Rosangela Pesenti

  

Su la testa

C’era una volta la scuola pubblica e laica…

da “Su la testa” n. 2, 2010

Ma c’era davvero? O di fronte alla frana determinata dal disegno classista e autoritario del governo ci aggrappiamo ad una favola, trasformando una storia lunga e complessa in un mito, cioè in una narrazione simbolica che esprime valori e aspirazioni più che riflessione sui dati di realtà?

E perché non vediamo grandi proteste di genitori e studenti, scioperi del personale di ruolo, dai docenti ai bidelli, dai dirigenti ai tecnici, perché non ascoltiamo resoconti di interrogazioni parlamentari a raffica, sit-in dei soggetti che un tempo chiedevano, praticavano e presidiavano l’affermazione di una democrazia più avanzata, dalla classe operaia al movimento femminista, dai paladini dei diritti civili alla sinistra “radicale”?

La scuola è l’istituzione che forma i cittadini e le cittadine, determina i tempi e i sentimenti di tutti gli adulti, donne e uomini, che hanno qualche rapporto, anche non stretto, con l’infanzia e l’adolescenza, struttura il paesaggio urbano, le ferie, la viabilità e non so quante altre cose. Parte integrante del nostro vivere a tal punto che non riusciamo a vederla?

Forse perché la scuola è stata, da sempre e per la nostra storia fin dalla fondazione del regno d’Italia e poi della Repubblica, il luogo di uno scontro, silenzioso ma feroce, mai interamente messo a tema dell’opinione pubblica, ma ben presente a tutti i governi, tra il principio autoritario e il principio democratico non solo nella gestione del presente, ma come ipoteca sul futuro delle generazioni. E dietro i principi ci stanno le persone, donne e uomini con le loro differenze di sesso, classe, origine, soggetti di diritti o paria della società.

La Repubblica fondata sulla Costituzione aveva ereditato dallo Stato fascista (innestato e fiorito sul precedente, mai compiutamente liberale) una scuola dichiaratamente classista, sessista e clericale che non crolla con lo Stato che l’ha prodotta, anzi, insieme alla pubblica amministrazione, diventa un pesante fattore di continuità (vengono cancellate solo le leggi razziali, ma permane l’esclusione dei disabili come segno di permanenza del sostrato razzista) e il modo apparentemente meno cruento per escludere intere fasce di popolazione dalla possibilità di accedere a quei diritti uguali che la Costituzione stessa sanciva.

Classista e sessista fin dall’inizio, ricordiamo solo il lentissimo processo di innalzamento dell’obbligo scolastico almeno fino alla 5^ classe elementare e le quattordici classi stipendiali degli insegnanti, che collocavano le maestre, in quanto donne, in condizioni di inumano sfruttamento[1], la scuola non diventa clericale solo dopo lo scellerato patto siglato dal Vaticano con Mussolini, ma lo è per intrinseca formazione, struttura pedagogica resistente a qualsiasi proposta innovativa, che pure in Italia aveva a suo favore importanti sperimentazioni (ricordiamo Maria Montessori solo per fare un nome).

La scuola pubblica italiana fin dalle sue origini reca fortissima l’impronta di quella Ratio studiorum che era stata la geniale invenzione dei Gesuiti (in tempi di Controriforma e rinnovate guerre di religione) al fine di controllare la formazione delle classi dirigenti e separarne i destini da quelle lavoratrici, sulle quali del resto vigeva un diverso ed altrettanto pervasivo controllo.

Ricordiamo che i collegi, inventati alla fine del ‘500, sono rimasti fino alla fine dell’800 l’istituto tipico in cui venivano educati i giovani di buona famiglia, separati per maschi e femmine, strutturati come sistema formativo totalizzante le cui regole incidevano profondamente sull’interiorità e l’immaginazione ben oltre il tempo della didattica.

Il successo della Ratio studiorum stava proprio nella capacità di condizionare pensieri e comportamenti fin dall’infanzia, offrendo la rigidità di norme prescrittive per ogni gesto e funzione, il vincolo dell’obbedienza instillata col senso del dovere, un addestramento al formalismo delle relazioni, l’ingabbiamento delle coscienze nell’ipocrita pratica della dissimulazione, la punizione e il perdono per le trasgressioni, la totale strutturazione del tempo e dello spazio in un unico modello di ordine materiale, simbolico e sociale.

L’architettura degli edifici così come la disposizione prossemica di mobili e oggetti, standardizzati e allineati nella separazione gerarchica prima di tutto tra docenti e discenti, è arrivata invariata fino a noi, insieme al sistema di regole per i compiti scritti, l’organizzazione delle lezioni, la riproposizione del canone nelle materie umanistiche (nelle quali ancora permane la rimozione delle donne) e la cancellazione della storicità (eventi, soggetti e dibattito) da quelle scientifiche.

Il dibattito pedagogico e le sperimentazioni didattiche che si sono sviluppate a partire dalla fine degli anni ’50, soprattutto grazie alla generazione di maestri e maestre usciti dall’esperienza della guerra e spesso della Resistenza, talvolta sopravvissuti ai campi di prigionia e sterminio, che hanno saputo conquistare e sedimentare significative riforme nella scuola elementare, erano stati un’onda potente che alla fine degli anni ’80 lambiva perfino scuola superiore e università.

L’istituzione della scuola media unica nel 1962 con l’innalzamento dell’obbligo scolastico e, dieci anni dopo, la liberalizzazione dell’accesso all’università per chiunque avesse un diploma di cinque anni, aveva tolto di mezzo le barriere più potenti che ancora impedivano la scolarizzazione di massa.

La scuola classista - dove proprio l’uguaglianza dei dispositivi di misurazione delle competenze, applicati a bambine e bambini profondamente differenti per condizione sociale e cultura, diventava l’arma potente per il genocidio delle intelligenze, dei talenti, delle sensibilità,[2] - è costretta a misurarsi con l’irrompere di una quantità di allievi che diventa, perfino implicitamente, una richiesta di nuova qualità. All’inizio sono le figlie della piccola e piccolissima borghesia ad accedere a percorsi scolastici fino ad allora riservati ai maschi, cominciando dalla scuola media fino ad invadere anche l’università, ma in seguito il fiume diventa inarrestabile e diventa senso comune l’idea che  tutti e tutte possono arrivare al diploma e poi anche alla laurea.

Un processo che vede accanto agli alunni, e prima ancora della partecipazione dei genitori promossa dai Decreti Delegati, una generazione di giovani insegnanti, più donne che uomini,  che s’interrogano a tutto campo sul sapere, gli strumenti della trasmissione, il ruolo degli intellettuali e delle istituzioni. Sono una minoranza nella scuola costruita sulla conservazione dell’esistente, dove ad una professione già in declino si resta aggrappati in cambio di piccoli privilegi sociali  che, soprattutto per le donne, rappresentano la legittimazione di un casalingato obbligatorio, senza oneri per lo Stato, a cui sono assoggettate in nome di quella “essenziale funzione famigliare” con cui perfino nella Costituzione egualitaria vengono appannate le limpide affermazioni dei primi articoli dall’ambiguità del successivo n. 37.

Sono una minoranza, più numerose/i nella scuola elementare, meno nelle superiori, ma molto visibili per la passione di cui investono un lavoro scelto non come ripiego,  al cui rinnovamento dedicano tempo ed energie ben oltre il dovuto, presenti in tutte le istanze democratiche, dai collegi docenti, ai consigli d’istituto, ai luoghi delle rappresentanze sindacali (spesso sordi e/o arretrati, su posizioni talvolta “più realiste del re”), capaci spesso di trascinare il pesante e ottuso corpo scolastico nella scelta di sperimentazioni e innovazioni avanzate sulla strada di una formazione aperta allo svecchiamento della tradizione culturale e adeguata alla crescita umana e alla consapevolezza professionale di tutte e tutti.

In questa scuola dove crescevano nelle crepe di vecchi muri i germogli di semi nuovi l’introduzione del nuovo modello dell’ora di religione, alla fine degli anni ’80, nell’ambito di un rinnovato Concordato, ha rappresentato un cuneo piantato a forza alla base dell’edificio, che ne ha fatto traballare l’architettura, generando crolli sempre più visibili ed estesi, che hanno legittimato continue operazioni di ristrutturazione al fine di estirpare ogni segno di vita  e restituire solidità all’edificio originario, fino all’attuale pesante intervento le cui finalità reazionarie vengono proclamate a gran voce.

Fuor di metafora, il nuovo modello dell’ora di religione, apparentemente facoltativa, - ma proprio per questo incuneata a forza anche nella scuola dell’infanzia ed elementare, alla cui esistenza hanno dovuto adattare da subito la scansione dei tempi, obbligati a questo punto alla rigidità di vero e proprio quadro orario, - ha segnato il punto da cui i molti e mai sconfitti paladini del pensiero autoritario hanno ricominciato la loro guerra contro una scuola mai arrivata ad essere pienamente democratica, ma che certamente stava diventando un importante laboratorio di verifica della democrazia, di denuncia dei suoi limiti e delle sue aporie, luogo di visibilità dei limiti intrinsecamente politici nella relazione tra generazioni e generi.

L’ora di religione, introdotta con il beneplacito della maggioranza, anche di sinistra, anche dei genitori, ha rappresentato il più significativo fenomeno di asservimento alle logiche del potere che potesse essere utilizzato per la verifica, nei fatti,  della persistenza e solidità di quel sostrato autoritario e passivizzante dell’istituzione scolastica che il ventennio di lotte studentesche, operaie, femministe e i fermenti sociali di richiesta di una democrazia sostanziale avevano appena cominciato a scalfire.

Un’ora apparentemente insignificante, senza peso sulla pagella, senza pressanti richieste di studio o impegno scolastico, segnalava con chiarezza la vittoria del paradigma del pensiero autoritario fondato sull’obbedienza che prescinde dalla coscienza, legittimando inoltre l’esistenza del privilegio nell’accesso e mantenimento del posto di lavoro da parte di una quota di insegnanti (quelli di religione appunto) disposti a rinunciare alla libertà d’insegnamento in cambio della protezione ecclesiastica dalla bufera che, subito dopo, ha cominciato ad investire senza tregua il personale scolastico con l’allargamento e il peggioramento delle condizioni di precariato.

Se analizziamo l’attuazione dell’inserimento dell’ora di religione come modello di relazioni sociali, - con discenti, colleghi e dirigenti - di pratiche d’insegnamento, di costruzione dei ruoli lavorativi,  possiamo ritrovare la radice di molti dei provvedimenti successivi, sbandierati come modernizzazione, che hanno comportato il restringimento degli spazi democratici nella gestione del personale della scuola, la definizione di ruoli gerarchici sottratti al controllo democratico, l’irrigidimento delle procedure e la mortificazione della didattica (con la certificazione di qualità assegnata alla precisione burocratica, l’aumento del numero di alunni per classe, l’abuso del test per le verifiche e molto altro), il ritorno ad una standardizzazione che ha esaltato come la panacea di tutti i mali l’uso di un modello fordista, obsoleto anche nella produzione, che nella scuola ha finito con il coincidere per molti versi con la tradizione gesuitica mai completamente rinnegata.

Il successo scolastico invece del diritto allo studio, il merito e la selezione (ma questa triste parola non evoca orrore?) per sostenere i migliori, il 5 in condotta e la bocciatura come risposta al disagio, la segregazione per i diversi e perfino la divisa, il grembiulino, per ripristinare la serietà contro il lassismo “comunista” e infine la scuola che ‘non può essere per tutti’, all’università devono arrivare pochi e motivati: fondati su queste linee guida i tagli, spacciati per razionalizzazione, non sembrano suscitare allarme sociale.

Insegnanti alle prese con i problemi dovuti all’endemica sottrazione di investimenti, impegnati in una scuola che non è mai stata adeguata alle indicazioni della Costituzione, bersagliati da critiche di utenti e dirigenti, concordano con molti genitori nel pensare che bisogna tornare alla vecchia scuola, quando la famigerata selezione cominciava precocemente e ognuno imparava presto quale fosse il suo posto nella società.

Del resto il numero chiuso e i test d’ammissione all’università hanno già esattamente questa funzione.

La storia, cominciata sommessamente con l’introduzione dell’ora di religione facoltativa nella scuola pubblica - a segnalare la responsabilità dei genitori nel decidere il meglio per i propri figli -diventa oggi un dovere carico di ansie che convince molti alla scelta della scuola privata. E del resto ci sarà un motivo se lo Stato stesso, le istituzioni pubbliche, sottraggono risorse alla scuola pubblica e le riversano in quella privata. Torna in auge il vecchio collegio, riverniciato di qualche colore della modernità consumistica e spesso amplificato per accogliere utenti dai 3 mesi ai 19 anni.

Il modello psicologico è semplice: instilli una paura, - che è sempre soprattutto quella della solitudine nelle scelte - la alimenti e offri poi la rassicurazione di una struttura alla quale puoi delegare totalmente la gestione delle tue incertezze.

Parliamo di genitori, ma sono ancora soprattutto le donne a gestire le scelte educative per i figli, donne spesso divise tra lavoro e famiglia, tra lavoro poco retribuito e bambini da collocare perché manca la flessibilità (e anzi aumenta la precarietà), donne che hanno desiderato e partorito figli e figlie in una società visibilmente e grossolanamente ostile a bambine e bambini.

Nel tempo breve della sognata liberazione l’idea del valore sociale della maternità, radicata nella libera scelta di una donna, era stato un modo di investire la questione della cittadinanza, e il patto sociale, delle forme dell’esistenza femminile, di quell’essere due della specie umana che era stato negato dal delirio d’onnipotenza del maschile autodefinitosi umano tout court (paradigma del maschio bianco adulto occidentale sano).

Rivendicare valore sociale alla maternità significava dire che la riproduzione della specie è una risorsa di cui non si può fare mercato, (i bambini e le bambine non possono essere classificati, paragonati, messi in competizione), significava per le madri (ma anche per i padri che decidevano di essere tali) imparare che la responsabilità non significa proprietà, che i figli e le figlie appartengono a se stessi e, sognando una società giusta, accettare la scuola come luogo in cui crescere significa accedere - tutti e tutte, e alle stesse condizioni - all’intero patrimonio culturale con il quale liberamente confrontare quello trasmesso dalla famiglia (la cui definizione può essere propriamente, e solo, comunità d’affetti e di reciproco sostegno).

Troppo presto il figlio scelto è diventato, nella società in cui il paradigma di tutte le relazioni è il mercato, il figlio-prodotto - segno della capacità, soprattutto materna, di un accudimento che diventa sempre più addestramento - di cui si seguono con ansia i successi in un delirio del confronto che corrode le relazioni fin da piccolissimi, oggetto di un vero e proprio investimento in corsi di tutti i tipi, sognando i masters dopo l’università, e un lavoro, anzi una carriera, di prestigio sociale che si misura ovviamente sulla remunerazione. Per gli esclusi la TV offre il suo mercato dei corpi e i giochi a premi.

Quando la società ridiventa ostile, le donne tornano alla contrattazione privata per garantire la propria sopravvivenza e quella dei propri figli, ognuna nelle condizioni in cui la propria storia le ha collocate, oggi senza rinunciare, e giustamente, ai diritti civili così faticosamente conquistati, ma molte dimenticando che quegli stessi diritti sono stati il frutto delle lotte condotte solidalmente da donne di ceti sociali, storie e appartenenze molto diverse e ciò che si è conquistato insieme non può diventare privilegio di casta.

La scuola è stata il luogo in cui qualche generazione di genitori ha depositato il sogno di una trasformazione sociale accessibile almeno ai figli e figlie, accettandone le regole competitive e via via sempre più inique.

Se manca a sinistra una parola chiara sulla scuola è perché manca sulla società, sui destini delle future generazioni, sul valore assegnato ad ognuno dei bambini e bambine che già ci crescono accanto.

Quale tra i nostri figli e figlie sarà espulso dalla scuola, confinato ai lavori indispensabili e invisibili, schiavo nei campi e nelle officine, venduto ai margini di una strada? Accade già, ma si tratta degli altri, quelli meno capaci, senza merito, senza impegno, quelli che “non sono portati per lo studio”, quelli che non sono cittadini solo perché non lo sono i genitori.

Laica vuol dire “del popolo”: la scuola italiana non lo è mai stata.

 

 

 


[1] Cfr.: Giorgio Bini, Romanzi e realtà di maestri e maestre in Storia d’Italia, Intellettuali e potere, Annali, Vol. 4, Einaudi, Torino, 1981

[2] Cfr.: Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 1983