella, cugina, mortifica l’identità.

Un grande orologio segnala l’impegno nel lavoro, imperativo paterno e più tardi necessità, nella città del nord dove il pregiudizio nei confronti dei meridionali sfaticati è molto forte.

Gli studi non sono incoraggiati, una femmina deve aiutare in casa è il monito che accompagna fin dall’infanzia e dopo il liceo è preclusa la filosofia per la lontananza della facoltà. La teologia, scelta ‘pur di studiare’ apre la strada a un rinnovato cammino di fede e diventa una concreta opportunità di lavoro segnando quello che definisce come momento del riscatto.

La musica è la passione che accompagna ogni evento, nascite e morti hanno la loro colonna sonora.

Il matrimonio determina lo spostamento a Modena. Fiori, libri, un caminetto: la casa è realtà e sogno su cui brillano due soli, che sono le figlie. Non importa se anche la loro adolescenza è fatta di qualche nodo, sono tutte occasioni di crescita, mentre si moltiplicano le radici, una per ogni terra, una per ogni rapporto e l’oggi è la consapevolezza di coincidere finalmente con il proprio nome.

Mentre racconto qui per grandi sintesi imprecise le storie ascoltate riassaporo la stessa emozione, condivisa allora con una donna che era mancata al lavoro. Il suo ascolto assorto, lo sguardo che talvolta vagava o sembrava ripiegarsi ad ascoltare un misterioso ritmo interno, la sua partecipazione intensa, espressa in un breve ammirato commento, mi accompagnano ancora come una lezione muta e preziosa. Anche il silenzio può diventare presenza eloquente e affettuosa in un cerchio di donne. “Mi sono quasi dimenticata della mia storia ascoltando le vostre” e mi sembra di cogliere una venatura di sollievo forse per una sofferenza temporaneamente accantonata. Talvolta è un privilegio riposante potersi allontanare da sé per incontrare gli altri.

Mettere in comune le storie apre la possibilità di percorrere nuove strade. Anche questi fogli stesi tra noi,  così densi di racconti, possono essere girati dall’altra parte ed ora ognuna ha una grande pagina bianca davanti a sé, aperta a qualsiasi possibile futuro.

 

Nell’incontro successivo, mentre ancora commentiamo le immagini dei collage, viene naturale ripercorrere l’elenco delle risposte date alle domande sulla professione svolta (una frase), e la classe sociale di appartenenza (una sola parola).

Leggiamo definizioni vaghe, parole che richiedono spiegazioni per essere comprese: sono due temi critici perché indicano la nostra collocazione nelle reti delle relazioni pubbliche che inevitabilmente designano gerarchie e distanze, in modo particolare per le donne, che dipendono spesso da altri, padri o mariti, per la propria definizione sociale.

Il percorso di accesso ancora faticoso, non solo ad una professione, ma soprattutto ad un reddito che consenta l’autonomia, già difficile per le native, lo diventa particolarmente se si è donna e migrante, per il non riconoscimento dei titoli di studio, per la condizione di precarietà talvolta anche affettiva (perché nel cambiamento vengono coinvolti o travolti rapporti e legami), per l’assenza di servizi sociali di sostegno alla maternità, per la difficoltà comunque anche dei bambini ad inserirsi in luoghi estranei e talvolta perfino ostili.

Non è facile ricomporre in un equilibrio socialmente spendibile lo scarto tra l’investimento di energie che richiede l’emigrazione e la modestia dei risultati inizialmente raggiunti.

Il senso di estraneità, anche quando non è vissuto in solitudine, richiede una capacità di lettura del contesto, in cui talvolta sono altrettanto desolanti le solitudini e difficoltà dei nativi, che rischia di confermarsi anche dopo il primo deludente impatto, impedendo l’elaborazione delle perdite e una visione articolata della nuova realtà.

I racconti delle donne italiane, da questo punto di vista, non sono più rassicuranti, dicono di migrazioni interne, difficili mediazioni famigliari, evocano spesso ingiustizie e preclusioni sociali per chi ha un’età matura e per le più giovani ci sono sfruttamento, precariato e mortificante dipendenza dalla famiglia.

Tra la condizione di migrante e il sogno di una nuova vita esiste una mappa implicita di idee, valori, convinzioni, credenze sulla vita e sul mondo che talvolta i nativi, anche se accoglienti, non riescono a decifrare, immersi come sono, a loro volta, in una mappa analoga e diversa.

Alcune hanno portato anche in questa nostra piccola esperienza i traguardi raggiunti, il desiderio di radicarsi in un luogo di donne, le piccole gioie da condividere, altre governano a fatica una rabbia che ancora non ha trovato collocazione, un modo per dirsi ed essere capita, un posto dove esprimersi ed agire.

Tra le migranti, che noi unifichiamo mentalmente nell’unica categoria di straniere, le differenze sono enormi, così come tra le donne italiane, viste dalle straniere attraverso la lente deformante dell’unico reale privilegio che condividono, quello di essere ‘native’, e non sempre del posto dove abitano.

Non può stupire perciò che permanga in alcune, nonostante le dichiarazioni di disponibilità, una certa diffidenza, che talvolta si colora di un’inconsapevole venatura di ostilità.

Le giovani sembrano più disponibili, ma spesso distratte dal tumultuare della propria storia, così rumorosa da rendere sorde ai bisbigli di chi è più carico di esperienze e stanchezze. Le differenze non sono marcate solo dalle diverse provenienze o dalle storie personali, ma anche, più semplicemente, dall’età.

Il laboratorio è un crogiuolo di parole, aspettative non espresse, sentimenti del passato che riaffiorano, percezioni vaghe, domande, ma in certi momenti diventa anche un luogo dove gli stereotipi e le rigidità si sciolgono e scorrono via come ghiaccio trasformato in acqua a primavera.

Siamo tutte migranti, nel tempo della nostra vita, nella ricerca di un luogo in cui corpo e pensieri possano riconoscersi e sostare, e certo tutte sappiamo che qui, se lo vogliamo, sarà sempre possibile tornare per incontrarsi.

 

L’ultimo lavoro insieme è una fioritura di alberi genealogici, mappe famigliari e amicali, adulti significativi che hanno accompagnato l’infanzia e l’adolescenza, persone incontrate per caso che rinnovano il piacere della reciprocità nei viaggi reali e immaginari della vita.

Nel racconto prendono forma e volto i legami, si definiscono vicinanze e lontananze, tempi e occasioni di apprendimento che l’oggi conserva come patrimonio prezioso.

Ci si racconta nell’intimità del rapporto a due, dove l’una accoglie la storia dell’altra, ne diventa custode e narratrice nel gruppo, restituendo i sentimenti dell’ascolto che aprono talvolta nuove possibilità di lettura. Nel racconto dell’altra alcuni nodi sembrano allentarsi, la sofferenza delle tante separazioni diventa occasione di crescita, i tratti di certi parenti si scoprono simili, analoghi gli affetti e il senso depositato nella propria vita.

Nel tracciato di una ragazza colpisce la divisione dei ruoli tra genitori e zii, definita in una concordia che diventa modello di convivenza e scuola di vita, per un’altra è il rapporto con il fratello più piccolo, con cui sperimenta il senso materno, che diventa l’asse portante di tutti gli altri legami con le generazioni precedenti e la propria famiglia attuale, per un’altra ancora è l’esistenza del gruppo, dell’associazione in cui entra giovanissima, a segnare e ampliare il terreno educativo già dissodato dai genitori.

Padri rigidi e madri apparentemente sottomesse o viceversa, madri severe, chiuse nel retaggio pesante della propria origine e padri spensierati come ragazzi, compagni di giochi e di scuola.

Nonni e nonne, zii e zie, che spesso si rendono visibili in modo positivo, nelle dinamiche famigliari, nei momenti di difficoltà o di tristezza, ma anche insegnanti, amici e amiche dei genitori, fratelli e sorelle con cui ci si misura nei primi conflitti e di cui si scopre la solidarietà.

Ci sono i mariti, i fidanzati, compagni e compagne di strada, ma anche le piccole comunità in cui si cresce, quartieri o paesi, condomini o associazioni dove ci sono persone che sanno prendersi cura delle relazioni collettive con piccoli affettuosi e competenti gesti quotidiani.

Le donne sanno cogliere le opportunità dove sembra esistere solo preclusione, sperimentano le ribellioni, ma imparano ad apprezzare certe mediazioni delle madri, che sapranno utilizzare nelle relazioni pubbliche, nel lavoro, spostandole dai rapporti privati nei quali invece si cerca di stabilire un terreno di scambio alla pari e non si accettano compromessi avvilenti.

Così il patrimonio femminile di saperi, profusi nella gestione famigliare, diventa bagaglio che si rimescola creativamente con la cultura appresa nell’esperienza scolastica e la voglia di sperimentarsi nel mondo dei coetanei.

Allo snodo dell’uscita dalla famiglia d’origine ci si confronta più con fratelli e sorelle che con le generazioni precedenti e se le strade divergono non c’è nebbia ai crocicchi dove è sempre possibile il ritorno e l’incontro.

Si mescolano nella memoria le persone amate ormai scomparse a quelle lontane e vicine, nella percezione del valore affettivo di quel succedersi delle generazioni che non è solo l’immodificabile cifra del vivere, ma anche la possibilità creativa di riconoscere, accettare, modificare e rinnovare i patrimoni culturali ereditati.

Il tempo del laboratorio è troppo breve per l’elaborazione di sentimenti che richiedono una lunga sapiente pazienza, anche se via via, nel corso degli incontri, le varie individualità hanno saputo costruire un gruppo attento, discreto, non giudicante, capace di accogliere e contenere qualsiasi parola.

Ognuna ha saputo aprirsi all’altra rispettando i confini di volta in volta definiti, lasciando alla conduttrice, a me, la responsabilità di accompagnare i diversi modi di porsi ed esporsi.

Sono tutte biografie in fieri, frammenti di storie passate ancora calde di vita se i ricordi suscitano commozione e risate, nostalgie ed entusiasmi e il tempo sembra scorrere sempre in fretta, senza posto per noia o distrazione.

Io ascolto, porto talvolta qualche testo, parole di donne e uomini che hanno saputo tradurre l’esperienza vissuta nelle riflessioni utili ad accompagnare e sostenere i miei pensieri.

Arrivo come una stanza vuota, attenta a cogliere ed accogliere, la mia storia ripiegata e conservata altrove e quando riparto mi porto un bagaglio di narrazioni da ripensare, che mi cullano benevolmente nella stanchezza del viaggio di ritorno.

Anche per questo propongo di concludere il lavoro immaginando di riempire una piccola valigia per una partenza improvvisa. La consegna è volutamente vaga e gli oggetti da portare limitati, per distillare la benevola ridondanza che ci costruiamo intorno per vivere.

Pochi abiti, penna, carta, agenda, orologio e telefono: l’essenziale per la sopravvivenza è ciò che serve per annotare pensieri o annodare e conservare relazioni, anche se l’ansia richiede medicinali e il bisogno di fare casa ovunque non fa mancare piccolissime comodità.

Qualcuna specifica, tra pareo e maglione, l’immaginario di luoghi e stagioni d’approdo, altre portano libri, anche se pesano e non sono introvabili, ma le parole amate accudiscono i pensieri e aiutano a leggere nuove mappe, altre ancora portano scarpe comode, piccoli dizionari, macchina fotografica e perfino acqua e panini.

Ci sono valige pesanti e zaini leggeri, ma si condivide il pensiero che in qualche tasca possono stare alcune fotografie, talismano contro la solitudine più che sostegno al ricordo che si porta nel cuore.

Gli oggetti più cari o più utili si mescoleranno alla fine con quello che ci portiamo dal laboratorio; anche se in questo caso la partenza è stata annunciata dal calendario fin dall’inizio, non è per questo più facile.

Come nella valigia anche nel laboratorio le cose che sembravano banali si rivelano importanti e dense di significato, l’ascolto reciproco e la scoperta dell’altra sono uniti al lavorio interiore sui pregiudizi che si rende visibile nei piccoli gesti di complice affettuosità.

I dolci concludono la giornata con un piccolo segno di festa. Mentre si mastica lentamente nella solitudine del piacere in cui il palato coglie e indovina sapori, sorrisi e gesti conservano il cerchio immaginario in cui si sciolgono liberamente immagini di ricordi simili.

Per tutte c’è l’esperienza del cibo cucinato per sé o per altri, consumato all’angolo del tavolo di un pomeriggio stanco, offerto nella profusione riccamente elaborata di una ricorrenza, intriso di pensieri veloci nei gesti automatici del quotidiano dove si impara il valore della cura di quel piccolo grande collettivo che ci cresce intorno.

Poche parole di ciascuna sono le molte di tutte, che continuano la tessitura sulla trama precisa che hanno disposto le ore passate e i programmi, fili diversi che s’intersecano in modo casuale ma mai scomposto, segno individuale che non prevarica, ma s’accompagna ancora nel tessuto con la grazia di una misura continuamente reimparata.

La necessità e il piacere di salutarci evocano altri saluti, altre occasioni, anche solo un sentimento vago, depositato al fondo misterioso dei pensieri, che ha già il sapore della nostalgia e del rimpianto, insieme alla soddisfazione per un tempo concluso bene che ci si può portare con sé.

Un tempo che saprà conservarsi con dimensioni diverse, può lievitare negli anni parole inattese, rannicchiarsi sul fondo di un cassetto della memoria, essere ridotto ad un sacchetto che trova posto in ogni valigia: il racconto corale che abbiamo costruito restituisce comunque ad ognuna il filo inconfondibile del proprio discorso e l’orizzonte della strada su cui cammina.

La breve durata del corso ci ha ricordato ancora una volta il limite, dimensione di ogni tempo della nostra vita, aiutandoci ad ascoltare senza interpretare, ad accettare il confine che ognuna definisce per sé, a restare talvolta sulla soglia della comprensione per non correre il rischio di invadere uno spazio abitato con difficoltà o dolore, ad accogliere come opportunità anche quella parte di mistero che la differenza porta inevitabilmente nelle relazioni interpersonali.

Se ci sono state parole sospese o attese inevase appartengono alla naturale vaghezza delle aspettative che ognuna contiene o amplifica nel proprio cuore quando si avvicina ad un luogo d’incontro e condivisione, ma certamente il gruppo ha offerto a tutte un’opportunità di ripensare le proprie esperienze, di rivisitare episodi e sentimenti, di riaggiustare con qualche filo morbido e colorato alcuni strappi che ci si portava dai vissuti precedenti.

Un percorso fatto di piccoli passi di reciproco avvicinamento che nella mia memoria si è depositato insieme ai volti, ai sorrisi, agli sguardi, al gesticolare delle mani, alla concentrata immobilità dei corpi in ascolto dell’altra o di sé.

Le parole che ricordo risuonano nell’intonazione delle voci e mi restituiscono una felice mescolanza delle storie: per questo, nel racconto, ho scelto di conservare quella circolarità di presenze che pure non confonde, nella memoria, le singole individualità.

Sono grata a Beby, Rosanna, Edith, Rita, Saàdia, Raffaella, Tatiana, Rosa, Zighereda, Domenica, Caterina, Francoise, Bruna, Laura, Filomena per avermi seguita con fiducia in ogni proposta.

Sono grata a Rosa Frammartino e Rosanna Galli per avermi chiesto di condurre questo percorso.

 

 

 

in UDI (a cura di Rosanna Galli, Rosa Frammartino, Angela Remaggi), Io tu noi. Identità in cammino, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, 2006

 


Scheda di presentazione del percorso:

TRA IL CORPO E LA PAROLA

Io, tu, noi…

Dialoghi e sguardi tra migranti e native

“Le donne non attraversano il tempo, lo abitano; non viaggiano, traslocano: sedimentano i giorni nei gesti, i gesti nelle relazioni, le relazioni nelle cose, traslocano le abitudini nelle memorie, gli affetti nei saperi quotidiani con cui rendono abitabili gli spazi e commestibile la vita.

Quali  percorsi intraprendere per un incontro che sia reciprocità, feconda di progetti comuni?

I saperi del quotidiano sono i nostri codici di sopravvivenza: “spazi” così lungamente abitati da diventare familiari per il corpo e muti per il linguaggio.

Ma in questi codici, nei loro molteplici e talvolta ambigui significati che si confondono con l’ovvietà dei gesti del vivere e sopravvivere, è depositata una parte importante della storia delle donne: parole, gesti, oggetti che ci accompagnano nel tempo segnando la nostra identità in cammino.

Parole, gesti, oggetti che possiamo scambiare con leggerezza, ignorando i confini e le frontiere, rispettando i sentimenti e mescolando le tradizioni, attraversando i giorni che abbiamo amato, i sapori della convivialità, i colori delle nostre vite.

Raccontare e raccontarsi nell’incontro tra donne, storie, culture diverse nel ritmo di una memoria che diventa scambio, dono, scoperta, gioco in cui abbandonarsi e ritrovarsi.

Migranti e native insieme per ripercorrere i “luoghi comuni” delle donne, reali e simbolici, per ritrovare quel piacere di raccontare che ogni cultura porta come matrice della propria lingua, per lasciare una piccola traccia di parole al futuro.”

(da Rosangela Pesenti “I luoghi comuni delle donne” in “Donne Migranti”, a cura della Convenzione delle Donne di Bergamo, Quaderni del Centro Serughetti-La Porta)

 

Voglio introdurre questo percorso con parole che ho scritto qualche anno fa perché restano per me analoghe le ragioni dell’incontro.

Ci incontriamo per conoscerci ed approfondire la nostra capacità di comunicare, migranti e native insieme, per ascoltare storie e raccontarne.

 

 

TEMI

 

  • Le aree sensibili dell’identità
  • Tessiture di storie: frammenti di biografie personali.
  • Genealogie
  • Migranti e native tra ricordi e progetti

 

 

METODOLOGIA DI LAVORO

 

  • Scelta delle mete condivise tenendo conto dei vincoli di tempo.
  • Condivisione del patto di partecipazione all’itinerario come espressione dell’autonomia e responsabilità individuale.
  • Cura del gruppo.
  • Ricognizione delle immagini, emozioni, pensieri, saperi intorno ai temi proposti.
  • Scambio di riflessioni, esperienze, conoscenze.
  • Lavoro in circle time e in piccoli gruppi.
  • Uso del brainstorming
  • Feed-back come strumento di valutazione e programmazione secondo criteri e sentimenti condivisi.

 

 

Calendario

 

Sabato 02 novembre ore 14,30 – 17,00

 

Sabato 16 novembre ore 14,30 – 17,00

 

Sabato 30 novembre ore 14,30 – 17,00

 

Sabato 07 dicembre  ore 14,30 – 17,00

 

Sabato 14 dicembre  ore 10,00 – 12,30

ore 13,30 – 16,00

 

 

a cura di Rosangela Pesenti

 

 

Suggerimenti di lettura intorno al tema:

 

Bruno M. Mazzara, Stereotipi e pregiudizi, Il Mulino, Bologna 1997

Bruno M. Mazzara, Appartenenza e pregiudizio, Carocci, Roma 1996

Marcella Delle Donne, Lo specchio del “non sé”, Liguori, Napoli 1994

Maria I. Macioti, Per una società multiculturale, Liguori, Napoli 1991

Julia Kristeva, Stranieri a se stessi, Feltrinelli 1990

Geneviève Makaping, Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi, Rubbettino, 2001

Arundhati Roy, Guida all’impero per la gente comune, Guanda, Parma 2003

Edward W. Said, Cultura e imperialismo, Gamberetti Editrice, Roma 1998

Kossi Komla-Ebri, Imbarazzismi, Ed. Dell’Arco-Marna 2002

Kossi Komla-Ebri, Neyla, Ed. Dell’Arco-Marna 2002

AA.VV., L’Africa secondo noi, Ed. Dell’Arco 2002

Gian A. Stella, L’orda. Quando gli Albanesi eravamo noi, RCS 2002

C. Causla, I porcospini di Schopenauer, Franco Angeli 1997

AAVV, Aut Aut, Gli equivoci del multiculturalismo, n. 312, La Nuova Italia, Milano 2002

Mary Catherine Bateson, Comporre una vita, Feltrinelli, Milano 1992

Carolyn G. Heilbrun, Scrivere la vita di una donna, La Tartaruga, Milano 1990

Clarissa Pinkola Estés, Il giardiniere dell’anima, Frassinelli, 1996

Gabriella Buzzatti e Anna Salvo, Il corpo-parola delle donne, Raffaello Cortina, Milano 1998

Lyn Mikel Brown, Carol Gilligan,  L’incontro e la svolta, Feltrinelli 1995

Riane Eisler, Il calice e la spada, Pratiche editrice1996

Judith Lorber, L’invenzione dei sessi, Il Saggiatore 1995

Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico, Bollati Boringhieri  1994

Maria Nadotti, Sesso e genere, Il Saggiatore, Milano 1996

Patrizia Violi, L’infinito singolare, Essedue 1988

Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli 1973

Lidia Menapace, Economia politica della differenza sessuale,   Felina 1987

Louise J. Kaplan,Voci dal silenzio, Raffaello Cortina1996

P. Jedloski, Storie comuni, la narrazione nella vita quotidiana, Bruno Mondatori, Milano 2000

Michel Foucault, Tecnologie del sé, Bollati Boringhieri 1992

Duccio Demetrio, Raccontarsi, Raffaello Cortina 1996

Walter J. Ong, Oralità e scrittura, Il Mulino 1986

Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi 1976

Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli 1983

 

 


[1] Si tratta dell’Unione Donne italiane, oggi Unione Donne in Italia e dell’Associazione Donne del mondo di Modena

[2] Cfr. Christa Wolf, Cassandra, Ed. E/O