Rosangela Pesenti

  

SCUOLA

Lettera al Ministro sull'assenteismo degli insegnanti

Caro Ministro

Lei che, essendo alla guida della Pubblica Istruzione, può essere considerato il garante del nostro livello culturale medio, nonché promotore di eccellenze, non cada, la prego, nelle trappole del giornalismo più volgare che grida sguaiatamente i delitti ignorando quasi sempre la complessità di luoghi condizioni soggetti e certo non per deficit di competenze linguistiche o diplomi, ma solo per sottomissione alla logica del profitto, con l’esito di aggravare il deficit di cittadinanza.

Non so quanti siano gli insegnanti assenteisti o quelli “lazzaroni”, come amano dire gli evasori fiscali dalle mie parti, ma immagino, sostenuta da una trentennale esperienza nella scuola che, se ci sono, hanno certo goduto di qualche insigne protezione e molta omertà e non certo da parte di colleghi e studenti.

Per ogni cosiddetto assenteista comunque so che ci sono colleghi lavoratori che si sono adoperati molto più del dovuto, per il salario che lei conosce, per colmare lacune, rispondere a bisogni compiti adempimenti necessari allo svolgersi della quotidiana vita scolastica.

Non parlo solo di supplenti e precari, buttati qua e là nelle classi nel modo mortificante che ben conosciamo, che destano spesso la mia ammirazione per la passione e la dignità che mettono in una professione da tutti sbertucciata, ma di tutta quella parte, la gran parte dal mio punto di vista, di personale della scuola che si sobbarca l’onere di far fronte a tutti gli imprevisti, numerosi in una comunità prevalentemente giovanile, e s’adoperano per costruire promuovere conservare riaggiustare quel tessuto di relazioni umane, più o meno istituzionali, che non lascia traccia nei registri e negli archivi, ma che rappresenta la condizione di esistenza stessa della scuola.

E per favore piantiamola anche con i ridicoli appelli all’insegnamento di Dante o della grammatica.

So come si insegna a parlare e scrivere in italiano fin dall’inizio della mia “carriera” e non è certo né attraverso i diktat, né imponendo modelli predefiniti o quiz come quelli usati per la selezione all’ingresso dell’università.

L’insegnamento della lingua madre è fatto prima di tutto di ascolto e paziente lettura perché se ci sono strafalcioni e banalità forse è perché la lingua è stata matrigna e bisogna colmare un vuoto affettivo.

Nella scuola il voto è sanzione, io l’ho sempre utilizzato come traguardo pattuito al quale arriviamo insieme attraverso tutte le fasi necessarie di correzioni e variazioni e discussioni.

In questo modo ho trascorso tutti i momenti liberi correggendo compiti scritti: i sabati le domeniche le notti in treno, quando viaggiavo per fare quella che si chiamava attività politica al tempo in cui mi illudevo di essere cittadina con libero accesso alle forme del sistema democratico.

Una malattia sufficientemente grave da esonerarmi dalla scuola per sei mesi mi ha fermata e ho dovuto guardare in faccia la realtà di una fatica che non ho più la forza di affrontare.

Dovrò quindi adattarmi a quella finzione mediocre che, pur occupando ore di lavoro ben oltre lo stipendio percepito, non ha la possibilità di praticare quella promozione umana che è la prima finalità della scuola di un paese democratico.

Non posso invogliare a scrivere se non sono in grado di leggere ascoltare guidare all’acquisizione di competenze e le verifiche canoniche non servono spesso ad altro che a registrare l’esistente.

Non ho le competenze di Sermonti o di Benigni e non ho il tempo di specializzarmi come un ricercatore all’università, ma quel miracolo d’incantare i giovani con una poesia o un racconto mi è capitato spesso, a me come ad altri e altre, e senza modestia ritengo di dar prova di abilità molto superiori tenendo conto della disparità di reddito e condizioni sociali (e il reddito conta quando devi scegliere se comprare libri o andare in vacanza e questo è già un lusso).

Accetto sempre di buon grado le critiche e gli appelli rivolti agli insegnanti da molti seri e preoccupati intellettuali, chiedo solo un po’ di sobrietà e qualche riflessione più accurata altrimenti li sospetterò di malafede.

A chi sente di aver la ricetta per insegnare l’italiano propongo uno scambio equo: un anno nella scuola al mio posto e io mi impegno in questo agognato tempo sabbatico a riqualificarmi, come si usa dire, e perfino a scrivere un libro (magari non di successo).

La proposta però non vale per l’anno in corso perché ci sono incontri a cui non ci si può sottrarre e io devo del tempo alle ragazze e ai ragazzi che mi hanno aspettata; questa è la straordinaria bellezza del quotidiano che non fa notizia, della vita stessa della scuola.

Saluti, non proprio cordiali per ora

Rosangela Pesenti