Rosangela Pesenti

  

Marea

Sicurezza

Dall’albero degli zoccoli[1]al reddito pro-capite tra i più alti d’Italia, il paese in cui vivo, simile ai tanti in cui è sbriciolata la popolazione della provincia di Bergamo, è passato dalla condivisione quotidiana della vita di cortile alla moltiplicazione di recinzioni muri cancelli inferriate sbarre e sistemi d’allarme.

Proprio al centro di questo paese, che non è nato da un piano urbanistico, ma dal progressivo intersecarsi di passaggi nell’originario agglomerato di quattro o cinque cascine, una della strade centrali, la più antica, è accompagnata su un lato da una lunga alta barriera di ferro su cui la fantasia grottesca del proprietario ha fatto affiggere per ben sei volte a distanza di due metri un cartello giallo fluorescente con la scritta “Attenzione. Cani da guardia addestrati sorvegliano questa zona, è molto pericoloso avvicinarsi“.

Negli orari di entrata ed uscita da scuola (c’è solo quella elementare per fortuna) il centro è bloccato dalle auto, tre quarti di grossa cilindrata, perché nessun bambino va a scuola a piedi anche se l’intero paese si può attraversare diagonalmente in non più di quattordici minuti e il cerchio delle strade più esterne si percorre in poco più di venticinque.

Io che abito in periferia, si fa per dire, nella prima di dodici villette a schiera, persisto nell’ormai antica abitudine di lasciare la chiave all’esterno della porta d’ingresso quando siamo in casa, ma intorno a me quasi tutti hanno la porta blindata e molti anche sistemi d’allarme costantemente attivati.

Del resto le paure sono irrazionali e ognuno ha le sue.

La paura è il nostro più antico sistema di sicurezza, il problema arriva quando la decodificazione del messaggio è sottratta al percorso della consapevolezza individuale e appaltata direttamente alle campagne allarmistiche di un sistema mediatico sempre più governato dal miglior offerente.

La recente ricchezza da parvenu si accompagna qui ad una spocchia piccolo borghese che ha cancellato ogni traccia di quella sobria solidarietà contadina che attenuava i disagi delle povertà e non ostentava le ricchezze.

Pur essendo della mia generazione una delle poche donne, forse proprio l’unica qui in paese, ad aver avuto accesso ad una cultura superiore sono rimasta arcaica in certe cose, paure comprese.

Non temo i ladri o meglio non penso costantemente alla possibilità di essere derubata, ma ho ereditato dai miei avi quel timore della legge che per loro si accompagnava al timor di Dio; i miei concittadini non hanno di queste mie paure visto come l’evasione fiscale sia visibile e perfino sfacciata.

Quanto al timor di Dio, incontro sempre più spesso giovani coppie che non frequentano né chiesa né Dio, ma scelgono di battezzare i figli per la paura che siano dei diversi. Diversi da chi, mi chiedo, oggi che le nostre scuole si riempiono di piccoli migranti di ogni lingua e religione, ma anche qui, sempre per paura, si provvede a spostare i piccoli e le piccole ‘nativi’ in classi in cui le differenze sono meno presenti, magari in scuole private religiose.

Se si tratta di bambini, i propri ovviamente, non c’è ragione che tenga, la paura favorisce il consumismo più sfrenato e, insieme, il riemergere degli stereotipi identitari più rigidi. Così, come recitava il titolo di un bell’articolo[2] di alcuni anni fa, piccoli bulli e bulle crescono.

Ovviamente nessuno parla di paura: dichiarare apertamente un sentimento aprirebbe forse qualche possibilità di elaborazione e di confronto. Al suo posto ci viene fornito un pacchetto definito ‘bisogno di sicurezza’ che mescola alle nostre più oscure irrazionalità cause e soluzioni semplificate.

Gli immigrati, utilissimi come lavoratori, sono tenuti a debita distanza, come si faceva con i meridionali negli anni ’50, fatti oggetto al massimo di quella carità pelosa che irrigidisce le gerarchie lasciando intatto il profitto dei proprietari di vecchi appartamenti.

Se di giorno stranieri e straniere entrano a vario titolo nelle nostre case, la notte la loro presenza popola di fantasmi aggressivi il nostro immaginario come nei momenti più bui del medioevo.

Non c’è scampo per nessuno: anch’io ho smesso di raccattare chiunque faccia l’autostop, perché sono una donna e il mio personale arcaico sistema di sicurezza ha incamerato nel brivido alla schiena l’abbattersi della violenza e il rinnovato silenzio del mio genere.

La paura alimenta i fondamentalismi, primo fra tutti quello della famiglia, spacciata come la principale cellula protettiva dell’individuo.

In nome della famiglia si stabilisce un Bene comune che toglie prima di tutto quella libertà di scelta e azione che è il fondamento più saldo di una convivenza civilmente democratica.

Bambini e giovani sono incoraggiati a diventare precoci consumatori e scoraggiati ad esercitare diritti e doveri di cittadinanza.

Cosa c’entra con la sicurezza?

Nel momento in cui si perde il senso della collettività come condivisione di una condizione e necessità di trovare soluzioni solidali ai problemi, e ognuno diventa referente di se stesso, si attiva una sorta di regressione che giustifica ogni delirio di onnipotenza e si persegue il ‘bene’ proprio, contro e non insieme agli altri.

I miti dell’eterna giovinezza legati al consumo di beni inutili come misura dell’identità, l’orizzonte di precarietà lavorativa che è diventato ormai esperienza per molti giovani, l’indebitamento per l’acquisto di beni necessari come la casa, ma anche assolutamente inutili, quando non dannosi, invece di generare un circuito virtuoso di domande sul senso del nostro modello di vita, spinge ad una sorta di lotta individuale che introduce elementi di degrado della socialità al più piccolo livello quotidiano, dalla precedenza all’incrocio, al bimbo trascinato urlante nel supermercato, alle lamentele in una qualsiasi coda.

La percezione di poter essere oggetto dell’aggressività altrui, anche solo verbale, per qualsiasi piccolo errore ritardo distrazione nei luoghi di comune fruizione della vita è la radice nemmeno tanto sotterranea del senso di insicurezza che per molti e molte si trasforma nella tristezza della solitudine.

Non c’è strada praticabile, per noi che non abbiamo potere sulle grandi scelte di gestione della convivenza, se non quella della piccola resistenza quotidiana, dei mille piccoli gesti che possiamo scegliere per dire, all’altro che ci è vicino, che anche noi, con la nostra singolare unicità, possiamo capire, perché siamo della stessa specie, quella umana.

Non si tratta di un nostalgico amore per le piccole cose, ma di un elogio della mitezza che sento necessaria alla mia vita e inscindibile dalla costante ricerca di spazi democratici, per fuggire dall’angoscia dell’impotenza così come dalla rumorosa ingiunzione a tacere che arriva dalla variegata coalizione dei prepotenti.

 

 

 


[1] Film di Ermanno Olmi girato proprio a Cortenuova e altri paesi della bassa Bergamasca

[2] Cfr.: Psicologia contemporanea