Trasloco (1998)

TRASLOCO

ESTATE 1987

Sul mare levigato dalla sera
nell’invaso del sole
(un profilo di colline all’orizzonte)
si placa ogni respiro ed è Chimera
la parola che suona inusitata
in mente
dai contorni improbabili riemersi
come a filo di spiaggia
la sbavatura del mare
sembra parola piana a cui tornare
ed è puro suono che riecheggia
da una qualche prismatica memoria
in cui divide il senso dal sentire
la forza del presente
nell’assoluto smarrire
e del passato a pezzi ripropone
come parola gaia e senza intento
questa Chimera, dentro un lieve
suono di vento
come dell’inutile e vuoto passare
della vita
il feroce monumento

I giorni di vacanza gocciolano via uno ad uno e l’afa è ancora insopportabile.
Tutto intorno a me sembra non farsi parola. Il quotidiano più prosaico, secoli di silenzio stratificati fino a scordarne la possibilità.
Tutto è dato, ogni cosa la sua pacata ragione: piccoli intricati meccanismi che la parola non turba. Lascio continuamente, ossessivamente, questo filo sono­ro, tento la strada dei precisi, assordanti gesti del quotidiano, irrimediabile, maldestra.
Scriverò dopo, dopo i panni stesi e piegati, dopo i compiti corretti, dopo la notte, dopo il giorno. (Qui, nella curva del mondo che abito, luce e buio conservano alle stagioni un ritmo che sbriciola i progetti in piccole por­zioni commestibili, ma resta ineguale la clessidra dell’anima).
Scriverò, dopo aver pulito (il mio sguardo incontra le ragnatele prima delle parole), dopo aver letto (i libri crescono sul pavi­mento in piccole torri raccogliendo polvere e sensi di colpa), troppe le cose che non conosco. Altre hanno già scritto sentimenti, scoperte, la mia vita. Cerco scappatoie per vivere.
Dentro, il tramestio delle parole diventa un rombo assordante. Talvolta apro spiragli, giusto per allentare la tensione, ne ho i quaderni pieni, e le agende di scuola, i margini dei libri.
Mi permettono di non prendermi sul serio. Posso non scrivere se voglio. Ma scrivere non appartiene all’elenco dei desideri. Le parole si gonfiano dentro, a fatica scendono sulla pagine in ordine dubbioso e inesorabile. Numero i fogli disegnando ghirigori intorno alle spirali metalliche, tento di imbrogliare il mio futuro imbrigliando il presente in un esorcismo.
E non so ancora cos’è questo.
Una voce sguaiata e urlante a cui non saprò dare parola: la mia. Riempire fogli e fogli per scoprire che forse sfugge ogni realtà ai miei significanti.
E con dolore.
E’ stato così facile tutto al confronto. Partorire i figli, fare concorsi, insegnare. Palliativi, diversivi, esercitazioni varie? Aderire al mondo così com’è senza pensarlo.
L’ironia è una strada di salvezza che non possiedo. Ancora.
Guardo le pagine, recuperare gli spiragli non ha senso, lo so da me.
Imparo a scrivere e la mano è malferma. Un’apertura piena, a rischio. Ho paura e non dovrei: nella notte, impercettibile, il sogno è cambiato, appartiene a un tempo remoto. Ma è ancora presente alla memoria: camminavo, non so come arriva­vo dal cancello di casa mia alla strada, so che ci arrivavo, poi lì diventava impossibile fare un passo, portare i piedi avanti, uno davanti all’altro, non sapevo, non potevo più cammina­re. Per anni. E imparare fu, allora, lungo e difficile, feci in vent’anni ciò che ad altri riesce nell’infanzia.
Una paura indicibile, dissimulata. Un’incrostazione che rallenta gesti e pensieri.

Sono queste le cose che vado scavando?
Potrei costruire un castello ai bambini, studiare storia, preparare il minestrone. Forse la cosa migliore.
Respiro, il tempo si mette al sereno, aggiro con agio il nuovo spazio di silenzio. Potrei ammutolire e ne sarei contenta. E’ il mio nuovo sogno. Parlo con qualcuno e le parole non sono quelle che penso, mi confondo, i suoni biascicano in un sussurro, tac­cio.
Capisco che sia impossibile per altri ascoltare questo balbettio. Vivo contro la mia ragione. Altre parole non mi saranno concesse, nessun diversivo, o queste o niente.

Che tragica, mi sono detta. Nella mia famiglia è l’insulto peg­giore.
La vita è questa, per tutti, solo gli imbecilli si danno impor­tanza. Ho delle responsabilità, i bambini. Mi sento in colpa, sui miei umori si tiene in equilibrio la famiglia. Scendo in cucina e spiego, sai sto male perché devo scrivere. Ridicolo. Torno di sopra. Ridicolo è più che assurdo: toglie qualsiasi velleità. Mi siedo, prendo la penna. Si affacciano i bambini, aria furbet­ta, interrogativa, siamo buoni. Devo scrivere, la voce incerta. Anch’io devo scrivere, all’unisono, senza incertezze. Contrattia­mo sulla penna. Questa è la mia, l’ho comprata ieri. Poi sui fogli. Due minuti dopo sul foglio di Enrico c’è un’anitra sbilenca. Ti piace? Adesso scrivo a-ni-tra sillaba. Nessun dubbio segna la sua parola: ANITRA. L’altro cerca ancora la penna adatta e brontola perché nessuno l’aiuta: “sempre io la cameriera!”. L’impronta della lingua mater­na. Riprendo a scrivere con fatica. Cancellare, ricancellare, riscri­vere. Ne sarò capace? Le cose arrivano a grandi ondate, senza respiro, le parole pren­dono distanza, restano, diffidenti, a riva. L’operazione mi appare di volta in volta impossibile, inesistente, inutile, insensata.
Dovrei fare un piano, che so, stabilire capitoli, parti, paragra­fi, tempoluogopersonaggifabulaintreccio, un capo e una coda. Stendere almeno un reticolo di strade percorribili in questa materia informe e incandescente.
Potrei cominciare dall’infanzia e risalire. Quale infanzia, la mia?
Il senso del ridicolo non mi abbandona.
Ne ho sentito ridacchiare proprio allora da madre e zie: sogna­trice del mio paese, con taccuino in mano e matita infilata dietro l’orecchio, la vedo scrivere versi seduta sul ciglio di un “funtanì” (unica possibile versione locale del lago romantico). Forse l’immagine l’aveva folgorata dalla copertina di uno di quei romanzi per signorine che leggeva golosamente ispirata in ogni momento libero e che passavano poi di mano in mano tra le amiche nonostante i divieti del parroco. La Pòetica: in bocca a mia madre bastava il gonfiarsi dialettale della prima sillaba a siglarne la figura patetica anche quando l’appellativo cadeva casualmente nel discorso come sostituto del nome (e mai ho saputo quale fosse il suo).
Qualsiasi cosa abbia fatto, compreso morire, ha conservato per tutti noi la sfumatura di ridicolo di quella sua giovanile imper­donabile velleità.
Scrivere non è da noi.
Eppure la nonna mi recitava spesso poesie, quelle “classiche” dei poeti veri, insieme alle storie della Bibbia e alla favola di “Catarinì”.
Era la mia televisione. La sera mi accucciavo nel lettone accanto a lei, a sinistra sistemavo le mie difese contro il demonio, che certamente una volta o l’altra mi avrebbe precipitata all’inferno dato che ero una bambina cattiva, prima il bambolotto, grande, di celluloide, rigido e sereno; guardavo con invidia il suo sonno placido, poi il cuscino, la nonna ne teneva uno di troppo per me, in fondo la spalliera del letto con colonnine, capitello e timpa­no, era una difesa sufficiente. Alla mia destra lei spegneva la luce e cominciava le sue terribili, interminabili storie. Lei e mia madre mi hanno regalato l’amore per i libri. Da loro ho imparato a considerare i libri un mondo accanto al quale la realtà quotidiana scoloriva.
Mia madre poi i libri me li comprava. Ogni estate partivamo per andare a trovare i nonni e gli zii paterni che vivevano in una grande cascina. Il treno ci portava fino a Brescia e da lì in pullman fino al paese. Della sosta in città ricordo solo la libreria sull’angolo della piazza che mi sembrava enorme da attraversare sotto il sole a picco e l’afa che opprimeva il respiro.
Dentro era quasi buio e i libri erano costellazioni di colori sugli scaffali troppo alti per le mie mani. Non ero io a scegliere, aspettavo in silenzio annusando il legno scuro del bancone che sovrastava la mia testa, consapevole del privilegio di quel dono come di un rito sacro.
I libri mi ripagavano delle due ore di nausea che mi avrebbe procurato il pullman, nausea che infatti non ricordo se non per i racconti della mamma, orgogliosa della mia capacità di sopportare senza lamentarmi.
Ancora analfabeta, altri leggevano per me finché conoscevo a memoria ogni parola. Non lei, che non aveva tempo, ma zie, cugine, amiche che le sedevano intorno, ovunque andassimo, per interminabili pomeriggi mentre lei tagliava, imbastiva e cuciva i loro abiti. Le nostre visite erano sempre accolte con piacere per la sua capacità di creare abiti da qualsiasi straccio ma quella fissazione di farmi parlare l’italiano era guardata con sospetto, segno di una presuntuosa ambizione di cui predicevano la caduta. I commenti piovevano ironici su ogni mio passo maldestro e i suoi rimproveri sempre più severi ad ogni sillaba dialettale che mi sfuggiva, captata dalle sue orecchie come l’ingratitudine di un tradimento.
I libri parlavano una lingua che mi consentiva i pensieri.
Ho ritrovato tempo fa un quaderno delle elementari con piccole stupide rime. Ricordo il tentativo. Rinunciai subito. Volevo scrivere ma non sapevo da che parte cominciare.
Ho vissuto la scuola con ansia: studiavo tutto con un’avidità, un bisogno di sapere che mi lasciavano stremata e insoddisfatta. Le materie scolastiche mi rimandavano l’angustia delle possibilità che avevano segnato la mia scelta e costringevano già il mio futuro.
Non trovavo risposte alle domande che apparivano bizzarrie intellettuali in un corpo di donna che non sapevo neppure riconoscere. Mi sentivo sempre fuori posto e lo ero, per sesso, classe sociale e forse anche per quel particolare insieme di eredità e storia che costituisce la singolarità personale.
Studiavo tutto, sempre, perché sapevo che la scuola era comunque l’unico possibile passaporto per uscire da un destino già deciso altrove. Per fortuna ero nata nell’anno giusto: quando ho finito le elementari la scuola media era obbligatoria da un anno, quando mi sono diplomata ragioniera hanno liberalizzato l’accesso all’uni­versità e io mi sono iscritta a filosofia.
So che ci sono persone, uomini e donne con nome e cognome che hanno condotto queste battaglie perché studiare non fosse privilegio di pochi, perché una scelta precocemente obbligata non fosse una sentenza definitiva sulla vita; forse la mia passione per la storia è cominciata da questa gratitudine.

Nei vaghi reticoli di senso in cui fingiamo la vita ognuno si tiene stretto al suo filo, esiste ciò che emerge al mondo dei significati, inutile interrogarsi sui chiaroscuri.
Molti di quei fili non sono percorribili per me, non ho imparato, nell’età in cui queste cose si imparano, molte delle forme del vivere comune, mi sono estranei i sottili codici di comunicazione che gli altri utilizzano senza neppure pensarne l’esistenza, anche se molto ho imparato ultimamente e spesso mi diverte come un gioco o mi amareggia come una menzogna.
Per anni camminando sull’orlo dell’abisso (e mai trita metafora mi è sembrata più insostituibile) mi sono sforzata di fare atten­zione ai miei piedi. Mi sembra di aver passato la vita a cercare una terra solida su cui tentare il passo.
In realtà, sarà strano, ma mentre osservavo un piede l’altro se ne andava spavaldo per conto suo, ostinato nel non rendere nessun conto. Adesso la vertigine mi dà brividi di piacere reale, non metafori­co. Mi prende alle spalle mentre correggo i compiti, pagine e pagine che opprimono il mio tempo, e il senso di estraneità è finalmente un modo di guardare il mondo. Come se lanciandomi nella vertigine avessi scoperto di avere mille liane da percorrere, io, così maldestra.
Ecco, mi penso agile.

Il ripensamento del ripensamento.
Due settimane dopo le elezioni. Il tempo scorre con una lentezza esasperante togliendo ogni alibi alle mie inadempienze.
Tolto l’ultimo granello di polvere, steso l’ultimo superfluo fazzoletto (ci sarebbe, volendo, il bagno da pulire e la cena è ancora da inventare) mi aggiro nell’incapacità di utilizzare con rigore logico e agio il tempo.
La depressione: “Tutto è legato alla monta e smonta dei nostri ormoni” conclude Franca la nostra veloce analisi politico esistenziale del post-voto (ci siamo o non ci siamo, noi, conosciute grazie al partito?). Per fortuna esiste la sua ironia cresciuta nell’ombra di piazza S. Marco. Io buona bergamasca stento a sorridere e il prendersi troppo sul serio rasenta sempre la stupidità. Anche perché l’attenzione puntata su di sé adombra “il contesto”. Neppure gli evangelici “altri”, proprio il contesto. “Niente esiste al di fuori delle coordinate spazio-temporali”.
La certezza di quest’affermazione sulla quale ho cercato di costruire per i miei alunni percorsi possibili di alfabetizzazione, si è sfaldata. Come quando, a furia di ripeterla, anche una parola comune ritor­na al presunto stato originario di puro succedersi di suoni e più la ripetiamo, più ci sembra assurda e perfino ridicola abbinata all’oggetto, che ben chiaro, nella sua evidente esistenza, vaga nella nostra mente innominato.
Qui ed ora mi pare l’unica declinazione credibile di quell’assun­to.
Inutile ripetere ragionamenti già fatti: quale tempo? Quello dei nostri settantacinque anni possibili, quello dei frammenti che – qui ed ora – recuperiamo del passato (anche questa è una parola da non usare più di una volta), quello di un futuro (idem), nel quale – qui ed ora – ci piace talvolta eternarci? Il tempo della vita sulla terra, il tempo della specie umana?
E lo spazio?
La rete che delimita il mio fazzoletto di prato, il lucernario che concede un passaggio di luna alle mie notti, il campo della battaglia più importante, dicono qui, del medioevo, che ancora (sette secoli dopo) è questo villaggio, lo spazio che il televi­sore magicamente seleziona ogni giorno, il teatro possibile delle guerre stellari? (saranno teletrasmesse come le partite di calcio internazionali?)
Qui ed ora, la trasformazione di migliaia di cellule fa sì che tutto questo sia e mi costringe a lasciare impronte sudaticce su questo foglio.
Giro intorno ai discorsi e divento retorica. Saranno gli ormoni o il fatto che tutto si è, ora, complicato e semplificato insieme.
Cerco di trattenere più che posso la zavorra, potrei ordinatamente ripensare fatto dopo fatto, anni di vita, allineare una lunga serie di qui ed ora grazie ai quali ridare dignità e spessore alla parola passato che -qui ed ora- mi appare persino troppo ampollosa per essere pronunciata.
Qui ed ora (ultima ripetizione possibile, forse solo il breve suono impedisce la fuga al significato) proprio i fatti rifiutano ogni facile inquadramento e cagliano in un unico sintetico reto­rico pensiero: il senso della vita.
Non so neppure se si tratti di una domanda.
Il tempo, giusto quello di alzare gli occhi dal tavolino.
Lo spazio, quasi immobile: è cambiato il disegno delle quinte, il colore agli infissi delle finestre, la posizione delle case e dei prati, il titolo dei libri appoggiati sul pavimento.
Il massacro di Sabra e Chatila l’ho visto in televisione, ora, (e qui) evito gli articoli che mi parlano di Beirut.
L’ingenuità diventa troppo spesso ipocrisia.
Leggo e rileggo “Guasto”. E quando le pagine non scorrono mate­rialmente tra le mani vi ritorno col pensiero, come su una prote­si nuova e fastidiosa, Christa è diventata quest’estate la mia interlocutrice più reale. Succede che nel disordine delle mie letture nasca un riconosci­mento. Non si tratta solo di una passione immediata e neppure di una completa, magica, identità di vedute. Forse potrei definirla la lunghezza d’onda di una ricerca che vive delle stesse inconfessabili ragioni. Una scrittura che è tutt’uno con la vita, che niente legittima per sé se non l’essere parte di questo, come bere, mangiare, dormire.
In-confessabile come non si racconta per pudore un gesto intimo o una scelta segnata dalla fatica del dubbio.
Leggo con avidità, ho ricominciato a comprare i libri con la borsa della spesa. Dopo gli anni avari dell’incertezza la carta nuova ha il buon odore del lusso.
Una fame di parole che mi riporta l’adolescenza.
Avevo quindici anni nel ’68, sedici quando Piazza Fontana esplose: le immagini che scorrevano nel telegiornale della sera aprivano interrogativi che mi avrebbero separata per sempre, e salvaguardata, dalle rete fitta di ipocrisie che costringono alla feroce convivenza delle zone grigie. Non possedevo una lingua se non quella abrasiva che scorticava i miei sentimenti rendendomeli irriconoscibili.
I giovani rivoluzionari che quegli anni producevano in discreto numero anche qui, usavano parole gonfie e sconosciute. Li seguivo perché li sentivo compagni della mia stessa rivolta: un bisogno fisico, prima che morale, di rigurgitare il perbenismo obbediente a cui ci convertiva un sogno di opulenza, ma non riconoscevo nella loro vita i bisogni e i disagi di cui vivevo.
Chi grida mi ha sempre ispirato paura e diffidenza eppure per anni solo nel grido avrei desiderato riconoscere la mia voce.
C’erano maledizioni più profonde nelle nostre vite, appartenenze non innocenti che prima o poi avrebbero separato anche le nostre strade.

Memoria, un bel nome per una buona rivista, ci trovo sempre ricerche curiose, le sfaccettature di quella capacità di indagare, sezionare, spiegare che mi piace tanto.
La solidità della parola quando al suono si lega con evidenza immediata e indiscutibile il significato: una lettura stimolante ma non inquieta.
In Christa è la trasparenza della parola: innegabile la sincerità ma niente è dato e in ognuna si stratificano, in un interminabile aprirsi di vetri, i significati di un’intera vita.
Gioco della memoria, è in questo che spendo queste giornate afose?
Christa l’ho incontrata in autunno. Per Gramsci è stato d’estate. Agli esami di maturità la prima volta. In piena consacrata ignoranza. Sapevo vagamente di un pensatore comunista e la lettera al figlio Delio non la conoscevo ma la sua speranza mi sollecitava. La mia fu la risposta di una figlia ignorante ma appassionata. L’unica cosa buona di un esame umi­liante. Il commissario d’ italiano (un prete) mi disse che il tema non era eccezionale ma avevo avuto spunti interessanti.
Così diventai comunista, leggendo i quaderni dal carcere, notte e giorno, senza interruzione, per una sorta di rispetto religioso verso quel dolore dell’intelligenza che rendeva ancora vivo un uomo, capace con le sue parole di propormi una storia a cui potevo scegliere di appartenere.
Quando mi sono iscritta al P.C.I. ero già all’università.
Il primo anno, in Cattolica, avevo compiuto il mio apprendistato della politica: nel ’72 i tempi della speranza erano già chiusi, non erano consentiti indugi nemmeno all’ultimo arrivato. Milano nella memoria è una città blindata, le saracinesche abbassate, i poliziotti coperti d’armature di cui spiavo lo sguardo, avvicinandomi contro ogni buon senso, perché non mi capacitavo dell’odio che mi rivolgevano.
Morì Roberto Franceschi alla mia prima manifestazione: la sera a casa imparai come la televisione poteva manipolare le immagini, erano i nostri i volti feroci che giustificavano il delitto. Nessuno ci avrebbe protetti dalle nostre ingenuità.
Ero comunque sola. Un professore saccente mi aveva invitata ad un colloquio, insieme a pochi altri che provenivano come me dagli istituti tecnici, e ci aveva consigliato di ritirarci: filosofia non era una facoltà per noi.
Sono rimasta il tempo di dare il primo esame, storia della filosofia antica, trenta e lode, (lo stesso professore in piedi complimentoso) poi me ne sono andata dall’università e dalla chiesa cattolica.
Questioni di fede e di complicità. Ero comunque sola da tempo.

Emozioni percorrono il mio tempo, corrono lungo le ragnatele in cui s’impigliano sornioni i pensieri. Preciso e casuale intrecciarsi di fili nel dipingersi di un disegno che forse progetto solo un attimo prima del suo farsi.
Legami fragili e tenaci che mi costringono ad un esercizio faticoso come un dovere di cui non riconosco la necessità. Mai era accaduto con questa urgenza che esaspera la congenita lentezza dei miei movimenti.
Vivo da sempre con l’ingombro del pensiero.
Mai, sempre, gli assoluti del tempo. Sono entrata nell’età delle sfumature e ancora non riesco ad abbandonare le presunzioni dell’adolescenza.
I bambini mangiano da un amico. Vivono anche senza di me, e bene.
E’ bene, così sia.

Dunque Christa si interroga su Cernobyl. Ha dato voce a molti dei nostri pensieri.
Ricordo la primavera, il sole opaco che guardavamo con i bambini, il naso schiacciato dietro ai vetri. “Possiamo uscire? E’ finito il veleno?” Guardavo i prati, i campi seminati, gli alberi di questa terra avida e feconda: che differenza fa una nube?
Non è lontano da noi Seveso e l’abbiamo dimenticato, in alcuni paesi vicini il tasso di mortalità per cancro è tra i più alti d’Europa, più tardi c’è stata l’atrazina e la gente si è adatta­ta.
Chi possiede i campi qui (tra le terre più fertili d’Italia) ne ha fatto la fonte di un secondo reddito, gli anni sgretolano l’armonia di vecchie cascine del ‘500 e maturano veloci bianche villotte all’americana, lo sguardo spazia la monotonia del mais senza incontrare un albero e nei giardini accuratamente recinta­ti, dove l’erba non conosce piede di bambino, crescono spaesati gli abeti.
Non rimpiango il buon tempo antico, tutto questo ha radici lonta­ne: da sempre siamo terra di confine, abbrutiti dal passaggio degli eserciti (mi è bastato studiare la storia sulla carta geografica).
La povertà di un tempo ha lasciato la sua impronta nell’avidità che trasforma, come nelle favole, ogni ricchezza in una condanna: sommersi da un degrado culturale i cui segni deturpano il paesaggio e le persone.
Uso parole grosse, non mi convincono del tutto, la realtà non ha bisogno di iperbole. Per anni ho cercato le mie radici con disperazione e rabbia, rifiutandomi di riconoscerle. La TV modella il quotidiano delle mie vicine di casa, dei miei compagni di partito.
Viviamo sulla pelle quella che gli “esperti” a Roma chiamano “ristrutturazione capitalistica in atto”, la vittoria del neo liberismo e Pasolini disse la parola che più temiamo: genocidio. Non è solo questione di coscienza. Ci sono impronte che non si cancellano dai corpi, gesti codifica­ti in noi prima di capirne il significato che ci maledicono fino alla tomba.
Di nuovo parole grosse.
Il tempo ha scansioni che solo in modo pretestuoso si attaccano alla successione dei giorni sul calendario. Sono grata a Christa per aver scritto di Cernobyl. Sono le donne e gli uomini concreti a creare il reticolo di “qui ed ora” che trattengono sul calendario l’intelligibilità della nostra esistenza.
Ciò che io ho scritto di Cernobyl non conta. Qui noi siamo, per definizione, preda di ogni nube di passaggio. Sono rimasta in silenzio dietro i vetri di altre primavere.
Anche il dolore si vive secondo antichi codici familistici e tribali. Forme che il consumismo ha svuotato e reso ridondanti.
Le mattine qui sono quasi sempre grigie, estate e inverno, la gente si avvia al lavoro senza guardare il cielo. I vecchi muoiono con amarezza e rassegnazione. Nessuna coordinata possibile li trattiene più alla vita. Senza coscienza, alla sofferenza non è offerta dignità. Sono i progenitori, fantasmi dell’età della pietra di cui colle­zioniamo gli utensili. Nel migliore dei casi li trattiamo come bambini e loro si adattano.
Caterina no. Lei ha continuato fino in fondo a puntellare le sue coordinate di vita. Con lei è toccato a noi rinunciare alle nostre. Per compassione, dicevamo, per rispetto. Perché lei era forte. La malattia l’ha vinta solo alla fine.
La figlia maestra dei nonni paterni di mio padre: lui, intendente (così si diceva allora) di una ricca famiglia, nonno di larghe vedute e prodigo, lei, una donna dura, tagliente, alla morte ne scoprirono la generosità burbera e modesta. Avevano fatto studia­re i figli (mio nonno e un altro, lo zio Antonio, morto nella prima guerra mondiale) e per Caterina, bella, maestra, speravano grandi cose: un fidanzato, brillante avvocato, morto di tisi (ossequio ai tempi) è il segno del destino. Caterina sente che quella non è la sua strada e decide di dedicarsi a Dio. Potrebbe entrare in uno dei tanti ordini monastici e la famiglia si sentirebbe onorata. No, lei decide di seguire una contadina analfabeta che in un paese vicino, guidata da visioni mistiche, ha cominciato a raccogliere le bambine orfane e abbandonate. E’ uno scandalo, Caterina colta, distinta, gentile e altera, Caterina di buona famiglia, che conta nel paese, Caterina bella, i capelli biondi raccolti sotto un grande cappello di paglia (così ne conservava il ricordo mia madre in una sbiadita fotogra­fia).
La madre, ammalata di cancro, la costringe a restare in famiglia. Quando muore lei lascia al fratello la sua parte di eredità e si trasferisce dalle “chitine” (beghine). Alla morte della fondatrice comincia a dirigere l’orfanotrofio e inizia le pratiche per la beatificazione della morta e il ricono­scimento dell’Ordine. Non otterrà dalla Chiesa né l’una né l’altra cosa. Molti anni dopo un assistente sociale mi ha confermato che ricor­dava l’orfanotrofio della zia come un caso unico e positivo.
Vivevano di carità e accoglievano bambine che le altre istituzioni rifiutavano perché non conformi al modello previsto. Loro non facevano distinzioni: qualsiasi età e qualsiasi condizione. E soprattutto quasi nessuna retta. La generosità era una legge talvolta anche rigida, come tutte le leggi, ma rassicurante.
Caterina aveva ben chiaro il senso della vita e della sua in particolare: usava l’umiltà dei grandi alla quale volentieri gli smarriti si affidano e si sottomettono.
Figlia di una civiltà contadina in cui aveva conosciuto il dominio ferreo della madre, “la regiora”, deve aver intuito la povertà del suo futuro possibile come moglie borghese: elemento decorativo e subalterno in un epoca in cui alle donne poco era concesso. Quelli che la ricordano parlano della sua intelli­genza, della sua acuta capacità di parola. Io l’ho conosciuta quando si era già chiusa nella dorata prigione della sua malattia. Porto il suo nome (come terzo dopo altri due lottizzati tra le famiglie) perché sembrava che la mia nascita dovesse coincidere con la sua morte. La serie interminabile delle malattie (di origine, sono convinta, psicosomatica) non le impedì di arrivare oltre gli ottant’anni. Ci facevano rabbia i suoi errori, certe debolezze dei suoi senti­menti, la parzialità che mai riusciva ad ammettere come tale.
Là, su quel difficile crinale che è la morte ci siamo rincontrate. Io, atea e comunista (per definizione sociale) fuori da ogni steccato possibile e lei, che nella fedeltà ad uno steccato aveva speso e disperso ogni possibilità.
Aggrappata al tremito del suo corpo che con tenacia stringeva nelle mie mani l’ultimo stupore della vita ho rimpianto la capaci­tà di pregare. Non un dio della morte a cui rivolgere usate formule, ma un rito umano in cui sostare insieme nel passaggio.
La Chiesa a cui si era affidata senza riserve ha accettato, senza sostenerla, la sua impresa, troppo segnata, credo, da quel Vange­lo in cui credono veramente solo gli ingenui e gli umili. Era una donna: educata a dare senza ricevere. Lei ne ha fatta una presuntuosa legge a cui gli altri, increduli, hanno dovuto guardare con rispetto.
La sua vita si è chiusa, come tante. Non ho seguito le sue parole, mutuate da un mondo e una società che la storia si è incaricata di smentire. Ricordo la figura altera e il gesto gentile, la voce allegra e lo sguardo sicuro che ancora recitava con frettoloso e smarrito impegno negli ultimi tempi. E’ stata in piedi con coraggio in un’esistenza senza possibilità. Questo è il segno che porto dentro con paura. E’ questo che guida la mia mano in un tentativo maldestro di riscatto. Un giorno anche su di me si chiuderà la pianura.

Non ho potuto più scrivere.
Questa piccola pace che ho tentato di stabilire: un’estate in un fazzoletto di prato per potermi ascoltare, non esiste già più. Pace, libertà: suoni impronunciabili che altre storie hanno già eroso. Pezzi di mondo non metaforico mi franano intorno, solo una lucida follia da formica mi trattiene sull’orlo del quotidiano.
Stendo i panni, cucino, saluto le vicine, rappezzo brandelli di senso per legare la mattina al pomeriggio e il pomeriggio alla sera. Due giorni di pioggia e pezzi di montagna sono venuti giù trasci­nando la mia estate già precaria. C’erano state le compravendite dei bambini, interi o a pezzi, le violenze, i maltrattamenti (perché mi sembrano eufemismi queste parole?) l’esodo per le vacanze con qualche massacro autostradale in più (crescita demo­grafica dell’automobile).
Mi metto volutamente al centro.
Mi proibisco di pensare anche una sola parola di pietà. Sono sconosciuti, numeri, persone senza volto, né sesso, né età. Non posso soffrire. Non scavano nessun vuoto nella mia vita.
E’ un eccesso invece.
Sono io a non poter più vivere di queste morti. Evito di parlarne, da sempre mi si rimprovera la mancanza di misura nei sentimenti. Ci sono strade che percorro senza sentirmi né migliore né peggio­re degli altri, ma da sola. Sto imparando a diventare clandestina.
E’ giusto: serve a qualcosa la partecipazione emotiva?
L’estate in cui è morta Caterina massacravano a Sabra e Chatila, qualche primavera prima di Cernobyl uccidevano Marianela Garçia, scrivevo la tesi di laurea la notte in cui un bambino moriva in fondo a un pozzo, il fango che ha coperto la gente in Valtellina si è fermato a pochi Km dietro il mio orizzonte, le piogge qui hanno lasciato qualche giornata meno afosa.
Servirebbe a qualcosa flagellarsi, piangere, anche solo pensare?
Serve gente che sappia produrre azioni positive (quale buona certezza in quest’eco).
Senza retorica.
Così ho creduto alla politica.
Non serve discutere, bisogna fare, mi ha spiegato la responsabile femminile l’altra sera in federazione. Non c’è bisogno di discu­tere per capire cos’è una commissione di lavoro (ma che cos’è una commissione femminile?) si lavora e basta. La sua certezza mi ha smarrita “ti dimetti perché non vuoi assumerti responsabilità!” Sono certa della sua buona fede. Per un attimo mi sono ribellata, ho urlato a quell’immagine che andava co­struendo di me, falsa, falsa…
Ho sbagliato, avrei dovuto tacere, sentivo ogni mia parola deformarsi fino a mutare di significato contro le certezze che ci separavano come un vetro di sicurezza. Non so se ci sia colpa e di chi sia. Le leggi del gruppo sono rigorose, chiunque si discosti desta sospetto.
Siamo diventati maestri in questo gioco al massacro: si taglia l’altro a pezzetti e poi si ricompone una figura. Riconosci i pezzi ? “Sì sono i miei” “Allora sei tu” “no!”
Un grido in un sussurro?
Ovunque possiamo leggere in questa vita i segni della nostra morte non so quanto futura.

Sei catastrofica mi dice.
Riemergo alla luce. Smettila di darti importanza. Preparo la tavola in giardino. Distribuisco con solennità la pasta nei piatti. Buon colore di sugo. Ci stringiamo per fare posto ad un amico dei bambini. Immancabile. Buon odore di serenità.
Gioi e Tea, i nostri cani (femmine), sbirciano sonnacchiose gli avanzi. Mowgli, il gatto, ci osserva perplesso. Semola il canarino, gorgheggia. Rido. Sto bene qui. A naso in su leggiamo strane forme animali nelle nuvole di pas­saggio. Un gioco antico. Il presente non mi dà tregua. Quali sostanze in queste nubi, reggerà la montagna un’altra pioggia, c’è un buco nella fascia dell’ozono…
Spengo il pensiero.
I bambini si scordano di mangiare, confrontano tutto, il numero dei maccheroni nel piatto, il livello dell’acqua nel bicchiere.
Un bisogno spasmodico di stabilire uguaglianze e l’occhio eserci­tato a scoprire le più piccole differenze, su cui poter litigare. La diversità è un’avventura lontana, per quando impareranno a stare in piedi da soli. Spero felice.
Scappano fuori in bicicletta, nel sole. Qualcuno mi prende la mano. Potremmo fare l’amore. Chiudo gli occhi. Continuo a vedere le margherite appena fiorite. Gialle. Solari. Il pensiero in indicibile armonia con ciò che lo produce.
La vita per il gusto di vivere.

Una crisi d’identità, il dubbio di una militanza. Comunque non conto.
Mi sento sbandata.
Negli altri fazzoletti di prato la vita suona tranquilla. Mi avvicino con una punta d’invidia. Due chiacchiere sul marciapiede di fronte a casa mentre i bambini scorrazzano in bicicletta, due chiacchiere a ridosso della siepe che separa, con discrezione, due chiacchiere davanti a una buona tazza di caffè (i bambini sguazzano nella piscina di gomma). Voci pacate, quotidiane, e mille affanni. Cose che non si scrivo­no. La normalità: mi addentro senza un pensiero.
M’investe.
Un groviglio di rancore, incomprensione, invidia, infelicità, umiliazione, ignoranza, ferocia, subalternità, esclusione, sfruttamento…
Do nome alle cose, il primo che mi viene in mente. Non lo ricono­scerebbero. Per loro sono i piccoli fatti connettivi del quotidiano. Un gineceo doloroso e meschino. Irriconoscibile sotto la patina del benessere. Immolate, mi sentirei di dire, al benessere. Ma non a loro.
Qualcuno ha venduto un sogno e non a buon prezzo. Così ci si confronta col passato e si tirano le somme: lavatrice, frigorifero, una bella casa, mobili nuovi e pavimenti lucidi, vacanze al mare, macchine e accessori vari: siamo più ricchi e quindi più felici.
Le ragioni del possesso: per ciò che resta fuori dal conto non c’è nome. Tendo le antenne. Sto perdendo qualcosa.
Un’occasione.
Noi, le donne. Mi torna l’eco di vecchi slogan. Non ti regalano niente. Ecco. Sta cambiando il nostro quotidiano, tecnologie sofisticate ci accompagnano lungo la giornata ma non siamo noi a dirigere la rotta.
Ascolto le donne: sanno parlare dei rapporti, della loro vita, dei sentimenti, spesso con straordinaria intelligenza, spesso con spaventosa follia.
Resto smarrita, conosco vite che hanno affidato l’unica possibi­lità di un senso al rancore, al possesso, all’invidia, alla no­stalgia. Anch’io mi riconosco poco in questi termini astratti. Nessuna storia si assomiglia se non in una sorta di assurda, coattiva riproduzione di sé senza scampo. Per esistere.
Possiamo quantificare le vittime (concretamente il numero dei morti) immolate ogni giorno al … no, non lo chiamo progresso, meglio all’umano perpetuarsi nel tempo.
Esiste un’unità di misura che quantifichi i pezzi di noi bruciati sullo stesso altare?
Chi decide per noi, uomini come noi (raramente donne) conosce in quante sfaccettature si declina ogni loro scelta nella nostra vita? Di noi che non possiamo contare, solo, qualche volta, entrare nella conta. La differenza tra le parole è lieve, solo d’uso. Tanto che la maggior parte di noi si confonde ed è convinta di avere libertà di scelta.
Infinite possibili combinazioni: così recita la genetica. Lo spazio per un’avventura senza confini: siamo noi. Stretti in un quotidiano sempre più seriale, teleguidati dalla doccia alla colazione, all’amore, alla morte.
Uguaglianza delle possibilità è l’unico astratto che ancora mi convince. L’astratta giustizia che gli uomini di sinistra chiedono alla politica. O chiedevano. L’uguaglianza delle possibilità. La parola anche a chi non ha parola. Sono passati dieci anni.
Il mio bisogno di politica si incontrava con un partito. Un sentimento della giustizia in cui tentavo di coniugare i grandi astratti valori umani con le ansie della mia vita.
Al partito c’erano altre donne. Arrivate per altri, diversi per­corsi, ci univa la voglia di contare. Che al nostro entusiasmo il partito rispondesse con diffidenza non davamo gran peso. Si trattava certamente di arretratezze locali. Seguivamo di anno in anno sulle pagine delle riviste emergere le tematiche che noi avevamo portato alla discussione: la qualità della vita, la dimensione culturale del cambiamento, la questione femminile come aspetto non marginale della politica. Con entusia­smo e ingenuità. Non posso chiamarla ignoranza perché ciò che ignoravamo davvero è qualcosa che abbiamo, forse, imparato a riconoscere ma non certo a praticare.
Qualcuno le chiamava regole del gioco politico e forse si divertiva davvero.
Quelle di noi che avevano meno strumenti, meno potere contrattua­le se ne sono andate quasi subito, altre sono rimaste passando (me ne rendo conto oggi) per la mediazione di una doppia militan­za i cui due poli, nella nostra coscienza più nascosta, si legit­timavano a vicenda.
O si contraddicevano.

Mi sono fermata: l’Udi. Di colpo la trama delle parole si è infittita, soffocante, illeggibile. Me ne sono andata da queste pagine con impazienza, con rabbia.
Ho riletto vecchi quaderni. Cose scritte solo per me. Non è facile così, tento di dire ragioni che ho portato alla co­scienza tardi e con fatica, e con fatica tento di darvi nome. Non perché penso che altre o altri vi si possano riconoscere. Siamo in un momento in cui ogni vita vale per se stessa. E le scelte sono responsabilità che si declinano solo al singola­re.
Riaffiorano i ricordi.
Una saletta con i posti disposti ad anfiteatro al Comitato Regio­nale del P.C.I.
La commissione femminile ha invitato ad un incontro le responsa­bili provinciali dell’Udi della Lombardia. E’ un caso se abbiamo tutte o quasi la tessera del partito? La responsabile femminile del partito introduce, non ricordo il suo nome.
Guardo l’orologio, sono le 16.
Una dopo l’altra parlano le donne del partito, appassionate, severe, stigmatizzano questa follia dell’11° congresso: lo scio­glimento dell’organizzazione verticale. Arringano della loro pre­senza lo spazio e il tempo. Ascoltiamo ramanzine e ricordi di gioventù.
In silenzio. Qualcuna di noi (dell’Udi) accenna un tentativo: una spiegazio­ne pacata … L’inizio… Il tempo è scaduto. La riunione è terminata. Tra noi ci guardia­mo appena, con amarezza. Ci alziamo in silenzio. Ci consultiamo con ironia. Ci salutiamo con affetto.
Penso con rabbia: un processo nel quale alle imputate non è concessa parola. Ma non è vero, potevamo chiederla, bastava alzare la mano senza incertezza.
Sulla carta della democrazia sta scritto il diritto alla parola, noi avevamo bisogno della disponibilità dell’ascolto: per i nostri mille dubbi, per quel percorso che avevamo dentro, senti­menti, intuizioni, ricerca, paure, che stentavano a trovare paro­la.
Uno spazio di silenzio in cui stare, ognuna per sé, senza bisogno di schieramenti o di difese. Per capire insieme.
Un momento di lucidità politica, la ricerca di una strada diver­sa. Che cosa rende densità alla parola? Il fatto di crederci?
Non ci hanno creduto neppure molte delle donne che all’Udi ogni anno pagavano con convinzione una tessera. Dopo la grande passione collettiva del femminismo ognuna di noi si era ritrovata impegnata nel difficile tentativo personale di stare nel mondo (in questo mondo).
Si erano sciolti tutti o quasi i collettivi. Sciolti è proprio la parola esatta per me. Sciogliersi, mutare forma. E con la forma, sostanza.
Lasciavamo una vicinanza alla quale non riuscivamo più a dare nome e ognuna tentava di verificare quanto nella propria vita potevano essere praticabili le parole che ci eravamo dette.
Non era diverso per i circoli dell’Udi, percorsi da laceranti conflitti fra identità diverse che la dinamica di gruppo soffocava o incapaci di dare dignità politica alle incer­tezze, ai ripensamenti.
Per molte la militanza nell’Udi era stata un’appendice e ritorna­vano appieno a quella, più rassicurante, nel partito. Restava quella tessera pagata. Non a caro prezzo.
Da funzionaria mi sembrava incredibile che le iscritte, i circoli, non si ponessero il problema dei costi dell’organizzazione. Eleggevamo un comitato provinciale, una segretaria, una responsa­bile ma in realtà il sistema era cooptativo. E la legittimazione, non detta, non scritta, magari non portata alla coscienza avveniva altrove.
“Se le donne vogliono un’organizzazione devono pagarsela”. Ho ancora registrato l’intervento di Lorenza, la nostra economa nazionale. Con passione e concretezza. Si trattava di chiarire le finalità di questa organizzazione che tutte dichiaravano di volere. E non era cosa facile.
Avevamo proprio dietro le spalle una grande vittoria. O forse dovrei dire “sulle spalle”. E pesava.
Non ho festeggiato dopo il referendum sulla 194. So che le compa­gne mi aspettavano. Il pomeriggio incollata al televisore, seduta tra la culla di Enrico e il telefono.
Avevo visto troppi uomini e nessuna donna. Avevano vinto le donne ma era solo un altro passo fuori dalla clandestinità e già ne manipolavano il senso. Guardavo quelle sedi di partito traboccanti euforia e mi attra­versavano pensieri amari e una rabbia antica. Avevo speso tanto di me in quella battaglia, troppo: i miei sentimenti più difficili, la mia vita, lo sforzo di ripensarla con una moralità laica. Passione e concretezza. Ero stanca. Avevo bisogno di silenzio per ascoltarmi, per capire.
Ci siamo limitate ad aprire una strada ma tracciarne il percorso non sarà indolore: ha tagliato e attraversato molte delle nostre vite.
Racconti che non sappiamo ricondurre ad una storia, emozioni scomparse che ancora contano, depositate sul fondo, necessarie zavorre della vita.

Almeno nella mia di vita e oggi. Tutto mi sembra così soggettivo, eppure è proprio l’azzardo di una parola, un gesto a cui regaliamo con tenacia la visibilità che ci rende soggetti. Essere prota­goniste non anonime della propria vita.
Assumere la responsabilità di sé. Trovare i propri spazi, penso, mentre allungo la mia sdraio in giardino.
Ma qui lo spazio, il territorio, è già stato occupato dai bambini, storie che non mi è più consentito decifrare. Mi rassegno al mio esilio adulto in un triangolo di sole.
Li guardo con invidia, e gratitudine, perché mi dis-traggono da me.
Talvolta, in certe giornate afose d’estate, crescono tra i bambi­ni misteriosi giochi. Parlano a monosillabi, pochi suoni di un codice improvvisato e straniero. Coagulano energie d’avventu­ra e partono per foreste segnate da ortiche e rovi di robinia, tendendo corde, spostando sassi, camminando presso baratri con attenzione complice.
Restano impigliati nel gioco per ore, fedeli al tacito patto passato tra gli sguardi di partenza e anche a sera nelle parole assonnate con cui si spogliano della giornata l’avventura rivive trattenuta dagli ultimi gesti scomposti sull’argine del sonno.
Certo i sogni li seguono pazienti, come velieri che s’attardano alla tempesta per non deluderne l’avventura. Più tardi passo e rimbocco le coperte.

L’estate si è coagulata in uno strano malessere.
Il tempo impigrisce sulla matassa di parole che non riesco a dipanare.
Non è nemmeno così, la parola matassa è sbagliata, sa di inverno, calore allegro e multicolore, possibilità della pazienza.
L’umidità si appiccica alla mia pelle. Sudore di parole spente. Dentro. Come un bambino morto. Ritorna a volte in sere come questa e non è solo ricordo. Come ho potuto portare dentro la sua piccola morte con speranza? Seguivo i tempi della ragione per me, lenta, sempre così stretti. Una notte ho sognato: partorivo da sola un bambino dal viso minuto e adulto, lontano (e così ho visto Enrico per la prima volta).
Lo appoggiavo nel lettino con tristezza, dovevo subito lasciarlo perché l’altro mi moriva dentro. Cercavo qualcuno che mi aiutasse a partorire e non c’era nessuno, nessuno e io sapevo che il bambino moriva, dentro. Al mattino ho raccontato il sogno e poi l’ho cancellato. Mai mi ero sentita così forte. Solo molti mesi dopo ho ricordato. Che sapevo? Mia nonna ascoltava i sogni e io ne ridevo.
Come ho potuto ignorare la sua piccola morte, non sentire il suo silenzio. Troppo occupata da me, dalla politica, dalla felicità di quei due corpi che sentivo muoversi in sintonia nella mia pancia, fino all’ultimo giorno? Non me ne sono accorta e non cerco giustificazioni. Viviamo, e da allora, per me, senza presun­zione. Non confondo la responsabilità al singolare con i dati della sociologia. Conosco la vita delle donne. Per quanto riguarda la mia so che mi costringe a questo tavolo e poco altro. Mi affaccio a queste pagine a giorni alterni e umori conseguenti. Trovo spesso assurdo continuare. Che cosa sto dicendo? Niente di particolare. Solo che cerco possibi­lità alla mia esistenza.
Potrei fare come i bambini, lunghi serpenti colorati lungo i muri di casa, bianchi. Come loro qui dentro disegno con pochi significanti la mia pre­senza. I sensi in questo sono già tutti dati. Scrivo di me, ancora non so dare distanza alla mia scrittura. La costringo ad essere una mia chela sul mondo, traccio la mia esistenza quasi con pedanteria, mi sento un’abitante di Macondo che appunta i nomi come spilli che trattengano la vita dal volar­sene via.
Si tratta di una lunga nascita di cui cerco i percorsi, un magma informe che arriva alla coscienza e non riesco a fermare.

I bambini vogliono imparare a cucire. Trovo in un cassetto i puntaspilli di panno della mia infanzia. Una pezza gialla, l’ago­gnata treccina di fili multicolori e niente li distoglie fino a sera, nemmeno il commento perplesso del loro amico che dopo un po’ si converte ad una vaga invidia.
Io vorrei sottrarmi invece alle parole che i gesti piegano mio malgrado nei suoni consueti e dimenticati: un turbamento lieve come il fruscio della carta velina.

Per anni mia madre ha dedicato affetto e fatica ai figli di sua sorella. Occupavano la mia casa con i loro corpi adolescenti e corrucciati. Gli interminabili racconti delle loro gelosie fra­terne, le storie minuziose dei primi amori. Io venivo allontanata bruscamente, rimproverata per i miei capricci. Non avevo parole; assistevo affascinata alle loro rappresentazioni cercando di trovarvi una parte, poi annoiata lasciavo che la fantasia trascinasse le mie tristezze nelle terre assolute delle favole. Scivolavo nei libri come nei cunicoli di una miniera che prometteva tesori. I rumori del tramonto riempivano il riquadro breve della finestra e i miei pensieri di una malinconia acre che mi sfuggiva in gesti stizzosi. Riemergevo a fatica dall’afosa sonnolenza pomeridiana.
Mia madre appuntava l’ago sulla spoletta della macchina da cucire e tirava su il tavolino. Anche le loro chiacchiere finivano così, appuntate come spilli a modellare un abito prima della cucitura.
Il tempo della sera, segnalato dal ritorno di mio padre dal lavoro, tornava a suddividersi nei riti del cibo: apparecchiare, mangiare, sparecchiare.
Anche i loro vestiti precedevano i miei, erano il segno tangibile della sua attenzione, del suo tempo dedicato, “consacrato” come diceva lei stessa del suo lavoro quando le pesava. Accompagnò i maschi a comprarsi gli abiti (perché per loro non li sapeva cucire) per anni e anni, già dopo che si erano fidanzati e sposati.
Sembrava che non potessero scegliere un paio di pantaloni senza l’approvazione del suo sguardo sicuro di sarta e di zia. E poi lei sapeva tirare sul prezzo.
Per le cugine invece c’erano i primi abiti importanti, sete (o almeno così mi apparivano anche i tessuti sintetici che facevano tanto moderno negli anni ’60) velluti, nastri, arricciature, sogni. Anch’io un po’ cresciuta, m’incantavo e mi perdevo.
Quando arrivò anche per me il tempo dei vestiti (dopo aver in­dossato per anni quelli smessi di una bambina ricca) lei si stancava presto e finiva per comprarmeli già confezionati. Era un lusso che concedeva a se stessa ed a me. Non capiva le mie recriminazioni per le stoffe che si accumulavano inutilizzate nella cesta del lavoro.
Erano promesse accantonate e mai esaudite: ad ogni stagione affondavo le mani nei colori e nell’odore intenso di naftalina, assaporavo un piacere tattile dimenticato che apriva il mio corpo a possibilità nuove. Le stoffe venivano ripensate nei modelli più attuali, era un gioco che si prestava a varianti infinite. Poi la cesta si richiudeva sugli scampoli come l’estate sulle mie velleitarie fantasie. Alcune di quelle stoffe hanno varcato gli anni e portano le loro pieghe lisce e infantili nel disordine dei miei cassetti.
Quelli che mi comprava erano abiti belli che m’infiammavano di brevi entusiasmi e che lasciavo poi inutilizzati nell’armadio. Li accantonavo insieme a quell’immagine di me che era stata miraggio di un attimo e che nessuno specchio rimandava.
Tornavo ai vestiti vecchi, sempre gli stessi, e ai libri, chiusa dietro la porta della stanza che divideva il mio tempo da quello di mia madre e della sua corte.
Alle loro storie, incomprensioni, rancori, amori e disa­mori, lei si appassionava e anch’io origliavo talvolta lo snodarsi di un racconto che scorreva ininterrotto dalla bisnonna che nascondeva un pezzetto di formaggio sotto il grembiule per mia madre che non mangiava la minestra e veniva allontanata dalla tavola, ai parti della cognata più superba della nonna, ma generosa, che ad ogni figlio le regalava un grembiule nero di satin per averla aiutata a sgravare, giù giù, lungo il canale di un tempo che non conosceva fratture fino alle chiacchiere quotidiane che ricomponevano i rapporti familiari tra un’imbastitura e l’altra.
Il tempo e lo spazio tra il tavolo, la macchina da cucire e la finestra.
E’ sempre stato così anche quando abbiamo cambiato casa: lei sedeva al centro di questo piccolo mondo che si cuciva intorno, attenta ad ogni piega, sfumatura del discorso come alle sue stoffe tagliate lungo le linee di modelli che nascevano dall’abilità delle sue mani.
Un mondo che non è sopravvissuto alla fine del suo lavoro di sarta quasi che i legami tenessero solo grazie alla cura precisa con cui confezionava i suoi scampoli.
Non so neppure se in questi uomini e donne ormai maturi resti qualche imbastitura di ricordo nell’indifferenza gentile dei gesti con cui mantengono un’occasionale rispetto per la zia.
Ognuno forse è rimasto solo nella ragnatela degli scambi familia­ri che sopravvivono vischiosi nelle loro forme più appariscenti: morti, matrimoni, battesimi e perché no, incomprensioni, rancori, pettegolezzi.
Sopra, la patina di quello che si usa chiamare ben-essere.

Mi sento sempre in ritardo come se abitassi la faticosa circonfe­renza di un cerchio che altri percorrono negli anelli più interni e più brevi.
Una periferia che consegna i destini a leggi inesorabili come le astrazioni della fisica. Mi dico che dalle coordinate spazio-temporali da cui sono partita non era facile trovare la strada e io oltre tutto non sono particolarmente perspicace.
Ogni volta mi sembra di ricominciare, nuova.

A scuola. Sbuffano per convenzione affettuosa ma il lavoro li appassiona: la casa, gli oggetti, gli ambienti di vita nel ‘500.
Discussioni cariche dell’emotività dell’oggi: la sala e la cuci­na, il camino, il letto matrimoniale, la scrivania, la stanza per sé, i poster proibiti. Leggo in filigrana rapporti, disagi, desideri, censure: gli spigoli che hanno costretto i loro corpi, le tenerezze che li accompagnano.
Cerco un pretesto per farli pensare, perché questo crocevia di emozioni non venga mortificato dalla rigidità delle nozioni a cui ci costringe la burocrazia della verifica, perché la storia, quella grande dei libri, trovi anche per loro un posto in cui riconoscersi.
“Scrivi di un oggetto o di un luogo che ritieni simbolico della tua famiglia”.
Si avvicina sorridente “Deve farlo anche lei il compito se è un lavoro comune…”
Ha gli occhi dorati. Vicino all’accattivante intelligenza dei suoi compagni, all’agio con cui si muovono i loro pur giovani corpi, lei appare sempre un po’ impacciata. Ma nelle scelte che contano le ragazze la sostengono e anche i ragazzi la seguono, con ostentata indolenza. Mi piace guardarla crescere, le domande che mi pone con pacata semplicità.
La sua aspettativa mi segue mentre ritorno stanca, mentre cucino, rifaccio i letti, do da mangiare ai gatti, mentre cerco di correggere i compiti (e mi alzo per bagnare le piante, accendere la lavatrice, ritirare la posta).
Mi arrendo al gesto pacato e interrogativo che mi ha lasciato dentro: prendo un foglio di protocollo e faccio il compito, anche se non lo porterò mai a scuola.

Se penso ad un luogo o un oggetto simbolico per la mia famiglia (e mi pare strano parlare della “mia famiglia”, forse è la prima volta che uso questo termine) penso alla casa stessa.
La vedo in lontananza, punto d’approdo di una strada che per me solo lì porta, alla casa: illuminata, calda, la immagino sempre nella stagione fredda, con porte e finestre chiuse, oltre i vetri la nebbia, gli alberi bianchi di brina.
Posso immaginarla d’estate ma solo dentro la siepe che la chiude fitta intorno.
La casa è senza dubbio mia, l’ho costruita pezzo per pezzo, tenacemente perché fosse la possibilità del mio quotidiano, l’approdo dei miei affetti. Ogni angolo, ogni oggetto dispone lungo il mio immaginario affet­tivo i segni del tempo. Talvolta un oggetto riappare alla memoria come rita­glio di una storia che la polvere sgualcisce ma non cancella.
“Niente si perde nella casa” diceva mia nonna. La sua voce mi segue ancora nitida e lontana nella fretta delle mattine in cui gli oggetti che mi servono si sottraggono al loro dovere nel mondo.
Sono le mattine in cui la percorro come un labirinto fino al disordine appollaiato in cima alle scalette dei soppal­chi. A quel punto arrivo arrabbiata e arresa: le stanze, piccole, disegnano intimità sfumate che sconfinano oltre i tracciati delle pareti.
Un gioco a incastro che può mutare con noi, che ci segue nei gesti con cui accomodiamo la vita. Ci sono mobili che restano a lungo distratti da noi nell’indecisione con cui rimandiamo, giorno dopo giorno, la responsabilità di uno sguardo più attento alla nostra storia.
Non sono decisioni facili da prendere.
Generalmente la gente si compra con la casa uno stile di vita, un’ideologia, una storia già confezionata. Si riconosce a distanza un mobile che non è mai stato percorso dal dubbio: lascia sul muro un segno così definitivo che m’inti­midisce.

L’ultimo trasloco è quello che non ti consente più di sottrarti alla tua storia.
Gli oggetti, gli spazi, assumono la dimensione dell’abitudine, anzi la costituiscono, ne sono i custodi. Contano, giustamente, sulla tua pigrizia. Sono consentiti solo piccoli spostamenti. La casa, nel suo disordine ormai familiare, ti fa sentire già un po’ superflua come una madre disponibile e severa, testimone del tuo essere “grande”: è tempo che ti occupi d’altro, che ti misuri col mondo.
Scopri che la tua casa può ridursi a una valigia.

Ho la certezza che quel trasloco fu un’opera d’arte.
Questo è un modo di definire le cose che appartiene a mia madre ma non mi sembra male usarlo così. E’ come pacificarsi con una radice antica di me che non sapevo più riconoscere tra le parole usuali che consumo frettolosamente.
Fu arte quindi: in-credibile per chi conosceva la casa prima di me.
La ricordo con affetto, anche se gli occhi della memoria, adesso, vedono le lunghe crepe dei muri, le macchie di umidità che ti rabbrividivano entrando, anche d’estate, senza che ci fosse mai luce sufficiente per vederle.
Non so se dire che curavo o che tenevo sotto controllo ogni angolo perché non sgretolasse nell’instabilità dell’intonaco. Era la casa e la mia vita che vestivo di una “grazia” che non lasciava intuire i rammendi.
La trovata di genio è stata la tovaglia a quadri bianchi e rossi sulla tavola della cucina e le tendine (lì i riquadri erano più sottili) alla finestra che nascondevano le brutture del cortile senza togliere luce e poi, ovviamente, il fatto di aver tolto la porta che divideva la cucina dall’ingresso.
Niente avrebbe potuto riscattare la stanza d’ingresso dalla sua opaca, polverosa tristezza: senza finestre, dava direttamente sul vicolo e ogni soffio di vento insinuava le sue sporcizie, ma la tovaglia e i nastri rossi delle tendine trascinavano lo sguardo di chi entrava verso il calore della cucina.
Così quell’androne buio che io avevo cercato con ogni cura di defi­nire come salotto diventò la stanza da gioco di Enrico e il suo impegnato disordine mi esonerò dalla fatica di mantenerne l’appa­renza.
Erano tante allora le apparenze che mantenevo.

In questi anni il ricordo del trasloco era la stanchezza pesante che sudavo nell’afa soffocante e appiccicosa: mobili da spostare e poi da riempire e polvere polvere polvere. Ogni mattina sembra­va ricominciare da capo nel cerchio di un lavoro che trascinavo su e giù per le scale: immense pile di libri e stovi­glie insospettabili che non trovavano pace.
E mangiare, lavare, stirare. La vita si rifiutava di mettersi in un angolo ed aspettare con un minimo di pazienza che la casa assumesse la sua vivibilità.
Enrico scorrazzava tra gli spazi indefiniti, felice di reinventare i luoghi sognati lungo tutto l’inverno che nella mia stupita stanchezza si abbandonavano ad ogni suo desiderio. Giordano, sdraiato a pancia sotto sul divano fresco, sollevava la sua testolina da baco e mi guardava. Anch’io lo guardavo: pulito, roseo, coi suoi grandi occhi nuovi era assolutamente una visione nel disordine generale. Mi fermavo a guardarlo e lo fotografavo.
Lui continua ancora oggi a guardarmi saggio e stupito.

Tanti giorni di fatica restano nella memoria in pochi gesti, sulla carta si rattrappiscono in poche righe.
E’ cominciata allora però una fantasia notturna. Forse la seconda o la terza sera del trasloco quando non sono riuscita nemmeno a lavarmi tanta era la stanchezza.
Devo aver cominciato pensando alle trapunte, quelle vecchie, di mia madre. Non sapevo dove metterle, troppo pesanti, fatte per le notti senza riscaldamento quando l’acqua ghiacciava nel catino e stalattiti di cristallo chiudevano le fessure delle finestre.
“Se dovessimo scappare improvvisamente una notte d’inverno, potrei avvolgervi i bambini” ho pensato. Ero troppo stanca per essere lucida, i gesti che alla luce del sole ordinavano con attenzione il piccolo spazio che mi ero conquistata, sfaldavano i pensieri lungo interrogativi che non c’era tempo di portare alla coscienza.
Per alcuni giorni fu un pensiero lieve che si insinuava nel dormiveglia sconfinando nel sogno, una sorta di favola serale che mi raccontavo per addormentarmi la cui materia apparente pescava nelle necessità quotidiane di sistemazione della casa. Ma poi alle ombre incerte della notte, la casa, nella quale investivo tutto il mio desiderio di stabilità, diventava grumo di nostalgia da portare dentro, nel silenzio di una partenza affrettata e in­quieta verso una meta sconosciuta: i sedili della macchina siste­mati a lettino con le trapunte, i cuscini, la borsa per i docu­menti, quella rigida per il biberon e le pappe di Giordano, i giochi di Enrico, le sedie pieghevoli e il tavolino (li avevo comprati per mangiare in giardino) sul portabagagli insieme alla nostra vecchia tenda canadese in caso non si trovasse un posto stabile dove fermarsi…E dietro di noi l’incalzare di un pericolo oscuro e inesorabile come una guerra.
Il mattino mi riportava ai progetti di librerie e armadi in cui non c’era posto per sogni stranieri.
La rabbia è venuta dopo, piano, quando mi sono accorta che davvero non ho potuto buttare le vecchie trapunte, che non credo fino in fondo a questa ridondante abbondanza che ci condanna a vivere da mattina a sera in un soffocante supermarket, che la favola è una coscienza della precarietà che resta vigile alla soglia di ogni mio pensiero per il futuro.
Che fare bambini è un lusso un po’ incosciente che non oserei più concedermi.
Che la mia fatica ricompone intorno a noi l’apparenza di un mondo in una casa ma non sa trattenere a questo mondo le radici di un futuro possibile.

Ad ogni vacanza ricomincia. Si chiama “fatica inutile, tempo sprecato” credo. S’impone con una logica che non ha parole, certo non quelle che ho imparato a scuola.
Potrei semplicemente dare una pulita e invece ricomincio a spo­stare, magari solo qualche cuscino, un quadro, un mobile piccolo, che so, anche solo il tavolo (armadi e librerie aderiscono alle pareti della casa con inevitabile immobilità ma sembrano lievita­re di stagione in stagione).
Mi alzo al mattino e preparo un elenco minuzioso delle cose da fare, qual­che volta riesco perfino ad essere contenta di me. E poi mi perdo, l’elenco appoggiato su un gradino della scala, precario per giorni e giorni, mentre io sistemo un cuscino, un vaso di fiori, scrivo sul margine della nota della spesa, appog­gio sui ripiani vecchi ricami, rileggo due pagine di un libro, mi muovo per la casa trascinata dai gesti che sgarbugliano e ingarbugliano i miei pensieri.
A volte un angolo della casa rivela, nella sovrabbondanza dei gesti che vi accumulano memorie, l’ingombro di sensazioni accan­tonate per troppo tempo.
Oggi il salotto era ridondante: ho tolto un po’ di colori, qual­che cuscino, poi l’ho abbandonato come un pezzo scritto in un momento di malavoglia.
Ci sto raramente, ho qualche rimpianto per quando era un territorio attraversato da treni e automobili (perfino un aero­porto) e i divani erano le isole felici che ci salvavano dai percorsi accidentati, approdo delle nostre stanchezze, tappa finale della mia giornata.
Adesso è solo un salotto, nasconde decorosamente ogni inter­rogativo, consente ai miei rapporti quell’educata distanza che mi ammutolisce.
Forse avrei dovuto lasciarlo definitivamente ai bambini, impedire a quell’ordine in cui non credo di colonizzare il mio territorio insinuandosi nelle mie stanchezze. Avrei dovuto regalarlo alla logica dei loro desideri che lascia al mondo la possibilità di ridere.

Questi giorni si sono raggomitolati negli angoli più morbidi e dubbiosi delle mie stanze.
La mia strada non passa per geometrie conosciute ma oggi ho smussato qualche tristezza e mi riposo. Cuscini gialli, verdi, il rigoglio minuzioso di un prato e le fotografie dei bambini.
Possiedo poche parole. Qualcuna nasce dalle acque di un trava­glio che poteva non avere il suo nome. “Geometrie” è penetrata con la sua spigolosa invadenza una matti­na in cui non capivo perché la nebbia che attutiva ogni linea mi ferisse con invisibili spigoli. Ieri ho scoperto il titolo di Emily “Geometrie dell’estasi”.
I viaggi più lunghi sono quelli che reinventano le strade note.

Aggiungo piccoli pezzi al mosaico della mia casa. Gesti minuti. Oggetti dell’infanzia. Appendo al muro ricordi. Nell’in­gresso dove gli sguardi scivolano distratti tra vecchi mobili e disegni luminosi dei bambini. Un medaglione d’argento, piccolo, si apre con uno scatto e dentro c’è la coroncina del rosario, sottile: la modestia e il valore della virtù. Non ricordo quando me l’ha regalato, forse alla prima comunione.
Ma ricordo lei.
Alta, sottile, la mano bianca, ossuta, appoggiata alla grata della finestra, una sera che chiedeva aiuto con voce flebile. Forse la voce non l’ho sentita davvero, forse a distrarmi dai giochi chiassosi dei miei compagni sono stati i suoi occhi dilatati nell’ombra che segnava anche di giorno la solitudine della sua casa. Raccontava poi, lieve ed enfatica, che le avevo salvato la vita (e non so se avesse avuto un attacco di cuore o di ansia). A me piaceva guardarla nella penombra della sua stanza, una vecchia signora malinconica e sola nella grande casa silenziosa che intravedevo appena le rare volte che il pesante portone si apriva sul vicolo.
Il vestito di seta nera coi merletti, la catena d’argento, i capelli grigi appena scomposti da un riposo che indovinavo in­quieto. Forse nel ricordo l’ho fermata in un’immagine oleografica e ingiallita ma sento ancora le sue mani fresche sul mio viso accaldato, il tremito lieve della voce che tradiva emozioni ancora giovani sepolte in anni lontani.
Conoscevo la sua storia da poche parole raccolte qua e là.
L’amante di suo marito viveva nello stesso vicolo sul quale il suo portone non si apriva mai. Era già anziana ma a me, bambina, la sua vecchiaia sembrava un abito indossato per dovere, forse per dignità o disperazione, talvolta perfino per civetteria. Era bella nei gesti pacati di cui indovinavo l’infanzia e l’ado­lescenza e la giovinezza. Una principessa smarrita di cui tutti parlavano con pietà.
Forse per questo alla signora Amelia piaceva il silenzio complice e devoto dei miei occhi. Solo la grata della sua finestra separa­va le nostre favole.

Un pomeriggio di sole. Agosto. Le zolle di terra appena rivolta­te, marroni, pastose, in cui affonda la pala della ruspa gialla di Enrico. Per lui il trasloco è stato un lungo gioco: gli abbiamo comprato la ruspa gialla.
Lo guardo dalla finestra mentre si cimenta con la vanga del nonno.
Pianterò tre betulle e rose gialle e tulipani, e sarà primavera.
Piccole finestre che ritagliano al tempo i suoi colori più feli­ci. La casa, il trasloco, sono lì, fissati nei sorrisi dei bambini, nella pausa delle mie stanchezze, nella luce della fotografia.

So che non si tratta di ordine e neppure di spazio, voglio dire che quando l’ho fatto devo essermi detta qualche cosa del genere e forse, anzi certo, l’ho detto ad alta voce come faccio sempre quando mi metto a fare ordine tra le cose in un “fine stagione”.
Ma le stagioni devono essere state più d’una e non è successo nell’ultimo trasloco.
Mi sembra di avere ancora tra le mani l’odore acre e polveroso: la raccolta dell’Espresso formato gigante e quella rivista che poi ha chiuso “Sette giorni” e i faldoni con tutto il materiale dei congressi a cui ho partecipato, provinciali e regionali e le pile di articoli ritagliati e raggruppati per argomento, c’era il Vietnam degli anni dell’università con i numeri di “Lotta conti­nua”, la vittoria del divorzio, il Cile, gli anni delle scelte, gli anni che il suono nitido e severo della parola militanza riassumeva e ordinava con un criterio che non lasciava spazio per angoli oscuri. E mi sembrava di svegliarmi da un forzato letargo, di essere approdata nei luoghi della storia io che leggevo Gramsci e lo confondevo con il P.C.I.
Li ho buttati, eppure non ricordo gesti così definitivi da essere sintetizzati nella pienezza di questo verbo.
Forse sono scivolati via, se ne sono andati come un ingombro inutile nel mio garage che si riempiva di scatole di giochi e vestiti smessi dei bambini.
Certo, anche se adesso non ricordo, devo averci fatto qualche ragionamento sopra, di quelli che ti sembrano di grande lucidità perché semplificano la vita quando sei stanca.
Sempre nei momenti di massima stanchezza e confusione comincio dal risistemare la casa. Trovo collocazione agli oggetti e spazio per i pensieri.
Risistemo la casa come se dovessi partire per lunghissimi viaggi e invece mi muovo solo per pochi giorni. Eppure quando torno la strada percorsa dietro di me si perde a vista d’occhio. Così ho perso la memoria dei gesti, dei pensieri che materialmente hanno rimosso dal garage quasi tutta la mia storia politica.
E non è questione di spazio, che certo non basta mai, ma si trova in qualche modo. Perché conservo invece le culle dei bambini e i primi giochi che hanno rotto e i golfini minuscoli che comunque non userò più.
Una storia solida e ingombrante che è sparita quasi senza lascia­re traccia. Quella vissuta nei cosiddetti luoghi misti, perché quella con le donne invece si è accomodata in ogni angolo della casa, in ogni ripiano degli scaffali, in ogni stanza, su ogni parete: le borsine di tela dei congressi dell’Udi nel cassetto delle calze, il manife­sto dell’8 marzo ’77 incorniciato nello studio e fogli, foglietti, faldoni, fotografie, in una trama puntigliosa che non potrei disfare neanche volendolo senza disfare la mia vita.
Cercando nella memoria queste mie pacate rimozioni ho ritrovato una cosa incredibile. Una bandierina azzurra bordata d’arancio, al centro due lettere cucite C. F. Stavano per Club e fantasia o fiori o farfalle, cercavo qualcosa che parlasse di libertà. Ero in quinta elementare e la bandiera l’ha cucita mia madre. Avevo studiato la Rivoluzione Francese e letto “I ragazzi della Via Paal”. Un’associazione di sole ragazze. Deve essersi chiusa con la discussione sul programma: le mie amiche sorridevano benevolmente dei miei fantasiosi progetti ma oppone­vano la loro muta resistenza interessate ad altro.
Io sembravo loro un po’ tarda allora e anche dopo, sempre coin­volta da progetti sociali, da enfasi collettive, fatiche anonime e immotivate ai loro occhi.

Made in China, color verde mare, una pagoda tra fiori e felci, velieri sottili dietro ogni pagina: mi sento molto al di sotto del quaderno che mi sono comprata.
Sensazione: marginalità. La posizione che occupi non perché qual­cuno sia particolarmente cattivo con te ma perché la tua storia manca di tenerezze.

Sono uscita nell’afa di fine estate. Le case grigie, chiuse sulla strada affaticata e deserta.
Il suo corpo visto da dietro è ingrossato ma non in modo sano. Della magrezza malata di prima si porta un che di deforme. La gravidanza l’ha appesantita. Sembra camminare a fatica appoggian­dosi a un fianco. Invecchiata e l’aria stanca ma sorride. Ha partorito un figlio. Nessuno lo credeva possibile per quel suo cuore che l’ha cresciuta fragile. Incinta era quasi bella come se il corpo si fosse ammorbidito alla sua tenacia, arreso a quel figlio desiderato contro ogni ragionevole consiglio.
Potrei pensare ad un assurdo ossequio a un destino che non sapeva sognare diverso. Ma conosco quel desiderio e poi mi chiedo cos’altro potesse accadere nella sua vita, da valerne la pena. Era la sua unica avventura possibile in questo mondo grigio che affonda nella nebbia ogni orizzonte. Anch’io le sorrido. Difficile trovare un senso. Per me oggi è affidato al saluto che ci ha trattenute per un attimo al margine delle nostre vite, allo sguardo con cui ho seguito il suo passo. Diverse, lontane, donne.

Gli uomini hanno disegnato le strade per la loro fretta e sradi­cato gli alberi per piantare ciminiere.
Le mie parole sono state divelte dagli argini e coperte dal cemento. Nascono come arbusti sparuti sull’orizzonte della pianura, rabbrividiscono la solitudine delle prime nebbie. Talvolta la vita, se la coscienza è distratta, si rivela in un lampo. Chiara come una verità, rivelata appunto. Mi aggrappo per un attimo, stordita, ai bordi di un tempo troppo veloce per le mie lentezze. Poi tutto sfuma, la verità trova le sue obiezioni, il tempo si adagia. Ed è notte e poi giorno come sempre. Non ho mai creduto al destino ed ora mi sembra a volte che la gente se lo porti cucito addosso, punto dopo punto a segnare i passi di strade decise altrove.
Vorrei avere altri occhi per vedere le cuciture che rammendano i giorni sulla mia pelle.

Quando il dolore arriva a livelli di guardia lo spazio intorno sembra sfaldarsi in un disordine ingombrante. Immobilizzata nei miei pensieri: mobili pesanti da spostare e riempire, non ce la farò. Sono stanca di rappezzare lo spazio. Il tempo scivola via sornione e sfaticato.

Si nasce e si muore nel quotidiano e di questo non si parla.
Abbiamo collocato la nascita, l’amore, la morte nella sublimazio­ne del rito, sempre più rarefatto sempre più in-significante, fissato nell’immobilità di un istante che dilata come nel sogno.
Poi si ricade nella vita che trova nome solo fuori di noi, nella logica dei gesti che la serialità del lavoro ci incolla addosso prima che lo pensiamo.
Solo i sogni sfondano il confine dei desideri.
Enrico naviga la sua notte infinita tra piogge di meteoriti, mostri, stelle, pianeti, lo sguardo catturato da minuscoli misteri. Giordano corre l’erba delle colline, concave solitudini dove le sue mani sanno intenerirsi per un maggiolino rosso.

Il disincanto non riesce a scalfire l’insospettata energia che mi rimette sul treno. E i viaggi confondono le date, le stagioni, le parole ma non i volti. Sono belle le donne che incontro. In alcune riconosco il segno di una qualche scheggia di dolore conficcata lontano dagli occhi invadenti. Non la indago, non servono le parole, altri sono i sensi a cui le abbiamo addomesticate ma m’incanta la trama compatta, la tessitu­ra tenace perché è troppo cono­sciuta la fatica di mimetizzare gli strappi.
Entrano con grazia e a testa alta, le mani, più fragili, richiamate a un impegno che occupa la vita intera senza lasciare margini agli sguardi.
Riaffiorano timidezze, nell’eleganza sicura, che affaticano per un attimo i pensieri, quasi il vezzo di una memoria che ha imparato ben altra durezza. Tenere e feroci, figlie di una storia che ci ha partorite insie­me.

E’ il quotidiano che conta. Innominate costanti su cui si costruiscono gli eventi della nostra vita.
Le apparenze non hanno bisogno di cibo per sopravvivere, solo di alchimie intellettuali.

Io adoravo le polpette della nonna.
Scendevo, l’estate, nella cucina fresca, in penombra. Non avvisava mai prima, delle polpette. Mi chiamava ai piedi della scala che saliva, buia e umida, fino al nostro appartamento, quell’unica stanza che era cucina, salotto, sala da pranzo e sartoria di mia madre, e non c’era neppure lo scarico dell’acqua che bisognava portare su e giù a secchi. La mamma a volte si arrabbiava perché magari aveva già cucinato e le polpette sembravano uno sgarbo fatto a lei, che oltre tutto non amava cucinare. Si arrabbiava spesso con la nonna che sembrava provare un certo gusto a coltivare questa ragnatela di rancore nella quale restavamo tutte impigliate.
Battibecchi, silenzi, e lunghi, amari racconti delle piccole angherie quotidiane che mia madre forse ingigantiva nel desiderio di un gesto affettuoso che la nonna non le ha mai concesso. Le polpette mi sembravano, e forse lo erano, un segnale di tre­gua.
Ma i gesti abbandonati all’ambiguità che li intreccia ai ritmi ovvi del quotidiano non possono rimarginare il dolore di una lunga attesa.
La paura ci costringe a spegnere subito la luce che ci ha abbagliate nel caleidoscopio dei significati felici di un attimo sottratto al disincanto.
Ma i gesti scavano i nostri desideri più profondi con la materiale leggerezza di un’evidenza beffarda che zittisce ogni nostra congettura.
Non stanno neppure sospesi in attesa di un senso che l’emozione non ci consente, occupano tempi, luoghi della nostra vita, creano scompiglio.
Rinnegarli è difficile, significa scegliere per sempre il dolore della separazione.
Ci arrendiamo alla complicità di un segno apparentemente semplice che preferiamo non indagare, un attimo di respiro che ci riconse­gna intere alla vischiosità dell’attesa.
Mia madre si arrendeva senza risparmiarmi i commenti amari con i quali si difendeva dalla disillusione.
Io scendevo gli scalini alti, di pietra, divisa tra due affetti ai quali non sapevo dare nome. Finivo col respingerli entrambi con le mie risposte brusche ottenendo l’effetto di vederle unite, almeno nei rimproveri.
Ma non il giorno delle polpette. Scendevo le scale senza degnare di uno sguardo le ragnatele minacciose che coprivano un angolo del soffitto dove nessuna scopa riusciva ad arrivare. Entravo dalla porta del sottoscala ansimante, anche se non avevo corso, perché il buio mi atterriva. La sua casa, come per noi quell’unica stanza (le camere da letto erano in un’altra ala), mi sembrava “signorile”. Si entrava anche da un piccolo ingresso che dava direttamente sulla strada, due porte-finestre si aprivano sul giardino inter­no, i suoi mobili avevano l’odore buono dell’olio rosso con cui li lucidava. Quando mi chiamava aveva già finito di cucinare e non c’era disordine in giro. Solo la tavola era apparecchiata con cura: stoviglie spaiate ma eleganti, decorate a tralci di fiori e frutta che la figlia cameriera le portava dagli avanzi dei “signori”, una varietà che mi sembrava enorme di colori e di cibi che io allora neppure assaggiavo.
Verdure, formaggi, intingoli, profumi intensi che non collegavo ai disgusti che mi consentivano solo una dieta monotona. Il cibo era il rito di un piacere solo suo. Non ricordo di essermi mai seduta su quelle sedie austere per mangiare da lei. Mi piacevano le sue polpette però, anche se ci metteva aglio e prezzemolo e la mamma per quanto ci provasse non riusciva a farle uguali.
La nonna me le consegnava con solennità, magari con qualche commento poco gradevole che le mie orecchie accantonavano per giorni peggiori. Di solito su un piattino verde, decorato a sbalzo, che faceva un bel contrasto col marrone dorato delle polpette.
Non sapevo come la memoria si fosse affidata ai colori, all’odore buono che mi accompagnava su per le scale dimentica dei ragni, del buio, dei fantasmi.
Dalla fitta rete dei significati che trattengono la mia memoria al suono chioccio della parola polpette affiorano sensazioni d’estate, la casa fresca della nonna, il verde fitto del giardino, il sapore dell’aglio e prezzemolo, il profumo intenso degli oleandri rosa.
Scopro che i miei gesti distratti hanno depositato a poco a poco negli angoli più discreti della casa gli oggetti della nonna che oggi sono i più vivi nella mia memoria: la poltroncina bassa, dove sedeva a sferruzzare, sommersa dalle carte sul soppalco, i piatti sul camino, il piat­tino verde appeso sopra il telefono e accanto la salsiera di coccio con il disegno del tacchino che ai miei occhi è sempre stato un drago.
Così questi segni, scritti nella mia casa da un’infanzia che non sapevo riconoscere, mi restituiscono un faticoso alfabeto che posso tradurre nelle mie parole.
Un passaggio, faticoso e felice: imparo a leggere.
Ieri mia madre ha portato le polpette. Da quando i bambini mangiano da soli le sue polpette sono identiche a quelle della nonna. Anche lei non ci avvisa mai quando decide di farle. Arriva da noi con una pila di polpette su uno dei suoi piatti sbeccati e la stagnola di sopra. Noi magari abbiamo già mangiato.
I bambini ogni tanto mi chiedono di fare le “polpette della nonna” ma io non ci provo nemmeno. Non sono cose che si fanno per tentativi.
Credo che ci sia un tempo per ogni cosa e anche i cibi, segnati dai gesti di un sapere che non conosce ancora le nostre parole, sono depositati nei ritmi segreti delle nostre storie quotidiane.

Le foglie neonate delle mie betulle si aprono piano, piega dopo piega, fitte, vicine, fino a coprire l’intero mosaico della primavera.
Tengo a bada il dolore: gocce di tranquillante e d’inchiostro. E piccole foglie di betulla.
Leggere un libro talvolta è lasciarsi attraversare da un amore, lasciare che annusi ogni angolo curioso di noi, irridente dei gesti pacati con cui tentiamo di governare il ritmo delle pagine. Scopriamo angoli polverosi e inaspettati alla luce di porte spalancate l’una dietro l’altra che mai potremo richiudere. Restano queste pagine aperte sulla memoria che intreccia i suoi percorsi tra le nostre dita.
E un sentimento grato per chi le ha scritte.

Un tremolio dell’aria che respira schegge di luce quando l’afa è più densa ed ogni luogo sembra capi­tolare la sua storia per un attimo di lucidità.
Mi riprendo a fatica come da un lungo viaggio in cui le parole si sono consumate e i sentimenti affaticati non sanno ritrovare uno spazio per il desiderio.

Qualche volta si aprono spazi di silenzio in cui potrei forse viaggiare ma subito si chiudono nel sopraggiungere di ore quotidiane faticose.
Anche l’amore è fatica. I figli mi chiedono il tempo per giocare ed è struggente la loro caparbia richiesta, la severità con cui recriminano sulle mie fughe. Resto, seduta magari con loro, ma scoprono subito che la mente è sgattaiolata fuori lasciando le mie mani distratte come una nota inerte sui loro giochi.
Mi allontano per due giorni e li ritrovo più grandi, m’intimidi­scono. Mi arrendo ai loro corpi invadenti e ai loro abbandoni repentini. Li seguo maldestra e curiosa. Regalano alla mia vita sorrisi insperati. E ansie che non posso condividere.

La scala di legno risuona del lieve scricchiolio del suo passo. La mia concentrazione è palesemente finta, lui mi studia in silenzio, aspetta. Come prima, al tavolo della colazione, il cucchiaio sospeso nella mano sul suo adorato latte, quando mi ha chiesto: “Sei un pochino più felice questa mattina vero?” e io mi sono sentita scoperta, dietro la recita quotidiana delle faccende di cui mi veste il ruolo, di necessità. Inadeguata al ruolo se i pensieri affiorano così visibili e incontrollati, inadeguata perché penso e forse non dovrei.
Non ho pronta nessuna delle mie solite frasi “da mamma” e lui si merita qualcosa in più del piatto buon senso di una bugia.
Gli do un foglio, una matita e una smorfia di complicità.

Da un’ora cerco di stendere il piano di lavoro per la scuola: le parole si sottraggono ai loro doverosi e regolari significati lasciandomi analfabeta e infelice.
Lui arriva trionfante e sicuro con la certezza delle sue sillabe sbilenche. Cerco un territorio neutro di comunicazione: “Posso farti un puntino sul naso?”
Gli occhi subito luminosi “siii!”. Per lui, curioso delle cose, ogni cosa ha il suo senso, mi pone precise domande, cerco di rispondere in modo preciso se ci riesco, quello che conta vera­mente è non barare.
“Cosa fai?” mi ha chiesto poco fa.
Impossibile rispondere: sto male, la matita mi disegna intorno un piccolo spazio e lo riempie di geroglifici contorti. Un puntino tondo sul naso, io mi c’impegno, lui trattiene quasi il respiro per non infrangere il rito magico. Se ne va felice, un segno dal significato chiaro il puntino sul naso di Giordano.

Ci sono “luoghi comuni” che gli uomini occupano con la distratta invadenza dei loro corpi curiosi e appagati. Le donne li rendono abitabili e accoglienti, ovvietà in-evitabi­li. Talvolta provano a sottrarre il corpo alla rete dei significanti: le smagliature segnalano assenze indecifrabili e nessun suono rimanda alla certezza di sé.
Allora forse possiamo guardare dentro il tempo che i corpi sanno disegnare in proprio e può nascere il gesto, arrischiare la parola non comune ma comunicabile.
Così può essere che accada l’evento che attraversa le nostre vite e ci restituisce a noi, uomo e donna, per un attimo interi.
Ma questo appunto è l’evento che mai possiamo sapere se accadrà. Ci limitiamo a lasciare segni gentili di noi, a nostro completo rischio.

A scuola sono troppo stanca per le loro aspettative.
Mi guardano, mi propongono un ascolto timido e orgoglioso. Dovrei attraversare con loro questo segmento rigido di tempo, proporre parole, orizzonti, domande, scoperte mentre mi sento rattrappita in uno spazio senza margini.
Invento un gioco per i loro pensieri.
Libera i miei.
E’ un corpo caldo il figlio rimasto tra le mie mani. Accarezzo nei pensieri il figlio dimenticato. Attraversava il mio corpo nelle acque lente del piacere. Trattengo un ricordo che mi smarrisce.
Continuano da soli il gioco che li rasserena, dimentichi final­mente dell’inutile fatica di questa “sesta ora” e di me.

Una donna pensa alla libertà nel solco della sua storia, dei suoi bisogni, dei suoi desideri. Tra sé e il mondo un rapporto da ridefinire continuamente.
Tra i pensieri senza nome che orientano la nostra storia e le parole con cui il mondo si racconta la propria, uno scarto: luogo della perdita, della disperazione così come della ricerca, del progetto.
Cambiamo il mondo reimpastandolo intorno ai desideri della nostra vita, cercando di farne un pasticcio commestibile.
Io intanto rendo commestibile la casa. Riordino i sentimenti, i rapporti, i cassetti. Tengo tutto sotto controllo. Non so come il disordine si acquatta tutto sul mio soppalco, pile di libri crescono sul pavimento insieme ai compiti da correggere.
Pensieri ingombranti che non riesco a sistemare. La sera si dividono nelle lunghe filacce della stanchezza, piani, indicibili, superflui. L’angoscia è una puntura di spillo a cui ci si abitua.

Ci sono gesti che le mie mani disegnano nello spazio e nel tempo senza che la mia volontà li accompagni.
Gesti di una storia taciuta sul crinale sottile che divide il qui ed ora dalle ansie che devastano il tempo grande dei pensieri (passato, futuro e mai presente).
Mi accudiscono affettuosi e precisi trascinandomi lungo gli archi gentili di un ricamo che scava altrove il colore dei suoi cotoni.

Amo il mio lavoro. Me ne rammarico come di una passione insana che consuma i giorni e le energie senza che io possa sensatamente governarla.
Mi si chiede di insegnare ogni anno storia e italiano a circa settanta allievi, ragazzi e ragazze dai sedici ai diciannove anni, divisi in tre classi, con un programma che pur nelle sue sintetiche certezze si estende dall’anno mille al duemila, diviso in tre segmenti: cinque ore settimanali per ogni classe, frammentate in altre trenta in cui colle­ghi e colleghe di altre sei o sette discipline chiedono la stessa appassionata attenzione dalle otto all’una, dal lunedì al sabato.
I conti tornano solo apparentemente perché i numeri corrispondono in realtà a grandezze incommensurabili.
Riaffiora una radice di sobria ironia contadina in una frase che i vecchi dicevano spesso per commentare le insensatezze di un mondo che mutava contro le loro ragioni “la parola manicomio sta scritta fuori!”. Forse esprimendo così anche la trattenuta pietà per una follia che qui ha avuto, nel secolo scorso, il marchio sociale della pellagra.
Ma è una cultura che non può aiutarmi con le sue ingenue rispo­ste. Per quanto assurdo ai miei occhi, resta un preciso ordine del mondo del quale posso dire di non condividere i percorsi e le finalità.
Ma detto così è astratto e inagibile.
Trovare la lingua giusta in cui dirlo, che apra un pertugio attraverso cui alimentare un’altra storia. Intanto mi nascono fantasie di ricerca, domande vere, la voglia di far crescere le loro. I programmi più che una meta mi sembrano lo steccato avaro che ci impedisce di raggiungere quello spazio che si stende infinitamente oltre: il “sapere”, verbo di movimento.

La casa immersa nella magia della primave­ra nuova s’impregna di una luce mattutina indicibile.
Enrico si è alzato in silenzio, si è vestito da solo (la sua tuta grigia vecchia e preferita) ed ora gira in bicicletta nel piazza­le deserto seguendo il filo assorto dei pensieri. I capelli sono lucidi nel sole che disegna dall’est leggere striature di betulla sui marciapiedi. M’incanto a guardare dalla finestra il suo corpo elegante e svagato nelle giravolte felici di una nuova autonomia.
Il mattino che filtra dal lucernario gioca riflessi sul viso tondo di Giordano che affonda nel mio letto l’abbandono del sonno ancora bambino. La gatta, Miki Chan, allunga il pelo morbido ai suoi piedi, attenta e affet­tuosa.
Mi adagio nel silenzio della casa, immobile in un lungo bagno. I fiori fitti della ceramica, piccoli, azzurri, mi piacciono come quando li ho scelti. E poi, come ho pensato allora, le piastrelle sembrano sempre pulite.

Quando mi siedo a scrivere il pensiero torna ostinatamente a Virginia, come se provassi a recitare nel silenzio precario con­quistato qui, sotto il tetto, quella scena che lei ci ha conse­gnato come un programma di vita.
La stanza per me, appollaiata in cima alla casa, gonfia dei miei libri, delle mie carte, dei miei pensieri. E il suo corpo sottile in una morte di cui ancora mi chiedo ragione. Un corpo di donna lungo le strade degli uomini.
Sono qui, risucchiata in una pagina bianca e indecisa. La mia grafia, sul foglio, corre in avanti. Il mio soppalco è pieno di voci. Le parole resistono ai pensieri, irrigidite in una storia che non ha tempo per i miei ritagli.
Per gli uomini la parola è discorso, per le donne chiacchiera. Positivo e negativo. L’affermazione di sé contro la con-fusione. Forse la nostra presenza svela un luogo d’origine a lungo negato.
A volte abbandono le parole all’inettitudine dei significati che appiattiscono sulla carta, afoni, l’ingombro dei pensieri e seguo i gesti che una memoria remota riaffiora nelle mie mani.
Scrivo con i colori e le stoffe di un codice arcaico depositato nei miei giorni più lontani. Come se la scrittura attraversasse un luogo di me che non consen­te mediazioni, regredisco ai miei collage, ai ricami, ai mobili da spostare, alle pulizie, alla materialità che la mia vita snoda nei suoi racconti più decifrabili e sicuri.

Mi piace guardare le case, penso che siano la scrittura di chi le abita, e sono le donne ad abitare le case, gli uomini sono ospi­ti, qualche volta neppure tanto educati.
Non lo specchio ma la scrittura proprio. Lo specchio riproduce l’immagine pari pari, resta ancora tutto da decifrare. Una scrit­tura invece esprime, spiega, porta alla luce, censura, nasconde, sceglie, enfatizza, allude, può essere banalità (di poco prezzo o ricercata), impegno, affetto, poesia, follia…..
La casa di Enrica era poesia, e neppure ingenua, forse solo incolta, intuita nel deserto delle parole che la fatica non le aveva consentito di crescere.
I mobili più barocchi e dozzinali eppure m’incantava la sua casa.
O m’incantava lei che occupava ogni angolo con la grazia vitale dei suoi desideri. Credo che le sue pentole di rame grandi, brunite, fossero la cosa che più amava. E un po’ le assomigliava­no nella lucentezza densa della loro quotidianità solenne.
La gestione della casa, la sua e quella del padre vedovo, la cucina della festa dell’Unità, tenute saldamente e senza ostenta­zione. Ma con orgoglio, quello sì, e qualche volta una sfumatura di amarezza un po’ ironica, un po’ rassegnata per quella vita con pochi sogni nella quale aveva imparato a ritagliare i suoi luoghi di agio.
Per me lei è rimasta in quella casa di marrone morbido e verde lucido di foglie, e rame dorato, nel rigoglio della sua seconda gravidanza che indossava come una regina nei progetti di vita che osavano sfidare la sua storia. Portò tutta l’estate il vestito che avevo messo a sposarmi, largo, marrone, a disegni cachemire.
Poi con l’inverno e i figli piccoli tornò a scuola per la licenza media.

I bambini mi chiamano con aria trionfante. Ti piace la nostra navicella? Tra i divani sono stese coperte e cuscini. Mattoni e mattoncini rossi blu gialli verdi, antenne armi pulsanti. Le scatole del detersivo, la mappa di un’isola con castelli e pira­midi. Siamo in partenza. Qui ci sono i letti, questa è la cucina e il bagno se ci scappa la pipì. Partono per avventure stellari senza dimenticare i bisogni quotidiani. Riconosco i segni della mia storia. Parti con noi. Ti facciamo un letto. E ti prepariamo il caffè. Non posso. Sono una donna. Non so che uomini saranno domani. Partiranno soli, comunque. E incontrarci è davvero un’av­ventura riservata al futuro.
Al presente lascio la delusione nei loro occhi. Ho due pacchi di compiti da correggere e le lezioni da preparare.
Lasciala perdere quella lì. Il rancore buffo di Giordano mi segue mentre salgo le scale con Enrico che mi elenca le vertenze aperte delle promesse non mantenute.
A sera la mia depressione scende a patti con i loro desideri. Siamo stanchi del viaggio anche noi. Ci accordiamo sul film da vedere. La mamma è sempre no. Ma adesso è sì. Certo perché sei seduta. Bene. Enrico mi controlla e ride. Non prendere il libro, guarda il film. Si. Mi rannicchio vicino al suo respiro lieve e appagato, all’odore buono di Giordano. Muove i piedini sul ritmo della colonna sonora. E poi le mani. Affondo nei colori dei loro giochi, nella penombra magica che sospende il silenzio della casa. Dentro, le parole sono malleabili come creta in cui trattengo l’impronta delle cose intorno a me, per un attimo ferme nell’emozione con cui le riconosco.

Per tutto l’inverno progettammo la casa. Per Enrico tutto era un progetto. Gli avevo comprato un libro cartonato, che raccontava ad ogni pagina l’interno di una casa nei vari momenti della giornata; lo chiamò subito “Il Progetto” e la sera si sedeva con noi e ci seguiva nell’interminabile discussione con cui centime­tro dopo centimetro ci inventavamo una casa.
La stufa funzionava male: mi alzavo al mattino e la cucina era nera di fuliggine, quella del Kerosene, untuosa, nauseante.
Il bagno era al primo piano e bisognava uscire in cortile per salire. Chiamarlo cortile era un eufemismo, pochi metri quadrati a nord, tra case alte senza finestre e un cortile vero sempre deserto. Non piaceva neanche a Gioi, il nostro cane, che comunque ci incoraggiava con la sua affettuosa e severa saggezza.
Ero incinta, studiavo per il concorso e pensavo alla casa con un’intensità che cancellava ogni disagio del presente.
Quando anche l’ultimo muro fu deciso ne cucii una bianca con le rose rampicanti e il tetto rosso tra colline rosa e lilla e l’alba di un sole che non poteva non cancellare ogni nebbia dal nostro “avvenire”.
Ero alle soglie del mio quarto trasloco. Avevo raggiunto ormai una certa specializzazione.

Giro intorno alle parole come certi giorni su e giù per la casa, la biancheria nei cassetti, la divisione del bucato, cucire un bottone, l’elenco della spesa, l’acqua pulita al gatto, gesti utili e superflui per puntellare il tempo quando oscilla precario. Gli oggetti, i mobili, fermi nella grafia ordinata che li ha disposti un giorno benevolo nella consapevole armonia dei miei pensieri oppongono la rigidità della loro memoria al mio bisogno di silenzio. Partire senza bagaglio e senza meta.
Abbandonare queste cose alla fragilità materiale delle storie che non voglio più ascoltare, come lascio nell’armadio gli abiti ormai ridondanti per la stanchezza che assottiglia i miei deside­ri. Lasciare che s’incrini per sempre fra me e loro la complicità di un senso che accudisco da sola.
Dovrei cercare per me una sistemazione, nelle ore a cui non posso sottrarmi, che non mi faccia sentire ingombrante, superflua, eccessiva. Fuori posto.

Poi, invece, non riesco a buttare niente. Non riesco a sottrarmi a una cura che affatica i miei giorni e qualche volta li logora. Era così piccola che avrei potuto collocarla ovunque. I primi giorni la ricaricavo e la riponevo nella sua scatola. Ma non potevo più guardare l’orologio. Occupava il silenzio della mia casa con un ticchettio che apparteneva soltanto al suono inesorabile della mia storia. Minuscola, eppure restava su ogni mobile, su ogni mensola come un madornale errore d’ortografia che non potevo evitare. L’errore c’era, mi sono accorta, dentro di me, nei gesti commossi con cui avevo aperto il pacchetto pensando ad un gesto affettuo­so, speciale.
Sono gli errori del desiderio, ma gli oggetti, i gesti più che le parole conservano nella materialità della loro presenza una verità che prima o poi finisce con l’imporsi al nostro sguardo.
Possono restare a lungo nelle scatole fiorate con cui cerchiamo di riordinare la memoria, poi un giorno, come per me, ce li troviamo fra le mani mentre cerchiamo un piatto, un paio di calze.
Sono passati secoli o poche ore e di colpo è chiaro. Alle nostre mani prima che a noi.
Sui pizzi lavorati a chiacchierino che addolciscono il cassettone nell’ingresso, ha il suo posto tra minuscoli servizi da caffè, nel luogo più lontano e più elegante della casa.
Non errore d’ortografia ma sottile mimetismo letterario.
Tra oggetti preziosi, disposti con grazia, che non mi capita mai di guardare nei miei attraversamenti frettolosi. Non è un posto dove io posso sostare ed è giusto così, non era un regalo per me era un regalo di natale.

Ci sono giorni (quando il cielo è buio e non sembra più possibile che si affacci alla finestra il miracolo di un’aurora o un tramonto) in cui la pianura mi cattura nella sua piatta con­suetudine: i gesti ottusi del quotidiano alzano paratie e nessuna sillaba promette una qualche linfa ai miei sogni.
Raccolgo poche gocce tra le mani e sarebbe buffo dire che sono lacrime, anche questa parola conosce l’enfasi di una letteratura che non può raccontare i miei giorni.
Sono l’ultima pioggia prima del gelo. Viviamo il tempo della desertificazione.

Appaiono impercettibili le inadeguatezze, una sottile sfasatura dei gesti dal calco preciso del loro tempo, perdono di sincronia, escono dal loro posto abituale, girano a vuoto.
Mi accade di ingarbugliarmi nella mantella mentre prendo il portafoglio al supermercato, di trovare chiuso per la seconda volta dalla veterinaria mentre Miki Chan mi guarda insofferente e severa, di mangiarmi le unghie “in pubblico”; gli oggetti scivo­lano dalle dita, li appoggio su sentimenti precari mentre i pensieri, più labili, svaporano.

La stanchezza: devi scegliere, mi dicono. Ma cosa?
Se non penso, tutto s’incastra benissimo, avanza perfino una manciata di minuti per pensare quanto sia utile non pensare.
L’unico lusso che mi è concesso davvero.

Risistemare ogni cosa, ricoprire di terra le radici che ho scava­to fino all’ultima tenera fibra perché nessun albero si accartoc­ci mentre io sono in viaggio.
Lasciare che le foglie ammorbidiscano l’inverno del mio giardino e il cielo delle primavere che non potrò vedere.
Parto, il tempo si è affrettato a chiudere nella valigia le ultime cose utili. Sotto l’ala del cappello grigio una sconosciuta mi guarda severa per il mio indugio infantile.
E impaziente.
Ma anche la pazienza dovrai imparare.

Quando ho un quaderno nuovo aspetto a scrivere che un evento felice disegni sulla prima pagina una sorta di presagio augurale, un qualche geroglifico vagamente scaramantico per i giorni futu­ri. Una pagina limpida coi segni ordinati tracciati da una compe­tenza sicura, una coscienza vigile, una mano serena.
Poi mi rassegno al torbido quotidiano e la pagina bianca è anche un modo di far fronte alle giornate, fragile trincea in cui mi sottraggo ogni tanto alle ore cruente.
Vetro sottile che separa il sole finalmente estivo dalla sporci­zia incontrollabile a cui dovrò porre un qualche rimedio.

Le parole valicano lo spazio di questa stanza verso stagioni affollate, luoghi segnati alla frontiera dal sorriso di volti amati.
Scrivo con puntigliosa lentezza: quasi fosse la prova del mio diritto ad abitare una casa in cui non c’è mai il mio posto apparecchiato a tavola.
E la parola “appartenenza” così chiara e feconda nella proposta politica che può sgarbugliare e ritessere le nostre storie, non riesce a sottrarsi all’ironico disincanto in cui il mio corpo vacilla.
Perché ci sono passaggi di cui non abbiamo tracciato memoria e il presente, ogni presente successivo, ha saldato ambigue complicità che vivono effimere euforie come progetti di lungo respiro.
La cittadinanza delle donne non è l’ultimo tassello all’ordinata giurisdizione del mondo ma lo squarcio irrimediabile che ci costringe a ripensare le nostre collocazioni.
Stare nell’Udi mi è servito a ripensare la mia.
L’appartenenza infatti, se si declina nelle scelte che via via segnano il nostro percorso, vive di sentimenti radicati in luoghi della nostra storia che raramente trovano parola.
Più che in una dichiarazione può esprimersi in un racconto che è storia, e cioè date, eventi, esperienze, e insieme analisi, let­tura, ricerca, curiosità, dubbio, percorso accidentato in cui le tracce sono solo dietro di noi e l’ago della bussola soffre le vibrazioni del presente.
Appartengo alle mie storie, mio malgrado, quelle dei luoghi abitati per emozione o per necessità, condivisi con le persone amate, segnati dalla mia presenza o perfino dalla mia assenza per quel tempo precario che la materia, anche la più tenace segmenta inesorabile nel tempo che non ci sarà mai dato conoscere per intero.

Il tempo ora, invece, ingurgita me in una notte troppo breve in cui i pensieri sono fagotti che non ho il tempo di disfare.
La sveglia mi precipita in una giornata che mi richiede attenzio­ne, disponibilità, intelligenza, serenità, pazienza.
Fare politica è un lusso consentito a chi non lavora, è in pen­sione, è ricco, non ha bambini…
Pensieri amari che mi danno allegria: comunque vada non riuscirò mai più a stare al mio posto.

Tutto farei, tranne andare a scuola. Liberare me e loro dalla piatta consuetudine di un ordine che spegne i pensieri e irrigidisce i corpi.
I miei, di pensieri, si gonfiano come vele bianche che non temono tempeste: l’usura del giorno le sgual­cisce. Sono stracci a sera tra le mie mani.

Giornate come queste ci si avvolgono intorno ora dopo ora, ci costringono all’immobilità in un’attesa che prelude solo alla compiutezza del bozzolo soffocante.
Sono concessi gesti minimi che dovrebbero avere il piacere dell’abitudine e invece sbriciolano in piccole insensate unità. Scopro che le mie parole sembrano accompagnarsi con naturale analogia a quelle di chi ha scritto dal lager.
Certo le mie sono esagerate e le loro insufficienti ma è curioso che io, calda, protetta, sicura, sazia, sappia trascrivere solo con gli stessi codici giornate che per loro hanno conosciuto la fisici­tà di un dolore ben altrimenti reale.
Ma quella realtà, che allontaniamo dalla nostra memoria, è scrit­ta nel codice che ci illudiamo di parlare con meno dolore, meta­fora materiale del nostro vivere, condanna di noi se non atroce presagio.

Mi raggiunge la cantilena di un gioco: mi piace, non mi piace…
Vuoto. Nessun desiderio, nessun disgusto.
Fessure della memoria.
Mi piaceva il mio corpo gravido quando aspettavo i gemelli, il ventre gonfio, enorme, l’agilità di una nuova forza, la materia­lità dell’attesa, un’emozione irriverente di ogni regola.
Non mi piace il mio corpo svuotato, attraversato da un segno di morte subito dopo il parto, curvo e scarno, utile per il lavoro che aspetta, lontano da ogni gioiosa pigrizia, angoloso nella sua immediata efficienza, e povero.
Mi piaceva il mio corpo solenne quando ero incinta di Giordano, ricco nelle pieghe morbide del vestito scivolato sui fianchi, il seno florido…
Mi piace il mio corpo dopo la nascita di Giordano, robusto come il suo, forte di ogni disagio.
Un corpo ampio e tenace: mi guardavo allo specchio e pensavo che nessun segno di morte mi avrebbe più vinta, che nessuna solitudine mi avrebbe scavata.
Vivevo condizioni difficili, una precarietà che avvolgeva ogni mia giornata ma non avevo paura. Annodavo il mio tempo a progetti di breve futuro: i concorsi, la casa… Il mio corpo era la possibilità della resistenza, la condizione di una sfida. Adesso il mio corpo è un attaccapanni.

Ripensare a me negli interstizi dei discorsi che appunto con diligente attenzione.
La sofferenza è il passaggio da sé a sé, un’impercettibile di­stanza che ridisegna totalmente il corpo.
Un’alchimia di mutazione alla quale non sei mai certa di soprav­vivere intera. Se cambi pelle troppo in fretta, se stai un attimo di troppo ad ossa nude.
Un travaglio clandestino perché non si riconosce la nascita.

M’incanto del loro tempo.
Vorrei fotografarli così a pelo d’acqua, impastati di sabbia. Brevi onde schiumano ai loro piedi, tra le mani la sabbia bagnata innalza fragili pinnacoli. Enrico scava con passione. Il suo corpo non conosce reticenze. S’immerge negli elementi con i suoi martellanti interrogativi. Poi si curva incantato sugli incerti disegni che la sabbia ammic­ca tra le sue mani. Indovino i sogni sul profilo sottile dei suoi pensieri.
Giordano ha lasciato la paletta; le mani aperte, il viso reclina­to, devolve la sua affettuosa attenzione ai paguri che sbucano da minuscole, bitorzolute conchiglie. Il sole è un brulichio di cristalli e l’ombra scura dei loro corpi bagnati.

Piombata dentro l’afa che ottunde ogni desiderio.
Resta un filo d’ansia che increspa le mie giornate come una sorta d’impronta di qualcosa che è vitale ricordare ma non ricordo. Le ore sfilacciano i gesti del quotidiano rallentate dal caldo appiccicoso che rende insofferente ogni pensiero.
Riordino le cose aggrappandomi alle solide necessità di cui dimentico il senso. Qualche volta mi appoggio a leggere sul tavolo di cucina e mi distraggo subito per lavori che poi lascio a metà.
“Prendeva abitudini che coltivava” così nel trentesimo anno di I. Bachmann.
Le abitudini sono un lusso che si acquista con l’età, una sorta di callosità gestuale che ritaglia il suo spazio ottuso nella plasticità del tempo.
Si acquista con l’età, l’abitudine, una sorta di cerchio segna­tempo infossato nel quotidiano, fuori dagli sguardi passeggeri. E’ il gesto che ti àncora al tempo quando conosci abbastanza per sapere che niente in realtà ti trattiene alle ore consuete. Prende il posto del senso quando ne sei abbastanza padrona da poterlo dare e togliere a piacere. Ti conserva dal rischio di affondare nella voragine delle domande a cui lo scetticismo non ti consente di dare risposta.
Così sono le abitudini, piccoli gesti che ancora sanno ritagliare dal quotidiano qualche spicchio gustoso sottratto al disincanto.
Le donne sono maestre nell’inventare e conservare abitudini. Conservano al mondo il callo morbido su cui può camminare senza fatica le sue avventure.

Enrico ha deciso che le feste dell’Unità non gli piacciono. Troppo fangose e disordinate, preferisce i castelli, anzi da grande se ne compra uno per viverci perché anche la nostra casa gli sembra un po’ piccola.
“Io vengo con te”, Giordano lo guarda con aria luminosa e felice recriminando sul fatto che potevamo comprarlo subito, invece della casa.
Alle nostre risate ammiccano scuotendo la testa con superiore benevolenza, si sorridono compiaciuti. Aristocratici e vicini.

Mi sono tenuta dentro questo figlio in una interminabile gravi­danza, in una impossibilità di partorirlo che consumava la mia vita con la sua morte.
Fino a che il mio corpo non ha coinciso col suo.
Perché lui è nato. Ed è rimasto lì nella sua piccola morte, nella frazione di un tempo che nella memoria si fa sempre più stretto. Ma non meno nitido.
O forse anche i contorni così netti, la luce asettica dell’ospe­dale, le mani brune dell’infermiera che mi porgeva la culla, la testina liscia, le palpebre abbassate, il viso minuto, pallido, adulto e la pelle fredda, io che mi sporgo a fatica dal letto e lo tocco piano (un attimo che le mie mani non ricordano più) la voglia di prenderlo in braccio, di stringerlo, di sve­gliarlo, di sentirlo ancora dentro, i suoi movimenti discreti; o forse anche i contorni così netti delle cose sono la memoria che ho conservato come una reliquia, nello sfaldarsi dei giorni in un prima e un dopo che nella mia vita sembra finire e cominciare lì.
Poi uno scarto tra me e le parole ancora legate ad una storia che smarrisce il corpo al di qua e al di là di due possi­bili silenzi. E una perdita di cui non mi era consentito piangere, come se il dolore fosse l’immotivata esibizione che denunciava non so più quale immaturità.

Le parole hanno cominciato a riaffiorare con esasperante lentez­za. Una alla volta hanno invaso lo spazio dei miei pensieri, solide, ingombranti, invadenti. Io faticavo a decifrarne il significato che allargava in ragioni inconsuete.
Crinale, ad esempio: parola di un tempo che sentivo fragile, mai interamente mio. Mantenevo un equilibrio difficile su strade date che sentivo lontane e l’inesistenza in cui rischiavo di smarrire i miei passi e le mie parole.
Più tardi orizzonti, al plurale, nello stratificarsi dei piani in cui si giocava il mio corpo rimescolando i confini che separano rigidi il tempo stabilito da fuori.

Nel silenzio pacato e anonimo dell’ospedale si era strappato per sempre il rapporto tra il corpo e i pensieri, tra le parole e la mia storia.

Non l’ho preso dalla culla, non l’ho mai tenuto in braccio, io e l’infermiera, di fronte, io guardavo il mio bambino, lei mi guardava, nella stessa rigida osservanza delle regole.
Il medico non voleva neppure che lo vedessi “Non sono cose da vedere, è inutile” ha detto.
Stavo male, sentivo del mio corpo solo dolore e l’impotenza di un gesto, una parola. Una fragilità fisica che mi abbandonava alle regole di un tempo che l’ospedale certo non aveva scritto per me. Non avevo parole per chiedere. Più tardi l’infermiera, minuta, grandi occhi da cerbiatta, affet­tuosa, mi ha detto che avrebbe voluto mettermelo in braccio. Ma non l’ha fatto e io non l’ho chiesto.
Tornano a volte nel riquadro del pomeriggio slavato le finestre di fronte, che contavo e ricontavo per non urlare.

Vivo nell’assenza di tempo come in assenza di gravità.
Sentivo la mia voce salire a fatica da un luogo remoto di cui non conservavo memoria. O forse l’ho sognato quel suono roco e stra­niero come l’urlo in sala parto, strappava il tempo incollandomi addosso la fatica, gesti fuori luogo rattrappiti dentro come paura.
Intorno volti freddi e gentili. “Era già morto signora”.
Quando, perché non l’ho visto, quando ha smesso di muoversi, non l’ho ascoltato, mi sono distratta e l’ho lasciato morire, volevo sapere tutto e lui mi ha insegnato la morte, non è vero, non è vero. E’ così, accade qualche volta, perché a me, voglio tornare indietro, non è possibile che il tempo corra avanti. Intorno gesti freddi e gentili.
Il tempo ritma il dolore di un altro corpo. Ero gravida di gioia in un tempo che non riconosco ed ora tace. Il dolore ritma un tempo invadente, oppone la sua blasfema ragione al mio bisogno di silenzio. Affondo il silenzio nel frastuono ottuso che accom­pagna la mia voce nelle parole di circostanza.
Scrivo, non ho più una lingua. Ho freddo, ho sempre freddo.

Un cerchio di donne. Devo fare qualcosa ma non ricordo.
Il mezzogiorno rovente di Catania impone la penombra ai nostri giochi. Qualcuno chiama. La stanza è piena di voci. Una fessura di sole mi separa da questo tempo. Ho freddo. Affondo in una memoria incolore. Spazi disabitati che non riesco a vedere. Dove ho lasciato gli occhi? Nessuno mi chiama. Non ci sono voci nella mia vita. Il mio nome cola giallo sul foglio in macchie morbide e analfabe­te. La schiena contratta. Si rompono acque di cui non so la fonte, lo strappo di non so quale radice divelta.

Lui mi ha chiamata una notte.
Tornata da poco dall’ospedale. L’altro dormiva vicino a me. La cesta appoggiata su una poltrona bassa, per controllarlo. Mi svegliavo e lo scuotevo. Avevo paura che morisse. Lui apriva un occhio paziente e si riaddormentava.
Era sulla porta ma non parlava, non era capace. I piedini nudi, il camicino bianco nuovo, camminava. Non dovrebbe, è troppo piccolo.
Aspettami. Il tempo di alzarmi. So che è morto ma è qui.
Ammutolisco la mia ragione, lucida, per il dono di una follia feroce come un desiderio inappagato. Sono sulla porta. Forse è andato in cucina. Gli preparo subito il latte. Il pavimento è freddo. Anche lui ha i piedi nudi.
Lo cerco ma so che se n’è andato.
Non sto dormendo. Mi appoggio al tavolo. Mi raggiunge una voce: “Cosa fai ?”, “Niente, mi sono alzata per il bambino”.
Non so piangere. Ogni gesto è retorico. Riordino i piatti, bagno le piante e torno a letto.

Non ho argini per quest’acqua. Rompe il mio corpo composto sulla sedia. Sussulta irrefrenabile allagando della sua piena i pensieri.
Non ho argini per quest’acqua. Mi abbandono al ritmo delle mani che accarezzano la mia schiena in una memoria che il corpo trat­tiene senza le mie parole.
Mani calde accompagnano il tempo che il mio corpo ha sigillato altrove, rompono le membrane di una memoria che ancora non so riconoscere.
Sono sudata, le mani piene di fazzoletti di carta, la mente lavata di ogni pensiero. Il silenzio è scavato dall’affettuosa fermezza di Lidia. Guardo le sue parole, suoni lontani che ancora non so decifrare .
Esco nel sole, i colori infrangono la città nei miei occhi. E l’odore acre del pesce al mercato, rigagnoli d’acqua lucida tra i nostri piedi. Corpi di donne con-fusi nel pomeriggio che segna mobili ombre fra i nostri passi leggeri.

Mi porto Enrico a scuola perché non so dove lasciarlo.
Mi ascolta in silenzio seduto nel banco e i ragazzi dimenticano la sua presenza. Due ore. “Come spieghi bene mamma. Chi è Pasco­li?” Cerco di vedermi nei suoi occhi. Ho paura di non essere all’altezza.
A tavola ho Giordano di fronte, la pelle dorata dal primo sole.
“Come sei abbronzato” gli ho detto.
Mi ha sorriso col suo buchino nuovo “Sai che il mio amico Manuel è nato già abbronzato?”.

La scuola: dentro questo spazio materiale e simbolico le inse­gnanti gestiscono gli alfabeti, i linguaggi, i saperi, quelli ufficiali e quelli della propria vita, quelli consapevoli e quelli che passano dai gesti solo apparentemente casuali in cui i sedimenti della propria storia emergono più visibili e incontrol­lati.
Mi siedo per correggere i compiti e mi distraggo.
Un libro con un buon odore di carta nuova. Pile di pensieri invadenti e non riesco più a ritrovare l’ordine della mia giorna­ta.

Ogni incontro è contrazione del tempo, tensione dello sguardo che affonda oltre ogni mio limite, squarcio della memoria, emozione, silenzio, attesa, travaglio della parola. Un’accelerazione del pensiero che travolge ogni possibile gesto, disegna spazi rarefatti in attesa di me. Il tempo stenta a ritrovare i suoi gesti piani e necessari mentre io leggo due pagine, scrivo, provo vestiti tentando nuovi spazi del vivere che mi soffoca addosso.
Cerco una sistemazione delle giornate che mi consenta di respira­re. Cerco un ordine per i pensieri: il quotidiano è il luogo-tempo in cui si costruisce la vivibilità della vita entro i limiti delle risorse disponibili.
Il limite è il concetto da indagare. Nell’immaginario comune è il taglio, la brusca cesura alle possibilità dell’onnipotenza. Forse è solo il confine, mai definito, delle nostre possibilità. Reinventare i confini viaggiando in lungo e in largo la propria vita. Ma si parte per un viaggio portando lo stretto necessario. Io sono ancora qui che trasloco.
Parto imballando il mondo intorno a me perché non si faccia male.

L’atmosfera è colta ed elegante: mi prende la solita paura da esame. Mi aggrappo ai fogli che sudano tra le mie mani e la tensione ancora non si allenta.
Ho affastellato parole e sbriciolato i sentimenti, sguardi e sorrisi d’approvazione mi imbarazzano e sono di nuovo alunna, insoddisfatta di me e dei buoni voti carpiti.
Una fragile rete di intuizioni che può brillare come pulviscolo d’estate nel respiro appassionato che quest’ambiente raccoglie ma io sento il bisogno di parole più sicure con cui scendere nel labirinto degli interrogativi che vorrei fermare nei pensieri. Velleità per cui il tempo manca.

Il tempo. Si è di nuovo accartocciato, intriso di pioggia, livido nel cielo che sembra aver dimenticato primavera. Lo ridistendo lungo i ritmi della lavatrice, i panni da piegare, la spesa, la tavola da apparecchiare, sparecchiare.
Ridò ordine al mondo con gesti precisi e pacati, insulsi dentro lo sguardo opaco che ho perso da qualche parte e non riesce più a riemergere. Un vortice di stracci pesanti e cupi che s’arrotola sui miei pensieri ammutolendoli. Stendo questo filo d’inchiostro tra gli spazi bianchi d’attesa della lavatrice.
Sgroviglio il malessere quel tanto che mi consente di correggere i compiti.

Ci sono donne per le quali la vita è un punto a maglia infinito, una serie uguale di calzini che non ci si preoccupa di appaiare, anonimi e casuali come i piedi che li porteranno, altre che ricamano fili preziosi seguendo minuziosi percorsi già scritti, con dedizione assoluta, pur sapendo in partenza ogni sfumatura del tessuto finito.
Io amo le donne che sferruzzano con distratta passione improbabi­li maglioni, traboccano colore morbido dalle borse estive pren­dendo d’incanto la forma di ogni nuovo incontro. Nelle ceste accumulo fili spaiati, sete, ritagli, stracci e ci sono notti incantate in cui si rapprendono tra le mie mani.

Mi sento guardata con occhi maligni. Invadono i miei gesti, i miei pensieri ed io sono maldestra e stupida. Questa sera vorrei spogliarmi della vita come di un abito vecchio e liso. Tocco il mio corpo così magro e ossuto, con la pelle vuota. Mi piace, è l’unico modo per spogliarmi della vita, lasciarla da parte senza nessuna attesa. Mi addormento di colpo.

I giorni sembrano fuggire dal finestrino del treno, invece so di averli dipanati con puntigliosa fatica, ora dopo ora: il viaggio è un desiderio aperto nella notte incontro a parole che non mi rac­contano.
Per costruire il mondo, per aprire strade che ci accompagnino con segni gentili e tengano a bada gli oggetti taglienti bisogna trovare quelli che nel quotidiano si chiamano gesti e nella politica procedure.
Sgrovigliare i pensieri dalle meschinità. Mi esercito ad una virtù necessaria con la pazienza del punt’erba che cammina a piccoli pioli turchesi sulla stoffa blu, nel dondolio del treno che corre nel verde dell’Appennino.
Non voglio rimuovere la memoria ma decantare le emozioni amare, trovare un modo per depurare la parola conflitto dei suoi depositi più meschini e violenti aprendo un varco oltre il quale poterci ancora incontrare.
Affrancare le nostre storie dalle strette gabbie dei sentimenti privati in cui ci hanno costrette e uscire insieme nella storia.
A costo di sbagliare passi, e parole.

All’autoconvocazione dell’Udi. Un respiro lungo e poi… mille cose di cui occuparsi nel sottofondo dei discorsi che ricostituiscono, nelle geometrie riconoscibili delle relazioni, un comune spazio in cui devolvere il senso, ognuna rigorosamente il proprio, di questo tenace appuntamento.
Un’identità politica che coincide con la fitta e multiforme rete dei legami cresciuti tra queste donne e forse per questo soffre di invisibilità nel piccolo spazio astratto dell’ultimo femminismo.
Un’indefinibile consonanza e dissonanza dei corpi in cui ci si può abbandonare come in una cuccia calda o irrigidire per un gelo imprevisto ma dove è raro quell’educato ascolto che disincarna e ammutolisce.
Non una famiglia per fortuna, ma una casa.

Eppure ci sono fili che si spezzano e non si possono più rianno­dare se rischiano di restare come un’insulsa frangia ai margini di una rete che stringe con ben altri nodi.
Cerco parole che mi raccontino senza ferirmi, ancora.
Qualche volta penso che la comunicazione sia un labirinto in cui un curioso gioco di specchi ci restituisce deformati i volti, i gesti, le parole.
Quando questo accade solo ripercorrere i nostri passi ci restituisce il senso di un andare, che nella materialità dei segni tracciati dai nostri piedi, ricorda il corpo ai pensieri.
Per il resto, quando di qua e di là dello specchio la nostra immagine continua a infrangersi in frammenti irriconoscibili e mostruosi di noi, meglio affidarsi alla certezza delle nostre mani, più silenziose di uno sguardo ma meno aleatorie delle parole.
Così le storie tra le persone non consentono ritorni, cancellazioni, e attraversare lo specchio è sempre una scelta, uno di quei gesti lasciati alla responsabilità di ognuna.
Nel labirinto ci sono sempre uno o più percorsi che consentono di soffrire la fatica senza negarci la possibilità di un altro luogo, più vicino alla nostra vita, più affettuoso per la nostra storia: forse dietro uno di quegli specchi che non abbiamo la forza, la voglia, la curiosità, il desiderio d’infrangere.
E ognuna non può essere che se stessa.
Nei mille frammenti in cui gli altri possono anche costringere la nostra immagine resta quel corpo intero, tangibile, di noi, che solo ha in sé, e non in altri, il suo vivere e mutare.
Nel tracciato di un tempo che è tutto alle nostre spalle, nell’immagine di un luogo che ritroviamo frammentato nel confuso mercato della memoria, è tutta la nostra storia comune.
Una storia comune in cui l’intersecarsi dei tempi della vita e dei tempi della politica ha troppo spesso aggrovigliato nodi che poi ognuna ha dipanato dentro la rete delle relazioni che le consentivano un luogo più significativo in cui collocare la propria vita.
Stagioni di incontri e abbandoni che la memoria disegna con tonalità più lievi conservando nel paesaggio vicinanze e lontananze.

Mi sento soffocare: intorno a me si tessono complicità che sezio­nano le mie parole in significati irriconoscibili, i miei segni diventano ogni giorno più anonimi, perfino il mio silenzio è ingombrante.
Me ne vado, sola e senza bagagli, lontana dai sussurri di un’interminabile quarantena che mi avvilisce.
E’ una perdita, accetto una sconfitta che ridurrà i miei spazi e le mie parole, qui. Nel viaggio i sentimenti non si conserveranno interi ma i ricordi si, e puliti di ogni rancore.

Mi sono seduta per scrivere. Seduta sull’orlo della sedia, la penna abbandonata sul foglio bianco. Un brandello di sofferenza che avevo raccolto tra un pensiero e l’altro ed ora ho perso di nuovo.
Il dolore è una specie di nodo duro, un fastidio al quale non potrei dare nome.
Poi la sera i bambini s’infilano nel letto a propormi una sereni­tà che non riesce a raggiungermi. Ammorbidisco gli spigoli per non ferirli. Le parole tornano a fatica dalla stanchezza ottusa che rattrappi­sce i miei gesti.

Conservo i reperti archeologici della mia storia d’origine, sopravvivenze di un mondo scomparso di cui restano poche vestigia smemorate.
I piatti col bordo blu e il rigoglio smaltato della frutta matura appesi sopra il camino sono usciti da una cassa che mio padre aveva appoggiato sul tavolo, al riparo delle mie mani curiose. Giudicati inadeguati anche per la cucina, dai “signori” della zia Maria, perché spaiati, erano finalmente il ricambio per i nostri, vistosamente sbeccati, che mi rabbrividivano la pelle quando ne incontravo la segnatura ruvida come il marchio di una povertà che mi sembrava un vizio d’origine al quale non era giusto appartene­re.
Dietro la semplicità della scelta decorativa un codice geroglifi­co che cela il significato dei suoi simboli inquieti.
E la storia la insegno con altre parole: l’affrancamento da una servitù che fu un processo complesso dal punto di vista psicolo­gico oltre che materiale perché coinvolgeva i rapporti e non solo le leggi, un processo lungo, difficile, molto più per le donne che per gli uomini.
I sentimenti privati hanno trovato un loro catartico accomodamen­to: mi sono accorta che sulla mia tavola non consento ad una stoviglia la minima incrinatura.

Enrico mi rovescia addosso i suoi pensieri nei momenti più ina­spettati. Frammenti delle più strampalate curiosità che non si cura di decifrare alle quali oppongo la logica ottusa della mia sintassi.
Giordano parla una lingua segreta e inaccessibile dietro i di­scorsi piani con cui cerca di mediare la distanza tra sé e il mondo doloroso che avverte dei miei pensieri.
Riaggiusto la casa intorno ai loro corpi, ai loro pensieri che crescono troppo veloci per le mie incertezze.
Giordano col suo buchino nuovo tra i denti che lo fa grande e indifeso, i silenzi che mi spalanca addosso e precipitano in un rancore di cui non so ritrovare la ragione.
Ed Enrico con i capelli lunghi e l’aria affaccendata altrove, nei pensieri ingarbugliati e segreti che non si cura di dipanare perché lui ci sta bene e si muove a suo agio lungo le strade dove si sente libero da noi, dalla scuola, dalle piccole necessità quotidiane che detesta (vestirsi, svestirsi, lavare i denti…).

Adagio la stanchezza accumulata a scuola nel tepore del piumino.
Il silenzio ridistende i pensieri dentro il breve confine della mia stanza.
Ho una casa e due gatte, penso. Le altre, cose, persone, occupano la mia vita, l’attraversano, la invadono, l’appassionano, la travolgono, la feriscono, la richiedono, ma non mi appartengono.
Sono tutte più complicate. Qui sto bene. E’ un silenzio di cui so decifrare ogni spigolo.

L’anniversario di Piazza Fontana, (il giorno in cui sono diventata grande) i marines sbarcano in Somalia, madre Courage percorre ancora l’Europa con le sue mercanzie mentre i suoi figli muoiono uno ad uno.
Torno da teatro senza pensieri, nella nebbia, stanca e leggera, poi di colpo mi prende un’ansia senza limiti, senza significati, senza pretesti. Risale da un tempo di cui non conservo memoria, m’infanga di relitti inutili. Il tempo di colpo ha scavato una voragine tra me e l’appena ieri.
Sono più presente a quella guerra dei trent’anni, che ho dimenti­cato sui libri di scuola, evocata da Brecht in un pomeriggio di nebbia. E tutte le altre, guerre. I ragazzi e le ragazze in piazza sotto la pioggia multicolore degli ombrelli contro una guerra che non potevamo fermare.
Io li guardo ancora dall’altro lato dei portici, la presenza affettuosa a cui rivolgono gli occhi e il disincanto clandestino di un’amarezza che non ha più voce per gridare con loro una parola senza orizzonte.
La guerra ha vinto dentro e fuori di noi, cerco gesti nuovi e faticosi che mi consentano di essere presente senza barare sull’età.
Ho consumato tutte le lenzuola bianche per gli striscioni, perfi­no quelle rosa e azzurre, i prossimi dovranno per forza essere scritti sui colori pastello dei fiori. Ma non da me.
Ci sono gesti che non possono diventare vuoti rituali ripetuti da un corpo prevedibile come una maschera.
Ho bisogno di essere viva senza dovermi ripetere, né riciclare, nei mimetismi che contano sulla smemoratezza delle stagioni.
Ma siamo noi a ripeterci o la storia?

Incontrarsi di solito è riconoscersi: il viso, il corpo, i gesti dell’altro o dell’altra, le sue parole hanno da subito una riso­nanza affettuosa dentro di noi, c’erano luoghi di noi malleabili all’attesa. Avvicinarsi è l’entusiasmo di una scoperta che può sorridere di ogni spigolo.
Così ricalcando le stesse orme (nella realtà o in sogno) comin­cia l’adattarsi dei gesti, la difficile sincronia dei piedi, il confondersi delle mani, il riconoscersi dei corpi negli stessi luoghi, nelle stesse emozioni. Si seguono ovunque gli invisibili tracciati delle abitudini.
Non solo i gesti o le parole (più labili sempre e vaghe) ma il corpo stesso ridisegna forme che possano comprendere. L’altro, l’altra, diventa parte materiale di un muoversi nel mondo da cui il nostro corpo non può prescindere.
Quando se ne va, di colpo, per strade che non sapevamo, tutta la vita resta sospesa, non ci si interroga su chi se n’è andato ma su chi è rimasto, su cosa.
E’ un’operazione paziente e necessaria, resta scavato lo spazio della comprensione e non si può riempire, un vuoto di cui non percepiamo ancora il fondo, immobili su una soglia che ci dispera come il buio nelle paure remote dell’infanzia.
Si tratta di ridisegnare il nostro corpo perché lo spazio della condivisione diventi luogo della memoria, lieve tracciato della mente invece che un’abitudine della carne.
Qualche volta il passaggio è un lancinante dolore fisico al quale non vorresti sopravvivere, negli occhi i pensieri restano fissi e il corpo continua a muoversi sui ritmi di una storia che non esiste più.
Ma questo è vivere: quante perdite un corpo è in grado di riplasmare in memoria perché resti un pugno di cellule a ripro­durre la vita?
All’erosione che il dolore immobilizza nei corpi opponiamo la tenace creativa plasticità dei gesti. Fino a quando?
Trovare un modo umano per morire il giorno giusto e non prima.

Accumulo i giornali perché mi manca il tempo, poi è quasi un’in­digestione.
Leggerli al mattino mi procura una sofferenza acuta, insostenibi­le. A scuola misuro la fatica che mi costa conservare il mio corpo dentro gesti ed espressioni indecifrabili e accoglienti.
Sarajevo come Beirut e prima il Vietnam e la Cambogia e il Cile, Piazza Fontana e Piazza Tien An Men, i lager nazisti e…
Questa storia che alunne e alunni ignorano e io non posso dimen­ticare. Tra me e loro, tra la ridondanza dei libri e l’insulso elenco dei programmi, tra le parole che io so leggere sui muri smemorati dell’aula e i loro giovani sentimenti resta la mediazione della mia presenza, un corpo inerme e qualche volta afono.
La stanchezza confonde i pezzi ordinati delle giornate, resto indietro e arranco faticosamente lungo i quadratini precisi e allinea­ti del registro. Ma non c’è rimedio quando si allenta il legame di senso tra le parole e le cose, sbaglio quadratino e correggo maldestra anche se non si dovrebbe.

Sala d’attesa della stazione.
Ho sistemato i bagagli per le ore che mi aspettano come in una casa abitabile ovunque. L’ora, che questa stagione deposita come un involucro accogliente intorno ai pensieri disegnati per un attimo in questa stazione nella forma di un viaggio possibile, è il tempo reale della mia vita.
Emozioni disegnano parole lievi sulle pareti di un tempo che ha memoria della mia nascita e già cancella le impronte della mia partenza.
Solo qui, in questo tempo d’attesa che valica i confini dello spazio usuale scandito dal vorticoso ruotare del pianeta, le cose ritrovano un senso che i miei sentimenti riconoscono. Appartengo a questo anonimo territorio di confine più che ai luoghi percorsi dai miei gesti tra oggetti conosciuti. I passeggeri che s’accompagnano distratti all’emozione della mia attesa non conoscono l’intensità delle ore che ancora io catture­rò caparbia, come pazzi pesci, all’amo della mia scrittura. Io non sono qui se non come oggetto intercambiabile, cornice di altre storie, suppellettile vana del mondo. Unica testimone della mia nascita, mi affido allo spazio mobile di un treno: ci si smarrisce oltre una soglia di cui confonderemo il ricordo.
Curiosi insetti de-centrati finalmente dal mondo.

Ci sono giorni che precipitano nella nostra vita come certi lampi nell’afa estiva, improvvisi, non sappiamo se annuncio di temporale o altro.
Giorni che durano un lampo appunto, squarciano il tempo, la sua trama fitta e ordinata e nessuno riesce più a ricucire i gesti nell’ordine compatto e solido del quotidiano.
L’altra notte ho fatto un lungo sogno, complicato, che non ricor­do. Però alla fine partorivo una bambina. Meticcia, ricciolina, sorridente, un ciuffo di capelli in cima alla testa legato da un elastico rosso, di un anno circa, vestita a fiori vivaci. E sorridente. L’ho partorita con tanta forza che è uscita come un tappo ed ha rischiato di sbattere contro il muro di fronte. Ma non ha sbattu­to, è solo caduta, si è rialzata subito e mi ha sorriso con aria complice.
Mi sono partorita: nuova, di-versa e sorridente.
La Chimera ha segnato il punto di intreccio tra me e il mondo da cui ho cominciato a rinascere. Non a caso mi torna continuamente il suo ritmo come un richiamo profondo e viscerale. Un ritmo che ha cancellato l’altro, più antico, scritto una notte come un rapido appunto ai margini di una riunione di cui non vedevo la fine e il senso:
Sulle mie terre solo vento passa
atterrando le messi
tempeste attraversano le mie stagioni
e all’inverno non sopravvivono fiori
solo lunghe canne infreddolite restano
a tremare nella nebbia
la loro musica.
Strappo le pagine da un’agenda, viviamo a ridosso dei giorni e non sappiamo l’anno in cui li scopriremo nostri o saranno perduti.

Negli incubi notturni le mie parole non hanno suono e le persone mi attraversano senza badarmi perché manco di “sostanza”. Attra­verso l’atrio con passi leggeri, sono in anticipo e il silenzio ha il sapore buono di un’energia nuova, sconosciuta.
Gli alberi gelati mi raccontano il profilo di una primavera che pure il calendario dice ancora lontana.
Ci sono giorni che mi lievitano tra le mani
come se un calore insperato aprisse
solchi dorati
e pane buono fosse la mia vita
I pensieri impastano parole piane
s’incantano nei gesti lenti del cibo
che cresce il suo profumo
nella mia casa
Le mani ammorbidiscono i giorni
assottigliando ogni ruga
e ogni filo d’erba è lucido
dentro il respiro del sole
Raccolgo i libri e ripongo i pensieri prima che il suono della campana possa incrinarli.

Contemplazione. La parola non è esplosa dentro di me.
Era una porta che si apriva col gesto pacato e l’incedere sereno di Carmen.
Io guardavo stupefatta l’affollarsi delle immagini sulla soglia di cui non sospettavo l’esistenza. Prolungavamo nella notte gelata le parole dense della riunione appena finita per il piacere degli ultimi saluti ma io non potevo immaginare di non avere, quella sera, già svuotato anche i più riposti pensieri.
Una parola, abbandonata in un tempo di cui avevo già ripiegato nei cassetti più remoti la memoria, di colpo era luce per i gesti della mia vita che la rete dei significati in cui vivo spinge ai margini. Possedeva, affondate nella mia storia, radici che ancora stento a decifrare, tentando di tradurle in un codice che di colpo sbiadi­sce ogni immagine con il suo immaturo alfabeto.
Una notte di alcuni anni fa (o di molti?) tornavo, come sempre, in macchina al mio paese. La luna disegnava intorno l’oriz­zonte perfettamente circolare della pianura.
Mi sentivo immobile al centro di quell’immensità che correva il suo moto in un tempo al quale io non ero ancora nata e già non appartenevo più. Distinguevo i fili d’erba che mi tremavano accanto nella fragile stagione che ci confondeva per la durata di un attimo incommensu­rabile.
L’infinitamente piccolo, pensavo, appiattita in un’immagine lunare che sapevo senza ombra.
Intorno lo spazio e il tempo lievitavano un’emozione che non aveva le sue ragioni in un prima e in un poi ai quali cercavo di aggrappare il solido scetticismo del mio disincanto.
A casa la pacata ironia che accompagnava i gesti di sempre, chiudere il cancello, la macchina, il garage, con i pensieri addomesticati dell’estate ormai prossima, non riusciva a sottrar­mi al suono impercettibile che prolungava ostinatamente in quello spazio consueto una percezione di cui, assenti le parole, sapevo che non avrei conservato memoria.
Forse era nella mia testa o forse era davvero quell’usignolo che mai avevo trovato il tempo di cercare nelle notti di maggio ed ora si era stabilito davanti a casa per vincere le mie pigrizie. Comunque una notte come tante, l’usignolo c’era davvero e ci accompagnò per qualche stagione.
In fondo agli appunti della riunione avevo annotato qualche parola ma non mi sembrava particolarmente significativa.
Ricordo solo le ultime:
“Sento profumo d’estate in questa notte,
seduta sul ciglio dei miei pensieri
assaporo lo scorrere dei giorni
in una nota solitaria”
Non so cosa c’entra, vorrei impormi una riflessione ordinata, rispondo ad una richiesta affettuosa con divagazioni insensate eppure la scrittura conosce lentezze esasperanti per il succeder­si rapidissimo delle immagini.
Forse solo adesso che me l’hai chiesto, che hai aperto quella porta, capisco perché ho potuto decantare lo stupore intenso dei templi di Agrigento in un pomeriggio infuocato d’estate, trac­ciandone evanescenti profili dentro una notte di velluto.
Come se il silenzio potesse avere solo i colori di una notte in cui l’evento disdegna i consueti confini e sfida ogni nostra parola.
Era “illuminazione” quella che avevo sentito allora crescere dentro, incantata di fronte ad un tempo che congiungeva vicende remote con l’emozione della mia pelle.
Mi avevano presa, i templi, una malia che non poteva nascere da quell’arrancare sudato e assetato con la macchina che sembrava non dovesse arrivare mai (e io pensavo già al ritorno). I miei pensieri avevano il ritmo tenace di una pre­ghiera che non riconosceva nessun dio.

La contemplazione è l’attimo in cui la routine della vita ti si schiude e prende la forma della rivelazione senza che la tua voce moduli questa dimenticata parola.
Una metamorfosi delle cose che sembrano investite da un’improvvi­sa grazia. Sei tu invece in metamorfosi e senti la tua pelle spaccarsi e nascere una nuova nudità di cui non conosci i confi­ni.
Ma per lasciarsi calare al fondo c’è bisogno di lucidità non di stanchezze che ti fanno piombare come un masso sul primo suolo conosciuto dove stai a contare e ricontare i sassi consueti. Per gli abissi c’è bisogno di occhi attenti e un corpo flessibi­le, mani prensili e gentili.
Ci si incanta quando gli occhi sono sbarrati dentro di noi e le mani abbandonate percepiscono i più lievi fruscii. La stanchezza ti rattrappisce addosso la giornata e, se va bene, riesci solo ad avvolgertela intorno come coperta calda e ne sei grata.
La contemplazione è uno spazio ritagliato nella trama fitta dei gesti quotidiani, un disegno di cui resta la percezione tattile dei colori come un messaggio cifrato sulla porta di accesso della nostra memoria.
Non può continuare poi la cucitura fitta delle cose che occupano la nostra vita senza mutare il proprio svolgersi, alla ricerca dei colori che abbiamo così intensamente vissuti eppure solo intuiti o forse sognati.
Cos’è veramente nostro? A quali cesure della memoria costringe la sopravvivenza che altri governano contro di noi ?
Il viaggio continua curiosamente all’indietro in un tempo che accosta come binari le stagioni, affondo in un labirinto che il mio presente custodisce.
Ero io quel corpo adolescente, chiuso nel bozzolo informe degli abiti casualmente maschili, le mani aggrappate ad un libro più profondo dell’abitacolo che aveva imprigionato i miei occhi ?
Quando ho cominciato a pensare con un corpo di donna ?
Ad ogni parola, che urge dalla penna e che mi troverei già scritta tra le mani se mi ci abbandonassi, mi trattengo, quasi in una prova di sopravvivenza alla ricerca di un altro respiro.
Non sono le branchie che cerco di sperimentare in quell’attimo di apnea ma un ritmo, una modulazione diversa, lo spostamento di una vocale, una consonante, una virgola, il capovolgimento di una parola, un triplo salto mortale dentro la rigidità del vocabola­rio che può concludersi anche molto male.
Qualche volta cado, frantumandomi per l’eccessiva attesa.
Raccolgo i pensieri sbriciolati e li metto da parte con qualche amarezza.
E’ sempre questo il rischio che corro cercando parole che siano della mia misura. E’ il mio corpo in continua mutazione che mi costringe a questa incessante fatica di riadattamento.
I pensieri di per sé hanno il fascino del “voile” sembrano potersi avvolgere intorno alle mie spalle in ogni momento, ma non è così.

Il tempo è interamente programmato dentro le scadenze della scuola. Il cervello rinuncia a contorcersi, se ne sta appiattito nella passività (di fatto mi pagano per questo, perché io sia un ripetitore soporifero). Dimentico che possa esistere qualcosa come il pensiero, il tempo libero, l’ozio.
Ma il corpo, nella sua massima tensione, non sbaglia una nota e le ore in classe si concludono in tono alto: quando suona la campana stiamo ancora lavorando e c’è un bel clima allegro, denso di fatiche sensate.
I ragazzi, quelli che all’inizio scivolano il loro sguardo scet­tico, freddo o ammiccante, negli interstizi di ogni mia parola, ancora discutono mentre mettono i libri in cartella con gesti pigri e chiedono il mio intervento. Le ragazze riordinano i banchi, i cartelloni, i quaderni, l’aula, disponendosi su un ampio spettro di gesti possibili, dalla misura pacata della riservatezza allo scoppiettio di una risata in cui si confonde tutto: la fine della scuola, la soddisfazione del lavoro, l’emo­zione delle domande, una battuta affettuosa per me.
Cerco di guardarli tutti, e tutte, e la stanchezza ha il sapore acre dei dubbi corrosivi che mi stringono lo stomaco.
“E’ il massimo che riesco a fare nelle condizioni date” la frase si disegna nel mio cervello come uno slogan luminescente che mi provoca fitte dolorose e un senso di nausea.
Non devo pensare se voglio che tutto funzioni fino alla partenza.
“Deve firmare il registro” mi ricorda fingendo un rimprovero affettuoso, “parte ancora prof” osserva timidamente complice. Rido con lei del mio vagabondaggio, rido per lei, perché pensi a una trasgressione felice da quei codici che segnano ancora la sua vita e sono così solidi che fatico a ricordare i mille piccoli passi che me ne hanno allontanata. Tanto che non so spiegarle come si fa e l’unica cosa che veramen­te conta non posso insegnargliela. Rido perché lei pensi che è possibile e forse anche facile e non una casuale alchimia per la quale so bene che non possiede neppu­re l’alambicco.
Si ferma volentieri a parlare con me, mi accompagna fino all’uscita; nei suoi occhi già segnati dalle rinunce, la mia vita si disegna con tratti pastosi, colorati, desiderabili. E’ diffi­cile rispondere alle domande che non mi pone, mi difendo con parole gentili e vaghe, e insulse. Non riesco ad avere energia per tutti, e tutte, e tutto.
La nausea aumenta, non ho il tempo per scrivere tutto quello che penso, non ho gli spazi e il potere per lavorare come vorrei, neppure per proporlo.

A casa i soliti ritmi della partenza, frenetici, perché tutto deve essere a posto, non un ordine precario ma quello “profondo” delle geometrie personali ma precise che consentono di trovare ogni cosa quando serve, nei cassetti, nelle librerie, in cucina, in garage e i croccantini dei gatti, i giornali nella cesta, bagnare le piante, pulire il water, mettere le salviette pulite, vuotare i posacenere, fare la pizza, togliere le ragnatele dall’ingresso, telefonare a mia madre, cercare qualcuno che stia con i bambini questa sera, preparare i vestiti che si devono mettere se voglio ritrovare le geometrie solo un po’ sbilenche, ma lasciarli nell’armadio perché devono imparare ad essere autonomi, fare la spesa senza dimenti­care niente perché se escono loro spendono il doppio, surgelare la pizza, pulire lo sportello del frigorifero senza indagare sulle impronte, sul pianale della cucina invece si riconoscono quelle felpate di Margot e Kimo che dev’essere scivolato nelle tazze della colazione e adesso avrà portato la traccia umida del suo delizioso pelo rosato fin sul soppalco (i figli della Miki assomigliano ai miei ma io non riesco mai ad avere la sua aria solenne, la sua eleganza morbida e regale), togliere le pile di libri e giornali vicino al mio letto e anche il trapuntino di seta (una follia di cui non mi sono mai pentita) dato che ci dormiranno i bambini, pulire lo schermo della televisione che sembra essersi caricato della polvere dei secoli, trovare il telecomando e metterlo al suo posto (quello più probabile tra i molti possibi­li) telefonare a Carmen per dirle non so che cosa di urgente e forse non era nemmeno il momento giusto ma tanto lei è comprensi­va, svuotare la lavastoviglie, rispondo a tre telefonate con tono affabile, risistemo la tenda che è uscita dai binari, devo ricordarmi di mettere il fermo, piegare tutti i miei ritagli di stoffa, decidere quale mi porto in treno da finire e liberare la scrivania dello studio dai miei lavori (è vero che sono maledettamente invadente), mettere tutte le cose sulla mia di scrivania cercando di farne pile per argomento (impossibi­le), fare la doccia, apparecchiare la tavola, mettere l’acqua per la pasta, preparare la borsa, non c’è tempo per scegliere, metto tutto quello che può servire (troppo), tutte le cose dell’Udi che dovrei leggere e non ho letto, tra fogli e vestiti piegati con cura si insinuano sensi di colpa, di inadeguatezza, senso di stupidità, li rovescio fuori mentre recito la litania delle raccomandazioni così che tutti auspicano una mia veloce partenza.
Margot, la gattina più piccola, mi segue elettrizzata, Miki Chan seduta sul pianerottolo ci guarda severa e preoccupata ma rinuncia a rimproverarci, Giordano mi viene in soccorso, per la solita agenda che sparisce, mi segue accomodante, con Kimo che ciondola come un peluche sotto il suo braccio, lo stesso identico sguardo saggio e appagato e contratta la mia biro migliore, il mio quaderno nuovo o altro.
Enrico è sparito, lo ritrovo sul soppalco, lo sguardo aggrottato su un nuovo libro, appollaiato su Gertrude come un sottile feni­cottero snob, un bacio frettoloso e dolcissimo, solo lui è capa­ce.
Quando chiudo la porta sono tutti insieme sul divano che vedono un film (prole e gattaglia) e Giordano agita ancora la mano.

Partita finalmente.
Con una pioggia insistente e lagnosa e ben tre pacchi di compiti da correggere.
Pensieri confusi, la sensazione di essere continuamente fuori posto nonostante cerchi continuamente di riaggiustarmi.
Mi riaggiusto qui sul treno intanto, specchiandomi nel vetro del finestrino e non trattengo un sorriso.
C’è stato un momento della mia vita in cui ho rischiato di “perdere la testa” letteralmente. Leggevo senza capire, studiavo e la memoria colava via, si sfaldava in immagini scolorite in cui non riuscivo a trattenere un gesto al suo senso, alla sua neces­sità. I giorni erano fessure anguste in cui m’infilavo a fatica, luoghi senza ragione in cui il silenzio s’ingrossava delle cose che non sapevo spiegare.
Un dolore opaco.
Senza desideri il mondo era uno spazio lattiginoso che inghiotti­va ogni parola. Di quel tempo questo treno allontana anche l’ultima vaga paura.
Gli anni ormai raddoppiati mi consentono di vedere gli scambi anche quando so che i binari sono obbligati. M’incanto a guardare i puntini che la pioggia sospende sul vetro di questa notte veloce. Le luci rimbalzano negli specchi che le strade aprono e chiudono rapide lungo i binari. M’incanto a decifrare il messaggio che il mio viso disegna contro la notte come la profezia di un arcano.
Penso ai bambini.

C’è stato un tempo, poco lontano e remoto, in cui i sogni mi portavano una guerra vicina di cui non restava traccia nel sole lucido del mattino, come dei veleni di cui s’impregnava il silen­zio della campagna. Perfino la pianura placida e sonnolenta delle mattine d’estate era vagamente sinistra dopo Cernobyl. Li tacevo come allucinazioni malate nei rapporti e nei luoghi della politica in cui dondolavo come una barca malamente ormeg­giata. Erano concrete e incomprensibili le cose di cui si parlava.
La guerra si è avvicinata troppo presto, appena oltre il confine della mia siepe muoiono i bambini che sono nati nella stessa notte dei miei, ce la portiamo dentro come un tumore maligno al quale ci illudiamo di strappare un tempo miracolosa­mente illeso solo per noi.

L’esistenza come immagine media, collettiva e anonima a cui aderire senza interrogativi. E la fatica di cercare il proprio nome per assomigliare a sé.
Rompere i significati rigidi delle strade che mi costringevano nei percorsi dati. Dove ho sepolto la radice del desiderio?
Porto alla luce il mio corpo che ha viaggiato clandestino per sette valli e sette monti consumando intera l’attesa, una rispo­sta per ogni prova.
Il futuro è una notte appagata di cui non so immaginare le domande.
Respiro l’odore della pioggia e dei treni, l’ebbrezza della partenza, il piacere delle piccole abitudini.

La “Centrale” di Milano conserva la sua aria sporca e fumosa e poco funzionale. Sistemo la cuccetta, i soldi, rifaccio i conti per vedere se bastano, comunque ho già il biglietto di ritorno.
I pensieri si acquietano tra le immagini vaghe che preludono il sonno finalmente liberi dalle mie recriminazioni. Fantasmi buoni mi cullano sulle rotaie che inseguono la notte. Gertrude è il simbolo del mio rapporto con il denaro.
Una grande lumaca di pezza che abbiamo comprato ad Enrico prima che imparasse a camminare. Era un anno difficile e faticoso della nostra vita: io dovevo laurearmi, avevamo lo sfratto e nessuna prospettiva per una casa, nel partito c’erano conflitti per ogni gusto, l’Udi dopo l’XI Congresso viveva un momento di confusione e io ero al centro delle invettive locali, non avevo uno stipendio e altre amenità del genere.
Eravamo entrati nel negozio per curiosare, cercavo qualcosa per Enrico che non superasse le tremila lire, ne avevamo trentamila per arrivare alla fine del mese (ed eravamo al 15).
Gertrude aveva un’aria pacata e solida, marrone e arancio, stoffa ruvida e robusta, occhi tondi e tranquilli, costava ventottomila lire. Ci abbiamo pensato il tempo di darle un nome, Gertrude appunto, col quale i bambini si sono cimentati ridendo nelle loro prime confusioni linguistiche.
Ad Enrico fece un effetto solenne, era più grande di lui, un animale mitico che spingeva sulle rotelle per tutta la casa non osando, all’inizio, cavalcarla.
Come abbiamo “tirato” quel mese alla fine non lo ricordo e non importa. Gertrude è rimasta, solida e ingombrante nelle nostre case, nei nostri traslochi, nella nostra storia, è passata da Enrico a Giordano ed ora, tolte le rotelle perché ormai rotte, è l’abitua­le promontorio d’osservazione di Miki Chan la nostra gatta-principessa svagata e altera.
Ogni tanto, durante una delle mie “crisi da spostamento”, France­sco propone di includerla tra i giochi vecchi da regalare.
I bambini lo guardano inorriditi, io so che è una provocazione e ricomin­cio il racconto depositato nelle parole di una memoria che risponde forse più al piacere dei sentimenti che al rigore della narrazione.

La scrittura è poco più di una ragnatela. La lego a nodi radi, intrec­ci fitti, garbugli (spesso i fili si rompono) perché trattenga sul piano della normalità che mi è richiesta il lento svolgersi e sfaldarsi della vita.
Non riesco a farne un esercizio letterario né ad usarla per la piatta burocrazia della scuola, mi serve come argine perché la tristezza o il disincanto non tracimi in gesti inconsulti e rovinosi.
Questo filo fragile mi serve a proteggere i bambini da me.
A conservare la mia vita intera, quel tanto che basta.

Così un giorno Rossana è entrata in classe e mi ha chiesto: “qual è la cosa che ti porteresti per prima in un trasloco ?”
Un quaderno e una penna.
Seduta a gambe incrociate sul pavimento di legno chiaro, le spalle appoggiate al muro e una grande stanza vuota.
Davanti a me si apre una terrazza che affonda in un prato che declina in un mare che si allarga all’orizzonte nel riquadro bianco e sottile dei miei pensieri.
Trasloco altrove.

Di quale materia vive il sogno ?
Le mie mani parlano
l’incerto alfabeto della metamorfosi.

Rosangela Pesenti