Rosangela Pesenti

Marea

Potere

Potere è un sostantivo solenne, monumentale, evoca architetture imponenti, simbolicamente eterne, tutto ciò che la specie umana ha inventato, compresi materiali e forme, per occultare la propria fragile temporaneità.

Anche il termine, ingessato nel sostantivo astratto, è nella sua intima realtà un verbo, per giunta molto flessibile, come tutti gli ausiliari, che spesso assume nell’enunciazione dei desideri, di cui sembra voler essere un valido sostegno, una malinconica sfumatura di infantile impotenza.

Non possiamo infatti quasi nulla, non abbiamo potere sul nascere e sul morire e non esiste per la nostra diretta conoscenza il prima e il dopo, se non per fede.

Nascere è un accadimento dalla storia ragionevolmente lunga eppure non abbiamo potere sulla vicenda che ci porta da ovulo fecondato, attraverso mille trasformazioni a diventare un feto e poi un essere umano compiuto. Non possiamo decidere i nostri genitori (e per chi lo crede sa comunque di non ricordarlo), il luogo e il tempo in cui collocarci nel mondo, la statura, la pelle, la natura dei capelli, il taglio degli occhi…Nulla sappiamo e possiamo sulla durata della nostra vita e forse per questo ci inventiamo protesi per giocare con la morte, come da bambini facciamo la voce grossa e scateniamo la nostra rabbia nelle circostanze in cui cresce e sembra ingovernabile la paura.

Non abbiamo potere sui nostri sentimenti profondi né su quelli degli altri, sull’amore soprattutto, in cima ad ogni nostro desiderio e sempre inappagato. Al massimo, i sentimenti, possiamo comprenderli, accompagnarli, guidarli, amministrarli o governarli, ma perfino decidere di soffocarli è difficile e pericoloso.

Volere è potere enunciamo in modo enfatico, in realtà il nostro orizzonte di possibilità è molto modesto perché mi sembra di poter dire che non attiene alla sostanza delle cose, ma alla loro qualità.

Esercito qui il potere del dubbio, che comunque non è poco perché suggerisce che possiamo moltissimo su tutta la gamma di sfumature del miglioramento o peggioramento della nostra e altrui vita.

Il tempo di ogni ora, ogni minuto e lo spazio che sanno percorrere i nostri piedi e i nostri pensieri, mi sembra un potere tutto sommato ragionevole, adeguato al nostro esistere.

Rimediare, riaggiustare, riequilibrare, ripensare, rivedere, risistemare le condizioni di partenza negative, gli imprevisti catastrofici come una giornata di malumore o una pietanza bruciacchiata: la vita ci chiede un’oscura paziente laboriosità, una tessitura collettiva attenta e tenace e sappiamo che di questo sono fatte anche tutte le grandi opere dei singoli.

Sembrano “arti minori”, hanno il sapore dei cavoli bolliti, della minestra calda, il gesto noioso dei mobili spolverati (non abbiamo potere sulla polvere che si propone come la più potente metafora del tempo), le notti in piedi a cullare bambini, gli abiti stirati, i fiori nel vaso, le telefonate di conforto: tutto il microcosmo di azioni delegate storicamente al genere femminile, e a chiunque amasse di quel “genere” il modo di vivere, per esclusione dai luoghi dove ci si illude di dominare la vita e la morte dell’intero pianeta.

Gesti che si possono imparare, ma anche dimenticare purtroppo, e che possono diventare una risorsa pratica per tutti coloro che assumono la responsabilità adulta di non confondere il proprio piccolo tempo con l’eternità.

Possiamo molto sulle piccole contingenze del vivere, su tutto ciò che ci restituisce, in un tempo d’attesa sopportabile, il risultato e il senso del nostro agire, sui rapporti con le persone, gli animali, le cose che stanno intorno a noi in quello spazio che sappiamo raggiungere col nostro corpo umano o con le nostre protesi, possiamo molto su noi stessi, non quanto vorremmo, ma spesso più di quanto immaginiamo, eppure non chiamiamo potere tutto questo. Non definiamo potere la provvista di imprevedibile creatività che riserva al futuro l’intreccio spesso casuale delle straordinariamente diverse singolarità di cui è fatta la specie umana, attribuiamo invece potere a tutte le azioni che dichiarano il proprio intento senza davvero nulla conoscere dell’esito.

Ignoriamo lo straordinario potere affidato alla contingenza del vivere forse perché ci investe direttamente di responsabilità e preferiamo credere al mito mortifero delle codificazioni ufficiali in cui il Potere è un rito di collettiva impotenza perché mai i progetti coincidono con gli esiti.

La guerra, il denaro, il governo delle risorse, così come io li conosco, falliscono ogni volta i loro altisonanti progetti e la parola chiave è sempre “emergenza” come se il solenne consesso della decisione fosse in balia dell’imprevedibile più dei moti della crosta terrestre.

La fragilità del nostro esistere (occidentale, bianco, ricco e ancora molto maschile) si confronta oggi con l’esasperazione del mito della volontà come potenza del progetto, che nega rabbiosamente la propria impotenza rapinando le risorse del vivere per fermarle nell’illusoria ridondante immortalità degli oggetti inutili.

Le donne, recentemente ammesse, in Occidente, al banchetto dei potenti, rischiano di raccogliere le briciole dell’immortalità nell’illusione di un corpo astratto e atemporale, modellato sul maschile, costretto al ruolo di immagine statuaria, reperto smemorato di una storia dispersa dalla reificazione del proprio senso e sentimento.

Su questa terra, l’unica che abbiamo a disposizione, come ricordava Hannah Arendt, le storie individuali e comuni sono l’humus di memoria che alimenta la coltivazione del futuro, quindi anche le storie di “genere” sono risorsa necessaria da rimescolare nella fertilità del terreno.

Occorre forse fare il punto della storia politica del genere femminile e del genere maschile, ora che le donne hanno preso posto nel consesso umano affermando il valore della propria collettiva e individuale esistenza e riproponendo il valore politico fondativo del fatto indiscutibile che la specie umana non è originariamente simile al modello dell’unicità.

Proprio l’emergere, nell’area delle scelte collettive, di soggetti definiti dalle condizioni imprescindibili dell’esistenza umana, lavoro, età, sesso per lavoratori, giovani, donne, al posto delle divisioni artificiose che mortificano la politica dentro la cittadella del privilegio, ha restituito all’identità dell’essere umano la sua originaria centralità.

Oggi “ognuno e tutti” nella specificità storica in cui si declinano le vite singole e le articolazioni collettive, sono il vero soggetto di quello spazio di gestione del potere a cui abbiamo dato il nome di politica.

Un orizzonte, prima che un luogo, dentro cui definire e rendere visibile la mappa dei piccoli passi che davvero possono costruire grandi realizzabili progetti.

Un potere enunciato nella speranza, non perché relegato al sogno prodotto da un desiderio cocente, ma perché già vissuto, giorno per giorno, nel nostro agire imperfetto, nelle approssimate intuizioni e pratiche del vivere sobrio e civile, nella tenacia dei tentativi, nella gioia delle scoperte e dei doni.

Nel poter essere giorno per giorno carnale concreta perfino inconsapevole, ma sempre verificabile possibilità per il futuro che già cresce accanto a noi, cullato dai pensieri che possiamo abitare, per un breve tempo, insieme.