Rosangela Pesenti

  

Su la testa

Alda Merini

Riconosciuta poeta giovanissima, da chi ne sapeva di poesia, ha pagato con l’inferno del manicomio il prezzo per la sua esistenza.

Era pesante l’obolo che la società imponeva a chi non si adattava al ruolo, soprattutto se donna, soprattutto se estranea al recinto protettivo del privilegio o del conformismo sociale.

Sopravvissuta all’internamento coatto che l’ha reclusa nel lager dell’istituzione totalizzante, con cui la società si difendeva dai diversi, ne è stata una delle testimoni più efficaci.

A chi ancora critica la legge 180, che aprì i manicomi grazie alla lotta di psichiatri, infermieri e degenti, primo fra tutti Basaglia a Trieste, vanno ricordate le sue parole: “Io che ho vissuto la guerra ho trovato che la pace del manicomio era la pace dei lager e che, come una qualsiasi ebrea, anch’io ero stata deportata.”[1]

Il grande pubblico che ha potuto conoscerla solo in vecchiaia (ed è già stata una fortuna che capita raramente anche per i grandi poeti), l’ha molto amata per la sua dolente e ribollente creatività, per il coraggio della vita sregolata in piena ed unica fedeltà a se stessa, per la prodigalità distratta e gioiosa.

Ancora oggi molta parte  della sua opera è dispersa presso le persone a cui regalava i suoi versi con la generosità dell’ inesauribile ricchezza immaginativa. E forse è sbagliato dire “dispersa” perché la poesia per Alda Merini era il dono, che vive ovunque ci sia uno  spazio da illuminare con la grazia della sua luce.

I numerosi riconoscimenti degli ultimi anni non hanno intaccato minimamente il suo modo di vivere, incurante delle vanità del mondo e delle sue lusinghe, corpo a corpo con la vita nella sua essenzialità, guardando la realtà nelle sue fibre più segrete con la perenne straordinaria possibilità di trasformarla in poesia.

Destava stupore quel suo vivere nella vecchia casa sui Navigli distribuendo i proventi dei premi che le venivano assegnati come usava fare con la poesia, ben più preziosa ricchezza.

Ci ha insegnato che:

“Le più belle poesie

si scrivono sopra le pietre

coi ginocchi piagati

e le menti aguzzate dal mistero”[2]

e che  “i poeti sono inermi/ l’algebra dolce del nostro destino”[3]

Ci è stata regalata dalla primavera, se l’è portata via l’autunno, in mezzo la sua estate è fiorita nonostante tutto: lei se n’è andata e noi possiamo continuare a cogliere i suoi fiori, a godere della realtà visionaria di cui è intrisa la sua poesia.

Più di tutte le parole scritte su di lei, colpiscono nel segno, dolcissime, quelle delle figlie, che sul sito a suo nome testimoniano il perenne coraggio di vivere senza mai tradire la poesia e onorano commosse la memoria di una madre che il mondo ha reso scomoda, ma loro hanno saputo riconoscere come speciale.

 

 


[1] Alda Merini, Reato di vita, Associazione culturale Melusine, Milano 1994, p. 20

[2] Alda Merini, Vuoto d’amore, Einaudi, Torino, 1991 p. 104

[3] Alda Merini, Vuoto d’amore, Einaudi, Torino, 1991 p. 124