Rosangela Pesenti

  

Articoli e Saggi

Recensione: Essere maschi tra potere e libertà di Stefano Ciccone

Stefano Ciccone, Essere maschi tra potere e libertà, Rosemberg & Sellier, Torino 2009, Euro 18

 

Recensione di Rosangela Pesenti

in “Su la testa” febbraio 2010

“Questo non è un libro sul mondo (la guerra, la violenza, i saperi, la politica), ma sul mio essere uomo nel mondo”: così dichiara Stefano Ciccone, all’inizio dell’introduzione, l’impegno ad indagare e raccontare non i propri pensieri, ma quel dentro-fuori dei pensieri situati nella storia di un corpo dichiarato maschio all’anagrafe e cresciuto uomo sul crinale più o meno sottile che si costruisce tra l’emergere continuo e mutevole del sé dentro la forme sociali che dettano norme e suggeriscono desideri, insinuano certezze e plasmano possibilità.

 

Frutto di un cammino pensato e praticato, di un corpo a corpo tra uomini inedito, forse talvolta goffo e impreciso, e per molti versi sperimentale, come quello che oggi si tiene in rete nell’associazione nazionale Maschile plurale, ma continuamente scelto a marcare un attraversamento non consueto tra l’intimità del privato e le regole del pubblico; un percorso di un’autocoscienza che cerca di uscire dal consolidato pensatoio intellettuale della cultura istituzionalizzata dagli uomini, per dichiarare il proprio limite umano e individuale nella ricerca di un dialogo che lasci all’altra, la donna, lo spazio che si è conquistata.

Un percorso puntuale, rigoroso, che parte dalla violenza maschile sulle donne per parlare di un corpo, armato dalla millenaria cultura patriarcale, che esalta artificiosamente il proprio desiderio nelle molte e mortifere iperboli dell’eroismo perché non si riconosce come desiderabile.

Centrale il corpo, nel farsi di un’esperienza che cerca l’emergere del non detto, non pensato, dentro lo scarto di un immaginario fermato nelle rappresentazioni dalle potenti strutture del dominio maschile sedimentate nel diritto come nei luoghi canonici della trasmissione culturale.

Il corpo raccontato nel desiderio che non osa la desiderabilità e nell’angoscia dell’accessorietà rispetta alla nascita, artificiosamente armato dall’invidia testimoniata puntualmente dall’excursus sugli studi antropologici, attraverso i quale le studiose hanno riattraversato criticamente le culture e la disciplina stessa.

Il confronto con le studiose femministe è costante lungo tutto il libro che si propone quindi ad una doppia lettura: percorso di ricerca personale e insieme confronto critico con la cultura storica, antropologica, politica espressa dalle donne, scandita dalle parole chiave del corpo e della relazione, così come il femminismo ha insegnato.

L’autore non si sottrae nemmeno al confronto stretto con testi e siti che alimentano l’idea di una crisi del maschile dovuta al timore dell’intraprendenza femminile, riconducendo la questione all’uso degli stereotipi che ridiventano il camuffamento identitario utilizzabile socialmente contro la cittadinanza delle donne e l’occasione storica di uscire dalle proprie armature da parte degli uomini.

Nel testo si sente che la necessità di “riconoscere un debito culturale e sociale nei confronti del femminismo da parte di uomini che in esso hanno trovato le parole per avviare una propria autonoma riflessione e lo spazio sociale per svilupparla” non è l’enunciazione di un manierismo politicamente corretto, ma il portato di un autentico desiderio di confronto sviluppato con rigorosa capacità di ricerca nella ricognizione, anche utile, di vent’anni di pubblicistica femminista.

Mi permetto solo di osservare che ai miei occhi di donna, femminista ‘storica’ come si usa dire, ma non accademica, Il valore della ricerca espressa dal testo, rigoroso e ben scritto, è anche il suo punto debole e sta proprio nel confronto, serrato e autentico sempre, ma limitato ai testi del femminismo, alle donne che scrivono e pubblicano, mentre le altre compaiono solo come le donne generiche del velo o del burqa, o la signora che preparava enormi quantità di frittata di pasta per i migranti che transitavano dalla stazione Tiburtina di Roma per andare a votare al Sud.

Il femminismo dilagò per le strade come nelle nostre coscienze illetterate, dentro le case, a tavola e nei letti, prima che alcune, poche, potessero agire intera l’emancipazione accedendo ad eredità fino ad allora riservate ai maschi, che fossero aziende o cattedre universitarie; il femminismo fu il confronto serrato, in cerchio, senza cattedre a garantire autorità e la sperimentazione di un riconoscimento delle forme in cui cresce l’autorevolezza che è solo cominciata.

Una storia ancora rovente che non a caso si tenta di ridurre e mortificare nei molti modi che ben conosce chi esercita il dominio nei luoghi del potere. Questioni che non sono estranee alle donne e al modo col quale costruiscono la storia recentissima dell’accesso a diritti, opportunità, possibilità, ma gli uomini, che abitano le istituzioni gerarchiche con la disinvoltura di una frequentazione quasi naturale, possono davvero sperimentare la libertà in quel corpo a corpo quotidiano dentro cui si genera l’esistenza degli umani, senza uscire dai corridoi delle cittadelle ancora murate in cui si riproduce il potere di saperi e conoscenza?