Parole madri (2016)

Che senso ha per te mettere insieme essere madre e femminista?

Posso raccontare come è accaduto e come poi ho messo insieme gli aspetti di questa realtà. Mi son resa conto che all’inizio degli anni 80, quando ero incinta e poi ho partorito il mio primo figlio, già avevo ragionato molto su cosa significasse essere femminista e anche madre.
Ho partorito a marzo dell’81, abbiamo votato per la 194 (la legge che regola in Italia l’interruzione volontaria della gravidanza, ndr) in maggio.
A quel tempo ero segretaria dell’Udi di Bergamo(Unione donne italiane, oggi si chiama Unione donne in Italia ndr) e avevo lavorato fino al settimo mese, suscitando perfino le preoccupazioni dell’allora segretario dell’Arci, associazione con la quale l’Udi di Bergamo condivideva la sede. Lui, mi dissero poi le donne dell’Udi, dichiarò che eravamo delle pazze scatenate ad andare in giro a difendere i diritti delle donne e poi io, con la pancia enorme, mi facevo ogni giorno i trenta chilometri in auto e tutte le scale a piedi per arrivare in sede!
Per me invece era naturale e aspettare un figlio mi faceva sentire ancora più responsabile del mondo che avrei voluto per noi.
A un certo punto però le compagne di Bergamo si assunsero l’onere di tutto il lavoro materiale in sede e io andavo alle assemblee pubbliche con una giovane amica che guidava la mia cinquecento.
Quando andavo nei vari paesi per le assemblee, nel periodo del referendum sulla 194, in ogni posto c’era un sacerdote pronto ad aggredire la ‘assassine dei bambini’ e io spiazzavo tutti presentandomi con questa pancia gigantesca perché aspettavo due gemelli. Fu una pancia politica!

Rispetto ad altre donne che all’epoca avevano figli come è andata con i tuoi figli? Certo non eri una madre che faceva solo le torte…

Non ho visto contraddizioni nell’essere madre e femminista, ero una femminista che diventava madre e con i miei figli non ho potuto essere che me stessa.
Questo riguarda senz’altro il fatto di essermi sentita femminista fin da giovane e quando sono arrivati i figli ero un’attivista da anni.
Avevo infatti diciassette anni quando ho fatto le mie prime dichiarazioni pubbliche ‘osè’ per quei tempi nel piccolo paese del nord dove vivevo.
Durante l’adolescenza avevo, oltre alle amiche, anche amici maschi, cosa che allora era poco comune.
Non facevo le passeggiate in paese la domenica per farmi vedere dai maschi, non avevo atteggiamenti che inducevano al corteggiamento, piuttosto facevo “comizi”, ero interessata alla politica, tutte cose dalle quali le altre ragazze erano lontane.
Vivevo le contraddizioni del mio essere diversa per tutti e in famiglia erano certi che non mi sarei mai sposata, si narrava che non avrei potuto essere madre anche per il mio scarso senso pratico e il prevalente interesse per i libri.
Quando incontrai l’uomo che sarebbe diventato il padre dei miei figli, affetto da retinite pigmentosa, una delle prime cose che mi disse era che non voleva avere figli, visto che la sua malattia è potenzialmente trasmissibile. Sembrava che tutto congiurasse contro la mia maternità. Poi, invece, accadde.
Era, ricordo, un desiderio del corpo, una crescente felicità che mi veniva a ondate: mi sembrava che la stessa celebre frase del femminismo, ‘Io sono mia’ fosse in sintonia con un desiderio così forte da superare difficoltà e opposizioni.
La mia prima maternità fu segnata dalla felicità di avere in pancia due gemelli. L’ho sentito già al terzo mese, prima ancora di fare l’ecografia e mi sembrava un’aggiunta di felicità per me che avevo patito il fatto di essere figlia unica.
Il fatto di essere una femminista in attesa lo sottolineavo anche con l’abbigliamento: invece dei vestitini da gravidanza che usavano le altre donne mi comprai dei pantaloni a quadretti, un maglione con un gilet imbottito e gli stivali muflone. Ero quindi anomala e trasgressiva, anche con la pancia. Purtroppo uno dei due gemelli morì ma anche questo, a distanza, dopo il dolore, mi insegnò molto su me stessa e la maternità.
Non sono stata una madre solo torte, più una da “vogliamo anche le rose”, ma certo intorno a me non c’era molta solidarietà.
Dopo che è nato il mio secondo figlio tutti si aspettavano che la smettessi di fare l’attivista, di andare alle riunioni e il fatto che tenessi insieme tutto, lavoro figli casa associazioni, veniva guardato con disapprovazione.
Non c’era nessuno solidale vicino a me, tranne il mio compagno che però non poteva darmi un aiuto concreto, sembravano piuttosto aspettare che io crollassi in qualche modo, invece ce l’ho fatta: oggi sono orgogliosa della ragazza che sono stata e sono grata ai miei figli per essere diventati uomini che posso stimare.

In alcuni momenti del femminismo la maternità è stata vista come un gesto di connivenza con il patriarcato, guardando al ruolo di moglie e madre come la tomba della libertà. Tu cosa pensi di questo?

Intanto penso che la rigidità ideologica di alcune era frutto delle loro paure e non della loro liberazione. Inoltre la riproduzione della specie è la sostanza della vita e dentro la storia sociale delle donne c’è molto più della sola oppressione e subalternità.
Ci sono luci e ombre che ancora dobbiamo attraversare, oggi lo sappiamo perché quarant’anni di ricerche ed esperienze non sono passate invano.
A quel tempo per me non sono state tutte rose e fiori: alcune donne del collettivo del paese costruirono una sorta di recinto simbolico nei miei confronti perché avevo avuto un figlio maschio (loro avevano quasi tutte femmine) ma per fortuna a Venezia incontrai, in un collettivo femminista, una donna straordinaria, Teresa Stira, che praticava con grande libertà la sua bisessualità. Lei aveva trent’anni più di me e aveva un figlio maschio della mia età che aveva cresciuto con la sua compagna, dopo la separazione dal marito.
Molte amiche femministe all’epoca erano stupite del fatto che avessi scelto di essere madre: ”Una come te deve fare libri, non figli”, dicevano. Voler fare entrambe le cose è ciò che meno si perdona alle donne.
Teresa, che era la più trasgressiva in assoluto tra quelle che conoscevo, aveva un bellissimo rapporto con questo figlio e per me è stata una fortuna incontrarla perché mi ha sostenuta dando legittimità a un sentimento di maternità che nasceva dal corpo, dentro un’intelligenza del corpo che elaborava la mia storia sfuggendo a quella separazione dalla mente che ha condannato le donne all’insignificanza.
Con il mio bambino sono andata molto in giro: alla cena per festeggiare la vittoria del referendum sulla 194 andai con il neonato in carrozzina. Era, per l’epoca, una cosa stranissima. Lui dormì tutto il tempo mentre noi cantavamo facendo baldoria.
Più avanti andavo a Roma per le iniziative dell’UDI portandomi entrambi i figli che oggi hanno bellissimi ricordi di quell’infanzia “femminista” e della Casa internazionale delle donne di Roma.
So che per molte queste esperienze non avevano niente di eccezionale ma lo erano in un paese bergamasco egli anni ’80 e ’90.

In alcuni luoghi del femminismo sembra che sia più divisiva la maternità piuttosto che la rivalità per un uomo. E’ un problema di potenza e d’impotenza?

La potenza è determinante nelle relazioni perché riguarda il sentimento del proprio valore o disvalore e soprattutto il valore che riconosciamo all’altra/altro nello scambio sociale.
Anche nelle relazioni femministe è centrale il potere di dare o negare valore a idee e persone e le femministe non sono estranee alla costruzione di gerarchie per le quali si utilizzano anche i dispositivi patriarcali del riconoscimento sociale corrente.
A una lettura grossolana la vita di chi aveva figli sembrava più tradizionale rispetto a chi sceglieva di non averne, ma attraverso la maternità può passare l’asservimento ai dispositivi di potere patriarcale o, al contrario, la rivoluzione nelle relazioni tra generi e generazioni, come di fatto è accaduto per noi.
Negli anni ’80 qualcuna dichiarò la morte del patriarcato e fu un danno concettuale che non permise di vedere in tempo il suo perverso rilancio nell’intreccio con un neoliberismo rapace che, come all’origine del capitalismo, dichiara guerra alle donne colpendo anche la loro potenzialità riproduttiva.
Il versante su cui ho pensato di più circa la potenza è stata la questione dell’eredità e della trasmissione, quindi del potere di trasmettere, generando la vita, la cultura dentro cui la vita stessa ha valore e significato.
Ho osservato che quando diventano madri le donne, femministe comprese, sentono il bisogno di garantire ai figli un capitale economico e sociale che finisce col passare quasi naturalmente dalle regole ereditarie di famiglia e ceto sociale di appartenenza.
Ho visto molte rientrare nell’alveo patriarcale attraverso le pratiche educative e le proiezioni sul futuro dei figli.
La questione dei figli divide perché riguarda qualcosa di arcaico e sempre attuale: il successo riproduttivo della propria linea genetica, che nella contemporaneità del neoliberismo è stata rilanciata dalla competitività a tutti i livelli.
Garantire a figlie e figli una vita dignitosa in cui possano realizzare i propri talenti è un desiderio umano e legittimo, si tratta di capire quando e come garantirlo ai propri figli senza contribuire all’esclusione di altre e altri.
Questa è una delle grandi questioni che noi, femministe occidentali, non possiamo eludere, altrimenti il femminismo diventa una semplice pratica emancipatoria perfino imitativa del maschile all’interno di un mondo molto piccolo e molto ingiusto.
Quando ho avuto il primo figlio ho pensato che dovevo laurearmi e avere un posto fisso perché dovevo garantirgli un futuro e quindi dovevo essere una mamma con un lavoro sicuro. Il passo successivo è stato dover avere una casa di proprietà.
Mio padre pensava che l’equo canone, ovvero il diritto per chiunque ad una casa a basso affitto, sarebbe stato un sistema eterno, e quindi non si era mai preoccupato di acquistarne una. Io invece ho pensato che le cose sarebbero peggiorate e ho voluto assicurare un tetto ai miei figli.
Oggi mi rendo conto che non si trattava del loro futuro ma del mio, della mia idea di futuro e per fortuna sul loro non ho messo altre ipoteche.
Se non si pensa al futuro di tutte le figlie e i figli non si assicura nessun futuro ai propri.
Pensare solo a garantire i propri figli significa porre le basi per conflitti che già possiamo vedere devastanti.
La generazione dei miei figli in Italia è quella che ha avuto di più in termini famigliari e sociali eppure oggi viene percepita come “senza futuro” e questo diventa un potente messaggio passivizzante che gli adulti inviano alle/ai giovani: la preoccupazione diventa spesso mistificazione paralizzante.
Ho sostenuto la scuola pubblica perché mi sembrava uno dei modi democratici per trasmettere un patrimonio culturale secondo i criteri di un’uguaglianza senza distinzioni.
In realtà la scuola non è bastata a costruire cittadinanza per tutte e tutti e la democrazia è agli albori.
Non si nasce uguali e mettere al mondo un essere umano significa confrontarsi con la nostra posizione nel mondo e decidere quali strade percorrere.
Sono comunque le madri a scegliere se stare dentro le regole patriarcali o sovvertirle proprio attraverso la relazione materna e la responsabilità è enorme.

Madre di due maschi: ci sono state difficoltà nel passare loro il tuo pensiero come femminista? Paura del loro tradimento?

La pressione sociale intorno era talmente forte che io ho avuto sempre paura, anche dell’espropriazione della relazione tra me e i miei figli.
Le persone intorno a me nel paese, compresi i miei genitori, avevano sempre un atteggiamento critico, implicito o esplicito, nei miei confronti e questo richiedeva da parte mia un surplus di attenzione e fatica per essere presente, intercettare le situazioni, spiegare. Soprattutto spiegare, ma questo è stato utile anche a me.
Ci sono stati anche degli scontri, soprattutto nel periodo dell’adolescenza. Fino alle elementari è stato tutto molto naturale, compreso il mio esperimento di comprare loro tutti i giochi, compresi quelli definiti da femmine.
Avevano collezioni di mostri e di bambole, che riuscivano benissimo a stare insieme nel salotto trasformato in navicella spaziale, che però era dotata di letti, bagno e cucina perché non si viaggia nello spazio senza un bagno e una cucina.
Mi hanno insegnato molto: io ho messo a loro disposizione non solo peluches, ma anche pentolini, corredi con i quali vestire i bambolotti, passeggino, casa delle bambole insieme a costruzioni, trattori e tutti i materiali per dipingere, costruire, pasticciare.
Loro mi hanno regalato uno sguardo sul mondo che rendeva più profondo e solido il mio.
Ci sono stati episodi molto divertenti e per i bambini del quartiere la nostra casa era un mondo magico. Ricordo un pomeriggio d’estate in cui ho insegnato ai miei figli a cucire: in un primo momento i loro amici guardavano con diffidenza e irrisione ma alla fine della giornata erano tutti dotati di ago filo pezze e cucivano con grande soddisfazione.
Dalla scuola media in poi ci furono problemi, in particolare con gli altri adulti, perché contano molto i genitori degli altri bambini e bambine, per non parlare delle insegnanti che spesso interpretavano appieno il ruolo di vestali del patriarcato.
La pressione sociale è diventata forte perfino sul modo di vestirsi (era l’epoca del tutto firmato) o sul fatto che pur essendo maschi non giocavano a calcio.
Mi son trovata ad affrontare la solitudine, in quanto madre femminista: nessuno mi offriva mai aiuto. Erano lì, ad aspettare che io fallissi, che non riuscissi a fare tutto.
I miei figli non giocavano a calcio anche perché il loro padre, che è cieco, non ci giocava, e nessuno dei padri degli altri compagni si è mai offerto di portarli con sé al campetto.
Per fortuna i miei figli mi son grati per questo: io ho sostituito il calcio con la musica, chitarra per uno e pianoforte per l’altro, e si è trattato di una scelta importante per la loro educazione.
Nell’adolescenza la pressione è aumentata ancora: era in ballo il rapporto con le ragazze, c’erano le battute sessiste tra maschi e quindi molte discussioni.
In questo il padre è stato presente e ha fatto la sua parte dimostrando che essere uomo non significa essere maschilista.
Portavano in casa discorsi e opinioni che ascoltavano in giro ma ho poi scoperto che portavano nei vari gruppi di amici opinioni e posizioni coraggiose perché sapevano rispondere anche con ironia, precisi senza essere saccenti, con logica e simpatia. A casa facevano l’avvocato del diavolo su tutto, poi fuori riuscivano a proporre le loro opinioni senza problemi.
Per l’8 marzo di un anno nel quale, lavorando in Provveditorato, facevo quarantacinque ore alla settimana e quindi non ero davvero mai a casa, trovai come augurio un foglio a forma di gatto con la scritta: “Auguri dai maschi della casa, gatti compresi”.
Al liceo portavano le mimose alle loro compagne e poi, cosa più importante, ho avuto riscontri anche dalle donne che hanno amato sul loro modo di essere uomini diversi da come la cultura patriarcale stabilisce come ‘destino’ della virilità.

Cosa c’è di più nell’essere madre e femminista?

Come femminista la parola chiave è liberazione. Libertà.
Tu ti liberi e sostieni la libertà di chi ti sta vicino.
Non è semplice perché per me libertà significa responsabilità di sé e del mondo dentro il quale vivi, connesso con te.
Non è stato facile ricordare che i figli non ti appartengono e ne sei responsabile in forma continuamente asimmetrica perché loro non hanno il compito di soddisfare i tuoi desideri. Devi saper dare indicazioni precise ma accettare che possano sbagliare e scoprire poi magari che si trattava di sbagli per te ma si sono rivelate ottime scelte per loro.
Se ne vanno in giro portandosi il tuo cuore ma devi fare in modo che sia un minuscolo talismano, non un bagaglio pesante.
Non possiamo vedere il futuro dei figli e questa coscienza del limite è ciò che rende la vita più apprezzabile.
La coscienza del limite è stata una delle riflessioni importanti per il femminismo e ha la sua radice proprio nel rapporto tra generazioni.
Segui la tua strada, ascoltati. Questo è stato l’apprendimento più importante del mio essere femminista che ho trasmesso e che credo posa dare suggerimenti per un nuovo modo di essere madri. Vivere la maternità non come ruolo o schema, ma come esperienza della vita, che ha un suo inizio e anche un suo concludersi.
E’ un andamento a spirale: è vero che resti per sempre la madre, ma la relazione cambia, e devi essere pronta a questo cambiamento, capace di sorprenderti per ciò che loro diventano e per ciò che diventi tu stessa.
Per me essere una madre femminista ha significato anche avere una ragione in più per indagare quel lavoro della riproduzione asservito dall’economia e cancellato dalla politica che pure resta l’unico modo per tenere in vita il mondo.
E non dovremmo dimenticare che le radici teoriche dell’uguaglianza possono trovarsi solo nella concreta e fisica condizione della nascita: non solo si nasce da pancia di mamma (e quindi dentro i suoi pensieri) ma ogni neonata/o ha bisogno delle stesse cose molto concrete: nutrimento, accudimento e amore. Tutto il resto intorno può fornire agi, ma anche privilegi, libertà di crescere o mortificazioni aberranti fino alla condanna. La cittadinanza delle donne non può prescindere da questa riflessione: non l’Uomo astratto ma l’umanità nella concretezza della sua condizione.
Da questo punto di vista molto abbiamo ancora da pensare.
Essere madre mi ha consentito di avere più strumenti per entrare nel merito di una questione che considero centrale per il pensiero femminista perché centrale nelle relazioni umane.
L’altra parola chiave infatti è “cura”. I miei figli hanno imparato a prendersi cura di sé, a gestire abitazioni e relazioni in modo autonomo, a esercitare quelle virtù domestiche che rendono abitabili i nostri spazi e questo nella storia dei generi è un cambiamento epocale.
Sono grata ai miei figli per essere diventati uomini con cui posso scambiare pensieri importanti per me.

NOTE BIOGRAFICHE

Rosangela Pesenti, 1953, nata in un angolo della pianura padana, cresciuta nei luoghi dove le donne s’incontrano.
Femminista, più volte dirigente nazionale dell’UDI (Unione donne in Italia), attualmente Presidente dell’Associazione Archivi dell’UDI, ha svolto interventi e formazione sui temi cruciali di storia, politica e vita delle donne per numerose associazioni gruppi e imprese di donne, tra cui Generazioni, della Società Italiana delle Storiche, la rivista Marea e i seminari di Altradimora, Seminari e Quaderni della Fondazione Serughetti-La Porta di Bergamo.
Insegnante di storia e letteratura nella Scuola Media Superiore per quarant’anni, Counsellor professionista e Analista Transazionale, Phd in Antropologia ed Epistemologia della complessità, svolge da anni attività di formazione sui temi del ciclo di vita, della violenza maschile sulle donne, della mediazione nonviolenta dei conflitti, della storia politica delle donne, in sedi istituzionali e del privato sociale.
Tra le pubblicazioni: Trasloco, Ed. Supernova, 1998; Velia Sacchi … e io crescevo, Supernova, 2001; vari articoli in riviste e saggi in volumi collettanei, tra i quali ricordiamo: Le sindacaliste della Camera del lavoro di Bergamo, (ricerca per il Convegno “La memoria del lavoro” a cura di Angelo Bendotti ed Eugenia Valtulina), Rassegna dell’Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, 59/2003; Donne disarmanti (a cura di Monica Lanfranco e Maria Di Rienzo), Intra Moenia; Volevamo cambiare il mondo, Carocci, 2002; Donne manifeste, (a cura di Marisa Ombra), Il Saggiatore, 2004; Per Alice, Quaderni del Centro di Psicologia, Ed. La vita felice, 2006; La Rosa d’inverno, Edizioni Punto Rosso, 2010; Donne e politica. Gruppi e reti, (a cura di Alberto Zatti), Rubbettino Università, 2010; Incontrare il bambino giocando, Junior, 2012; Etica e bambini, Neopsiche, Ananke 11/2012; Vita? O teatro?” La creatività del copione nell’opera di Charlotte Salomon, in Fanita English, Zedde Ed., 2012; Le donne: un servizio sociale multitasking gratuito, Il Sinodo delle donne. Le nuove famiglie, Ed. Camera dei deputati, 2016.
Gli ultimi libri: Racconti di case, il linguaggio dell’abitare nella relazione tra generi e generazioni, Ed. Junior, 2013, esito del Dottorato di ricerca, che ha ispirato la realizzazione nel 2015 dello spettacolo teatrale “Questa casa non è un’azienda” ; Velia Sacchi: Io non sto a guardare, Manni, 2015.

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