Povertà e dintorni (novembre 2019)

Notizie apparentemente lontane, fatti che restano nonostante la notizia esca velocemente dalla ribalta: il perenne gender gap e il rapporto di Save the children sulla povertà infantile in crescita.
Provo a mettere insieme parole a caso: gender gap, contesto di eccellenza 4.0, carriere, infanzia a rischio, povertà educativa, evasione fiscale, spread, differenziali retributivi, 130 miliardi, flat tax, quota 100. In che modo viene costruita la povertà di bambini e bambine? In che modo viene mantenuta la maggiore povertà delle donne (e una costante quota di disoccupate)?
Quali e quanti sono i gradini tra ricchezza e povertà? Come si sedimentano le complicità?
Il neoliberismo ha coniato il latinorum economico che giriamo in bocca come una caramella senza capire che è dolce ma si tratta di veleno.
Il latinorum era quel latino passato attraverso le mutazioni medievali che ne hanno decretato la morte, riesumato solo per impressionare chi si sentiva incolto e mantenerlo in uno stato di subalternità o, peggio, di minorità, cioè di sudditanza.
Niente a che vedere con il latino come lingua di una civiltà da approfondire e capire, il latinorum è sempre esplicitamente al servizio della gerarchia sociale, per dividere i gradini che separano chi pulisce i pavimenti (tutti i pavimenti su cui camminiamo) da chi si pensa solo sulla passerella sopraelevata e aspira alla vetta.
L’economia capitalista nella fase neoliberista contemporanea ha coniato un suo latinorum, acquisito dall’inglese e inserito nella comunicazione senza approfondimento del significato. Un nuovo latinorum indossato come un look, appunto.
Il gender gap riguarda anche le raccoglitrici di pomodori in relazione ai raccoglitori, le bariste in relazione ai baristi, le colf in relazione ai colf, le commesse in relazione ai commessi?
Perché questo è il punto, se il problema delle donne è quello di ottenere la parità di retribuzione dentro il mondo così com’è si tratta di un problema storico, dovuto sostanzialmente al fatto che alla nascita dello Stato borghese libertà e uguaglianza erano rigorosamente per maschi bianchi adulti e sani, possibilmente perfino possidenti, e infatti la terza parola era fratellanza perché le sorelle, che pure erano state in prima fila nelle rivoluzioni, non erano contemplate e alle loro richieste i fratelli risposero con la violenza.
Nello Stato, di diritto e di fatto, è legittimo che le donne rivendichino la parità di diritti e chiedano il cambiamento strutturale dei fondamenti. Perché ne parliamo ancora oggi dopo quasi tre secoli di lotte?
Una società gerarchica può introdurre meccanismi di cooptazione nei confronti di chiunque la sostiene e contribuisce a riprodurla, anche donne; anzi, in certi periodi e contesti le donne vanno benissimo, perché le donne detengono talenti e competenze riproduttive di lunga storia quindi possono essere utilissime.
Non possiamo pensare che una società gerarchica produca uguaglianza di possibilità e pari opportunità perché sarebbe una contraddizione in termini e il gap tra donne e uomini, opportunamente diversificato nei vari lavori e mestieri, resta utilissimo alla vecchia accumulazione del capitale, di cui non si parla mai se non nei dati di aumento della ricchezza dei già ricchi.
Non è certo un caso che si ricominci a parlare di remunerazione del lavoro di cura, un tempo si chiamava più propriamente domestico, ma definirlo di cura lo ammanta di un’aura affettiva nobilitante che nasconde la fatica e la subalternità, soprattutto quando diventa obbligo, perché se non hai una carriera, ma solo un lavoro subalterno e magari nemmeno gratificante, stare a casa a occuparsi dei figli sembra una via d’uscita legittima.
Riconoscere a una madre un tempo flessibile per svolgere il suo ruolo senza mortificare i suoi talenti, senza precluderle un futuro (perché non si fa la mamma accudente a vita) è cosa troppo rivoluzionaria?
Per non parlare dei padri, evocati solo in funzione antimaterna nelle separazioni, che qualcuno non vorrebbe più liberamente consensuali perché questa, se non l’avessimo capito, è anche la società del controllo. Far aumentare i conflitti a partire da quelli famigliari serve ad aumentare i dispositivi di controllo.
La bigenitorialità viene evocata come diritto di bambini e bambine solo se non vogliono vedere un padre violento, per i buoni padri lavoratori che riescono a vedere i figli solo quando sono a letto non esiste diritto.
Qual è la vita dei genitori dell’infanzia povera?
Ho visto molti like su Fecebook alla notizia che in un paese europeo i nonni vengono pagati per occuparsi dei nipoti. Dove sta scritto che i nonni DEVONO occuparsi dei nipoti?
Lo trovo aberrante. Prima di tutto perché la nonnità è una condizione affettiva, non un lavoro dipendente, poi perché non tutti hanno i nonni, terzo perché la nonnitudine si esprime in molti modi e non necessariamente nel faticoso accudimento quotidiano, quarto perché esiste la vecchiaia come parte della vita in cui esercitare il diritto all’autosufficienza non efficiente e non servizievole.
La sostanza è che bambini e bambine sono un costo sgradito e quindi scaricato sulle cosiddette fasce più deboli del mercato del lavoro con relativo subdolo mascheramento di buoni sentimenti.
Di bambine e bambine se ne devono occupare: madri non in carriera preferibilmente sposate con un uomo a reddito medio/alto (spesso da lavoro professionista, autonomo e/o da evasione fiscale), baby sitter con contratti privati e diversificati in base al reddito dei genitori, nonne e nonni con pensioni da fame che devono dipendere da figli/e o variamente autonomi e perfino molto benestanti.
Chi non ricade dentro queste condizioni, e cioè madri disoccupate e padri che devono farsi sfruttare, assenza di nonne nonni zie disponibili e simili, impossibilità di pagare baby sitter ecc., servizi all’infanzia assenti o costosi, può ricadere nella fascia della povertà.
Siamo tornati nella condizione degli anni ’50, quando Teresa Noce (PCI) propose la prima legge a tutela delle lavoratrici madri sostenuta da Maria Federici (DC) e cominciò dentro l’UDI, la storica associazione delle donne, la riflessione che porterà a chiedere il riconoscimento del valore sociale della maternità e dei diritti dell’infanzia.
Il valore sociale della maternità è il riconoscimento che la riproduzione della specie, di cui le donne sono protagoniste, non solo per dato biologico ma per quella biostoria che ha diffuso la vita sul pianeta, è il modo attraverso il quale abbiamo popolato la terra e rinnoviamo la nostra esistenza come specie umana. Un valore che va tutelato nella libertà delle donne di scegliere se e quando diventare madri e non assoggettabile a desideri altrui, imperativi esterni, contrattazioni mercantili, di nessun tipo.
Diritti dell’infanzia significa che bambine e bambini devono poter vivere in condizioni non dipendenti dal reddito della famiglia in cui nascono.
Asili e scuole devono essere gratuiti per tutte e tutti, per garantire l’uguaglianza delle possibilità e la rimozione di quegli ostacoli al pieno sviluppo di sé di cui parla la Costituzione.
I servizi all’infanzia e all’adolescenza devono essere finanziati dal gettito fiscale.
Il lavoro, diritto di tutte e tutti, non può occupare tutto il tempo di vita, per nessuna/o, e i genitori hanno diritto ad avere orari flessibili per accudire bambine e bambini, i cui bisogni, vale la pena di ricordarlo, mutano di giorno in giorno e poi di anno in anno. Chi frequenta le scuole superiori non ha bisogno della mamma che tutti i giorni guarda i compiti e fa ripetere le lezioni, accompagna a scuola e a tutte le attività possibili e immaginabili.
In nessuna classe scolastica si dovrebbero avere più di quindici alunni ovviamente, come dicevamo noi insegnanti in una lotta sindacale del secolo scorso, di cui abbiamo memoria perché brucia ancora la sconfitta. E a cascata ci sono dettagliate proposte elaborate in anni di lotte che sono oggi rimosse, cancellate, dimenticate, irrise e perfino ricordate con spocchiosa supponenza come pessimi pezzi vintage.
Avevo cominciato a scrivere per un post su Facebook ma i ragionamenti complessi hanno bisogno di spazio e tempo, soprattutto per chi decide di leggere. Due condizioni sempre più soggette ad erosione.
Non dico niente di originale, per carità, cose già scritte in corposi e documentati testi che danno perfino ottimi suggerimenti ma, ecco il MA: sono una vecchia e consolidata lettrice eppure sento che tra il tweet, il like, l’esternazione immediata, e i volumi di studiose e studiosi sui fenomeni, mancano luoghi e tempi in cui l’emozione diventa ragione, e magari collettiva, mentre i dati e la documentazione diventano visione e azione.
Piccola azione quotidiana dentro le nostre piccole vite, tutte connesse, e sempre, dalla terra su cui camminiamo, tenuti sui nostri piedi dalla stessa comune forza di gravità, fino all’aria che respiriamo, alla quale è impossibile metter recinzioni e confini.
(L’aria è ancora un ordinario fattore d’uguaglianza sociale e non è stato inventato qualcosa che possa toglierla o elargirla secondo leggi determinanti povertà o ricchezza).
Dobbiamo denunciare la povertà e indagarne la costruzione politica che la rinnova e rimodella ma non siamo credibili se al tempo stesso non denunciamo lo scandalo di una continua ossessiva ostentata pubblicità della ricchezza, quella a cui si accede per privilegio sociale e mai per onesto lavoro. Case, abiti, vacanze, lavori, successi, perfino modelli di famiglie ricche e perfette, inquinano il nostro immaginario, mortificando le nostre vite normali.
Povertà è un termine impreciso e ambiguo, derivante da poco e/o piccolo, misure soggettive di ciò che serve, diverso da miseria, che è uno stato di estrema povertà, quindi mancanza del necessario di chi non conserva nemmeno la dignità dell’esistenza, e da indigenza, stato di estremo bisogno.
Termini antichi e imprecisi che evocano scenari inquietanti, sollecitando atteggiamenti e comportamenti magari caritatevoli, certamente benemeriti, ma subalterni all’esistente.
La povertà esiste dove non c’è giustizia sociale, in presenza di sfruttamento, ed è l’esito, oggi, delle politiche neoliberiste, esattamente come in tutti i tempi e luoghi è stata l’esito delle pratiche attraverso le quali si legittima l’appropriazione di ricchezza da parte di minoranze opportunamente stratificate fino a percepirsi, oggi, come maggioranza.
Dovremmo cominciare a denunciare seriamente la ricchezza che viene acquisita fuori dall’onesto lavoro, aggirando la legge o utilizzando la legge varata a propria immagine e somiglianza.
Dovremmo però cominciare a raccontare come si vive con sobrietà, come si gioisce dei regali della vita che non si comprano e non si vendono, come si vive di onesto lavoro, senza sgomitare per arrivare, senza mentire o calpestare per salire, senza salire da nessuna parte, ma solo quotidianamente e creativamente vivere.
Servono nuove coraggiose narrazioni, e non solo per vincere qualche premio o esistere nel perenne palcoscenico del nostro angusto mondo.
Narrazioni pacate, di piccole vite, di bambine e bambini a cui i genitori non possono pagare tutti i corsi del mondo, ma sono amati, accuditi, ascoltati e hanno tempo per sé, perfino tempo per sperimentare la noia.
Storie di adolescenti, ragazze e ragazzi, che vogliono fare l’elettricista, l’infermiera/e, l’idraulico/a, la sarta o il sarto, l’imbianchina/o, l’operaia/o, senza bisogno di aspirare ad essere la regina delle passerelle o il re dell’ingegneria idraulica, la top manager identica al top manager. Storie di ragazze e ragazzi che studiano per il piacere e non si sentono sminuiti da nessun lavoro. Storie di ragazze e ragazzi, donne e uomini, che lottano per sé e per tutti, che non vogliono arrivare, vogliono esistere, non vogliono arrampicarsi, sgomitare, sottomettere, gioire delle disgrazie altrui, ma sanno cooperare, guardare oltre, sognare, ballare, ridere.
L’uso del video nella narrazione quotidiana può essere un modo per rendere visibili i corpi reali, non piegati alla recita di se stessi, in una vita reale che ha giorni gioiosi, come giorni dolorosi, mescolati insieme dal piacere dell’esistere e dell’agire, non solo aspirare a quell’impossibile, che per fortuna è di pochi, perché fa molto danno, ed essere costretti a piegarsi al fare subalterno e asservito che favorisce il mugugno inconcludente.
Esiste la povertà di chi manca dei beni di prima necessità ed è una condizione differenziata per età, sesso, territorio, titolo di studio, salute ma non è un accadimento naturale, è frutto di catene di responsabilità e scelte.
Esiste una povertà percepita ma non tematizzata, continuamente citata ma subita ed è la povertà di tempo, condizione paradossale vissuta anche da chi appartiene alla fascia che percepisce un reddito e perfino a quella che può essere definita benestante, costruita da quella condizione di lavoro sottomesso, anche quando è dirigente, prodotto da dispositivi personali, infilati subdolamente nei nostri pensieri come necessità imprescindibile.
Siamo il paese in cui l’ignoranza dilaga anche fra quelli che tempo fa Lidia Menapace, con la solita fulminante e sintetica profondità politica, ha definito “quelli che sanno tutto e non capiscono niente”, ma continua la retorica del liceo classico, come vetta per pochi eletti ed elette (che sono in genere più studiose, ma anche, purtroppo, più pronte ad adeguarsi) mentre se la filosofia è fondamentale, e il latino importante, andrebbero insegnati anche ai professionali perché la commessa e l’idraulico hanno bisogno della filosofia perfino più di chi ne fa solo mezzuccio di carriera.
Sogni? Anche volare era un sogno eppure noi prendiamo l’aereo come un tempo si prendeva l’autobus.
Il capitalismo che ha conquistato la terra ora è alla conquista delle nostre menti e corpi, basta guardare le multinazionali più potenti, e il modo è quello di occupare il tempo come il colonialismo ha occupato (e continua) i territori.
E un’ultima attenzione alle manipolazioni del latinorum: chi lotta è un’attivista non è un’influencer, non vuole influenzare, vuole far pensare. E non è nemmeno un opinion leader, altro termine di cui diffidare perché in italiano si traduce con Duce e in tedesco con Fürher.
Per questo continuo a dichiararmi un’attivista femminista, perché pensando alla mia vita penso a quella di tutte e tutti.  
Rosangela Pesenti

Condividi l'articolo sui social