Le donne dentro la politica, la politica dentro le donne (2013)

Basta guardare alle forme per capire che la democrazia è ai suoi inizi: palazzi, rituali, gestualità sono ereditati direttamente dalla più lunga storia monarchica e la gerarchia, non il lavoro, resta il pilastro ancora solido a fondamento della società.
Nella società tripartita tra coloro che pregano, che combattono, che lavorano, in cui si riconosce l’Europa che si forma intorno all’anno mille, alle donne spetta il ruolo di riproduttrici della specie.
L’idea di cittadinanza incrina profondamente uno schema politico diventato gabbia antropologica, ma è proprio l’imprevisto della soggettività femminile, che impone una diversa concezione dell’individuo, a irrompere con la sua carica totalmente eversiva negli schemi politici dati.
Ci troviamo ad agire nelle istituzioni e nella società costrette spesso ad indossare abiti che ci sono estranei per origine e tessuto, ma i nostri corpi li stanno già modificando.
Abbiamo introdotto nella politica i corpi, il tempo umano delle diverse età, gli spazi del quotidiano e stiamo rendendo visibile quell’economia della riproduzione, efficacemente definita da Lidia Menapace, che necessità di una precisa attribuzione di valore nelle sue espressioni lavorative ma non può rispondere alle logiche del profitto e del mercato, pena la barbarie.
Questo accade nei fatti, ma non riusciamo a imporne la rappresentazione nella politica.
Per questo la politica ancora mi appassiona.
Metto insieme alcuni pezzi scritti negli ultimi cinque anni. Parole che s’inseguono intorno alle stesse questioni, radicate nelle domande che stanno al fondo di ogni vita: chi sono, da dove vengo, dove vado?
 
Dalla dichiarazione pubblica di candidatura per le elezioni europee, 11 maggio 2009
 
(…)Perché accetto di mettermi in un ingranaggio che so di non poter dirigere né tanto meno influenzare in questo momento, di “metterci la faccia” in una situazione di frammentazione, così profonda e spesso intimamente dolorosa, di malumori e piccinerie così diffusi, in un impasto di paure e cinismo, fedeltà mortificate e calcolo, che rischiano di rendere opaco qualsiasi volto e sospetta qualsiasi proposta?
 
Perché sono una cittadina appena inclusa. Quando sono nata le donne in Italia avevano conquistato il diritto di voto da pochi anni, nella civile Europa da poco più tempo e non in tutti i Paesi, e molte leggi erano ancora espressione del potere patriarcale. 
 
La libertà di pensare e pensarci che abbiamo conquistato, più generazioni di donne e un pezzetto per volta, viene ancora continuamente aggredita.Veniamo aggredite singolarmente, nei modi feroci o subdoli che mirano a rompere, nell’immaginario, vicinanze e solidarietà, a esporre le differenze individuali censurando sempre le specificità politiche.
 
Nel mondo la maggior parte delle donne non ha diritti politici, libertà civili, opportunità e spesso nemmeno possibilità di sopravvivenza. L’intreccio spaventoso di storie locali, poteri coloniali e monopoli economici chiede la nostra azione politica, non possiamo lavarci la coscienza con le briciole di un volontarismo caritativo che non rappezza nemmeno le toppe.
 
Abbiamo di volta in volta costituito il movimento delle donne intorno a progetti concreti, cercando il terreno di una mediazione che non potesse mai diventare prevaricazione, inventando e allargando quel terreno democratico che non può esistere se non vive in luoghi agibili da tutte e tutti.
 
Misurarsi con la concretezza significa imparare la democrazia nel corpo a corpo delle storie diverse, nella fatica di allargare le opportunità sul terreno istituzionale, confrontando desideri e speranze con la durezza dell’esistente. (…)
 
 
Sono passati tre anni, ma queste parole valgono per la candidatura che ho accettato quest’anno a febbraio in Lombardia, dove la gente, donne e uomini, ha consapevolmente scelto di dare la propria fiducia agli stessi partiti che hanno determinato la caduta del governo della regione per corruzione.
Il caso mi ha fatta nascere in questo territorio dove continuo a vivere e lavorare con un senso di dolorosa estraneità, cresciuto lungo tutta la mia vita insieme alla consapevolezza dei meccanismi di conservazione del potere attraverso la fitta rete di complicità piccole e grandi che arriva fino all’uso impunito del reato.
Noi donne a che punto siamo della politica?
 
 
Da un contributo per UDI Monteverde-Roma, agosto 2010
 
(…) Nel “mondo senza donne”, che è da sempre la politica disegnata dai maschi, il potere, anche nel senso positivo della responsabilità e non solo dell’autorità, si tramanda da sempre per cooptazione o per via famigliare. 
L’ascetismo misogino e il controllo della riproduzione attraverso il matrimonio hanno stabilito quell’esclusione delle donne il cui retaggio persiste pesantemente anche nelle moderne, e giovani, democrazie.
Per gli uomini la deriva antidemocratica si presenta nella forma del leaderismo, versione aggiornata del mito dell’eroe; nella logica del gruppo simbiotico con il capo; nel delirio della violenza come riduzione del corpo, proprio e altrui, a strumento (il corpo armato del militare).
Le donne hanno avuto accesso alla politica singolarmente, per via famigliare, o collettivamente attraverso le stesse istituzioni ascetiche in cui veniva costruito il potere maschile.
Semplifico una storia (dell’Occidente) ovviamente lunga e complessa, ma solo per ricordare che alle nostre spalle anche per noi donne non esiste esperienza della democrazia, ma quasi solo pratiche conventuali oltre a quelle famigliari.
In forme diverse anche per le donne esiste il rischio della deriva antidemocratica: s’insinua con la soggezione al ricatto affettivo, l’elemosina del riconoscimento o di un beneficio, spesso più simbolico che reale, la gestualità muta del disconoscimento (molto più potente della parola) che arriva fino al mobbing, la miseria della “cresta sulla spesa” anche nelle associazioni, l’ambiguità della seduzione per manipolare il consenso, che gioca sulla fragilità dei sentimenti, lo slittamento tra confidenza e complicità, l’affermazione dell’autorevolezza come autorità e la trasformazione di questa in tirannia.
Il delirio d’onnipotenza di qualcuno è sempre accompagnato dal servilismo, più o meno cieco, e la cancellazione della memoria è il pilastro principale che lo sostiene. (…)
Tra la politica come servizio (parola che non amo molto come donna) e la politica come sinecura, c’è la politica come condivisione e senso del limite. Mandato politico come esperienza a termine, che consente una misura costante di quell’autorevolezza che può crescere davvero solo se non diventa l’occupazione autoritaria di un ruolo (che in tal caso si chiama monarchia o dittatura).
Penso che possa esistere la politica come patto rinnovabile in cui le responsabilità sono a rotazione e le autorevolezze possono liberamente esprimersi senza censure, cancellazioni, rimozioni.(…)
 
Negli ultimi trent’anni abbiamo costruito in Italia un fitto tessuto di gruppi, associazioni, piccole istituzioni (penso ai consultori o ai centri antiviolenza). Perché ricominciamo sempre dal presente e non proviamo a connetterci con l’esistente. Trasmissione e trasformazione hanno la stessa radice: senza memoria il futuro è breve.
 
 
Dal testo di adesione alla manifestazione del 13 febbraio 2011
Chi convoca una manifestazione ha generalmente il potere di farlo e cioè, al minimo, un luogo da utilizzare liberamente per un primo confronto di idee, mezzi per renderlo visibile e un potenziale consenso, dato dalla posizione sociale che occupa e dalla rilevanza politica che ne deriva.
Sono contenta che esistano donne autorevoli e che alcune di queste donne abbiano proposto a tutte di manifestare, dicendo implicitamente che da sole non ce la fanno, che senza di noi, visibili, nelle piazze e ovunque, le loro parole sono deboli, la cittadinanza dei loro pensieri più incerta, la loro visibilità più occultabile anche se vivono carriere di onesta raggiunta parità ai livelli più alti di responsabilità e accesso alle risorse.
L’adesione di moltissime donne, me compresa, non è tanto condivisione di un appello, che dice il minimo e poco l’indispensabile, ma l’urgenza di rendere visibile una rabbia dentro cui stanno ragioni così grandi e gravi che nessun luogo chiuso può più contenerle.
Ha superato ogni misura questo governo nei confronti delle donne, a cominciare dalla ferocia nella vicenda di Eluana Englaro fino alle leggi contro l’autodeterminazione, dal peggioramento delle condizioni di lavoro alla persecuzione delle migranti.
Possiamo dire che oggi è svelato e sotto gli occhi di tutte e tutti, anche di chi non voleva vedere o faceva finta, quello che molte di noi hanno capito con chiarezza già molto prima del 1994,  con l’attacco al femminismo della fine anni ’80, la proposta del rampantismo ai giovani, il successo come parola d’ordine entrata anche nella scuola al posto del diritto, l’esaltazione dell’evasione fiscale a sostegno di un benessere rapace nei confronti del territorio, l’abito firmato come divisa di un esercito votato al disprezzo del lavoro manuale, il corpo modellato da fantasie erotiche malate come elemento decorativo e componente fondamentale dell’accesso a beni e carriere, la mortificazione del lavoro, l’introduzione della schiavitù, la dilapidazione dei beni comuni, la legittimazione della delinquenza, la violenza su donne, minori e chiunque possa essere definito inferiore, il femminicidio, l’esaltazione della famiglia ipocrita, l’attacco all’autodeterminazione delle donne, la proprietà privata dei figli, l’invenzione dello straniero attraverso definizioni emarginanti e leggi liberticide, la falsificazione della storia, il razzismo di Stato, la vergognosa omofobia, l’ostentazione della ricchezza, la mortificazione della sobrietà e dell’onestà, il disprezzo del servizio pubblico, la rilegittimazione della scuola come veicolo e copertura delle gerarchie sociali, la manipolazione delle parole come nel caso del federalismo, l’attacco ai principi fondamentali della costituzione.   Potrei continuare a lungo e di ogni elemento qui confusamente elencato, portare le prove, i fatti, il sistema delle collusioni, la rete delle connivenze di un intero paese nel quale il degrado della politica ha cancellato qualsiasi immagine di futuro.
Possiamo dire? Possiamo davvero farlo in questo Paese dove l’accesso all’informazione è blindato e intere generazioni di giornalisti sono vendute o asservite, perfino in buona fede, che è peggio, al degrado di un potere che ha messo in ginocchio la democrazia con leggi e provvedimenti sessisti e classisti a cominciare dalla legge elettorale?
Possiamo farlo noi che non facciamo mai notizia per tutte le cose ordinarie e straordinarie che facciamo? Noi che siamo conteggiate solo nelle statistiche, politicamente cancellate quando non derise o deformate per la buona pace dei benpensanti?
Assistiamo all’erosione dei diritti come alla volgarità delle dichiarazioni pubbliche: gli uomini si esibiscono tra arroganza, ignoranza e paternalismo, ma noi sappiamo che il patriarcato non vince senza le nostre piccole/grandi quotidiane complicità, senza i nostri silenzi, le nostre omissioni, la nostra accondiscendenza, il nostro rinchiuderci nel piccolo orizzonte delle sopravvivenze personali, delle necessità di accudimento famigliare, dei piccoli privilegi faticosamente raggiunti, o di quelli grandi semplicemente ereditati, del perbenismo, della rassegnazione, della stanchezza.
Quando le donne rinunciano a pensare alla propria esistenza libera come luogo di costruzione di un processo pacifico di giustizia sociale, di pari opportunità per le generazioni successive (e non solo per i propri bambini e bambine), quando si chiudono dentro le piccole strategie di conquista del proprio microterritorio, (che sia una casa o una carriera), il patriarcato vince su tutte e i diritti vengono corrosi ad ogni livello.
Dovremmo ricordare che il patriarcato è una struttura mentale, oltre che sociale, molto antica, sostenuta dalle religioni e dai vari sistemi di potere, trasmessa dal conformismo educativo di genere, amplificato oggi dalla pubblicità e dai media. (…)
 
Da un testo contro ogni legittimazione della violenza, 8 marzo 2012
 
(…) All’inizio degli anni ’90 alcune femministe-doc, quelle ascoltate nelle sale, interpellate dai giornali e perfino riconosciute dall’accademia, decretarono che il patriarcato era morto, dovevamo smetterla di raccontare le nostre tribolazioni e sventolare invece i tanti successi che potevano costellare le nostre vite, bastava lo volessimo.
Intorno a me invece le cose si facevano più complicate, le ragazze andavano a scuola, con risultati spesso migliori dei maschi, ma l’istituzione non mutava né forma, quella inventata dai Gesuiti per allevare le classi dirigenti, né contenuti, rigorosamente neutri e quindi totalmente deprivati di presenze e pensiero femminili, né metodi, prevalendo ancora e sempre la trasmissione cattedratica e la ripetizione “rielaborata” della lezione.
Si cominciava a demonizzare il ’68 e a considerare fuorvianti le pedagogie cooperative, mentre la modernità sarebbe stata tradotta ben presto nella forma aziendale con il mito della produttività e l’esaltazione della competizione.
“Cresceranno deliziose maschiette” temeva profetica Lidia Menapace.
Il modello maschilista ripromosso nella libertà senza confini seminava bullismo fatto di piccole/grandi angherie, plateali violenti litigi, nuove emarginazioni, attraverso le trasmissioni pomeridiane seguite soprattutto da bambine e ragazze, che ovviamente apprendevano. 
Ci tenevamo con fatica gli spazi aperti dalle politiche di Pari Opportunità, ma venivamo guardate con commiserazione dal nuovo rampantismo femminile che si faceva largo nella politica assoggettando di buon grado corpi e menti alle richieste della cooptazione maschile.
Intanto anno dopo anno si conviveva con le guerre della porta accanto insieme a quelle del mare nostrum, si preparavano leggi ignobili sull’immigrazione, il razzismo ridiventava un’opinione, il fascismo (non intero, ma segmentato opportunamente nel corporativismo, familismo, giovanilismo ecc.) ridiventava un’opportunità, si preparava lo smantellamento della sanità pubblica e il welfare cominciava a ridiventare assistenza.
Il patriarcato era morto e chi cercava di documentare una diversa opinione non faceva audience, intanto si promuoveva il precariato, così il lavoro si faceva più faticoso soprattutto per le donne, una minoranza faceva carriera (perfino per meriti propri), ma un’altra cospicua minoranza di donne moriva prima di sbarcare sulle nostre coste, sulle strade vedevamo le ragazze vittime della tratta e il mortificante termine badanti registrava nuove forme di sfruttamento femminile chiuso dentro le case e nel silenzio delle coscienze. 
Nel frattempo per il numero di donne ammazzate da mariti, amanti, parenti abbiamo dovuto coniare il termine femminicidio.
Sarà perché vivo nella provincia della provincia, ma a me le cose sembrano sempre più complicate: dalla decretata fine del patriarcato ho visto crescere la violenza, nelle relazioni umane, nei luoghi di lavoro, nei posti di ritrovo, al supermercato come agli incroci delle strade.
L’arroganza di Marchionne e quella dei padroncini che delocalizzano per garantirsi la possibilità dello sfruttamento, quella del mercato e quella delle istituzioni occupate spesso da politicanti corrotti o semplicemente ignavi, quella del vociare televisivo e quella di chi si astiene volontariamente dal pubblico servizio autodefinendosi obiettore, quella della carità pelosa e delle scuole private dove si rinchiudono bambine e bambini a competere senza il disturbo dei migranti, la violenza degli insulti diventati linguaggio corrente e quella delle sberle che imprimono sui corpi nuove subalternità, quella ossessiva della fiction e quella legittimata delle parentele, quella feroce della mafia e quella ripulita dell’evasione fiscale, quella bianca delle morti sul lavoro e quella nera dei morti di freddo. E sempre la condizione delle donne che peggiora.
“L’anniversario di Piazza Fontana, (il giorno in cui sono diventata grande) i marines sbarcano in Somalia, madre Courage percorre ancora l’Europa con le sue mercanzie mentre i suoi figli muoiono uno ad uno” scrivevo in un libro che ho pubblicato nel ’98.
La morte del patriarcato sembrava sposarsi bene con la Milano da bere, coniando per la vita delle donne la curiosa tautologia per cui la libertà ti rende libera, la dichiarazione, il sentimento personale e non l’autonomia, l’autodeterminazione, il lavoro, l’esercizio dei diritti, la pienezza della cittadinanza dalla nascita.
L’ambigua legittimazione della violenza di cui si parla assomiglia molto alla condiscendenza nei confronti della cultura che ha vinto in questi ultimi vent’anni proponendo i muscoli, i corpi armati, la forza della sopraffazione, il confronto cruento, la ricerca del capro espiatorio, la cancellazione della legge come terreno di condivisione, ed è certamente un pensiero conseguente con quella morte decretata della cui lunga agonia noi contiamo le vittime tra le donne.
L’emancipazione imitativa non è una proposta nuova, si è presentata più volte nel secolo scorso proprio con il fascino ambiguo di una realizzazione di sé che per negare lo stereotipo femminile assume quello maschile come se fosse neutro, usando spesso proprio la violenza come terreno su cui misurare la raggiunta parità. 
Ogni volta le prime vittime sono state donne, la loro libertà, la loro autonomia, i loro diritti.
Abbiamo bisogno di luoghi in cui imparare ed esercitare la democrazia e non di nuovi ring per pugni femminili.
 
 
Dalla Lettera aperta alle donne che hanno convocato l’incontro di Paestum, settembre 2012
 
Prendo alla lettera il vostro imperativo, Primum vivere, sperando che la scelta del latino abbia voluto richiamare il ricordo di una lingua che fu davvero ecumenica e condivisa, anche se solo dal ceto intellettuale, di tutta Europa.
Ho sentito, nel vostro incipit, il richiamo a un respiro più vasto, anche rispetto a quell’uso meschino che poi si fece in Italia del latino, come strumento di discriminazione e selezione, mortificato a mero codice di riconoscimento per la costruzione di una classe dirigente la cui insipienza, nonostante i titoli accademici, è sotto gli occhi di tutti.
Pur non appartenendo al gruppo delle figlie degli “uomini colti”, mi trovo davanti alla scelta di come destinare le mie tre ghinee in questo momento.
Ho svolto con passione l’onesto lavoro d’insegnante, sentendomi fortunata, pur avendolo conquistato con quell’impegno che molte di noi hanno messo a frutto attingendo all’atavica abitudine al lavoro duro e approfittando di alcuni spiragli aperti dalle lotte egualitarie degli anni Settanta.
Dei pochi che ce l’hanno fatta allora, (del mio ceto sociale) penso che noi donne siamo state più tenaci e più brave, soprattutto quelle, come me, cresciute femministe e costantemente impegnate per concretizzare il “mondo migliore”, guardandolo con occhi di donna, nell’uguaglianza delle possibilità, nella cancellazione delle discriminazioni, nella fine delle gerarchie sociali, nella pace tra umani e con la terra.
Intelligenze, competenze, impegno, spesso perfino lungimiranza e capacità di empatia, che la classe dirigente di questo paese (non solo i politici e i governi) ha oscurato, mortificato, tenuto ai margini, perfino condannato e sbeffeggiato.
E oggi, tra le tante incertezze, grava anche sul mio futuro quella di poter avere un’onesta pensione.
Scusate se l’ho fatta lunga, ma tutto questo ovviamente riguarda la scelta che devo fare sull’investimento delle mie tre ghinee.
Perché il reddito arriva o da un onesto lavoro o da oneste eredità (per quanto nessuna eredità sia davvero mai innocente) e per chi non ha la seconda, l’incertezza della prima rende tutto più difficile.
È la condizione della maggioranza, uomini e soprattutto donne, che mai hanno raggiunto in Italia la piena occupazione.
È la condizione di una maggioranza, collocata sui molti gradini di una scala discendente, che vede in fondo chi perde la vita, per inquinamento, per sfruttamento, per incuria, nel mare attraversato con speranza per arrivare nel nostro paese e ricominciare da dove erano collocati i miei genitori: lavoro duro e senza diritti.
Al fondo del fondo, quello in cui non riusciamo davvero a guardare, le donne uccise, solo perché vogliono essere se stesse.
Guardo con orrore e preoccupazione all’erosione del diritto allo studio, che sognavo diventasse diritto alla cultura, alla formazione permanente, mentre mai si è allargato davvero a tutti e tutte, e oggi viene riproposta la ferocia classista dietro la maschera del merito, il sessismo nei contenuti e il razzismo nelle opzioni. Semplifico ovviamente.
Nel disastro economico, che si chiama crisi del capitalismo, l’idea brutale che si evince dalle scelte dei governi, non solo l’ultimo, è quella di un’eugenetica sociale in cui si definisce necessità la salvezza di pochi e la perdita di molte.
Uso la desinenza secondo la logica non sessista ovviamente, dove democraticamente entra in uso quella della maggioranza dei soggetti in questione.
Si è rilanciata la categoria “giovani”, già cara al fascismo, per mascherare la realtà di donne e uomini a cui sono tolti i più elementari diritti: alla casa, ad avere figli, a un lavoro dignitoso, ad avere tempo per sé, alla cultura, alla bellezza, all’aria e all’acqua, a vivere in un territorio non asservito alla cementificazione, a pensare e lavorare per il proprio futuro.
I conti non tornano e l’imbroglio continua ad essere sistema, ma sarebbe un discorso lungo.
Per questo quarant’anni di pratica femminista e di impegno politico con donne mi rendono accorta nelle scelte. 
L’uso del denaro, più di ogni altra cosa, racconta ciò che siamo e ciò che vogliamo, perfino oltre le nostre intenzioni.
Metto in fila, ma l’ordine non è per importanza, come per i figli/figlie ti occupi di ognuno in modo diverso e cominci dal più piccolo/a, per ragioni che alle donne non devono essere spiegate.
Dovendo scegliere la prima ghineaè, in questo momento, per il Gruppo Sconfinate, l’ultimo che ho promosso, operante a Romano di Lombardia, dove insieme cerchiamo di costruire dibattito politico facendo conoscere lo sguardo femminista sul mondo.
Ho letto che una donna nota ha dichiarato che le femministe non hanno mai parlato con le donne comuni e mi chiedo se lei abbia mai parlato con una donna comune femminista.
Per la mia esperienza le donne che hanno coscienza di sé sono sempre fuori dal comune e ne conosco molte, purtroppo non lo sono tutte. Per avere coscienza di sé non c’è bisogno di una laurea e nemmeno di avere visibilità mediatica.
Per la seconda ghineac’è Marea, mi sono detta, l’avventura in cui sono stata coinvolta da Monica Lanfranco e Laura Guidetti, che hanno messo in piedi la rivista più di quindici anni fa, donne resistenti con cui mi trovo a casa ad Altradimora.
Per la terza ghineac’è l’Udi, un’associazione nata dalle madri della Repubblica la cui storia continua a essere omessa e distorta (sarà un caso?) e i cui progetti politici tendono a essere cancellati anche da molte donne che hanno il potere di raccontare la storia delle donne di questo paese.
Come sappiamo la storia non è ciò che accade, ma ciò che si racconta, altrimenti non ci sarebbero le cancellazioni, omissioni e distorsioni che conosciamo rispetto alla metà del genere umano.
Le ghinee sono solo tre perché la chiarezza simbolica mi orienta nelle scelte concrete; in questo caso mi sono chiesta: perché dovrei andare in un luogo a discutere come singola donna se queste tre appartenenze sono così importanti nella mia vita?
Non siamo all’anno zero del femminismo e non lo eravamo nemmeno negli anni Settanta.
Eravamo solo molto ignoranti di tutta la storia politica che ci aveva precedute, di cui l’Udi (oggi Unione donne in Italia), tra l’altro, è un pezzo fondamentale.
Ignoranza nella quale continuano a essere tenute le giovani donne che ci crescono acconto e anche i giovani uomini che hanno pari diritto di conoscere.
Proprio nell’Udi, alla fine degli anni Ottanta, ho affermato che era già cominciata da tempo la vendetta politica del patriarcato sulle donne italiane e questa vendetta avrebbe utilizzato come strumento fondamentale la TV e dietro, in forma più subdola, l’azione dell’area più fondamentalista del cattolicesimo nazionale, al quale si sarebbe accodato il maschilismo dei partiti, sostenuto dalle donne stesse che possono trovare una personale convenienza nel sostegno al patriarcato.
Non so se per caso sia morto nel frattempo perché sono troppo occupata con le macerie e questa storia la scriveranno le nostre nipoti.
Anche qui semplifico, ma cos’è accaduto a noi, e quindi a questo paese, tra la vittoria per la legge 194 e la sconfitta della legge 40?
Alcune amiche mi dicono “vado a Paestum per sentire cosa c’è di nuovo” “Su che cosa?” chiedo io
Chi chiama chi a che cosa?
Come ho scritto l’anno scorso per il 13 febbraio, se ci sono donne che chiamano, per continuare un pezzo di cammino insieme, io ci sono.
Ero a Milano alla grande manifestazione di Usciamo dal silenzio qualche anno fa (ce la ricordiamo ancora?), ero in piazza a Bergamo il 13 febbraio 2011 rispondendo alla domanda Se non ora quando?
Una boccata d’aria e poi tutto si richiude, resta la visibilità di qualche presa di posizione, spesso sacrosanta, ma modesta sul piano degli obiettivi.
A Siena, a luglio 2011, eravamo duemila, la parola d’ordine era trasversalità per unire il movimento, come se fossimo all’inizio della nostra storia. Gli unici obiettivi trasversali sono a malapena il ripristino parziale di tutele che vergognosamente ci vengono offerte a prezzo della sottrazione dei diritti di cittadinanza.
Non siamo all’anno zero della nostra storia che, tra l’altro, non è una, ma molte e diverse come diverse sono le nostre scelte politiche.
Se il disagio (per usare un eufemismo) resta grande e condiviso, non basta una chiamata generica fondata sull’essere donne.
Per l’8 marzo 1977 l’Unione Donne Italiane, che preparava il suo X Congresso, fece un manifesto molto bello, con la scritta: La mia coscienza di donna in un grande movimento organizzato per cambiare la nostra vita.
Di tutte quelle parole l’unica che resta come domanda aperta e inevasa è “organizzazione”.
Più di vent’anni fa, sempre nell’Udi, Lidia Menapace affermò che l’unica forma possibile per mettere insieme il variegato movimento delle donne era una Convenzione: convenire per una comune convenienza, costruendo azioni definite di cui predisporre la fattibilità e verificare l’esito, un patto non generico, ma preciso in cui si dichiarano i soggetti, le mete, le condizioni, i tempi, le risorse che vengono messe a disposizione.
Un luogo nel quale si converge temporaneamente, rendendo visibili le proprie case politiche, appartenenze di gruppo, incarichi istituzionali, per mettere in comune risorse e idee, per un movimento verso qualcosa che non sia solo la verifica della nostra esistenza o la protesta.
Questo paese è tornato indietro, ma nel frattempo in molte siamo andate avanti, mettendo in piedi associazioni, gruppi, servizi, inventandoci luoghi di vita, di lavoro, di sperimentazione, case e archivi, circoli e attività, riviste e scuole.
Dalle piazze degli anni Settanta alcune sono arrivate al Parlamento, altre ad avere responsabilità significative negli enti locali, altre ancora ad una cattedra all’università, ci sono donne imprenditrici e dirigenti in settori importanti della P.A. della sanità, della scuola, ci sono femministe perfino nei partiti. Ancora poche certo, ma abbastanza per mettere in difficoltà la cittadella del potere maschile? 
Vediamo ogni giorno i limiti, le difficoltà, le fatiche, le lotte continuamente necessarie, ma nessuna di noi, femminista, è sola, abbiamo tutte case e appartenenze significative.
Perché una chiamata a noi donne e non alle nostre associazioni?
Perché non rendere visibile ciò che abbiamo costruito, ciò che ci sostiene quotidianamente, la storia da cui veniamo, le esperienze politiche che possiamo spendere anche per altre?
Non è in quanto donne che possiamo rispondere, ma solo per ciò che significa per noi essere donne e ciò che abbiamo costruito con le altre fa parte di ciò che siamo.
Siamo capaci di mettere insieme la nostra indignazione, possiamo farlo anche con i nostri patrimoni? La somma delle nostre capacità diventerebbe moltiplicazione delle possibilità.
Per la politica quotidiana ci siamo attrezzate da anni e sappiamo come fare, ma i tempi chiedono una creatività inedita, una discontinuità visibile e fattiva.
Perché non preparare gli Stati generali delle donne in Italia?
Non posso venire a Paestum, nemmeno per la sua straordinaria bellezza, perché in questo momento vorrei che potessimo incontrarci in Lombardia, nel cuore della cementificazione che ha distrutto la pianura più fertile d’Italia, e far nascere un incontro in ogni regione e prima ancora in ogni provincia e prima ancora in ogni paese o quartiere.
Io non posso che continuare da qui, perché solo quando le periferie si muovono un paese cambia davvero. 
 
Sabato 4 maggio 2013
Mentre metto insieme questo collage di parole, dall’indignazione per gli ultimi femminicidi e dalla coraggiosa denuncia delle minacce di cui è vittima, da parte di Laura Boldrini, nasce una raccolta di firme per la convocazione degli Stati generali contro la violenza.
Tra l’estate e l’autunno dello scorso anno l’Udi nazionale, insieme ad altre associazioni,  ha promosso la Convenzione NO MORE! che ha visto numerosissime adesioni.
Possiamo trovare nomi diversi, ma la sostanza resta la stessa: non potremo che convenire per comuni convenienze (precisamente definite, mettendo in atto procedure verificabili ecc. ecc.), se vogliamo davvero unire le forze contro la violenza, e le forme in cui lo faremo, solo emozionalmente mediatiche o anche faticosamente democratiche, saranno determinanti per l’esito.

in Marea 2/2013

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